Adriano - racconti e altro

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La casa viva

Non gli sarebbe mai piaciuta quella casa. Damiano Facocero (da pronunciare sdrucciolo, Facòcero: ci tiene molto) lo aveva capito prima ancora di entrare, quando gli era sembrata soltanto un bizzarro tugurio costruito per chissà quale capriccio di una multinazionale. Un catorcio fatto di assi, più una impalcatura che un edificio. Come potevano chiamarla casa? Non solo: di avanguardia. Futuristica. Se quel bidone era futuristico, il ripostiglio che sua nonna riempiva di vasetti di conserva diventava fantascienza estrema, con imperi galattici e anni luce percorsi in un istante.

Poi Damiano aveva aperto la porta e capito che il tugurio assomigliava a una impalcatura perché lo era. La casa vera si trovava all’interno, protetta da danni, intemperie e violatori di copyright, fino al termine dei test e al lancio sul mercato. Che il mercato lo volesse o meno. E che la casa lo volesse o meno. Perché non era una casa normale. Ma proprio per niente.

La sua vera faccia era ancora peggio, se possibile. Grossomodo cubica, senza finestre, pelosa, strani tubi attaccati a strane parti, simili a flebo o cateteri: sembrava più una qualche bestia in agguato che un edificio. Perché, da un certo punto di vista, lo era. Glielo avevano spiegato, ma lui non li aveva presi sul serio. Adesso vedeva ed era costretto a crederci. Anzi, non credeva: lo vedeva. Non hai più bisogno di credere, quando l’oggetto della tua fede è lì, sotto il tuo naso. Lo vedi. Sai che esiste, sai che aspetto ha. Damiano Facocero vedeva e sapeva.

La porta di ingresso era un buco del culo.

D’accordo, era un orifizio contrattile, che si poteva allargare o chiudere a comando, tutto naturale, niente di strano, spiegato nei briefing iniziali. Tu dici «Apri!» e si apre, dici «Chiudi!» e si chiude. I comandi vocali più semplici, senza bisogno di invocare sesamo o altre spezie. La casa ti sentiva e la casa rispondeva alle tue richieste. Nei limiti del possibile, beninteso.

Sembrava comunque un buco del culo e l’idea di usarlo per entrare in casa non gli piaceva proprio.

Pure, Damiano lo aveva usato. Si era fermato davanti al, beh, ok, alla porta organica, aveva detto la parola magica, «Apri!», l’orifizio si era dilatato e lui era entrato, aspettandosi il fetore di escrementi che per fortuna non c’era stato. C’era peggio. L’interno della casa era un incubo.

Il pavimento era peloso. Pelo sottile, d’accordo, quasi una moquette o un tappeto molto spesso, ma restava comunque pelo. Le pareti erano rosacee, lisce, e si incurvavano lievemente per fondersi col pavimento e il soffitto, come se le avesse disegnate un designer che voleva convincerti di meritarsi lo stipendio. Non c’erano finestre e la luce scendeva da cosi appesi al soffitto. Sbagliato: non appesi ma sporgenti. Sembravano bubboni, ma splendevano come il ventre di una lucciola o quella specie di lanterna che penzola davanti alla faccia di certi pesci abissali. Una luce intensa, almeno come un LED a 30 watt o giù di lì, non diversa da quella che aveva in camera nella sua vera casa. Ci potevi leggere e scrivere senza problemi. Era normale. Solo che non lo sembrava.

«Chiudi!» aveva detto Damiano e la porta di ingresso si era contratta, sigillandolo nella casa. Non al buio e non in assenza di aria, perché si sentiva un leggero soffio caldo uscire da orifizi sparsi qui e là, ma era comunque sigillato lì dentro. Inghiottito dalla casa.

«Damiano che visse nella balena,» aveva detto, cercando di essere spiritoso. Non gli era riuscito un granché bene. Assomigliava troppo all’essere nella pancia di un grande animale. Il che, da una certa prospettiva, era la verità. Era nella pancia di un grande animale. Una casa viva, massimo prodigio di bioarchitettura. Ed era toccato proprio a lui testarla. Che fortuna, eh?

Direi proprio di no, soprattutto perché di fortuna non si era trattato. Una combine, semmai; magari una truffa; facciamo pure un raggiro, se preferite. Ma fortuna? Ritenta, sarai più fortunato.

Damiano Facocero ricordava benissimo come lo avevano scelto. A volte se lo sognava pure di notte, nel letto orribile, caldo e molliccio di quella casa, che non aveva bisogno di coperte, ma se proprio ne volevi una potevi allungare una membrana cuoiosa che... no, lasciamo perdere: non ci voleva più pensare. Forse si erano ispirati a una palpebra, forse al ventre dei marsupiali, ma provarla era stato ributtante e non l’avrebbe mai più toccata. Ma stavamo raccontando come lo avevano scelto.

Era a casa. Una casa vera, fatta di cemento, mattoni, magari anche cartongesso e sabbia di fiume o i materiai che costavano di meno al momento, ma era comunque una casa costruita, fabbricata. Era inerte, morta. Sana. E piuttosto squallida: un buco con un paio di stanze e un gabinetto, è vero, ma a lui bastava. Viveva solo, dopotutto. Non aveva bisogno di molto spazio.

A modo suo, era soddisfatto. Sistemato.

Ma l’assistente domestico gli aveva rivolto una domanda, prima di eseguire un ordine. Era una cosa che faceva di tanto in tanto e Damiano non se n’era mai preoccupato. A volte era un test di verifica, per controllare che a dare l’ordine fosse stata la persona giusta. A volte recitava una barzelletta che non faceva ridere. A volte lo aggiornava su qualche evento considerato importante. Stupido, certo, e un poco fastidioso, ma ordinaria amministrazione. Ti abitui e tiri avanti.

Quel giorno, prima di fargli ascoltare la musica richiesta, l’assistente domestico gli aveva chiesto la capitale della Francia. Domanda stupida. Damiano aveva risposto Parigi e l’assistente era esploso in una scarica di musica trionfale, neanche fosse appena stato nominato dittatore dell’universo. Piatti, trombe, tamburi e chi più ne ha, più ne metta. Parecchio diversa dalla sua richiesta, che era stato un Bach tranquillo, per rilassarsi dopo il lavoro.