Adriano - racconti e altro

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Sicurezza prima di tutto

L’incubo del professor Piero Stefanni partì dallo specchio del bagno, anche se lui non se ne sarebbe accorto ancora per diverse ore. Se è per questo, non si era neppure accorto del preludio, svolto in cucina mentre consumava una colazione solitaria da insegnante crepuscolare, che contempla triste il miraggio una pensione più remota del castello di Kafka. Il frigorifero aveva dato il la e il resto della casa lo aveva seguito in una ouverture silenziosa ma intensa. Lo specchio del bagno aveva aperto il primo movimento, potremmo dire. O qualcosa del genere, ci siamo capiti.

Il punto è che Piero Stefanni si era lavato i denti, come sempre, e aveva maledetto la piorrea, ancora come sempre. Aveva sfilato e posato gli occhiali, lavato la faccia, usato l’asciugamano, che in quella occasione era stato soprattutto asciugafaccia, infine rimesso gli occhiali. Fin qui, tutto normale. Poi Piero si era studiato la barba allo specchio, grigio-biancastra e corta al punto giusto, ben tenuta e ben rifinita, quasi identica a quella dei suoi trent’anni. Colore a parte, beninteso. Adesso di anni ne aveva sessantadue e non erano stati granché piacevoli: il castano di gioventù era diventato il grigio-biancastro di oggi, come era accaduto ai capelli superstiti. Tutto molto normale.

Ma i baffi avevano bisogno di una spuntata: cominciavano a coprire la bocca e non era bene. Non lo era perché a Piero Stefanni non piaceva, ma anche perché, nel suo lavoro, era importante tenere le labbra sempre libere da intralci. Il suo lavoro era insegnante di musica alle scuole medie: anche se i mostriciattoli che aveva per alunni non ascoltavano mai una lezione, lui era comunque tenuto a dare dimostrazione di come si suonava il brano del giorno. Lo strumento da usare era il classico flauto dolce soprano, diteggiatura barocca, cioè uno strumento a fiato.

Era dunque importante che gli studenti potessero osservare la corretta embouchure; un baffo troppo lungo avrebbe potuto ostacolare la visuale. Vero, i mostriciattoli non lo guardavano mai, se non per deriderlo, ma questo era un altro discorso. Il professor Piero era consapevole di possedere l’autorità di un rubinetto e il carisma di una sedia, ma ciò non gli aveva mai impedito di svolgere il proprio lavoro con la massima serietà e senza mai arrabbiarsi. Anche perché con due pacemaker la rabbia è una emozione da controllare con cura. Ma il punto erano i baffi, da spuntare.

Piero Stefanni li spuntò con cura, osservando allo specchio il proprio lavoro. Piuttosto soddisfacente e per nulla difficile. Sullo schermo era pure apparsa la solita linea guida, per aiutarlo a ottenere baffi livellati e precisi, e Piero l’aveva seguita. Non ne aveva bisogno, dopo anni di pratica, ma la linea c’era e tanto valeva usarla, anche perché non aveva capito come toglierla. Appariva sempre quando impugnava il rasoio e spariva non appena lo spegneva. Era come se lo specchio lo vedesse.

E magari lo vedeva davvero. Era uno specchio smart, dopotutto, qualunque cosa significasse. Per il professor Stefanni significava soprattutto che costava meno di uno specchio vero: un dato di grande importanza se devi sostituire un oggetto rotto e il tuo stipendio è scabro ed essenziale. Lo specchio includeva pure una funzione “Biancaneve”, ma Piero non l’aveva mai usata. Anche il trash aveva un limite e non era il caso di superarlo. Specchio delle mie brame, ma anche no.

«Nella casa smart gli specchi guardano te,» filosofeggiò, sciacquandosi i pezzetti di peli lasciati dal rasoio. Sorrise. Che sciocchezze che ti restano impigliate nel cervello! Ma era tempo di pensare alla giornata che lo attendeva, ricca di gioie e di soddisfazioni ma non per lui.

Qualcosa lampeggiava in un angolo in basso nello specchio. Uno dei soliti messaggi stupidi, ovvio: oggi sei più pallido, vuoi salvare in memoria la nuova pettinatura, hai strofinato i denti per quindici secondi in meno rispetto alla media, eccetera. Bah! All’inizio si era pure preso la briga di toccare e leggere le notifiche; adesso le ignorava e basta. Piero uscì, lasciandola lampeggiare.

Stavolta sarebbe stato meglio leggerla, ma pazienza.

Dopo cinque minuti senza ricevere input dall’esterno, lo specchio contattò il proprio server e inviò i dati della giornata. Il server rispose. Lo specchio ricevette il codice di risposta e lo confrontò con la propria programmazione. Ci fu qualche altro scambio di messaggi, al termine del quale il profilo del professor Piero Stefanni fu aggiornato. Notifiche furono inoltrate ad altri server connessi tramite la rete dell’appartamentino. Il frigorifero smart inviò i dati della colazione e aggiornò il profilo che aveva costruito sui propri server. Altri elettrodomestici eseguirono operazioni analoghe. Varie facce del professor Stefanni, costruite da prospettive differenti su server differenti, furono aggiornate una dopo l’altra, come ogni giorno. Presto sarebbe arrivato il momento di incrociarle e a quel punto tutti i problemi sarebbero diventati un problema solo, molto più grande.

Ma tutto questo Piero non lo sa, e forse è meglio così.

Quello che Piero Stefanni sa è che desidererebbe tanto, ma proprio tanto, strozzare quel simpaticone di Giovanni Perelli, ultimo banco in seconda fila, quello contro il muro. E sì, contro il muro sarebbe proprio il posto giusto per lui. Dodici anni e un cuore pieno di bastardaggine, o così sembrava al prof. Sempre a fargli il verso, ogni volta che credeva di non essere visto. E i gesti che faceva col suo flauto e la bacchetta per pulirlo, beh, su quelli era meglio soprassedere. Piero avrebbe potuto dargli l’ennesima nota, ma a che scopo? Tanto valeva spiegare il circolo delle quinte a un tafano: non solo non ti ascolta, ma alla fine ti punge pure, quel dittero maledetto. Maledittero.

Il professor Stefanni contemplò l’infinita vanità del tutto, poi tornò a ripetere come eseguire il pezzo in programma, che aveva grossomodo lo stesso valore artistico di una gomma da masticare attaccata alla suola delle scarpe, ma in fondo quei macachi avrebbero avuto problemi a suonare un citofono e ignoravano tutto ciò che lui spiegava. Sospirò nel profondo della propria anima ferita.