Adriano - racconti e altro

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La persona giusta

Mauro Mion era stato eletto sindaco del suo paese. Non lo voleva, ma il suo parere non aveva alcun peso e nessuno si era preoccupato di chiederglielo. Lo aveva calcolato l’algoritmo e l’algoritmo non poteva sbagliare, lo sapevano tutti. Quindi Mauro era stato eletto sindaco del paese. Dall’algoritmo.

«Non sarà un problema,» gli aveva spiegato un tizio in giacca e cravatta che era venuto a prenderlo assieme a quattro carabinieri in alta uniforme. «Dovrà solo ratificare le decisioni altrui.»

«Ma perché proprio io?»

«Perché lei è la persona giusta, in questo momento. Lo dicono i numeri.»

E chi era Mauro Mion per mettere in discussione i numeri? Nessuno. Era solo un piccolo falegname riservato e tranquillo, che amava passare le giornate in bottega a costruire piccoli oggetti e annusare il profumo del legno. Guadagnava poco, ma aveva anche bisogno di poco e tutto si compensava, più o meno. Una persona piccola, che aveva bisogni piccoli e li soddisfaceva con lavori piccoli.

Viveva anche in un paese piccolo, in effetti. Che fosse questo il motivo? Mauro non lo sapeva e non lo avrebbe mai saputo. Perché l’algoritmo tutto calcolava, ma niente spiegava. Così il tizio in giacca e cravatta e i quattro carabinieri lo avevano portato al municipio e il resto era storia, anche se non una di quelle col lieto fine. Non per il protagonista, quantomeno.

Adesso Mauro sprecava le giornate in un ufficio che puzzava di chiuso anche se teneva la finestra aperta. Invece di maneggiare il legno, le sue dita maneggiavano l’aria, mentre sedeva in attesa che il prossimo documento da firmare arrivasse. Girava i pollici, fissava il vuoto, si sentiva il muschio che gli cresceva sulle ossa e rimpiangeva la sua piccola bottega. Era inutile, Mauro. Ma prescelto.

A cosa serviva ormai il sindaco? A niente, a quanto pareva. Le decisioni erano prese altrove, spesso calcolate dall’algoritmo, e lui doveva solo mettere la firma, digitale e fisica. Perché la legge diceva così. Un algoritmo non può firmare; un umano sì. Così Mauro firmava, perché toccava a lui.

E perché toccava a lui? Perché lo aveva calcolato l’algoritmo, che gestiva l’intera amministrazione pubblica. Aveva sostituito tra gli applausi virtuali l’ormai vetusta e inefficiente democrazia, a cui in fondo non credeva più nessuno. Pochi si prendevano la briga di votare, le elezioni costavano tanto e alla fine a nessuno piaceva mai il risultato. Molto meglio lasciare che a scegliere il governo fosse un arbitro imparziale e più preparato. Un bell’algoritmo, scientifico e sicuro. Tutti contenti, giusto?

Giusto o meno che fosse, adesso funzionava così. L’algoritmo esaminava il cumulo di dati raccolti sulla cittadinanza, li incrociava con quelli sul resto del paese e alla fine calcolava chi si meritasse di occupare un determinato incarico pubblico. Stavolta era toccato a Mauro Mion, in quel suo piccolo angolo di mondo. Era il sindaco di cui il suo paese aveva bisogno in quel preciso momento.

Dopo tre mesi di quella vita, chiuso in una stanza ad aspettare l’arrivo di qualcosa da firmare senza doverlo leggere, Mauro non aveva ancora capito perché proprio lui. Sarebbe bastato chiunque altro. Sarebbe bastato anche un timbro, in effetti. Non c’era bisogno di un essere umano. La legge, certo: serviva una persona fisica che si assumesse certe responsabilità e non si poteva delegare a oggetti o altro, ma perché proprio lui? Cosa aveva fatto di male? Come aveva fatto a uscire il suo nome?

Aveva cercato di documentarsi un poco, durante gli infiniti tempi morti del suo non lavoro. Per quel che aveva trovato, non serviva fare qualcosa di specifico. Contava la somma di tutte le tue azioni, le tue dichiarazioni, i tuoi pensieri estrapolati dai tuoi atteggiamenti. Ogni cosa finiva nel calderone da cui l’algoritmo estraeva i risultati finali. Questa era la spiegazione ufficiale. A Mauro puzzava tanto di fregatura, ma cosa ne poteva sapere lui? Era solo un falegname e il computer lo usava giusto per pubblicizzare il proprio lavoro e ricevere ordini, pochi ma soddisfacenti.

Già, il suo lavoro. Aveva dovuto abbandonare tutto, perché l’incarico pubblico non era compatibile con altre attività. Lo stabiliva una qualche legge che aveva ottime ragioni per esistere, ma era anche una fregatura enorme per lui. Avrebbe ritrovato i suoi clienti abituali alla fine di quel tormento? Ne avrebbe ricevuti altri? Oppure se ne sarebbero andati tutti altrove, stanchi di aspettarlo? Non erano i pensieri più belli del mondo, ma Mauro non sapeva smettere di pensarli, nelle lunghe ore di niente e vuoto che componevano ormai tutta la sua esistenza.

Quando sarebbe finita? Quando lo decideva l’algoritmo. Quando calcolava che un’altra persona era più adatta di lui come sindaco, perché erano cambiate le condizioni di questo o quello. Non c’erano limiti precisi, perché tutto dipendeva da tutto il resto e bisognava essere fluidi, dinamici e altra roba che suonava come fuffa, ma era stato deciso così e tanto bastava.

Bastava agli altri, forse. A Mauro? Mica tanto.

Poi venne il giorno terribile e niente fu più come prima. Per Mauro Mion, almeno. Per gli altri forse non cambiò alcunché, ma gli altri sono gli altri e hanno i loro problemi. Quello di Mauro era che un tizio in giacca e cravatta era entrato nel suo ufficio e gli aveva parlato.