Adriano - racconti e altro

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Un uomo particolare

Quando aprì gli occhi, Angelo Gioppini capì subito che qualcosa non andava. Per cominciare, aveva aperto gli occhi. Questo non rientrava nel programma. Quando li aveva chiusi la sera precedente, lo aveva fatto perché voleva che rimanessero chiusi. Ma adesso erano aperti. Peggio, esisteva ancora il qualcuno che li poteva aprire e quel qualcuno era un Angelo Gioppini del cavolo.

Così non andava proprio.

Angelo chiuse di nuovo gli occhi, per vedere se le cose sarebbero tornate a posto. Vedere in senso figurato, ovvio. Quando hai gli occhi chiusi non vedi molto, in senso letterale: soltanto puntini che si muovono su uno sfondo più o meno scuro, a seconda della luminosità esterna. Angelo non era poi molto interessato a vedere puntini. Angelo non era interessato a vedere, punto.

Prima o poi li avrebbe dovuti riaprire. Era un momento che non attendeva con ansia, anche perché il suo cervello stava cercando di fargli presente qualcosa, ma con molta cortesia, scusate il disturbo. I suoi occhi avevano avuto a disposizione un tempo molto breve per ricevere impressioni luminose da fuori e inoltrarle sotto forma di dati grezzi lungo il nervo ottico. Arrivati al cervello, quei dati erano stati utilizzati per ricostruire una immagine. Questa immagine, punto finale del processo magico che chiamiamo “vedere”, era il qualcosa che Angelo si trovava adesso a dover considerare.

Volente o nolente. Ma non lo voleva proprio. Pure, doveva.

Siccome continuava a non accadere alcunché e si stava anche annoiando, Angelo Gioppini respirò a fondo, si preparò al peggio, si preparò alla consapevolezza che non sarebbe mai stato pronto quanto bastava, si concesse un altro paio di seghe mentali molto bizantine e infine riaprì gli occhi.

E vide la stanza, in penombra.

Dopo avere smaltito e accettato il primo livello di sorpresa, cominciò anche a guardare la stanza: fu allora che raccolse alcune informazioni chiave, in parte positive e in parte assurde.

Non si trovava in un ospedale. Il che era bene, ma anche no. Svegliarsi in una stanza di ospedale era uno sviluppo razionale, date le premesse. Significava che la notte precedente aveva fallito, oppure il caso o la sfortuna (o quello che vi pare) gli aveva portato soccorsi non voluti prima che fosse tardi.

La stanza in cui si era svegliato, invece, era del tutto normale. Per un dato valore di normale. Era la camera da letto di un bambino, a giudicare da dimensioni e arredi. La penombra era fitta, solo qui e là disturbata dalla griglia di punti luminosi che filtravano dalla tapparella abbassata, ma dai contorni generali avrebbe detto che...

Angelo Gioppini sbatté le palpebre. Lentamente. Disse anche una bestemmia, ma piccola piccola e senza usare la voce. La formò sulle labbra e la lasciò andare. Non era qualcosa che faceva di solito, ma al momento ne aveva davvero bisogno.

Poteva essere un sogno, si consolò. Molto vivido e realistico, ma pur sempre un sogno. Oppure una stramba allucinazione. Realtà virtuale. Magia. Qualsiasi cosa, purché non fosse la realtà.

Perché non aveva senso. Non era possibile.

Angelo chiuse di nuovo gli occhi, si concesse un singolo respiro più profondo degli altri, poi riprese a un ritmo regolare, magari giusto un poco più forzato del solito. Liberare la mente. O riempirla. O insomma farci qualcosa che non fosse accettare i dati ricevuti dagli occhi. Era una situazione così assurda che sembrava il finale di “2001 odissea nello spazio”, quando il tizio astronauta si ritrova in una stanza con arredamento anni Cinquanta o dintorni.

La stanza in cui si era ritrovato Angelo Gioppini aveva un arredamento anni Settanta o dintorni ed era praticamente uguale a quella in cui aveva dormito da bambino. Da bambino piccolo, precisiamo. Ma non aveva senso. Non aveva alcun diritto di essere la stanza in cui era cresciuto per un poco di tempo, prima di traslocare altrove. O prima di essere traslocato: in qualità di bambino piccolo la sua partecipazione ad attività quali traslochi e affini era stata più o meno pari a quella di un comodino, spostato qui e là dai genitori a seconda di come conveniva. Ma non divaghiamo.

E dire che il giorno prima tutto quanto aveva avuto un senso. Non un bel senso e pochi lo avrebbero apprezzato, se non erano masochisti estremi, ma il punto era un altro. Il punto era che tutto aveva un senso. Uno scopo. Lo aveva fabbricato lui stesso, dopo tante riflessioni e tanti preparativi. Aveva lavorato e studiato, ricercato ed esplorato, e altre participi passati che non serve elencare.

Perché sarebbe dovuto essere l’ultimo giorno della sua vita e certi gesti vanno pianificati a dovere. Non ci si può affidare al caso, o al capriccio. Bisogna decidere, agire e imporre la propria volontà su ogni cosa. Non subire, ma scegliere. O almeno Angelo si era ripetuto più volte questa e altre storie, fino a convincersi che fossero vere. Magari lo erano, per un dato valore di verità. Irrilevante. Ma la sua vita aveva raggiunto un punto in cui il solo miglioramento possibile era la conclusione. Questo era rilevante. Il resto, chiacchiere da barbiere.

Aveva scelto il posto dopo un sopralluogo di persona. Una specie di sperone roccioso, non certo alto ma alquanto brullo, una specie di sputo dimenticato per strada dall’appennino. Non proprio vicino a casa e non molto comodo da raggiungere, il che era un più. Ai suoi piedi c’era un laghetto, o stagno che sogna in grande; poteva anche essere solo una specie di bacino per l’irrigazione, ma non faceva alcuna differenza. Venti o trenta metri di volo dalla cima all’acqua, a occhio, ma Angelo non era mai stato bravo a misurare a occhio, per cui potevano essere di più o di meno. Irrilevante.