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La galassia di Madre 111

Il primo atto indipendente di Bogdan Stratos su Madre fu schiacciare un insetto. Lo eseguì con tutto il disgusto che operazioni simili sempre gli causavano, di recente. Li odiava. Non che le avesse mai amate quelle particolari forme di vita, ma dopo l’esperienza su Svarga era diventata quasi una fobia. Tutto ciò che ronzava nell’aria, zampettava in mezzo all’erba ed era invertebrato meritava la morte. Se si avvicinava a lui, poi, non solo meritava la morte, ma una morte lenta e dolorosa. Oppure una morte veloce, dopo una lunga serie di preliminari molto lenti e dolorosi.

Per il viaggio su Madre aveva preparato repellenti di ogni tipo. Nei mesi all’Ufficio lo avevano avvisato che di insetti ne avrebbe trovati parecchi. Lo avevano avvisato che gli insetti di Madre non solo pungevano, ma erano anche dolorosi. Un tecnico delle comunicazioni, che era stato sul pianeta a sistemare un nuovo impianto, gli aveva anche mostrato la cicatrice che si era portato a casa come souvenir, dopo un incontro ravvicinato con un abitante invertebrato del posto. Gliela aveva mostrata mentre bevevano nell’area ricreativa, prima di cena, e a Bogdan era passato l’appetito.

Non lo avrebbero mai punto, aveva giurato a se stesso. A costo di sterminarli tutti e distruggere per sempre l’ecosistema del pianeta, non lo avrebbero mai punto. Non avrebbe visitato altri ospedali per colpa di un insetto, come gli era capitato a Guan Yu. Così si era procurato tutto ciò che gli avevano assicurato essere efficace per tenere lontano quei mostri, e lo aveva applicato durante la discesa in ascensore, tra gli sguardi incuriositi dei colleghi e gli altri passeggeri. Guardassero pure. Lui non ne voleva di insetti attorno e non ne avrebbe avuti. Punto.

Poi erano arrivati, erano usciti dal terminale dell’ascensore, avevano respirato l’aria ammuffita della indescrivibile capitale del pianeta e subito un insetto gli si era posato sul braccio, una specie di tafano deforme e troppo cresciuto che strofinava assieme le zampe anteriori e aveva già preparato non una, ma ben due cose simili a proboscidi o pungiglioni. Bogdan Stratos poteva immaginare fin troppo bene come avesse intenzione di usare quei pungiglioni, così la sua mano era scattata ancora prima del pensiero e ciac! L’insetto era diventato una macchia colorata e un poco ributtante, sparsa sul palmo e il braccio. I compagni di viaggio più vicini si erano girati a guardare, espressioni subito interrogative che in un attimo si erano fatte disgustate.

«Meglio che ti fai una doccia, quando siamo arrivati,» aveva commentato il più vicino, un uomo di mezza età e faccia da cane bassotto. Bogdan aveva concordato. Erano venuti a prenderli, con tanto di scorta militare, e li avevano condotti alla base, dove avrebbero alloggiato durante il soggiorno sul pianeta. Nessuno si era voluto sedere accanto a lui. Bogdan aveva concordato anche su questo: non era proprio gradevole l’odore emesso dall’insetto spiaccicato. Non proprio una cimice terrestre, ma neanche un praticello fiorito, a meno che i fiori non avessero già attraversato l’apparato digerente di un qualche bovino. La doccia era stata la benvenuta, ma la doccia non bastava.

Neppure il tempo di disfare i bagagli e Bogdan era già alla farmacia dell’ospedale, che alla base era una struttura molto più grande di quanto lui si sarebbe aspettato. Ma in fondo anche la base militare era molto più grande di quanto lui si sarebbe aspettato, quasi una città di provincia, in effetti, parchi e negozi, e pure bambini che giocavano in strada. Posto curioso, ma a questo avrebbe pensato poi, se mai ci fosse stato bisogno di pensarci. Le sue priorità erano altre. I repellenti che aveva portato e che gli avevano consigliato all’Ufficio non bastavano: servivano nuove armi.

Aveva discusso a lungo col medico della farmacia, un tizio dalla faccia lunga e floscia che insisteva a dire che lì non avevano repellenti per insetti, non era qualcosa di cui si occupava la farmacia di un ospedale. Bogdan non aveva ceduto. Alla fine aveva vinto, dopo una lunga, lunga attesa e assistenti spediti qui e là, forse a procacciarsi quello di cui aveva bisogno, forse solo per fare scena. Risolto al momento la prima emergenza, ma pronto a riaprire quel fronte in caso di bisogno, Bogdan aveva cominciato a guardare il posto in cui era finito.

Non un bel posto. La base militare non aveva l’aria deprimente e squallida della città, che secondo il suo sempre modesto parere era una discarica a cielo aperto, che meritava di essere purificata da una pioggia di fuoco. Dimostrava sempre tutta la creatività artistica e architettonica di una latrina da stazione, ma almeno era più vivace, colorita, accogliente. In parte. Se ti fermavi alla superficie. Se ti spingevi un poco sotto, invece, la base ti appariva per quello che probabilmente era: uno sfondo di cartapesta su cui recitare una farsa. O così gli piaceva pensare. Era accogliente, sì, ma di quel tipo di accoglienza che caratterizza i villaggi vacanze in tutta la galassia abitata. Che erano dodici pianeti, al momento, ma non aveva importanza. Il punto era che la base sembrava fatta apposta per sembrare rassicurante e metterti a tuo agio, ma lo sembrava così tanto che finiva per avere il risultato opposto.

C’era qualcosa di sbagliato, pensava Bogdan, immerso nell’olezzo del nuovo repellente per insetti. C’era anche una quantità orrenda di tafani, specie nelle aree verdi, ma gli giravano attorno e ancora non avevano tentato di posarsi, quindi la roba che gli avevano rifilato alla farmacia funzionava. Per adesso. Ma non aveva intenzione di testarla troppo, così si teneva lontano da alberi e prati. Per un poco aveva camminato senza meta, quel primo giorno alla base, girando dove gli era consentito, con un occhio a cercare insetti e un altro a cercare di capire cosa fosse di preciso che non gli piaceva.

La risposta era tutto. Tutto sembrava a posto, quindi tutto sembrava sbagliato. Era quasi sicuro che ci fosse sotto qualcosa, ma era altrettanto sicuro che non gli interessava più di tanto scoprirlo. Non era venuto su Madre per giocare al piccolo detective o altre scemenze simili. Era venuto su Madre a studiare il nucleo dei giganti gassosi e solo a questo avrebbe pensato. Il resto non era rilevante. E la base non era poi così terribile. Meglio della fondazione Chen-Cohimbra e della città di Guan Yu, di sicuro. Non meglio di Varshi e delle altre aree di Lakshmi che aveva potuto vedere durante gli anni di università, ma pazienza. Si poteva accontentare e si sarebbe accontentato.