Adriano - racconti e altro

A nessuno importa

Poteva succedere a chiunque; quel giorno successe a Luca Manduca (accento sulla u: ci tiene molto, sapete). Mentre fuori la vita della città scorreva al solito ritmo, un poco più lento perché era primo mattino ma pronto ad accelerare quando necessario, guidato e controllato dai mille e mille occhi del moderno Argo smart, in un piccolo alloggio smart ma non troppo la vita di una persona incontrava un imprevisto. Qualcosa che sarebbe potuto accadere a chiunque, come si diceva, e che quel giorno accadde a lui. A Luca Manduca, per l’appunto.

Accadde che il suo purgatore d’aria smart si ruppe. Era un piccolo aggeggio che sussurrava sempre in un angolo tra la parete esterna e il soffitto, poco intrusivo e poco rilevante. Aveva un solo lavoro da svolgere: assicurarsi un ricambio regolare di aria purificata e adatta alla respirazione, ma sempre personalizzata in base alle esigenze psicofisiche dell’inquilino. O qualcosa del genere, che Luca non aveva mai capito davvero, ma era irrilevante. Funzionava, l’aria sembrava normale e tutto andava bene nel migliore dei mondi possibili, leibnizianamente parlando.

Quel mattino smise di andare tutto bene.

Luca Manduca stava facendo colazione con una specie di omogeneizzato verdastro dal sapore più o meno simile a quello di un purè di melanzane, se hai le papille gustative morte da un paio di mesi. Il suo impianto smart della cucina gli assicurava che era un prodotto in linea con tutte le sue necessità psicofisiche in quel periodo dell’anno e Luca ci credeva, anche perché non aveva alternative. I suoi pasti li decideva la cucina stessa, dopo aver consultato i server, e lui era solo l’utilizzatore finale del processo, senza voce in capitolo sulla sua gestione.

Irrilevante. Il punto è che stava mangiando qualcosa, quando il rumore si interruppe.

Era quel genere di rumore di cui non sei più conscio, perché è ormai diventato il sottofondo di parte della tua vita, come può essere il rumore dei treni per chi abita accanto alla stazione, oppure le auto di passaggio per chi abita accanto a una tangenziale. C’è, lo registri a un qualche livello, ma non si avvicina mai alla soglia della tua coscienza. Lo noti davvero solo quando cambia.

Luca Manduca notò il ronzio perché smise di ronzare.

Non che fosse davvero un ronzio. Era più tipo un gatto che fa le fusa con un cuscino premuto sopra per attutire il suono. Una specie di sussurro come colonna sonora della vita domestica. La casa che respirava, secondo una pubblicità vecchia di almeno tre mesi. Il purgatore che faceva il suo dovere.

Adesso non lo faceva più. Si era bloccato.

Luca si girò a guardare verso l’angolo. La scatoletta era lì, come sempre, ma la sua spia rossa non si vedeva più. Era morta. E quindi? Posò il cucchiaio e si pulì le labbra con un tovagliolo di similcarta.

«Che succede, Agilulfo?»

L’assistente domestico si attivò, rispondendo al nome che il padrone di casa gli aveva dato. «Niente di preoccupante. Tutto procede normalmente.»

«Ma il purgatore si è spento.»

«Il purgatore è in funzione.»

Luca strinse le labbra. «No che non lo è. La spia è spenta e non si sente più.»

«Il purgatore è in funzione.»

Luca sospirò e si strinse nelle spalle. Forse lo era davvero. Chi era lui, dopotutto, per poter mettere in dubbio gli oracoli di una scatoletta di plastica appesa al muro? Tutte quelle cianfrusaglie avevano un modo di funzionare che nessuna persona normale avrebbe mai potuto capire: passavano il giorno a parlare tra loro e chissà cos’altro. Probabilmente tutto andava bene ed era solo cambiato, non so, il ritmo, o c’era una nuova funzione silenziosa, quello che era. Tutto bene, in ogni caso.

Solo che non lo era.

Era metà mattina e Luca Manduca sedeva in mutande nella sala cucina del piccolo appartamento, al lavoro come sempre davanti allo schermo. Un compito di alta responsabilità e di grande perizia, che richiedeva di pompare a dovere tutti i messaggi giusti e affossare i messaggi sbagliati, garantendo il massimo di visibilità possibile alle notizie che lo meritavano davvero. Il benessere della società era nelle sue mani, da un certo punto di vista, e Luca non lo scordava mai: per questo le lavava spesso.

In quel particolare momento, però, mani e società occupavano un posto secondario nella sua mente. La casa puzzava. Non molto, non davvero, ma puzzava. Era un odore che aveva qualcosa di cantina, con un bouquet di stalla e sfumature di fossa biologica intasata. Ma in forma lieve. Grossomodo.

Luca si guardò attorno. Cosa poteva essere a puzzare così? Non lui, ovvio. Lui si lavava, ogni volta che l’assistente domestico gli concedeva l’autorizzazione. Quando poi non gliela concedeva, perché ancora non era trascorso un intervallo sufficiente secondo l’ultimo decreto di morigeratezza intima, provvedeva a migliorare la situazione coi deodoranti sostenibili. E dunque?

«Che succede, Agilulfo?»

«Tutto va bene,» gli rispose l’assistente domestico.

«La casa puzza.»

«I miei rilevatori non indicano alcun problema. Tutto va bene.»

Luca Manduca rimase ancora un momento a fissare la scatoletta, poi si strinse nelle spalle. Doveva essere così, d’accordo, ma l’aria puzzava lo stesso. Sembrava anche essere diventata più pesante, per quanto abbia senso parlare di peso in relazione all’aria. L’aria aveva un peso, d’accordo, e anche la luce aveva un peso, e così via, ma di solito non te ne accorgi, no? Voglio dire, se sentissi davvero il peso di un raggio di sole, sarebbe come...

Luca si fermò. Dove voleva arrivare con quel discorso? Non lo sapeva, ma era strano. La sua mente sembrava essersi messa a funzionare in un modo strano. Stanchezza, ovvio. Era un lavoro di grande responsabilità, il suo, un lavoro di concetto, ed era normale sentirsi stanco, di tanto in tanto. Meglio lavorarci sopra e non pensarci più. Aveva ancora parecchi debiti da pagare, dopotutto.

Fu il terzo sbadiglio consecutivo in meno di un minuto ad avvertirlo che qualcosa non funzionava a dovere. Poteva essere solo in lui, poteva essere nell’ambiente, poteva anche essere nell’universo e più in là, ma qualcosa non funzionava a dovere. Aveva anche sbagliato due volte a mettere il like al giusto messaggio! Continuando così, avrebbe rischiato una multa.

E l’aria puzzava sempre di più. Ma perché? Agilulfo continuava a dire che tutto era normale, ma era ovvio che non lo fosse. Era quasi mezzogiorno e si sentiva come se fosse, non so, metà pomeriggio o dintorni. Non era normale. Il suo sguardo andò verso il purgatore d’aria. Era spento. Correzione: a lui sembrava spento. Nessuna lucina rossa, nessun fruscio. E se invece...

«Agilulfo, il purgatore funziona?»

«Sì. Il purgatore funziona.»

«Ma la luce è spenta! Non fa alcun rumore!»

«Il purgatore funziona.»

Luca Manduca si alzò. Si avvicinò alla scatoletta del purgatore, si fermò proprio sotto, tese la mano verso l’alto. C’era qualche refolo d’aria? No, non ne sentiva. Di solito lo sentiva, se andava proprio sotto e tendeva la mano in un gesto passibile di multa se compiuto all’esterno. Quindi... Sbadigliò.

«Agilulfo, apri la finestra.»

«La finestra non si apre.»

«Perché?»

«La finestra non si apre.»

Perché era vietato o perché proprio non si riusciva ad aprire? Poteva essere entrambe le cose. Luca conosceva le leggi e sapeva che bisognava tenere chiuse le finestre, per proteggere l’aria esterna da possibili contaminazioni, ma in certi casi si poteva aprire, giusto? Lo decideva l’assistente, in base a calcoli di un qualche tipo. Era considerata una manovra estrema, ma era possibile. Era questione di sicurezza personale o qualcosa del genere. E dunque?

E dunque c’era qualcosa che non andava e forse ci avrebbe dovuto pensare lui. Era una idea terribile e avrebbe preferito non doverla pensare, andava contro tutto quello che la società gli insegnava, ma in certi casi bisognava... Bisognava, ecco. Bisognava qualcosa.

Due passi e Luca era davanti alla finestra, un rettangolo trasparente nel muro esterno. Non c’era una maniglia, ma era normale che non ci fosse. Non serviva, dopotutto. Tu chiedevi all’assistente e lui ti apriva la finestra. Solo che Agilulfo non la voleva aprire. E dunque?

Luca Manduca scosse un poco la finestra. Non accadde alcunché. Cercò di afferrare con le unghie il margine che sembrava sporgere di più. Non ci riuscì. Provò a premere prima un punto e poi l’altro, in cerca di un contrappeso che la facesse aprire. Non funzionò. E adesso lui?

«Agilulfo, penso che ci sia bisogno di aprire la finestra.»

«La finestra non si apre.»

«Ho bisogno di aria fresca!»

«La finestra non si apre.»

Luca sbadigliò due volte. Aveva sonno. Non aveva senso avere sonno a mezzogiorno, ma lui aveva sonno lo stesso. Doveva esserci qualcosa di strano nell’aria. Che il purgatore gli stesse pompando in casa un qualche tipo di, non so, di veleno? Assurdo, ma l’aria puzzava ed era difficile da respirare. E dunque? E dunque doveva aprire la finestra in un qualche modo. Era l’unica soluzione sensata a sua disposizione, anche se non era sensata perché l’assistente diceva di no.

Luca Manduca trafficò ancora col vetro e l’intelaiatura, ma senza successo o anche solo un risultato qualunque. Sembrava quasi che fosse un pezzo unico, fuso con la parete. Non lo era, ovvio, l’aveva già aperta almeno due volte da quando viveva lì. Perché adesso non ci riusciva più? Perché stavolta gli mancava l’autorizzazione, ovvio. Non era stato davvero lui ad aprire la finestra, ma l’assistente: il suo lavoro si era limitato a guardare scorrere il pannello, dopo che Agilulfo lo aveva azionato.

Adesso Agilulfo non lo voleva azionare. E dunque?

Tra uno sbadiglio e l’altro, Luca posò la fronte contro il vetro e guardò fuori. La città e la sua vita si svolgevano normalmente, per quanto poteva capire lui. Era tutto più in basso, ma vedeva pedoni sul marciapiede e auto in strada, più altri aggeggi elettrici di piccole dimensioni. Andavano e venivano, normali e ordinati come uno sciame di moscerini. Là sotto. C’erano palazzi attorno a lui, finestre su finestre che gli riflettevano la luce, tutte opache, tutte vuote. Anche la sua doveva essere così, vista da fuori: chiusa e vuota, opaca come ogni altra finestra normale.

E adesso?

Luca Manduca sbadigliò e prese a pugni il vetro, sbadigliò di nuovo e lo martellò di colpi. Ma erano deboli e il vetro resistente: forse non come il fantasmagorico vetro nello Stato Unico di Noi, ma più che a sufficienza per sbeffeggiare le sue poche forze. Era chiuso dentro, e l’aria puzzava.

«Ho bisogno di aria fresca!» esclamò di nuovo, tendendo le mani verso Agilulfo.

«La finestra non si apre.»

E la finestra non si aprì. Luca sbadigliò, chiuse gli occhi, li riaprì. Perché il purgatore non tornava a fare il suo lavoro? Perché aveva smesso di funzionare? Perché proprio a lui? Perché tanto dolore?

Mentre attorno a lui la città proseguiva indifferente con la sua vita, Luca Manduca sbadigliò ancora una volta, gli occhi gli si riempirono di macchie nere, il nero divenne un mantello che lo avvolse e il resto svanì a poco a poco, afflosciandosi a terra.

Qualcosa era andato male, ma qualcosa andava sempre male. La vita continuava, almeno per tutti quelli a cui il qualcosa non era andato male, e il resto non importava. A nessuno interessavano certi dettagli, specie se erano sbagliati.

E poi era una così bella giornata nella città che si prende sempre cura di te, fino alla fine. Non c’era motivo di rovinarsela coi problemi altrui. Tutto si sarebbe risolto da solo, alla fine, e comunque non aveva importanza. Giusto?

di Adriano Marchetti