Adriano - racconti e altro

Per toccare una mano

Ricordi?

L'uomo si massaggiò le tempie con delicatezza. L'avevano avvertito, era difficile fare piazza pulita. Qualche traccia sopravviveva spesso, anche dopo una rimozione. Bastava abituarsi, col tempo.

L'ospite stava arrivando. Lasciò scorrere lo sguardo sull'ufficio ordinato, piccolo, preciso. Con una mano richiamò i dettagli sul caso. Ne avrebbe dovuto discutere con l'esperto. Sbuffò.

Non gli piaceva quel lavoro, ma era il suo lavoro. Non gli piaceva certa gente, ma era il suo lavoro. Bastava abituarsi, giusto? E fare in fretta. Il direttore voleva la perizia, il direttore avrebbe avuto la perizia. Parola all'esperto, dunque. E tutto per un pezzo di plastica. Si massaggiò di nuovo le tempie.

La porta si aprì e l'abitudine di anni lo fece scattare in piedi. Si afflosciò in un attimo, ricordando chi fosse il suo ospite. Uno andey, modello vecchio, per giunta. Lo vide avanzare sicuro, con la grazia del suo corpo artificiale. L'esperto chiamato per quel caso, già. Gli tese la mano, controvoglia.

Quello non la strinse. Con un volto serafico, sedette di fronte a lui, ignorando il braccio allungato sopra la scrivania. C'era forse un mezzo sorriso, mentre lo guardava ritirare la mano e accomodarsi, o ciò che il volto finto poteva spacciare per mezzo sorriso.

Fai anche il superiore?, pensò l'uomo. Molto simpatico, non c'è che dire.

«Mi chiamo Gaizka Etxebarria. È stato il suo capo a convocarmi, per il problema alla Synagov».

«L'incidente del robot rotto, già. Come compagnia assicurativa, abbiamo bisogno di...».

Lo andey aveva già alzato una mano, a interromperlo.

«Mi dica».

«Non si tratta di un robot, lo sa. E non era rotto».

L'uomo non fece obiezioni. C'era abituato, col suo lavoro.

«Ha ragione, dottor Extebarria, la prego di scusarmi. Il caso del corpo artificiale non funzionante, al palazzo della terza filiale della Synagov, giusto?».

«Giusto». Di nuovo il mezzo sorriso, forse il massimo che potesse spremere dalla sua faccia di plastica.

«Come le avranno già detto, abbiamo bisogno di una perizia ufficiale, per escludere ogni eventualità di atto doloso, prima di procedere con il pagamento dell'indennizzo stipulato. Le indagini hanno per il momento stabilito la natura accidentale del mancato funzionamento, ma dobbiamo esserne sicuri, per evitare che si ripetano tentativi di frode già avvenuti in precedenza».

«Rimango sempre sorpreso, di fronte alla vostra efficienza. Anche ai miei tempi era così: meglio un investigatore assicurativo che un investigatore di polizia. Complimenti davvero».

«Lo sa anche lei come vanno queste cose», replicò con un sorriso di circostanza e ignorando il vago senso di ironia. «Immagino che lei avrà già preso visione dei documenti che vi abbiamo spedito».

«Naturalmente, tutti molto dettagliati e precisi. Avrei però bisogno di osservare il corpo artificiale coi miei occhi, se la cosa è possibile. Si tratta di una procedura indispensabile, ai fini della perizia».

«Nessun problema per questo. Il corpo lo abbiamo in custodia noi, per assicurarci contro possibili manomissioni a opera di terzi. Dovrò soltanto avvisare la polizia, se lei riterrà necessario rimuovere i sigilli. Sempre per sicurezza, mi capisce».

«La capisco. Non credo ce ne sarà bisogno, ma glielo saprò dire solo dopo aver verificato».

«D'accordo, allora mi segua», disse, alzandosi. Gettò uno sguardo verso lo andey, mentre usciva dal suo ufficio. Sciolto e naturale, nonostante fosse una macchina. «Ha già formulato una sua ipotesi sulle cause dell'incidente?».

Gaizka Etxebarria sfoderò ancora una volta il mezzo sorriso.

«Suicidio».

*****

Ricordi?

Di nuovo la voce, a pulsare sotto la fronte. Arrivava sempre nei momenti di tensione, quando aveva troppe cose a cui pensare. Doveva solo abituarsi, dicevano, ma non era facile.

«Si sente bene?».

L'uomo alzò lo sguardo, spaesato. Lo andey lo fissava paziente, senza espressione, accanto al corpo artificiale. La macchina viva e la macchina morta, pensò d'impulso. Scosse il capo.

«Sì, nessun problema. Solo un poco di stanchezza, negli ultimi giorni non abbiamo avuto tanto tempo per riposare. Sa com'è...».

«Già, il tempo... Penso che ne avrà ancora meno, nei prossimi giorni. Quando renderete pubblica la storia, i cronisti vi mangeranno vivi». Altro mezzo sorriso. «Se la renderete pubblica, è ovvio».

«Questo non è di mia competenza. Io devo solo accertare la natura e l'entità del sinistro, il resto va a finire ai piani di sopra. Se ne preoccuperanno loro».

«Ma crede che la renderanno pubblica?».

«Solo se la Synagov lo riterrà opportuno. In fondo, sono loro a essere coinvolti direttamente. Ma è molto probabile che finirà insabbiata, come sempre. Nessuno desidera certa pubblicità, su nessuno dei due lati».

«Dunque non è il primo caso».

«Sono informazioni riservate». Il volto dell'uomo si indurì, per un attimo. «Ma se questo può essere d'aiuto per la sua perizia, sappia che è il primo caso in cui è coinvolto un... corpo artificiale». Esitò sull'ultima parola. Non era facile mascherare le abitudini di una vita, racchiuse in un nome: robot.

«Lo supponevo. Non credo però che rimarrà a lungo un evento isolato. Purtroppo per voi».

In silenzio, guardavano entrambi l'involucro trasparente che conteneva il corpo, simile a quelli usati per i cadaveri umani. Anche il contenuto era simile, dopotutto. Da una certa distanza, forse, poteva ingannare un occhio distratto. Ma la pelle finta era troppo perfetta, la struttura troppo simmetrica e ben proporzionata, per essere un'opera naturale. Teoricamente, avrebbero dovuto riprodurre l'originale con la massima fedeltà, ma solo i prodotti migliori ci riuscivano davvero. gli altri... beh, erano più simili a bambole di plastica che a esseri umani.

I prodotti migliori, però, non finivano sotto vuoto, nei magazzini di una compagnia assicurativa.

«Aveva accennato a una sua ipotesi, prima che scendessimo».

Lo andey osservò di sfuggita l'uomo, in piedi accanto a lui, a una distanza di sicurezza. Una spanna, circa: molto più vicino della media, tutto sommato. Forse era merito del suo lavoro.

«Un'ipotesi, già. Potremmo anche definirla certezza, a questo punto. Ci sarebbero ancora un paio di dettagli da controllare, ma si tratta solo di un pro forma. Posso già anticiparle l'esito con precisione. Non è il primo caso che vedo».

«Lei ha parlato di suicidio. È sempre questa la sua opinione?».

«È sempre questa la mia certezza, sì. Suicidio».

Si girarono entrambi, a quel punto, a guardarsi negli occhi: sorpreso e incredulo l'uomo, calmo e tranquillo lo andey. Accanto, rimaneva il corpo artificiale inattivo.

«Suicidio? Le vorrei ricordare che è un robot e i robot non si ammazzano. È veramente sicuro che la causa non sia un qualche guasto, un difetto di fabbrica, un virus, qualcosa del genere?».

«Le vorrei ricordare che non è un robot, ma un corpo artificiale. I corpi artificiali si ammazzano. Lo hanno già fatto più di una volta. Se lei non mi crede, posso fornirle tutta la documentazione che la sua compagnia riterrà necessario visionare. Suicidio: questa è la mia perizia».

L'uomo esitò. Parlare con quelli lo metteva sempre a disagio. Non potevi capire cosa avessero in testa, perché non potevi guardarli in faccia e riconoscere i loro pensieri. Quei loro occhi erano espressivi come bottoni di plastica, cosa che per certi versi erano.

Ma dice sul serio? O mi sta prendendo in giro?

«Mi scusi, non intendo mettere in dubbio la sua competenza, né voglio contestare i precedenti che, di sicuro, esisteranno in proposito. Il problema riguarda la mia compagnia e, nello specifico, come ci dobbiamo regolare sul piano legale per il pagamento dell'indennizzo. Un guasto è un conto, un suicidio un altro: non lo possiamo equiparare a un malfunzionamento, come era stato accertato dalle prime indagini. Lei mi capisce, la Synagov non la prenderà molto bene; potrebbe esserci una causa per incompetenza contro di noi. I soldi costituirebbero la preoccupazione minore, a quel punto».

«Il problema è vostro e della Synagov, non mio. Io sono stato chiamato a effettuare la mia perizia e il risultato è questo: suicidio. Il corpo artificiale, o meglio il suo proprietario, si è ucciso, ha smesso intenzionalmente di funzionare. Non è il primo dipendente di una azienda a commettere un suicidio sul posto di lavoro, vero? Oppure mi sbaglio?».

«Sì, ci sono precedenti in questo senso, ma in casi del tutto diversi».

«E la differenza in cosa consisterebbe? Nelle motivazioni? Nella tecnica di suicidio? È così diverso perché non ha lasciato un messaggio, prima di uccidersi? Non saprei, francamente io non la riesco proprio a vedere questa differenza».

L'uomo si passò una mano sugli occhi. Non ne poteva più di quella discussione. Era stupida, punto e basta. Voleva sentirselo dire in faccia? Bene, allora lo avrebbe accontentato, se ci teneva tanto. Il mal di testa cominciava a divorarlo.

«I casi che lei cita come esempio coinvolgevano tutti esseri umani. Ecco la differenza. Credevo che fosse sufficientemente chiara anche per lei, ma a quanto pare mi sbagliavo. La pregherei pertanto di voler accettare le mie scuse».

Lo andey non rispose subito. Rimase lì, a fissarlo col suo volto finto, capace solo di esprimere quei sentimenti per cui era programmato. Abbozzò di nuovo il mezzo sorriso.

«Già, come immaginavo. Il punto è questo. L'oggetto all'interno dell'involucro sigillato, sul tavolo, è un mucchio di plastica e ferraglia. I mucchi di plastica e ferraglia non si possono uccidere, è una cosa che sanno anche i bambini. Peccato che abbia dimenticato un piccolo particolare. Un dettaglio molto piccolo, invisibile a occhio nudo, ma fondamentale in casi come questo».

Fece una pausa, come a voler riprendere fiato, anche se non aveva bisogno di respirare. Il suo tono si abbassò di una ottava, per concludere il discorso. Molto teatrale, sospirò l'uomo.

«Là dentro è stata copiata la coscienza di un essere umano, lo sa?».

*****

Di nuovo in ufficio, seduti ai due lati della scrivania. Fra loro brillava lo schermo, riempito da tutta la documentazione del caso Synagov. Di tanto in tanto la osservavano distratti, per ripescare i passi più significativi, come strumenti per rafforzare le proprie tesi. Discutevano.

Il corpo artificiale era stato restituito alla quiete del magazzino, senza bisogno di infrangere i sigilli posti dalla polizia. Etxebarria lo aveva esaminato in fretta, indicando all'uomo un paio di particolari che, a suo dire, dimostravano il suicidio. Non lo riuscì a convincere. Ipotesi plausibili, certo, ma alla base rimaneva sempre lo stesso problema: una macchina poteva uccidersi?

«Guardi, sotto il profilo umano potrei anche capire la sua posizione, ma la questione, qui, è diversa e si colloca sul piano legale. Nessuna corte accetterebbe mai la tesi che lei sostiene e la Synagov ci riderebbe in faccia, se le andassimo a raccontare che questo suo dipendente si è suicidato».

«E perché questo suo dipendente non si sarebbe potuto suicidare? Mi spieghi, io non riesco proprio a capire la distinzione che lei sta operando».

«Perché questo suo dipendente è solo un veicolo, non la persona reale. La persona reale è ancora là da qualche parte, viva e vegeta. Mi pare che lo sappia anche lei, giusto? E siccome sul piano legale ci troviamo davanti a un mero oggetto, un veicolo, per l'appunto, della sua coscienza, detto veicolo può essere danneggiato, può guastarsi, può essere contaminato da un virus, può anche votare. Ma non può suicidarsi. Perché è un veicolo».

«E io le ripeto che il soggetto in questione ha cessato volontariamente di funzionare: in altri termini, si è suicidato. Si è suicidato anche se è un veicolo, anche se è solo un oggetto, in base alla vigente normativa in materia. Glielo ripeto proprio perché io so benissimo cosa sia un corpo artificiale, lo so mille volte meglio di lei».

«Su questo ha indubbiamente ragione», disse l'uomo, cercando di addomesticare la discussione. Gli stava facendo perdere già abbastanza tempo e non aveva alcuna voglia di mettersi a litigare con uno andey, soprattutto per un motivo simile. Si sentiva pulsare le tempie, man mano che il mal di testa straripava. Sapeva bene cosa sarebbe successo dopo.

«Su questo ha indubbiamente ragione e io sono pronto a riconoscere la sua competenza in materia, che poggia su basi molto solide. Il problema, però, come ho cercato di spiegarle, è differente. Posso essere d'accordo con la sua perizia e accettare il suo responso di morte per suicidio, ma il fatto è che non lo posso presentare così come è al direttore, né il direttore lo potrà presentare alla Synagov. Se anche è corretto sul piano umano, e io non sono in grado di contestarlo, resta sempre improponibile sul piano legale. Lo capisce questo? È il punto attorno a cui ruota la questione».

«Lo capisco benissimo, non si preoccupi, ma non per questo posso falsificare la mia perizia».

«Non si tratterebbe di una falsificazione, ma di una piccola correzione. Modificare la prospettiva e presentare il risultato sotto un profilo differente. Dopotutto, anche il suicidio può essere considerato un malfunzionamento, giusto? Anche in campo psicologico, le vecchie interpretazioni umanistiche sono ormai tramontate e il suicidio è considerato come un semplice squilibrio chimico nel cervello del soggetto. Dato che in un corpo artificiale il cervello è, a conti fatti, uno strumento, la possibilità che si siano verificati malfunzionamenti è ancora più semplice da sostenere».

«È una posizione semplice, d'accordo, ma sempre erronea. Qui si tratta di una scelta deliberata, che la coscienza ha compiuto e portato a termine di sua spontanea volontà. Il cervello, o il computer che ne fa le funzioni, se così preferisce, è stato rinvenuto intatto e privo di difetti. Questo lo sa anche lei. Semplicemente, la coscienza che è stata copiata al suo interno ha deciso di morire. Tutto qui».

«E non ci sono errori di fabbricazione, problemi legati all'usura e così, via, giusto?».

«Lo può vedere lei stesso. È tutto nella documentazione che già possedete».

«Lo so, ma speravo ci fosse qualcosa che le prime analisi avevano trascurato. Vede, è proprio per questo che ci siamo dovuti rivolgere a un esperto come lei. Speravamo che lei ci potesse fornire una soluzione alternativa, che andasse bene sia per noi, sia per il nostro cliente. E invece...».

Allargò le mani davanti a sé, come a indicare l'inutilità del tutto. E invece lei se n'è uscito con questa sua storia del suicidio, che è ancora più assurda del resto. Lo avrebbe voluto dire, lo avrebbe voluto urlare sulla faccia inespressiva che aveva di fronte. Non poteva. In un modo o nell'altro, ne doveva cavar fuori una perizia plausibile, in linea con la legge. Era il suo lavoro. Sospirò.

«Si tratta proprio di un suicidio, vero?».

«Vero. Se ha pazienza, glielo posso dimostrare anche attraverso un confronto coi casi precedenti in mio possesso. Presentano tutti le stesse modalità di cessazione del funzionamento. È per questo che ho dovuto esaminare il corpo, per verificare che...».

«Va bene così. Le sue spiegazioni sono senza dubbio interessanti, ma ci porterebbero troppo lontani dalla meta. Il tempo è ancora un problema, per noi, e di tempo ne ho già dedicato parecchio a questo caso. Non ne voglio sottovalutare l'importanza, ma adesso bisognerebbe arrivare a una conclusione. Una conclusione che sia accettabile da entrambe le parti, possibilmente».

«Già. Il tempo è ancora un problema, per voi. A volte me ne dimentico». C'era delusione, sul volto di Etxebarria? Forse, o forse ciò che più si poteva avvicinare, tra le espressioni di cui disponeva. E un'ombra di un sentimento diverso, qualcosa che emergeva solo dalla postura, dal tono della voce.

Sembrava afflosciato, come un uomo che si arrende a un potere superiore.

«Vuole la sua perizia, dunque».

«Se le fosse possibile, mi sarebbe di grande aiuto».

«D'accordo». Lo andey chiuse gli occhi, come a raccogliere le idee. «Le lascerò due perizie, firmate e pronte per essere accluse alla documentazione in suo possesso. La prima sarà quella vera e avrà il suicidio come causa del cessato funzionamento. La seconda evidenzierà un microscopico guasto nel cervello, un difetto impredicibile, come a volte se ne riscontrano anche nei computer quantistici più perfezionati. Questa è la prassi decisa per i casi analoghi. A lei lascio la scelta, così saremo contenti entrambi. Giusto?».

«Giusto».

L'uomo si rilassò sulla sedia. Era una soluzione che scontentava entrambi, in realtà, ma era proprio quella che avrebbero voluto ai piani alti. Sistemava il guaio: un bel difetto strutturale, il pagamento del relativo indennizzo e tutti amici come prima. Non gli piaceva quel lavoro, ma era il suo lavoro.

Sospirò. Si stava già alzando per stringere la mano allo andey, quando il mondo divenne nebbia.

*****

Ricordi?

La voce riecheggiava nel vuoto grigiastro della sua mente. Si sentiva leggero, un pallone gonfiato di elio e abbandonato nel vento. Ricordi? Ricordi? C'erano altre parole, altre immagini, ma erano tutte confuse, si mischiavano, si sovrapponevano. Emergeva solo quella domanda, nitida. Ricordi?

«Si sente bene?».

Qualcuno lo chiamava, una persona concreta, un suono che aveva anche un corpo. Una voce reale, a cui potersi afferrare. La inseguì verso la superficie, la coscienza, lasciandosi indietro il pantano dei ricordi, un passato che non voleva morire.

«Si sente bene? Vuole che le chiami qualcuno?».

L'uomo aprì gli occhi. Di fronte, a fissarlo, gli obiettivi minuscoli di due sensori, seppelliti nel nero artificiale delle pupille. Non c'era preoccupazione in essi, né nella voce che gli parlava. Non poteva esserci preoccupazione autentica su quella faccia di plastica. Lo andey.

«Cosa... cosa è successo?», cercò di chiedere, con la bocca ancora impastata.

«Credo che lei abbia avuto una momentanea perdita di coscienza, dovuta forse a un improvviso calo di pressione. Oppure non si sentiva bene già da prima? Vedo che la sua temperatura corporea è un poco salita: magari si è trattato di una vertigine, causata da un principio d'influenza».

L'uomo strinse gli occhi, cercando di aggrapparsi a qualcosa di stabile, nel flusso di informazioni che Etxebarria gli stava riversando addosso. Tipico di uno andey, già. Doveva essersene rimasto lì a fissarlo e fare tutti i suoi calcoli, mentre lui sveniva. Era troppo facile dargli una mano, no?

«No... non so, ma ora va meglio. È solo un leggero mal di testa, nulla di grave. Mi viene di tanto in tanto: sarà lo stress, sa, con questo lavoro...».

«Dolore, già». Lo fissava in silenzio, quasi stesse esaminando una bestia rara. «Non è proprio una cosa che abbia molto a che vedere con noi, dopotutto». Il solito mezzo sorriso. «Ma non mi pare si tratti di stress, nel suo caso. Si è per caso sottoposto a un intervento al cervello, di recente? Forse un intervento di rimozione, per essere più precisi?».

«Non mi pare che la cosa la possa riguardare, dottor Etxebarria», rispose, cercando di essere il meno sgarbato possibile. Quel tizio stava diventando odioso.

«Ha perfettamente ragione, non mi riguarda. È solo che lei continuava a ripetere una parola, mentre era privo di sensi. Una domanda, per essere più precisi. Ricordi? Diceva proprio questo. Suppongo dunque che sia stato un intervento di rimozione: ho notato che presenta molti degli effetti collaterali normalmente associati a questo tipo di pratica. Incluso il mal di testa».

«D'accordo, mi sono sottoposto a un intervento di rimozione. Questo però non ha nulla a che vedere col caso di cui stavamo discutendo. Inoltre, e la prego di scusare la mia franchezza, non penso che il problema possa essere di sua competenza. È un intervento a cui si sottopongono solo gli umani. O sbaglio?». Si accarezzò lentamente la fronte.

«No, non si sbaglia. Non del tutto, almeno. C'è però un particolare che non ho potuto fare a meno di trovare molto ironico, in questa faccenda. Direi che il suo intervento di rimozione ha molto a che vedere col caso di cui discutevamo. In fondo, è ciò che la accomuna a quel corpo artificiale».

«Non la seguo. Cosa sta cercando di insinuare? Quel robot si è, come dice lei, suicidato e non credo che un suicidio abbia qualcosa a che vedere con una cancellazione di ricordi. Mi sembrerebbe una soluzione troppo drastica al problema, non pensa?».

«Già, lei non capisce. Eppure, quel corpo artificiale», sottolineò le parole, «ha fatto proprio la stessa cosa che ha fatto anche lei. Ha cancellato i ricordi. Una piazza pulita del passato, per ricominciare da zero. Anche se, con tutta probabilità, immagino che avrebbe preferito non ricominciare affatto, ma questo non glielo permetteranno».

«Continuo a non capire».

«Lo so, lo so. Non riesco mai a mantenere la necessaria oggettività, in casi come questo. Casi che mi riguardano molto da vicino, visto che, come lei ha avuto la gentilezza di evidenziare, anche io mi trovo nelle stesse condizioni di quel corpo artificiale. La differenza è che io sono attivo, almeno per ora. È questo a fare di me l'esperto nel settore». C'era ironia nella voce, quel tanto di ironia che una voce sintetica gli permetteva di esprimere.

«La prego di scusarmi, non era mia intenzione offenderla. Ho parlato d'impulso e il mal di testa non mi è certo d'aiuto nel ragionare con lucidità. Quello che volevo dire è che...».

«Lo so cosa voleva dire», lo interruppe con un cenno della mano. «Lo so e lo capisco bene. Credo forse che sia lei a non capire quello che io sto cercando di dirle».

«È vero, non la capisco. Non capisco come il suicidio possa essere un modo per fare piazza pulita e ripartire da zero. Il suicidio è la fine: non ci sono più partenze, a quel punto».

«Per voi umani è così. Per noi è diverso. Vede, in fin dei conti aveva ragione lei. Malfunzionamento è molto più adatto che suicidio, per descrivere questo caso. Il resto non è che idealismo partigiano. Le ho fatto perdere fin troppo tempo, che per lei è ancora prezioso, ha ancora valore. Per noi è un concetto astratto, che possiamo ricordare e misurare. Niente altro. Non so cosa ci sia dietro il suo intervento di rimozione, ma si accorgerà che non ha risolto nulla. E ora la saluto, è meglio».

«Aspetti. Cosa intende dire? Perché non avrei risolto nulla?».

«Perché la rimozione cancella una fermata, non il ciclo. È come il suicidio per uno di noi. Si taglia un ramo, ma l'albero continua a crescere, le cicatrici rimangono. Neppure i suoi ricordi se ne sono andati del tutto, giusto?».

«Mi hanno detto che è normale. Solo di rado si giunge a una cancellazione completa e definitiva».

«Eppure lei ha tentato lo stesso. Ha ritenuto che fosse meglio puntare su quella piccola possibilità, piuttosto che andare avanti coi suoi ricordi». Puntò il dito verso la porta. «Lei ha fatto come il robot che avete in magazzino. Come la maggior parte di noi tenta di fare, presto o tardi».

*****

Il tempo era prezioso per l'uomo, ma ne scivolò via molto, prima che parlasse di nuovo. Sedevano in un ufficio ordinato, piccolo e preciso, l'uno di fronte all'altro. In mezzo, sulla scrivania, le due perizie attendevano che si compisse la scelta. Guasto o suicidio?

Due volte il direttore lo richiamò all'ordine, due volte i suoi messaggi rimasero senza risposta. Gli squilli furono sassi in uno stagno, che increspano per un istante l'acqua, prima di perdersi sul fondo. L'uomo si teneva la testa tra le mani, forse rifletteva, forse lottava contro il fango dei ricordi. Il suo lavoro attendeva, tra parentesi. Non era più importante.

Fu lo andey a rompere il silenzio. Proprio lui, che pure si era liberato dalla prigionia delle ore e dei giorni, per precipitare in una prigionia differente.

«Si sente bene?».

«Non lo so. Non molto, credo. C'è qualche problema?».

«Mi è parso di capire che prima avesse una certa fretta. Vuole che me ne vada, oppure ci sono altre domande che mi deve porre? Le sue perizie sono qui, sulla scrivania. Non deve fare altro che darne uno al suo direttore e cancellare l'altra. La scelta è sua, come le ho detto».

«Sì, lo so, ma il problema non è questo». Posò le mani davanti a sé, sul tavolo, e guardò Etxebarria negli occhi. «Vorrei che mi spiegasse ancora una cosa, se le è possibile. Lei prima ha sostenuto fino all'ultimo la tesi del suicidio e adesso mi viene a dire che in fondo è stato solo un difetto nel corpo artificiale. Mi ha presentato due differenti perizie e mi dice di scegliere quella che preferisco. Cosa significa tutto questo? Poi se ne esce con la storia che il mio intervento di rimozione è identico al vostro suicidio. Dove vuole arrivare? La prego di spiegarmelo».

«Anche questo le serve per l'indennizzo della Synagov?».

«No. Questo serve a me, a titolo personale».

Si fissarono. Il direttore chiamò per la terza volta, prima che l'uomo staccasse la linea. Che stesse buono anche lui. Non sarebbe morto nessuno, se il dossier avesse ritardato di tre o quattro minuti. O anche dieci, se necessario. Prima doveva sapere.

«Ha ragione», disse lo andey. «All'inizio ho sostenuto la tesi del suicidio, perché in effetti è proprio questo che è successo: il corpo artificiale si è ucciso, cessando volontariamente di funzionare. Ma in fondo lo possiamo considerare un semplice guasto, perché nessuno è morto veramente. Tutto ciò che è andato perduto, in pratica, è una copia della sua coscienza, assieme ai ricordi che essa aveva immagazzinato. L'originale è vivo e vegeto... da qualche parte». Agitò una mano, con noncuranza.

«Ho paura di non riuscire a seguirla».

«Sa che cosa siamo... noi? Sa perché ci teniamo tanto a essere definiti corpi artificiali e non robot?».

«Perché la vostra mente è di origine umana, è la copia del cervello di un uomo, giusto? Non si tratta di un semplice computer programmato da un tecnico, come lo è quello di un robot. Ora, non ho idea di come si faccia a copiare un cervello, non è il mio campo, ma la differenza è questa, no?».

«Sì, è all'incirca questa. Una spiegazione molto semplicistica e parziale, ma possiamo usarla come punto di partenza, se per lei va bene».

«Per me va bene, purché ora non mi sommerga di formule, equazioni e roba del genere. Sarebbe inutile, sono un investigatore assicurativo, non uno scienziato».

«Non si preoccupi, cercherò di essere discorsivo e semplice. Non ci sarà bisogno di scomodare la matematica, vedrà». Etxebarria si sistemò meglio sulla sedia, unendo la mani davanti a sé, sopra la scrivania. Sembrava la caricatura di un vecchio barone universitario, pronto a catechizzare un'orda di matricole. «C'è un altro punto importante che lei non ha sottolineato. Vede, noi non siamo solo le copie di un cervello umano. Noi siamo esseri umani: perlomeno, siamo coscienze umane, fornite di un corpo artificiale. Il nostro corpo originale, di carne, è diventato inutilizzabile, per varie ragioni: ora è custodito da qualche parte, ancora vivo, e i nostri pensieri sono stati copiati all'interno di una struttura che riproduce le funzioni del cervello a neuroni. È un computer quantistico come quello di un robot, a voler essere precisi, ma questo non ha rilevanza».

«Aspetti un attimo. Mi sta dicendo che il corpo artificiale è una specie di... di protesi definitiva, per uomini gravemente handicappati?».

«Se la vuole mettere in questi termini, diciamo pure di sì. Io le avrei proposto invece l'immagine di un simulacro, una illusione in cui l'individuo ritrova il proprio corpo integro e normale. Ovviamente non funziona proprio così, ma è la spiegazione ufficiale, a beneficio dell'opinione pubblica. Sembra un nobile gesto di volontariato, non è vero?».

«Già, sembrerebbe. Ma immagino che ci sia una pecca, da qualche parte. Lei mi ha accennato a vari casi di suicidio, che avrebbero coinvolto altri nella sua stessa condizione. Dunque, non si tratta del rimedio perfetto alle invalidità totali, come viene pubblicizzato».

«Proprio così. Il corpo artificiale non è il corpo naturale, per quanto possano costruirli simili. Alcuni aspetti lo rendono migliore, altri lo rendono peggiore. Sarebbe complicato spiegarle le differenze in ogni dettaglio: lei è ancora legato al tempo e io non voglio fargliene perdere troppo. Diciamo che il nostro attuale corpo è una versione perfezionata e ottimizzata del corpo umano, privo di tutti i suoi difetti. Privo anche di tutto ciò che lo renderebbe umano».

«C'è dell'altro, vero? Perché fino a questo punto non capisco che analogie ci possano essere con la mia condizione e col problema dei ricordi».

«Ci stavo arrivando. Questo corpo non è che un sogno, così come la nostra personalità. Siamo copie di un individuo originale, che dorme da qualche parte. Hanno costruito un involucro a immagine e somiglianza della persona, lo hanno dotato di un cervello quantistico e hanno copiato il tracciato dei suoi neuroni all'interno di questo cervello. Una copia esatta del suo pensiero, impiantato nel corpo artificiale. Questo vale anche per me. Il vero Gaizka Etxebarria è un corpo inerte, custodito e curato in un apposito ospedale: non sa più nulla, non sente più nulla, da anni. Io sono un manichino uguale a lui, sono lo schema dei suoi pensieri. Vivo la sua vita e sono Gaizka Etxebarria, eppure allo stesso tempo non sono niente. Ecco la mia identità».

L'uomo lo guardava senza parlare. Conosceva i corpi artificiali, erano in circolazione fin dall'epoca di suo padre, ma non aveva mai immaginato cosa fossero in realtà. Pensava a robot col cervello di un uomo, ma non pensava al processo assurdo e folle, che copiava una coscienza in un guscio finto, mentre l'originale era addormentato per sempre.

«Allora a suicidarsi è solo una copia, la riproduzione dei pensieri di un individuo. A conti fatti non muore nessuno, giusto?».

«Esattamente. A conti fatti non muore nessuno. Il suicidio non è che la cancellazione di una copia, quella custodita in un dato corpo artificiale. Basta solo eseguire un'altra copia e l'individuo rinasce, all'interno dello stesso involucro oppure in uno diverso, in caso di danneggiamento».

«Dunque è inutile uccidersi, per voi. Otterreste solo un breve intervallo, prima di ricominciare da capo. Allora perché lo fate? Che senso ha per voi?».

«È per i ricordi. Soltanto questo scompare, con la morte: i ricordi che quella copia custodiva».

«I ricordi... Già, ora capisco. Un intervento di rimozione, in pratica. Un modo per cancellare tutto il passato e ripartire da zero. Ma è così terribile la vostra vita? Dopotutto, avete ottenuto le cose che ogni uomo desidera: immortalità, eterna giovinezza, assenza di dolore...».

«Ma abbiamo perso per sempre le cose che ogni uomo ha. E quando sei costretto a trascorrere ogni istante assieme alla tua coscienza, chiuso in un corpo che non ti appartiene, isolato dagli altri, la vita può diventare un peso insopportabile. Ammesso che si possa ancora parlare di vita».

L'uomo non trovò nulla da rispondere. A chi stava parlando, in fondo? A una fotocopia di cervello, portato in giro da un pupazzo. Il vero Gaizka Etxebarria era un corpo addormentato, nel letto di una qualche clinica specializzata. Guardò l'involucro che aveva davanti, le pupille in cui si celavano minuscoli sensori. La sua finestra sul mondo. Era davvero vita, quella?

«Non avete un modo per interrompere questo ciclo? Un modo per uccidervi davvero?».

«Per legge, solamente il nostro corpo originale può deciderlo e farne richiesta. Sarebbe una specie di eutanasia, in quel caso: i medici provvederebbero a scollegare i macchinari che ci tengono in vita e il ciclo avrebbe fine. Peccato solo che il corpo originario sia mantenuto in uno stato di coma, stato in cui diventa piuttosto difficile esprimere una volontà qualsiasi».

Il sorriso ironico dell'uomo era una copia quasi perfetta del mezzo sorriso dello andey. In più, aveva tutta l'amarezza che il volto artificiale del suo interlocutore non avrebbe mai potuto esprimere.

«In coma, già. Dal momento in cui avete cominciato la nuova esistenza, suppongo».

«Esattamente. Per legge, il corpo base deve essere preservato vivo, ma privo di coscienza, perché la nostra coscienza è espressa mediante il corpo sostitutivo. Il coma farmacologico è il solo modo per conservarlo in vita, a oltranza: siamo vegetali, ma vegetali che potrebbero vivere teoricamente per sempre. A patto di non risvegliarsi, ovvio. E, come beffa, l'unico individuo autorizzato ad assumere decisioni sull'integrità del corpo base è il corpo base stesso».

«Niente suicidio, dunque». Lo sguardo dell'uomo cadde sulle due perizie. «Ma allora perché? Spera forse di sollevare l'opinione pubblica, annunciando il suicidio di un corpo artificiale? Spera che le leggi in materia possano cambiare, di fronte a uno scandalo? In questo caso, le posso dire subito che questa perizia non arriverebbe mai al pubblico. La insabbierebbero, se anche io decidessi di offrirla al mio direttore. Alla fine, sarebbe un altro caso di malfunzionamento. Lo sa anche lei, vero?».

«Lo so. È la stessa cosa che si è verificata in precedenza. Non è il primo caso, come le ho già detto. Eppure mi ostino a tentare, ogni volta. Chissà, prima o poi potrebbe davvero servire a qualcosa. Un documento, fra i tanti, potrebbe riuscire a passare, anche solo per sbaglio. In fondo, il tempo non mi manca. Posso avere molta pazienza».

Ricordi?

L'uomo cominciò a passarsi meccanicamente una mano sulla fronte, a massaggiarla. Mal di testa: si sarebbe fermato anche quello, prima o poi, vero? Forse i medici non erano stati del tutto onesti, nel descrivere i possibili effetti collaterali. Non avevano accennato alla durata, soprattutto.

«Di nuovo il mal di testa?».

«Una fitta passeggera. Sono cose che capitano, dopo una rimozione. Giusto?». Sorrise ironico.

«Giusto. Ma valeva davvero la pena di cancellare quei ricordi?».

«Credo di sì. Credo che fossero più dolorosi del mal di testa». Di nuovo si accarezzò la fronte. «O almeno me lo voglio augurare, ormai che sono arrivato a questo punto», aggiunse sarcastico.

«I ricordi sono sempre pesanti da portare. Noi crolliamo, ad accumularne troppi, perché ricordare significa prima di tutto prendere coscienza del nostro nuovo corpo. Accorgerci di ciò che abbiamo perso per sempre, dei nostri sensi alterati. Trovare un equilibrio è la cosa più difficile del mondo».

«E il suicidio vi aiuta?».

«Il suicidio cancella i ricordi. Quando ci riattivano, siamo di nuovo al punto di partenza, la nostra mente è la prima copia dell'originale. Non abbiamo più le esperienze fatte nel corpo artificiale, così lo dobbiamo scoprire da capo. Ogni volta, ci regalano una nuova possibilità di accettarlo. Siamo in pochi a farcela, tuttavia».

«È così dura?».

«Sa perché non le ho stretto la mano, dopo essere entrato in questo ufficio? Lo avrà notato, credo».

«Sì, l'ho notato, ma credevo fosse solo una questione di preferenze personali, magari di cultura, o di semplice maleducazione. A volte mi capita, coi miei clienti».

«Già, capisco. Vede, il nostro corpo è una versione ottimizzata del corpo umano. Così dicono, quelli che lo hanno progettato per noi. Ci hanno dato ciò che all'uomo manca e ci hanno tolto ciò che per l'uomo è ritenuto superfluo. Soprattutto, il nostro apparato sensoriale ha subito profonde modifiche. Hanno escluso e sostituito tutti gli stimoli inutili, quei sensi non indispensabili per una vita normale. Ottimizzato, dicono. Io sono uno dei primi a essersi sottoposto al trattamento. Vivo in questo stato da ottantadue anni e non sono invecchiato di un giorno. Ho stretto un numero incalcolabile di mani, in questo periodo, mani di ogni tipo». Fece una pausa, guardandosi il palmo.

«Non ne ho toccata nessuna».

*****

L'uomo era solo, nell'ufficio. Lo andey se n'era andato già da tempo, lasciando dietro di sé le due perizie. Suicidio e malfunzionamento. Il direttore ne stava ancora attendendo una, per concludere la pratica. Sistemare il caso Synagov, pagare l'indennizzo e consegnarlo agli archivi. Punto.

Avrebbe voluto chiedere molte altre cose a Etxebarria. Avrebbe voluto chiedergli il significato di una mano, per lui. Avrebbe voluto chiedergli perché aveva accettato quell'esistenza: forse neppure a lui avevano spiegato tutti gli effetti collaterali, prima. Avrebbe voluto chiedergli l'origine di quel termine, andey, e sapere se fosse davvero così offensivo come suonava. Avrebbe voluto chiedergli cosa si provava, a vivere coi sensi che gli avevano lasciato e coi surrogati di cui disponeva.

Non gli aveva chiesto nulla. Etxebarria se n'era andato, per non fargli perdere altro tempo. E non gli aveva stretto la mano, uscendo. Sospirò. Non gli piaceva quel lavoro, ma era il suo lavoro.

Quando le fitte del mal di testa si furono calmate, l'uomo si occupò delle perizie. Entrambe valide, entrambe pronte per essere allegate al resto della documentazione. Solo una, però. L'altra sarebbe svanita nel nulla. Come un ricordo, dopo una rimozione.

Le lesse con cura, annuendo, compiaciuto dello stile asciutto e rigoroso. Prove inattaccabili, tanto l'una quanto l'altra. Nessun tribunale le avrebbe mai potute mettere in dubbio, ma nessun tribunale le avrebbe mai viste. Certe questioni vanno concluse tra le mura di casa.

Era stato un suicidio? O un malfunzionamento?

L'uomo pensò al discorso di Etxebarria, l'ostinazione con cui continuava a sottoporre agli altri una doppia verità. Una lotta inutile, nessuno avrebbe mai riconosciuto certi diritti agli andey. Non aveva convenienza, potevano crearsi pericolosi precedenti. Pensò al direttore, che attendeva i risultati, nel suo ufficio tre piani più in alto. Pensò alle pressioni della Synagov, che pretendeva il suo indennizzo e nessun altro problema. Guardò di nuovo le perizie.

Ricordi?

L'uomo si passò una mano sulla fronte, in un gesto ormai abituale. Era morto qualcuno? Soltanto un agglomerato di ricordi, le esperienze fatte dallo andey fino a quel momento. Poteva considerarlo un suicidio? Era una semplice rimozione e la rimozione non è un suicidio. I ricordi non contano.

Con un gesto, cancellò la prima perizia. Malfunzionamento, così sarebbero stati contenti tutti.

Così saremo contenti entrambi. Giusto?

Etxebarria poteva anche permettersi di continuare una battaglia che non avrebbe vinto mai: aveva l'eternità dalla sua parte. Lui no. Lui era solo un investigatore assicurativo come decine di altri, con un direttore a cui rendere conto, che non ci avrebbe pensato due volte a licenziarlo, se gli avesse causato una grana. Il suicidio di un robot sarebbe stata una grossa grana.

Malfunzionamento. I robot non si suicidano e neppure i corpi artificiali. Fine del discorso. Il mal di testa stava tornando alla carica, pulsazioni sorde dietro le tempie, un martello che lo spappolava. Solo un effetto collaterale. Prima o poi sarebbe sparito da solo. Giusto.

Ricordi?

No, non ricordo. Non più.

Con un sospiro, aggiunse la seconda perizia al resto della documentazione. Il direttore sarebbe stato soddisfatto. Forse avrebbe brontolato un poco per il ritardo, ma niente di peggio. Tutto era andato nel modo che voleva lui, come sempre. Tutto regolare. L'uomo si concesse una smorfia.

Non gli piaceva quel lavoro, ma era il suo lavoro.

di Adriano Marchetti