Adriano - racconti e altro

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Vivere al ribasso

Nella vita di Marco Pollo non c’erano mai state molte certezze. Era riuscito a trovarne solo due, che non è un gran numero, ma erano solide e valevano per cento, almeno secondo il suo modesto parere.

La prima certezza era che i suoi genitori si meritavano l’inferno per il nome che gli avevano rifilato. Il nome, sì. Perché il cognome ok, quello lo poteva capire, è una cosa che viene da lontano e spesso non puoi farci niente. Ti capita, non è che lo decidi tu. Ma il nome no. Il nome lo scegli tu. Ci pensi, magari prepari pure liste o vai a sfogliare libri in cerca di quello giusto, il più adatto a tuo figlio.

Il nome lo decidi. Ci metti una parte di te. Ne sei responsabile.

Che razza di genitore può chiamare Marco un bambino che sarà già condannato al cognome Pollo? I suoi genitori, appunto. Che si meritavano l’inferno e magari c’erano già, se esisteva un dio e aveva un minimo di decenza. La scuola era stata una derisione unica, per colpa loro, e la vita prima e dopo non era andata molto meglio, anzi. Maledetti.

Questo ci porta alla seconda grande certezza di Marco. Che la sua vita era come la gravità: lo tirava sempre verso il basso. Lo schiacciava sul fondo. Quando poi sembrava che non si potesse scendere oltre, la vita trovava ogni volta un modo per peggiorare. Tipo adesso. Era... deprimente, ecco.

Marco Pollo contemplava la colazione che la sua cucina smart gli aveva preparato. Era calibrata sui suoi gusti e le sue esigenze nutrizionali, in base alle attività che avrebbe dovuto svolgere nel corso della sua giornata lavorativa, con un occhio ai suoi ritmi circadiani e palle varie. Sembrava vomito di gatto. Peggio. Sembrava vomito di gatto su cui un cane aveva cagato. Un cane con qualche brutta malattia, a giudicare dall’odore. E lui se la sarebbe dovuta mangiare.

«E questa sarebbe la mia colazione?»

«È la colazione più adatta a te, caro Marco,» gli rispose l’assistente domestico, che dirigeva il circo smart della casa: una rete di elettrodomestici prodotti e distribuiti dalla stessa multinazionale, che si prendevano cura di lui e immagazzinavano nei server ogni suo dato possibile e immaginabile.

Marco Pollo sospirò. Come aveva fatto a finire in quell’incubo? Perché costava meno. Tra incentivi e contributi, finanziamenti agevolati e sconti funambolici, si era arredato l’appartamento spendendo circa la metà di quanto avrebbe dovuto pagare per oggetti normali. E il trucco c’era. La fregatura.

Lo avrebbe dovuto capire subito? Sì, forse, ma è pur sempre un Marco Pollo, non vi potete aspettare più di tanto da lui. Capito lo aveva capito, certo, ma solo dopo. Troppo tardi.

Sedette al tavolo, assaggiò la colazione e scoprì che l’apparenza poteva ingannare, a volte. Faceva ancora più schifo di quanto sembrasse a prima vista. Calibrata sui suoi gusti? O lui era masochista, oppure quegli elettrodomestici erano stati progettati da maniaci della Guida Galattica. Pure, mangiò. Non aveva alternative. La porta smart non si sarebbe aperta, se lui avesse rifiutato la colazione.

Mangiò, deglutì a fatica, si lavò i denti e sciacquò la bocca per cancellarne il sapore. Si preparò a un nuovo giorno di lavoro in tabaccheria, vendendo sigarette a suicidi pigri. Forse non era il lavoro più bello del mondo e gli orari erano discutibili, ma non faticava troppo e i clienti non mancavano mai. Erano anche molto fedeli, finché vivevano.

Solo che la porta smart non si apriva.

«Devo uscire,» disse Marco, simulando una calma che non provava.

«Non hai ancora lasciato una recensione positiva sul tuo ultimo acquisto,» rispose l’assistente.

Marco levò le braccia al cielo e invocò il nome di dio, o almeno il suo titolo professionale.

«Ho segnalato alla questura la tua violazione dell’articolo 164/C del decreto legge per la tutela delle minoranze etiche, etniche, politiche, religiose, sessuali, spirituali e morali,» disse l’assistente.

Ed ecco un’altra conferma che la sua vita lo succhiava verso il basso. Gli elettrodomestici facevano la spia. Lo sorvegliavano tutto il giorno, spiavano, origliavano e poi facevano la spia ogni volta che diceva qualcosa che poteva essere sgradito a qualcuno, da qualche parte nel mondo. Ma che razza di vita era? La sua, già. Una vita gravitazionale.

Prese lo smartphone e si affrettò a scrivere due righe di recensione a cinque stelle per lo scopino del gabinetto, smart come tutto il resto. Lo aveva dovuto cambiare di recente, perché la tazza smart non si voleva far pulire dallo scopino normale. Ed era stata molto categorica. E stronza, hah!

«Adesso va bene?» chiese all’assistente.

La porta si aprì e Marco Pollo poté uscire verso una nuova giornata di lavoro in tabaccheria. Non il migliore inizio che si potesse immaginare, ma ce n’erano stati di peggiori. Quindi prima o poi ce ne sarebbero stati di ancora più orrendi, ma almeno non quel giorno. Non ancora. La sua vita tendeva a spingerlo verso il basso, come dicevamo, per cui meglio non essere troppo categorici.

Ma era stata una gran brutta storia, quella dello scopino, e Marco non poté fare a meno di ripensarci mentre serviva ai clienti la loro dose di droga quotidiana. Il suo caro assistente domestico non aveva solo accesso a tutti i suoi account social, ma ne aveva aperti anche altri a nome suo, usando i dati in suo possesso. Erano indistinguibili dai veri. Erano veri, di fatto. E li usava per ricattarlo.