Adriano - racconti e altro

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Sotto a un sasso

Quando Ercole Brandelli andò a dormire era nella sua tarda adolescenza; quando si svegliò era nella seconda metà dei quaranta. Dove erano finiti gli anni nel mezzo? Li aveva vissuti, perché il mondo attorno a lui ne mostrava tutti i segni: cianfrusaglie sparse qui e là, attestati appesi al muro, vestiti di stile diverso, oggetti che prima non esistevano. Il tempo era trascorso, c’erano prove ovunque.

Ercole non ricordava di averne vissuto un solo giorno, un solo minuto.

Era stato ragazzo e adesso era di mezza età. Il resto che fine aveva fatto? Come ci era arrivato? Che aveva combinato? O meglio, cosa aveva combinato il mondo? Cosa gli aveva combinato? Che razza di scherzo era? E se era un scherzo, qualcuno ne aveva mai riso? Lui, no di sicuro.

Pure, era successo, come succedeva a tutti. Non era uno scherzo. Era la realtà. Metà della sua vita se n’era andata e gli era sembrata poco più lunga di una notte di sonno. E non era stato neppure molto riposante, come sonno. Gran bella fregatura.

Ercole si alzò e contemplò triste le frattaglie della sua esistenza, disseminate nel buco che a volte si sentiva in dovere di chiamare casa, per mancanza di alternative e per brevità. Non che ci fosse tanto da contemplare, ma lui lo contemplava ogni mattina e ogni mattina si domandava come fosse finito lì, che cosa avesse fatto di male per meritarselo. Essere nato, probabilmente. O essere stupido, o un misto di entrambe le cose. Essere nato stupido, ecco. Ed esserlo rimasto crescendo. O peggiorato.

Ercole Brandelli sospirò. Guardò nell’angolo tra il muro e l’armadio. Il ragno era sempre lì. Aveva ripulito la ragnatela, per cui doveva essergli venuta fame durante la notte. Buon per lui. Ercole non aveva molta fame al momento, ma sapeva che sarebbe andato lo stesso in cucina a fare colazione. O almeno nell’angolo cucina, giusto due passi sulla destra. Era un buco di appartamento, dopotutto.

Il computer lo attendeva poco più in là, in un altro angolo. Aggiungi un bagno e hai completato la mappa della vita di Ercole Brandelli, nonché la planimetria del suo tugurio. Triste? Forse, può darsi, ma ci si era abituato e ormai non lo notava più. E l’affitto era basso, che era la cosa più importante.

Era quello che aveva sognato da bambino? No, ma era quello che aveva ottenuto da grande.

Aprì la finestra per cambiare aria; la richiuse dopo aver annusato l’aria che sarebbe entrata. C’erano limiti che non si sentiva ancora di attraversare, ma grazie del pensiero. Tanto valeva fare l’aerosol col tubo di scappamento di un camion. Che brutto mondo. Che brutto risveglio.

Ercole sgranocchiò qualche biscotto formato super economico, mentre pensava alla giornata che gli si spalancava davanti. Per valori molto bassi di spalancarsi. Poteva trascorrerla per intero o quasi in casa, se ricordava bene le sue riserve alimentari. In frigo doveva esserci abbastanza per quel giorno, forse anche per il successivo se riduceva un poco le dosi. Non che uscire per fare la spesa gli desse tanto fastidio. Era spendere a dargli fastidio, specie adesso che le donazioni erano in calo.

Avrebbe dovuto cominciare a lavorare sul serio alla nuova versione del gioco, magari includendo i suggerimenti ricevuti. Alcuni dei suggerimenti. Quelli che era capace di programmare, per esempio, e che non avrebbero richiesto lavoro eccessivo. Ritocchi. Abbellimenti. Miglioramenti. Cose così.

E promettere, giusto. Un post sul sito in cui accennava a un progetto per una nuova espansione. Non una parola sul come e il quando, sia chiaro, ma lasciar balenare l’idea, l’immagine, la speranza, quel che vi pare. Gettare l’esca. Qualche accenno alle difficoltà, giusto di sfuggita. Sì, poteva funzionare. Poteva portare qualche donazione in più. Se era fortunato. Se lo sapeva gestire bene.

Ercole Brandelli sospirò di nuovo, guardando il computer. Che vita patetica. Poteva andare peggio, d’accordo, ed era moderatamente sicuro che ad alcuni suoi vecchi compagni di corso fosse davvero andata peggio, ma il male altrui ti consola soltanto se sei psicopatico. La sua vita rimaneva patetica.

Come aveva fatto a sprecare tutti quegli anni? Come era riuscito a lasciarseli scappare? Dove aveva tenuto la testa, mentre il tempo se ne andava? Stava venendo sera e lui quasi non se n’era accorto.

Roba da Proust. Roba da chiodi. Roba che era meglio smetterla di farsi seghe mentali e cominciare a produrre qualcosa. Qualunque cosa. Dopotutto era andata così e non è che potesse farci poi molto, a quel punto. Aveva scelto una strada, o almeno la strada aveva scelto lui, e il resto mancia. Nonché manca. Soprattutto manca. Diamoci una mossa, ok?

Breve tappa nel bagno claustrofobico per lavarsi faccia e denti, nonché per altre esigenze che non è necessario descrivere in dettaglio; annusata rapida alla specie di pigiama con cui dormiva, tanto per valutare se fosse ancora accettabile. Lo era, anche se cominciava a essere un poco vissuto. Niente di urgente. C’era tempo. La giornata di lavoro poteva cominciare. Nel bene o nel male.

Per Ercole Brandelli, il lavoro consisteva in un videogioco. Le prime righe le aveva scritte durante il suo ultimo anno di università, come scusa per non completare la tesi nei giorni in cui proprio non ne aveva voglia. Erano stati piuttosto frequenti. Quasi quotidiani, si potrebbe anche dire. Era una brutta tesi, che non interessava né a lui, né al suo relatore. La doveva scrivere per laurearsi, d’accordo, ma il dover fare una cosa non la rende mai più gradevole. Quindi Ercole la evitava.

Ma evitarla e basta era brutto. Si sentiva in colpa. Si sentiva pigro. Evitarla perché aveva altre cose da fare, ora, era molto più accettabile. Era praticamente giustificato. Un dovere morale, anche se in un senso non proprio kantiano. Oppure sì. C’erano gli estremi per renderlo imperativo categorico? A un livello magari non altissimo, ma forse, se ci pensava bene...