Adriano - racconti e altro

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Prima che sia tardi

Via Trento era una fucilata tra due filari di edifici vecchi e scrostati. Breve, stretta, su un lato resti di marciapiede, poche auto parcheggiate sull’altro, una lingua di asfalto sgretolato allungata a coprire due, trecento metri al massimo. Niente curve, niente lampioni, solo poche luci appese ai muri delle case, saliva blanda dalla strada principale del paese per spegnersi davanti a un cancello.

Davanti al cancello. Era alto, era grigio, era due grosse lastre di metallo, con un cartello che vietava la sosta. Non potevi guardare attraverso, non potevi guardare oltre. Potevi scrutare oltre, se facevi qualche passo indietro e ti allungavi un poco verso l’alto. Se lo facevi, il tuo premio erano le cime di pochi alberi, abbozzati tra il ferro appuntito e il cielo, e il profilo vago di una collina, più lontana. Cosa ci fosse in mezzo lo potevi soltanto immaginare. Una casa? Un magazzino? Una villa? Forse, o forse altro ancora. Forse anche niente.

Il dottor Precotti non ricordava di averlo mai visto aperto. Cosa ci fosse oltre era un mistero ancora più grande, uno dei pochi misteri che ancora portava con sé da una infanzia sempre più lontana. Più di una volta si era chiesto se sarebbe stato meglio risolverlo, oppure dimenticarsene. Se lo chiedeva anche adesso. Il cancello sembrava sempre uguale. Il dottor Precotti non lo era di sicuro.

Un tempo era stato Ale, bambino alto un due, e il cancello era chiuso. Poi era stato Alle, un poco più alto, e il cancello era chiuso. Nei suoi anni come Alex il cancello era sempre chiuso. Nella breve stagione di Sandro il cancello era ancora chiuso. Oggi era il dottor Precotti, dottore ma non medico, e un bastone lo aiutava a muoversi, ma il cancello rimaneva chiuso. Come via Trento, sempre breve, sempre fatta di edifici scrostati e vecchi. Quel cancello non era mai cambiato, simbolo palpabile di eternità, perno ignoto di un paese che era stato piccolo, poi prosperoso, poi di nuovo piccolo, con un passato molto più luminoso e promettente del suo oggi.

Non che il dottor Precotti lo avesse mai palpato davvero, il cancello, se non forse da piccolo, ma era comunque un simbolo palpabile, perché poteva essere palpato. Non che il dottore lo volesse. Magari lo avrebbe voluto aprire, d’accordo, ma palpare no. Il punto comunque era un altro.

Cosa c’era dall’altra parte? La domanda l’aveva accompagnato attraverso tutta la sua infanzia, come presenza saltuaria, curiosità che di tanto in tanto si affacciava, per perdersi fra mille altri pensieri e fantasticherie, così frequenti in quella età. E anche in età successive, ma a volte è bello fingere che appartengano soltanto alla infanzia, così è più facile convincersi di essere diventati grandi e maturi. Il dottore non si concedeva spesso illusioni di questo genere; solo di tanto in tanto. Quando aveva di fronte a sé il cancello di via Trento, per esempio. Come adesso.

Non passava spesso da quelle parti. Prima di tutto perché camminare non gli era più facile come un tempo. Era un lavoro duro, adesso, e non sempre gli riusciva. Via Trento era lontana dal quartiere in cui lui viveva, tanto lontana quanto è possibile esserlo in uno sputo di paese, cioè non molto, ma era comunque costretto a cambiare strada e fare un giro molto più lungo. Non sempre ne aveva tempo e ancora meno ne aveva voglia. E poi, per cosa? Per vedere una strada vecchia, dove da anni nessuno si era più preso la briga di riparare le buche e rifare l’asfaltatura? Per vedere case vecchie, che forse erano ancora abitate e forse no? Non ne valeva la pena, sul serio.

Pure, ogni tanto ci passava.

«E continuerai a passarci finché non ti sarai tolto la curiosità. O finché non riuscirai più a muoverti. Scegli tu quale delle due verrà prima.»

Il dottor Precotti guardò in basso, da dove proveniva la voce, e lo vide come al solito. Il cane a tre zampe. Un bastardino grigiastro, decisamente brutto, a cui mancava una zampa anteriore. Non c’era un moncherino: mancava proprio, come se non fosse mai esistita. Triste e un poco disgustoso, ma il dottore si era abituato. Era un vecchio amico, da un certo punto di vista. Era anche molto, ma molto preoccupante, da un altro punto di vista, ma non era il caso di pensarci.

Che poi, diciamolo: non aveva alcun senso preoccuparsene. Quando cominci a vedere cani parlanti a tre zampe, ormai sei finito ben al di là delle normali preoccupazioni. Siccome il dottor Precotti lo vedeva, e siccome sapeva di essere l’unico a poterlo vedere o sentire, era sceso a patti con la realtà e aveva deciso di accettarla così come era. E pazienza.

«Un giorno mi toglierò la curiosità, vedrai,» mormorò al cane. «È l’idea generale, no?»

«Un giorno, bene, certo, fantastico. Perché non adesso, allora? Adesso è un giorno, no?»

«È un giorno, ma non è il giorno giusto.»

«Ah, bene, questa mi mancava. Il giorno giusto. Già. Tutto più chiaro.»

«Noto un certo sarcasmo nella tua voce.»

«Lo noti perché c’è. E comunque non lo descriverei davvero come sarcasmo. Non è poi così cattivo e non voglio offenderti o ferirti. Dicevo solo per deriderti.»

«Il che è molto meglio, giusto?»

«Secondo il mio modesto parere, sì. E non puoi essere molto più modesto di un cane randagio a cui manca una zampa. Sono decisamente terra terra, no?»

Il dottor Precotti scrollò le spalle. La strada era deserta, come lo era molto spesso, ma chiacchierare con qualcosa che poteva vedere soltanto lui lo metteva sempre a disagio. Niente di male nel parlare da soli, per carità: lo facevano tutti, spesso e volentieri. Il problema era che, per parlare col cane, lui doveva usare anche la voce. Pensare non bastava. Ci aveva provato. Così adesso sussurrava, ma era sempre un rischio. E se qualcuno se ne fosse accorto?