Adriano - racconti e altro

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Col missile in testa

In quella che sarebbe rimasta nella memoria come la notte del missile, ma solo in seguito e solo per chi l’aveva scampata, Ambrogio Colomba sedeva sulla sua panchina preferita e guardava il traffico scorrere. Per quel poco che scorreva. Più che altro stagnava, ma Ambrogio lo guardava e questo ci può anche bastare. Lo faceva solo per passare il tempo, dopotutto.

Non era una persona felice, il nostro osservatore del traffico, ma non era neppure così triste. Aveva raggiunto la spianata grigia della rassegnazione, in cui hai preso coscienza del tuo posto nel mondo e lo hai accettato, abbandonando le illusioni di tempi migliori per scendere a patti con la realtà. Che, nel suo caso specifico, era il barbonaggio in un’area periferica della giungla urbana.

Viveva sulla sua panchina, quando poteva. Quando non poteva, cercava un buco in cui infrattarsi, al riparo dalle intemperie e dagli scarponi degli sbirri di passaggio. Le tane non mancavano, in zona, tra cantieri semidimenticati e case sfitte nonché sfatte. Più sottopassaggi, cavalcavia, addirittura un paio di portici, che erano sistemazione di lusso. Se ti sapevi adattare, e sapevi identificare quelli che potevano linciarti o bruciarti nel sonno, riuscivi a vivere con tutta la dignità di un cane randagio.

Ambrogio Colomba era barbone professionista da almeno venticinque anni e aveva ricevuto solo un paio di ustioni di secondo grado, qualche livido e un osso rotto, più un lieve caso di assideramento alla mano sinistra, che era passato senza troppi danni. Con la sicurezza di chi ha visto il peggio e sa che dal mondo riceverà soltanto sputi, il nostro eroe sedeva adesso sulla panchina preferita, qualche borsa di plastica ai suoi piedi, qualche forma di vita tra i capelli, un sorriso da Buddha e la serenità di un’altra giornata che volge al termine. Aspettava, ma senza aspettative.

Automobili, qualche pedone, motocicli, mezzi pubblici, un’ambulanza a sirene spente. Il panorama urbano in movimento era variegato e transitava davanti a lui, spesso ignorandolo, talora schifandolo e quasi mai degnandolo di uno sguardo gentile, o anche solo pietoso. Ambrogio Colomba era giusto una bruttura architettonica come tante e come tante era meglio fare finta che non esistesse. Prima o poi sarebbe sparito, magari nel corso di un qualche rinnovamento del quartiere o cose così.

Ambrogio tendeva a ricambiare l’indifferenza. Era più sicuro. Ignorali e spesso ti ignoreranno pure loro. Attraversa la loro strada e il giorno dopo potresti essere diventato un trafiletto sul quotidiano, e l’idea di finire sul giornale non lo attirava affatto. Ma il cielo era sereno, l’aria tiepida e calma, non troppo fetida o irritante, e insomma era bello restare seduto ad aspettare un amico.

Così Ambrogio Colomba attendeva sulla sua panchina, mentre la città gli scorreva attorno. C’era un leggero sorriso sulle sue labbra. Sue di Ambrogio, dico, non della città. La città sorrideva ben poco, ma sembrava contenta così. A ciascuno il suo, dopotutto. Ambrogio era filosofo, con tanto di laurea ad attestarlo, e prendeva la vita con filosofia. Era un condimento buono come un altro.

C’era un uomo con un missile in testa.

Ambrogio chiuse gli occhi per un istante. Quando lì riaprì, l’uomo esisteva ancora e un missile gli spuntava ancora dalla calotta cranica. O meglio, sembrava conficcato nella calotta cranica, come se gli si fosse piantato in testa, piovuto da chissà dove.

Missile a parte, l’uomo poteva essere un qualunque altro esemplare della specie dominante in città. Altezza media, tracce di pancetta, anni fra i quaranta e i cinquanta, brizzolato e un poco stempiato, elegante a sufficienza da non farsi guardare male, valigetta in una mano, smartphone nell’altra. Con tutta probabilità un qualche professionista, magari diretto verso la più vicina fermata della metro, o proveniente da lì. Il genere di persona che non noti, di solito.

Se ha un missile infilato nel cranio, però, lo noti di sicuro.

Il tizio rallentò e si girò verso Ambrogio. Lo vide. Lo guardò. Una intensa espressione di disgusto si dipinse sul volto. Arricciò il naso, aggrottò la fronte, tornò a fissare davanti a sé e riprese la propria marcia al ritmo di prima, forse giusto un poco più veloce.

Ambrogio Colomba lo osservò in silenzio, mentre attraversava il suo campo visivo e spariva verso altre vite e altri mondi. Una scena piuttosto insolita, lo doveva ammettere. Non aveva mangiato, per cui non poteva essere un’allucinazione causata da cibi avariati. Dalla fame, forse? Possibile, ma non probabile: non gli era mai accaduto, dopotutto. Non beveva, quindi anche il delirium tremens era da escludere. Malattie? Si sentiva piuttosto bene, al momento, ma grazie dell’interessamento.

Forse il missile era reale. Per un dato valore di realtà.

E lo sguardo schifato che gli aveva rivolto il tizio missilato?

Ma era normale amministrazione, barboni come Ambrogio facevano schifo a tutti. Chi lo vedeva gli dedicava sempre una smorfia di disgusto, prima di passare oltre. Era una legge di natura, o almeno sociale. Non era neppure la peggiore: finché guardano e passano, non c’è problema. Il problema si verifica quando si fermano. Spesso significa che arriveranno botte. O peggio.

Il missile, invece.