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La galassia di Madre 117

Fazel Chegeni si svegliò malriposato da una notte di sogni orrendi. Erano sempre sogni orrendi, negli ultimi giorni. O nelle ultime notti, se si voleva essere pignoli. Fazel non lo voleva granché, al momento. Si sarebbe accontentato di dormire bene, a lungo e magari senza sogni. O con sogni in cui la sua testa rimanesse intera e integra dall’inizio alla fine, nessuno gli fracassasse parecchie ossa con strumenti contundenti di ogni tipo, non gli legassero le braccia dietro la schiena per poi spingerlo ridendo dalle scale, o... Beh, ci siamo capiti. Niente di tutto ciò era ancora successo nella realtà, ma nei sogni gli capitava regolarmente, più e più volte.

Era piuttosto difficile mantenere un approccio sano e positivo al mondo e alla realtà. Era ancora più difficile quando il mondo e la realtà tendevano a guardarti come se tu fossi mezzo scarafaggio che è appena emerso dal fondo della minestra. Non che tutto il mondo lo guardasse così: la quasi totalità di Svarga neppure sapeva che esistesse una forma di vita a base carbonio registrata all’anagrafe terrestre sotto il nome di Fazel Chegeni. A guardarlo male era il microcosmo che lo circondava al momento e in cui si trovava rinchiuso. Quel microcosmo chiamato fondazione Chen-Cohimbra, che qualche anno prima lo aveva accolto passabilmente bene, che per il più breve dei periodi recenti lo aveva trattato da eroe e che adesso lo trattava da immondizia che ti si è appiccicata alla suola di una scarpa. Sic transit gloria mundi, dopotutto.

Fazel l’avrebbe anche lasciata transitare. Non cercava fama e gloria, lui. Va bene, un po’ la cercava, o almeno l’apprezzava, ma al momento l’avrebbe venduta al ribasso in cambio di pace e tranquillità e magari anche un biglietto di ritorno per la Terra. Non che desiderasse davvero tornare sulla Terra. Si era bruciato tutti i ponti. Niente e nessuno lo attendeva sul suo pianeta natale. Pure, considerate le alternative, anche un posto da barbone specializzato diventava attraente.

Lo diventava ancora di più ogni volta che pensava a David Loukides. Pensava quasi sempre a David Loukides, specie quando si svegliava dall’ennesima notte di incubi. Era lui la causa principale degli incubi, dopotutto. Causa involontaria, poco ma sicuro, ma causa lo stesso.

Era stato un incidente, ovvio. Doveva essere caduto dalle scale mentre era mezzo addormentato, o si era dimenticato che lì c’era un muro e non una porta, o qualunque altra causa fantastica vi sappiate immaginare o inventare. Il solo fatto certo era che David aveva salutato Fazel e Anna al termine di una giornata in apparenza come tutte le altre, si era ritirato nella sua stanza ancora funzionante e con le ossa intere, e il mattino dopo aveva vinto un soggiorno in ospedale con prognosi riservata e varie articolazioni extra. Secondo la versione ufficiale diffusa dal professor Gao Zhisheng, il numero due della fondazione e assistente personale di Chen stesso, si era trattato di un malaugurato incidente.

Fazel Chegeni aveva parecchi dubbi in merito e Anna Lindtner gliene aveva fornito qualcuno extra a pranzo quel giorno. Non che fosse molto difficile avere dubbi sull’accidentalità dell’incidente. Non dovevi fare altro che guardarti attorno, in mensa e altrove. Non dovevi fare altro che guardare come ti guardavano, se eri terrestre, e di terrestri alla fondazione ne erano rimasti soltanto tre, dopo che la maggior parte era rimpatriata ai tempi dell’anatema di Leonardi. I tre superstiti erano Fazel, David e Anna. David era finito all’ospedale. Chi sarebbe stato il prossimo?

Fazel sognava la risposta ogni notte. Non era una bella risposta. Forse non era neppure una risposta corretta, ma chi lo voleva verificare? Non certo lui, grazie tante. Lui voleva solo andarsene. Anzi, a essere precisi lui voleva non essersi mai lasciato convincere a restare. Fosse tornato assieme a tutti gli altri all’Ufficio, adesso sarebbe un misconosciuto giovane ricercatore rintanato nella pancia del palazzo, come mille altri, e come mille altri senza alcuna speranza di salire a galla. Ma, e questo era il punto più importante, sarebbe anche stato tranquillo. Al sicuro. Cosa che su Svarga non era.

La soluzione era semplice: abbandonare il pianeta. Su questo concordava anche Anna Lindtner. Ciò che non era semplice, purtroppo, era la strada da percorrere per arrivare a quella soluzione. Ormai ne discutevano ogni giorno, dopo l’incidente di David. Ne discutevano in mensa, ma anche durante il tempo libero. E di tempo libero ne avevano parecchio, ora. Da quando Muzafar Chang era morto dopo la sua conferenza su Madre, e tutto il resto del gruppo era finito in quarantena chissà dove, era quasi solo tempo libero per i terrestri, tutti i loro progetti sospesi, tutte le loro attività bloccate, tutti i fondi bloccati. Perché bisognava riconsiderare le priorità dell’istituto, dicevano. Perché ad alcuni si era concesso più di quanto fosse necessario. Perché era doveroso implementare una nuova politica di merito e valore. Perché, perché, perché.

Fosse come fosse, la loro vita alla fondazione era diventata una vera merda. Per usare un termine tecnico. Tempo di sostituirla con una vita non alla fondazione.

Quel mattino Fazel trovò Anna che lo aspettava in una della aree ricreative dell’edificio. Attorno a loro altra gente seguiva i notiziari, faceva colazione, chiacchierava, pensava ai fatti propri, prima di lanciarsi in una nuova giornata di lavoro. Perché avevano qualcosa da fare, loro. Fazel li invidiava, ma li trovava anche parecchio fastidiosi quando si giravano a fissarlo, per poi distogliere subito lo sguardo. Come se fosse infetto. Hah! Li consideravano untori, dopotutto.

Anna Lindtner era ancora meno entusiasta del solito, se possibile. Dopo l’incidente di David si era alternata tra due espressioni facciali: rabbia e depressione. Potevano essere declinate in vari moti, e spesso lo erano, ma le emozioni base restavano quelle due. Oggi sembrava prevalere la depressione. Fazel non lo considerò un buon segno. Quasi nulla gli sembrava un buon segno, negli ultimi tempi.