Adriano - racconti e altro

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Un duro test

Di nuovo Venezia, dopo tutti quegli anni. Che poi non erano stati davvero così tanti, d’accordo, non in termini assoluti, ma il tempo non è un assoluto, il tempo è relativo, e in termini relativi per Marco Rinco di anni ne erano passati tantissimi, tutti quelli che separano la tua tarda adolescenza e l’inizio della mezza età. Eoni incalcolabili. Adesso era tornato.

Sul luogo del delitto? Non proprio. Non aveva mai commesso delitti, Marco Rinco, anche se più di una volta aveva fantasticato di strangolare i genitori che gli avevano rifilato un abbinamento nome e cognome così terribile e imbarazzante. Non lo aveva mai fatto. Sapeva distinguere fantasia e realtà, Marco, e proprio per questo era tornato a Venezia. Era una questione di lavoro, capite.

Più o meno. Da un certo punto di vista. Era di sicuro un test.

Ma non è il caso di pensarci proprio adesso. Era tornato, ecco, e gli era bastato uno sguardo appena uscito dalla stazione per sentirsi piovere addosso tutti gli anni che erano passati, come un meteorite che ha deciso di creare il golfo del Messico e calare il sipario sull’epoca dei grandi rettili. Ed erano tanti, quegli anni: non in termini assoluti ma relativi, come abbiamo già detto.

Perché aveva deciso di tornare? Per una missione. Una missione che poteva compiere soltanto lì. O anche in altri luoghi, d’accordo, ma lì sarebbe stato più semplice. Venezia sembrava fatta apposta, e se ti capita un posto che sembra fatto apposta, perché non approfittarne? Se ne approfitti, sei a posto e a Marco piaceva essere a posto, così aveva approfittato del posto fatto apposta. Poi si era preso un poco a schiaffi, perché quel gioco di parole aveva fatto schifo pure a lui, ma non sapeva resistere se gli si presentava una occasione simile. Non aveva mai saputo resistere a certe occasioni.

Forse era parte del problema. Non aveva mai saputo resistere a certe occasioni.

Marco scese le poche scale della stazione, si guardò attorno, notò le piccole differenze, quasi perse in una scenografia che sembrava immutabile, si strinse nelle spalle e si avviò a sinistra, verso Strada Nova e i percorsi che aveva conosciuto fin troppo spesso nei suoi anni da studente. Era la direzione giusta da cui partire, forse l’unica direzione possibile. Perché aveva una missione, come dicevamo, un lavoro da portare a termine. Recuperare il passato era ciò che gli serviva adesso. Il passato, come inizio, e da lì il presente. E il futuro? Forse, anche; si vedrà.

Tutto uguale. Forse meno folla, ma forse era solo la stagione. Non c’erano grandi eventi a Venezia e Marco aveva scelto apposta quel periodo. Perché complicarsi le cose andandosi a infilare di testa in una fiumana umana carnevalizia? Era da stupidi e Marco Rinco non lo era, nonostante le apparenze. Poca brigata e vita beata, quando hai una missione. Non che ci fosse mai così poca brigata in Strada Nova, se non in piena notte, ma era poca a sufficienza per i suoi gusti. E comunque non ci sarebbe rimasto a lungo. Era solo l’inizio obbligato. E la folla non contata. Era sfondo anonimo.

Raggiunse il ponte delle Guglie, lo passò e girò subito nella fondamenta a sinistra, Fondamenta di Cannaregio o come si chiamava, vattelo a ricordare dopo quasi trent’anni. Il solito banchetto con il pesce fresco, poche persone e poi quasi nessuno, una strada dritta tra canale e case, che lo avrebbe a breve portato alla zona in cui si era rintanato da ragazzo, un buco triste ma dall’affitto basso, specie se accettavi di sbrigare tutto senza troppa carta bollata e, beh, ci siamo capiti. Lui aveva accettato e non se n’era mai sentito in colpa. Erano tempi in cui non sempre si poteva permettere di usare il gas per cuocere la pasta, dopotutto. La morale è importante, ma la pancia di più.

Camminò, gettò il più rapido degli sguardi alla sagoma di San Giobbe sulla sinistra, girò a destra sul piano vagamente inclinato, sotto una specie di arcata per poveri, e rivide quell’angolo della sua gioventù sprecata, se non proprio bruciata. Non aveva bruciato molto da giovane, il nostro Marco. Soffritto sì, a volte, ma bruciato? Rivolgiti a qualcun altro, ma grazie del pensiero.

Baia del re, ecco come si chiamava quella zona. Forse. Per Marco Rinco il nome non contava: era il posto che aveva visto incalcolabili e incalcolate volte durante i suoi anni da studente, un posto fatto di case che sembravano più nuove della media ma anche più popolari della media, qualche panchina e macchie di erba dove portare il cane (se ne avevi uno: lui non lo aveva), una pompa di benzina per motoscafi e la parte settentrionale della laguna che si spalancava davanti a te, se non c’era nebbia. E sì, si spalancava anche con la nebbia, d’accordo, ma in quel caso la vedevi poco. Senza la nebbia, come adesso, vedevi tutto quello che c’era, e forse molto altro.

Vedevi acqua, più o meno calma, e ogni tanto un vaporetto di passaggio, e un’isoletta con qualche albero, e magari anche il profilo delle Alpi, o forse erano Dolomiti. Vedevi un poco di paesaggio e ti poteva sembrare bello, d’accordo, ma niente di troppo interessante. Marco Rinco non si sarebbe mai potuto permettere un alloggio in quella zona, se ci fossero state cose molto interessanti da vedere.