Adriano - racconti e altro

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Bava Beccaris

Tutto cominciò col decreto legge che aboliva il denaro contante. Ne avevano discusso a lungo sia in società che in poltrona, e quasi tutti erano sicuri che non sarebbe mai successo. È solo per provocare e stimolare il dibattito, sapete. Lo dicono per svegliarci. Vogliono scuotere e ammodernare il paese. Non lo faranno mai davvero. È solo per fare scena, pubblicità. Figuriamoci.

Solo che lo avevano fatto. Davvero. C’era stata qualche incontro con le parti sociali e il decreto era stato ritoccato un poco, una virgola qui e un punto là, ma la sostanza non era cambiata. Per il denaro contante la campana suonava a morto: sarebbe stato abolito e i bravi cittadini avevano tempo fino al trentuno di dicembre per depositare le loro scorte presso la più vicina filiale bancaria. Banconote e monete sarebbero state distrutte: era un reato il loro semplice possesso, a partire dal primo gennaio.

Poi i numismatici e collezionisti avevano protestato e minacciato lo sciopero a oltranza. Il governo ne aveva discusso con altre parti sociali e aveva accettato un piccolo compromesso: era consentito il possesso di una modesta quantità di denaro a scopo di collezione, ma solo se non aveva corso legale da almeno trent’anni. I numismatici avevano brontolato un poco, ma si erano arresi.

E gli altri? Applaudivano. Il discorso del megapremier Ramarri era stato commovente, aveva saputo toccare lo spirito della nazione e aveva indicato la via che l’avrebbe condotta a un futuro più puro e luminoso. Il contante aiutava le mafie e il crimine. Per il bene dei bambini, era nostro dovere morale costruire un paese migliore e più sano. Con le banche a controllare e gestire ogni tipo di transazione economica e commerciale, dalle più piccole alle più grandi, avrebbero trionfato onestà e sicurezza. Chi si opponeva ai pagamenti smart aveva chiaramente qualcosa da nascondere ed era un criminale.

Le persone perbene non avevano da temere alcunché. La banca è tua amica.

Blablabla.

Non tutti lo avevano accettato. C’erano state manifestazioni a favore dell’iniziativa, coi cittadini che scendevano in piazza a bruciare pezzi di carta colorati come banconote e a ricevere gli applausi dai poliziotti in alta uniforme, ma c’erano anche stati gruppi di gentaglia che si erano radunati in piazza senza autorizzazione, a urlare slogan di cattivo gusto e agitare cartelloni e striscioni che mettevano in dubbio rettitudine e onestà del megapremier. Una barbarie, a cui il governo era stato costretto a rispondere nell’unico modo che certa feccia antropomorfa poteva capire. Ma lo aveva fatto con le lacrime agli occhi, sapete: come il buon padre che deve punire l’amato figlio per educarlo.

«Hanno mandato Bava Beccaris,» disse l’attempato geometra Righini, quasi-capo del loro gruppo.

Prima calò il silenzio nella sala, poi si levarono cauti mormorii di disgusto e orrore, sparsi e incerti.

«Non ci deve sorprendere,» proseguì il geometra. «Lo hanno progettato apposta ed era ovvio che lo avrebbero usato davvero, prima o poi. Non sarei sorpreso se tutta questa storia fosse solo una scusa per collaudarlo sul campo. Certa gente sarebbe capace di tutto, sapete.»

I presenti annuivano e mugugnavano il proprio accordo. Sapevano, già. O erano convinti di sapere, che nella maggior parte dei casi è fondamentalmente la stessa cosa.

Arrigo Tortora li osservava dal suo angolo, schiena al muro e braccia incrociate. Il geometra Righini aveva cominciato a raccontare in dettaglio cosa aveva fatto Bava Beccaris, quando la polizia aveva scatenato la bestia sulla gente che protestava in piazza Duomo a Milano e causava un serio disturbo a turismo e commercio. Lo aveano già visto tutti cosa avesse fatto. Video censurati erano accessibili ovunque e a chiunque, ma il geometra lo raccontava lo stesso. Era quel tipo di persona, capite.

Nessuno dei presenti alla riunione di quella sera era stato presente anche a Milano. Non ci sarebbero stati oggi, se ci fossero stati ieri. Che in realtà non era ieri, ma una settimana prima, però il punto è lo stesso: i due eventi erano mutualmente esclusivi. Se avevi partecipato al primo, a Milano, adesso non potevi più partecipare ad altri. Non in carne e ossa, almeno. In spirito chissà.

Arrigo annuiva e sbadigliava. Sapeva che avevano ragione, a grandi linee, ed era per questo che lui partecipava agli incontri. Erano interessanti, grossomodo. Ti facevano sentire parte di qualcosa. Non qualcosa di alto livello, d’accordo, ma era meglio di niente. Più o meno. E poi non c’era pericolo, lì alle riunioni. Fuori nelle piazze ce n’era parecchio, ma nelle piazze lui non ci andava. E, a giudicare dal fatto che erano ancora tutti presenti, pure gli altri erano della stessa idea. Incluso il geometra.

Ma la filippica proseguiva. Righini descriveva l’arrivo di Bava Beccaris, come se fosse stato anche lui in piazza, assieme ai protestanti e ai loro slogan di dubbio valore artistico. Parlava di come tutti gli sbirri si fossero fatti da parte, «come il mar Rosso davanti a Mosè», ma non c’era alcun tipo di salvezza in arrivo, non per loro. C’era Bava Beccaris, che avanzava verso la folla. Che poi, diciamo la verità, non era una gran folla: giusto qualche centinaio. Ma erano una folla dentro.

E Bava Beccaris li aveva accolti. E pacificati, come il suo programma dettava.