Adriano - racconti e altro

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Quando arrivano i pinguini

Furono i pinguini a convincere Alvise Bugnon che qualcosa era successo. O stava per succedere. I pinguini, che emergevano a decine dalle acque scure della Giudecca e zampettavano fradici lungo le Zattere, fra turisti che filmavano e scattavano, nel sole di agosto che pareva cuocere l’universo.

«Sono tornati,» mormorò, per poi aggiungere un “diocan” perché era stato addestrato bene.

E dire che era stata una giornata normale, fino ad allora. Si era svegliato presto nel suo alloggio di Spinea, già soffocante di primo mattino, e aveva acceso il climatizzatore per fare colazione, mentre contava le nuove punture ricevute durante la notte. Bilancio tragico, alla faccia di zanzariere e roba varia. Dovevano essere zanzare mutanti, magari radioattive: non c’era altra spiegazione logica. Così aveva sospirato e spalmato altra crema dopo la doccia. Non che la crema servisse, ma ok.

Aveva controllato i turni che lo attendevano, giusto come pro forma: li conosceva a memoria, ma si sentiva sempre più tranquillo dopo una controllata. Specie coi tempi che correvano. Uno sbaglio ed eri fuori, tolleranza zero e palle varie. Un errore significava licenziamento in tronco, anche se avevi dieci anni di eccellente servizio. Alvise non era particolarmente felice del suo lavoro, ma era il suo lavoro ed era sempre meglio di un calcio nel culo. In media. E comunque nessuno lo aveva ancora pagato per prenderlo a calci nel culo, per cui il lavoro presentava almeno un piccolo vantaggio.

L’autobus numero sei lo aveva scaricato in piazzale Roma, su un asfalto che puzzava già di bruciato e sotto un cielo color candeggina, che magari non puzzava di bruciato ma prometteva l’ennesima e orribile giornata soffocante di metà agosto. Alvise Bugnon aveva mostrato la tessera da dipendente per superare i blocchi di ingresso e si era incamminato verso gli spogliatoi assieme ad altri figuranti.

Alcuni li conosceva di nome, altri di vista, altri non sapeva neppure che esistessero fino a un paio di minuti prima. Irrilevante. Si salutavano con identica cortesia moderata, scambiandosi frasi imparate e correggendosi a vicenda gli errori di pronuncia. Qualcuno consigliava nuove esclamazioni, altri le bocciavano, due o tre si lamentavano. Solita roba, solita storia. Alvise procedeva a pilota automatico e pensava ai fatti propri, come mille altre persone attorno a lui.

In spogliatoio aveva sbloccato l’armadietto usando l’impronta dell’indice destro, si era cambiato, si era esaminato allo specchio con la solita smorfia di infelicità esistenziale, aveva scrollato le spalle e annuito alle solite battute, poi si era accodato a quelli che avevano il suo stesso turno, confrontando pareri e chiacchiere senza spessore o significato, in attesa del vaporetto riservato.

Erano tutti pronti al proprio posto per l’orario di apertura al pubblico, vestiti come deficienti con un ruolo da comparsa in un film su Giacomo Casanova, opuscoli in mano e discorsetto pubblicitario in attesa sulle labbra. Biglietti da vendere, polli da spennare, truffe da servire. Ma era tutto spettacolo e al pubblico piaceva, o così sostenevano ai corsi di formazione. Magari era persino vero.

I primi turisti si erano affacciati nelle calli, sgocciolando da nord e da sud lungo la rotta che portava dal ponte dell’Accademia a quello di Rialto o viceversa, a seconda del senso in cui la percorrevi. Da qualunque parte tu arrivassi, però, dovevi passare davanti ad Alvise e ai suoi colleghi, distribuiti qui e là secondo uno schema che, a detta del coordinatore, era stato calcolato per assicurare il massimo profitto. Di nuovo, magari era persino vero. Nessuno dei dipendenti se ne preoccupava, sapendo che tanto a loro non sarebbe arrivato alcun bonus, che vendessero zero o mille. Problemi altrui.

Alvise aveva sorriso, intrattenuto, accettato foto, venduto qualche biglietto, ricevuto qualche insulto e due pernacchie, incantato i visitatori col suo perfetto accento veneziano artificiale, imparato dopo un lungo corso di dizione e tre mesi di tirocinio non retribuito. Si era guadagnato da vivere. Non era stata una mattinata molto prolifica, ma il grosso sarebbe arrivato col Ferragosto e comunque, come si è già detto, il problema non era suo, perché aveva uno stipendio fisso e di bonus ne vedevi forse a distanza con un telescopio, se proprio ci tenevi, ma non arrivavano mai a te.

Alla fine del turno avevano raggiunto il locale che fungeva da mensa, un buco fuorimano dove non si vedevano quasi mai turisti. Fortunatamente, secondo il modesto parere di Alvise: ne vedeva anche troppi durante il resto della giornata, almeno i pasti preferiva farli in pace e senza doversi fingere un veneziano. Era il suo lavoro, d’accordo, ma era anche un lavoro noioso. Per non dire di peggio.

Quel giorno Bepi aveva intrattenuto alcuni novellini con le solite leggende metropolitane, arricchite qui e là da quei tocchi personali che rendono sempre divertenti le sue storie. Magari non sempre, ok, ma abbastanza spesso da poterle ascoltare senza sentirti morire dentro, come succedeva quando era un gondoliere a parlare. Erano piatti e lagnosi, i gondolieri; quando non si lagnavano, si vantavano e pavoneggiavano del loro ruolo così affascinante e romantico, nonché di tutte le scemenze che i vari turisti facevano in gondola. Secondo il modesto parere di Alvise, la metà di quanto dicevano era una panzana e il resto era stupido. Molto meglio ascoltare Bepi, detto “il vecio” per ovvi motivi di età.

Bepi il vecio interpretava il ruolo di bottegaio. Vendeva maschere e altre cianfrusaglie turistiche, un negozietto sistemato sulla rotta principale tra l’Accademia e San Marco. Faceva buoni affare, o così si diceva, e magari era persino vero. Le greggi di turisti che percorrevano quel tragitto spendevano in media il trentadue per cento in più rispetto ad altri, come mostravano i grafici che il coordinatore amava tanto distribuire, e Bepi aveva esperienza. Ne aveva vagonate. Quando entravi nella bottega gestita da lui, tu non compravi solo un oggetto: vivevi una experience. O roba simile.

Il punto era che il vecio era un grande parlatore e durante il pranzo si era divertito a riempire le teste dei novellini con la sua storia migliore: la Grande Sparizione di Venezia, maiuscole obbligatorie.