Adriano - racconti e altro

Offerte da non rifiutare

Ci sono luoghi da cui non puoi fuggire, per quanto lontano tu vada. Puoi attraversare le montagne, lasciare la Tessaglia dietro le spalle e nel passato, graffiarti tra arbusti e cespugli, inciampare sulle rocce che i tuoi zoccoli non erano progettati per affrontare. Puoi anche raggiungere una nuova provincia, che forse è l’Epiro, se non sei finito troppo fuori strada. Non importa. Resterai sempre in quel luogo, lo stesso luogo, perché è un luogo della mente, non del corpo. Quel luogo te lo porti dentro, e ti segue, ovunque, fedele, instancabile.

O almeno così la pensava Tessalo, entrando in paese. Che non era lo stesso paese in cui era entrato una volta, giorni prima, per visitare lo zio Asio. Si assomigliavano abbastanza, in effetti, almeno per le dimensioni, ma erano paesi diversi. Quello in cui stava entrando adesso, tanto per cominciare, si trovava sul lato opposto delle montagne. Non era più la Tessaglia, dove quegli stupidi dei suoi genitori avevano voluto ritornare, perché era la terra dei loro antenati. Questo era l’Epiro, sì, tutta un’altra cosa. Forse era l’Epiro. Probabilmente era l’Epiro. Salvo imprevisti era l’Epiro.

Dopo quel piccolo e trascurabile incidente in paese, quando aveva scalciato un uomo forse a morte (ma no, meglio non pensarci: era sicuramente vivo, quell’idiota. Malmesso, sì, ma vivo), Tessalo si era diretto verso occidente e per il primo giorno era riuscito a mantenere più o meno la direzione che voleva. Poi la strada si era fatta difficile, aspra, brulla, scomoda e aveva dovuto modificare un poco l’itinerario. O forse più di un poco. Era certo che il viaggio lo aveva portato verso occidente, come tendenza generale, ma doveva anche ammettere che c’erano state alcune deviazioni e, nel complesso, la rotta poteva avere subito qualche piccolo aggiustamento. Quando riusciva a trovare riferimenti, e il terreno lo permetteva, procedeva però verso occidente.

Quindi, adesso che i monti erano alle spalle e la strada si era fatta in discesa, doveva essere ormai entrato in Epiro. Il villaggio davanti a lui era un villaggio dell’Epiro. Non aveva niente a che fare con la Tessaglia, giusto? Giusto. Eppure, dopo qualche passo lo sentì.

«...mezzo cavallo...»

Era poco più di un sussurro. Era una persona sola. Sembrava avere più curiosità che cattiveria, nella voce. Eppure, eppure, eppure era sempre lo stesso ritornello, sempre lo stesso, sempre. Perché? Si era lasciato indietro la Tessaglia, assieme a quel paesino maledetto. E allora perché continuavano a chiamarlo in quel modo? Avrebbero continuato sempre a chiamarlo in quel modo? Non c’erano posti lontani a sufficienza, dove quel nome non era mai arrivato? Tessalo non lo sapeva, ma sapeva che gli prudevano gli zoccoli. E non era un buon segno. No, non lo era proprio per niente.

Mezzo cavallo. Così chiamavano i centauri, almeno in quella parte del mondo. Una parte del mondo più ampia di quanto avesse immaginato lui all’inizio, d’accordo, ma si rifiutava di pensare che fosse più di una parte. No, non poteva funzionare così ovunque. Perché altrimenti i fauni sarebbero stati mezze capre, e le sirene mezzi uccelli, e i tritoni mezzi pesci, e così via. Ma Tessalo non aveva mai sentito quegli insulti. D’accordo, non che avesse mai incontrato un fauno, una sirena o un tritone, su quel lato della realtà (tritoni in Tessaglia, sulle pietraie! L’immagine lo fece ridere suo malgrado), ma questo era irrilevante. Non poteva funzionare così, punto.

E siccome non poteva funzionare così, Tessalo continuò a camminare piano, testa bassa, ignorando sguardi e commenti. Non era un bello spettacolo, e lo sapeva. Dopo aver speso gli ultimi giorni in mezzo alle montagne, stracciandosi i vestiti, la pelle e più o meno tutto quello che un roveto ben posizionato poteva strappare o graffiare, Tessalo era molto più simile a quello che dovevano essere stati i suoi avi, quei temuti mostri selvaggi che scorrazzavano nel nord della Grecia, e molto meno simile alla persona civilizzata che sentiva di essere. No, alla persona civilizzata che era. Quindi, un certo sospetto da parte della gente del posto era anche comprensibile, no?

Ma gli prudevano gli zoccoli, sì. Per Zeus, cosa avrebbe dato per poter scalciare qualcuno! Pessima idea, più che pessima, ma ci sono idee che restano affascinanti sempre e comunque, per pessime che siano. L’idea di scalciare tutti quelli che parlavano di mezzi cavalli, ad esempio, era affascinante e lo sarebbe rimasta sempre, Tessalo ne era quasi sicuro. Poi la gente si azzittì.

Successe di colpo. Prima li sentiva borbottare, commentare, ma sempre a bassa voce, sempre in un sussurro, che potevi sentire a malapena, ma potevi comunque sentire. Poi niente. Tutti zitti, silenzio, come se fossero spariti, come se fossero volati via. Come se. Tessalo alzò la testa e ne vide la causa. La possibile causa, quantomeno. Camminava verso di lui, a passi lenti. E sorrideva. Il che poteva essere interpretato come un buon segno. Forse. Per un dato valore di buono, almeno.

Era un uomo, un adulto di quella età indefinibile in cui non sei più ragazzo, ma non sei ancora vecchio: il tuo corpo è formato, la tua barba cresciuta, ma i tuoi capelli non sono ancora caduti, né hanno cominciato a cambiare colore. Un uomo in forma, sì. E ben vestito. Molto ben vestito. Era l’uomo meglio vestito che Tessalo avesse mai visto. Vestiti comodi, sia chiaro, vestiti adatti a un viaggiatore, ma di una qualità schifosamente alta. Dovevano essergli costati una secchiata di soldi. Ai suoi lati camminavano altre due uomini, forse servitori, sicuramente ben armati. Per non saper né leggere né scrivere (per modo di dire, sia chiaro), Tessalo si fermò.

Anche il nuovo arrivato si fermò, dritto davanti a lui. Continuava a sorridere, come un bambino che ha appena ricevuto un regalo fantastico, e alzava una mano in un gesto di saluto. «Salve, viandante! Io sono Gaio Plinio Cecilio Secondo e tu sarai mio ospite,» disse.

«Ah...»

Tessalo alzò la mano, a ricambiare il saluto. Non era del tutto sicuro di cosa stesse accadendo; anzi, non ne era per niente sicuro. Chi era quel tizio? Cosa voleva da lui? Perché tutti si erano azzittiti, quando era spuntato? E cosa intendeva esattamente con la parola “ospite”? Ma lo autoproclamato Gaio Plinio Cecilio Secondo continuava a sorridere e attendeva forse una risposta, una magari un poco più corposa di un semplice «ah», bofonchiato senza convinzione.

«Qualcosa non va, ragazzo?»

Sì, qualcosa decisamente non va, gli avrebbe risposto Tessalo. Anzi, gli stava per rispondere Tessalo e quasi di certo lo avrebbe fatto, se un pensiero non avesse scalciato un suo neurone, mettendolo in moto. Un pensiero che era rimasto a ronzare nel fondo della sua mente, cercando di farsi notare.

Si era presentato come Gaio Plinio Cecilio Secondo, giusto? Molti pezzi del nome non gli dicevano nulla, ma uno sì. Uno sì. Lo aveva già sentito persino lui, persino in quel buco di villaggio tessalo, dimenticato da Zeus e maledetto dagli uomini. Non sarà mica quel Plinio che...

«Mi scusi,» disse ad alta voce, sollevando un dito con una certa timidezza. «Ma lei non sarà mica quel Plinio che...» Poi si fermò, lasciando la frase in sospeso. La faccia dell’uomo stava assumendo un aspetto che a Tessalo non piaceva molto. Anzi, non gli piaceva proprio.

«No, non sono quel Plinio che,» rispose l’uomo, con l’entusiasmo di un’urna funeraria. «Mi spiace, ma non sono io quel Plinio che. Quel Plinio che è mio cugino. Io sono quell’altro Plinio. Abbiamo lo stesso nome, ma è solo perché i nostri genitori non avevano fantasia e poi ci sono tradizioni da rispettare. Bah! Per quel che valgono le tradizioni,» aggiunse, con un tono che scandalizzò in parte Tessalo e in parte lo divertì. Parlava male delle tradizioni? Hah! Se sua mamma lo avesse sentito...

«Quel Plinio che,» continuava intanto l’uomo, «è mio cugino, già, e non sono sorpreso che sia noto anche qui. Non sono sorpreso che nessuno conosca me, neppure qui,» aggiunse, con un accenno di broncio. «Nessuno prende sul serio i miei studi. Pensano tutti a quel Plinio che, parlano tutti di quel Plinio che. Quell’altro Plinio potrebbe anche non esistere, per quel che conta.»

«Mi spiace, non volevo offenderla...»

Quell’altro Plinio spazzò via le proteste con un cenno della mano. «Non importa, non importa, va sempre così. Per adesso. Ma vedrai, vedrai che un giorno sarò io quel Plinio che e lui sarà solo quell’altro Plinio! I miei studi cambieranno il mondo!»

Tessalo si strinse nelle spalle. Cosa si poteva rispondere ad affermazioni simili? Nulla, o almeno era la strategia migliore, più sicura. Sorridi e annuisci, giusto? E poi, anche se la gente del posto si era azzittita e non lo offendeva più, erano ancora tutti lì attorno, a guardare. Dare spettacolo in pubblico non rientrava tra le sue passioni. Neppure dare spettacolo in privato, in effetti, ammesso poi che si potesse dare spettacolo in privato. Si poteva?

«Ma non importa!» riprese quell’altro Plinio, dopo essersi calmato un poco. «Vieni con me. Come ho detto, tu sarai mio ospite.» E si incamminò nella direzione da cui era arrivato, senza guardarsi attorno, sicuro che Tessalo lo avrebbe seguito. E Tessalo lo seguì. Che cos’altro avrebbe potuto fare, dopotutto? Rimanere lì, ad ascoltare i commenti della gente, che sarebbero di certo ripresi, adesso che quel Plinio e le sue due guardie si stavano allontanando? No, meglio di no. Meglio seguire quel tizio e vedere cosa avesse da proporgli. Perché doveva avere qualcosa da proporgli, no? La gente non si prende la briga di fare tutta quella scena, se non vuole qualcosa in cambio.

La prima cosa che quell’altro Plinio gli propose fu un pranzo, il che era un buon inizio. Sedettero in un locale che era probabilmente il migliore del villaggio, ma forse anche l’unico. O almeno, Plinio sedette; per Tessalo, la meccanica del gesto era un poco più complicata, ma fece del proprio meglio per adattarsi. Poteva ameno ritenersi fortunato che non vi fossero triclini: quelli sì che sarebbero stati impossibili da usare, per lui.

«Non so di preciso quale sia la dieta preferita dai centauri, ma spero che ci saranno problemi,» disse Plinio, sorridendo. «Se qualcosa ti dà problemi, dimmelo pure. O anche se non ti dà problemi, in effetti. Sono molto interessato, sai. Dimmi tutto quello che vuoi. Cosa mangiate, voi centauri? Siete erbivori, come i cavalli? O mangiate di tutto, come gli umani?»

«Mangio più o meno di tutto,» rispose Tessalo, guardandosi attorno. Bel posto. O almeno, bel posto rispetto alla media dei locali che aveva visto. Se solo pensava a quello in cui aveva trovato zio Asio, giorni prima... Ma era meglio non pensarci. Quel Plinio sembrava abbastanza amichevole, almeno al momento, ed era sempre meglio essere gentile con chi è gentile, almeno fino a che non scopri il motivo della gentilezza. Una volta scoperto, poi, le cose possono cambiare.

«Bene, bene,» annuiva intanto Plinio. «Sono venuto qui per studiare i centauri, sai, e ogni nuova informazione che ricevo è molto importante, per me. Preziosa, anche.»

«Studiare i centauri?»

«Sì, sì. Sono naturalista anch’io, come quel Plinio che, sai. Ma non proprio come lui, no, per carità! La strada che percorriamo è simile, ma il passo con cui la percorriamo è completamente diverso. Io non mi accontento di registrare e catalogare, come lui. Io cerco di capire, conoscere, scoprire! Io uso la mia testa, per guardare attraverso le cose! Io non descrivo la natura: io la apro, la squarto, e guardo come sia fatta dentro, per capire il suo funzionamento.»

«Ah...» I due uomini che erano assieme a Plinio, servitori o guardie del corpo che fossero, si erano sistemati a breve distanza da loro: lontani a sufficienza da non intralciare la discussione, ma vicini a sufficienza da intervenire, in caso di bisogno. Intervenire coi gladi, probabilmente. «E adesso vuole studiare i centauri, mi ha detto?»

«Naturalmente! I centauri sono un razza molto interessante; molto curiosa, anche. Meritano, anzi mi richiedono di essere approfonditi e analizzati con cura. Ci sono cose, in un centauro, che lasciano a bocca aperta chiunque abbia cervello a sufficienza per notarle. Lo sai anche tu, vero?»

«Beh...»

«Ma certo che lo sai, sei un ragazzo sveglio, haha! Ma basta, ne parleremo poi, con calma. Meglio chiacchiere più leggere, mentre si mangia, giusto? Dimmi, dimmi, come mai da queste parti? Devi avere avuto un viaggio piuttosto faticoso, a giudicare da come sei ridotto. Scappato, eh?»

Ecco, fine della conversazione piacevole. Come rispondere? Raccontare la verità, che era scappato dalla Tessaglia dopo aver steso a calci una persona? Pessima mossa. Le due guardie potevano farsi venire strane idee, sapendo che un centauro così aggressivo era seduto assieme al loro padrone, o al loro datore di lavoro, o a qualunque cosa fosse Plinio per loro. Mentire? Difficile: non era mai stato molto bravo nell’arte di infiocchettare la realtà. Optò così per una via di mezzo, una verità ridotta all’osso e ripulita di ogni parte spinosa. Una verità digeribile.

«Beh, non proprio scappato. Ho lasciato il mio paese perché volevo andare in una città più grande e studiare medicina. Voglio diventare medico, sa. Però i miei genitori non erano proprio d’accordo e, sì, da un certo punto di vista possiamo anche dire che sono scappato.»

«Ah! Scappato di casa per amore della conoscenza! Ottimo, ottimo. Viaggio difficile, eh? E dimmi, dimmi, dove vorresti andare a studiare medicina? Potrei darti qualche consiglio, magari.»

E fra una portata e l’altra, mangiando molto più e molto meglio di quanto avesse potuto fare negli ultimi giorni, Tessalo glielo raccontò. Raccontò di come avesse sempre ammirato Chirone, la figura forse vera e forse falsa che aveva segnato la sua infanzia. Raccontò di come avesse sognato a lungo di abbandonare il piccolo villaggio in cui la sua famiglia aveva deciso di andare a vivere, per vedere il mondo, ma soprattutto per cercare un bravo maestro, qualcuno che fosse disposto ad accettarlo come proprio discepolo e insegnargli l’arte medica. Raccontò, infine, di come fosse partito, con una vaga idea di raggiungere Roma, la grande città dove tutti i sogni si potevano realizzare. O almeno in base alle storie che aveva sentito lui. Non raccontò la causa diretta della sua partenza, ma in fondo era un dettaglio ininfluente, da un certo punto di vista. Giusto?

Quando ebbe finito, anche il pranzo era ormai agli sgoccioli, entrato in quella fantastica fase che si poteva descrivere come “sbocconcellare, per tappare gli ultimi spifferi”. Una fase che Tessalo aveva conosciuto di rado, a casa, e mai dopo la fuga: durante la traversata dei monti, il suo pensiero era stato di mettere qualcosa in pancia, non certo di colmarla. Adesso lo aveva potuto fare, e sentiva un vago torpore proditorio, che gli pesava sulle palpebre.

Plinio, invece, era rimasto silenzioso, ascoltando la sua storia senza interromperlo mai. Sembrava strano, da un tizio simile, che in precedenza era invece apparso più che compiaciuto di diffondere il proprio pensiero, che gli ascoltatori lo volessero o meno. Alla fine, giocherellando con un chicco di uva, Plinio fissò Tessalo per un periodo che il centauro trovò preoccupante; poi si schiarì la gola.

«Vuoi andare a Roma a studiare medicina, giusto?» gli chiese.

«Sì, l’idea è quella.»

«E vuoi trovare un maestro, disposto a prenderti come discepolo.»

«Sì, se possibile.»

«E vuoi fare tutto questo senza aver mai visto Roma, senza conoscere nessuno a Roma e soprattutto senza neppure sapere da che parte incominciare, giusto?»

«Sì. O meglio, non è che lo voglio proprio, ma... beh, non ho molte alternative.»

Plinio agitò una mano. «Sì, sì, naturalmente, capisco. Devi arrangiarti con quello che trovi. Non fai ciò che vuoi, ma ciò che puoi, sperando di arrivare allo stesso risultato, giusto?»

«Ehm... qualcosa del genere, credo.»

Plinio si illuminò. «È il tuo giorno fortunato, ragazzo!» sorrise, scagliandosi il chicco di uva verso la bocca e centrandola a malapena. «Posso aiutarti io! Posso fare molto più che aiutarti! Posso dirti dove trovare un ottimo maestro, e scriverti una lettera di presentazione. Il mio vecchio amico Vibio Lampronio Mansueto ti accetterà di sicuro, se glielo chiedo io.»

«Vibio Lampronio Mansueto?»

«Sì, sì, lo so, non è un greco e tutti dicono che i greci siano i migliori, ma è meglio non credere alle storie che si sentono. E poi ha studiato con un greco, se proprio ci tieni a queste cose.»

«Beh, non è che...»

«Oh, non ci pensare, è un’ottima persona. Cercava proprio un apprendista, quando sono partito da Roma, e dubito che ne abbia trovato uno. Ha qualche problema a mantenerli, in effetti, e anche a trovarne, sì, ma sono quisquilie, dettagli insignificanti che nulla tolgono alle sue grandi, enormi doti di medico. Uno dei migliori, senza dubbio. Uno dei migliori, vedrai!»

«Ah, beh...»

«Sì, sì, sì, vedrai! Sarà contento di avere un centauro che vuole imparare il mestiere. No si vedono molti centauri a Roma, lo sai? Eh già, un vero peccato. È proprio per questo che mi tocca fare tutto questo viaggio, per studiarli. Ma un centauro medico, a Roma... eh, sarà una grande notizia. Grande pubblicità, anche, ma che vuoi, gli affari sono affari, per tutti, giusto?»

«Uhm...»

Tessalo cominciava a preoccuparsi. D’accordo, prima non conosceva nessuno a Roma e aveva solo il più vago dei progetti per il proprio futuro, mentre adesso avrebbe forse ottenuto una valida lettera di presentazione per un medico romano, il che era indubbiamente un grosso miglioramento, certo, ma... che tipo di medico? La descrizione che Plinio gli stava dando non era molto incoraggiante. E lo faceva solo per pura bontà d’animo, oppure gli avrebbe chiesto qualcosa in cambio? E cosa?

«Beh, la ringrazio per il pensiero,» cominciò, «Ma non so se sia il caso di...»

«Oh, figurati, figurati! Questo e altro per aiutare un giovane in cerca di conoscenza! Non c’è mai troppa conoscenza al mondo, ragazzo mio. E poi farò un favore anche al mio amico, il vecchio Sbilancia: ne sistemo due in un colpo solo e con zero fatica. No, no, è il minimo che possa fare.»

«Sbilancia?»

Plinio lo guardò perplesso, poi scoppiò a ridere. «Oh, no, no, non chiamarmelo così, per carità, non farlo! Mi è scappato, ma non imitarmi, per carità! È il medico di cui ti ho parlato, Vibio Lampronio Mansueto. Lo chiamiamo Sbilancia, noi, ma tu non farlo, mi raccomando. No, no, non pensarci neppure, guarda! Oh, povero me!» E rideva ancora, come fosse lo scherzo più buffo del mondo.

«Sbilancia...»

«Storia lunga, storia lunga, non importa. Vibio Lampronio Mansueto, mi raccomando, solo Vibio Lampronio Mansueto: ricordati di chiamarlo così e non ci saranno problemi.»

«Ah, va bene...» Il cervello di Tessalo era ormai pronto alla resa, intorpidito com’era dalla fatica accumulata in viaggio e dal peso piacevole che avvertiva nello stomaco, dopo il lauto pasto. Ormai avrebbe accettato qualsiasi cosa: la realtà era così irreale, che non aveva più neppure senso pensarci o porsi domande. Bastava seguire la corrente e sperare che lo avrebbe depositato in un buon posto.

«A proposito,» riprese Plinio, tornando serio. «Ti spiace se ti apro un po’, per vedere come sei fatto dentro? È il dettaglio che più mi incuriosisce dei centauri, sai, ed è proprio per questo motivo che mi sono messo in viaggio. Voglio svelare ogni segreto del vostro corpo.»

«...eh? Come sarebbe aprirmi?»

«Aprirti, tagliarti, per vedere come sei fatto dentro, no? Mi pare chiaro, insomma!»

Tessalo sentì la realtà sfuggirgli tra le dita, ammesso e non concesso che avesse ancora un senso parlare di realtà, in quella follia. Aprirlo. Tagliarlo per vedere come fosse fatto dentro. Ma... era una richiesta da rivolgere seriamente a una persona, a fine pasto? Era una richiesta seria, da rivolgere con una faccia seria? E che razza di risposta si aspettava, quel Plinio? Oh, sì, certo, affettami pure, non c’è problema, anzi! Fai come se fossi a casa tua. Seriamente? No, dico: seriamente?

«A me non pare molto chiaro,» rispose, cercando di mantenere un tono di voce calmo e ragionevole. Per parlare con un pazzo furioso, vero, il che rendeva parecchio ridicolo il suo tentativo, ma calma e ragionevolezza sembravano un elemento essenziale, ora come ora. Lo sembravano ancora di più, perché accanto a loro sedevano due tizi grossi e armati, particolare che non va mai dimenticato.

«Non è chiaro? Non è chiaro? Come sarebbe che non è chiaro? È lampante, evidente. Il mistero dei centauri non è forse la distribuzione degli organi all’interno del loro corpo? Perché voi siete di fatto individui con due corpi, cuciti assieme: il corpo di un uomo e il corpo di un cavallo. Ma, e questo è il punto, dove sono gli organi? Dove è il cuore? Nel corpo umano, oppure nel corpo equino? O forse ci sono due cuori, uno nel corpo umano e uno nel corpo equino? E i polmoni dove sono, eh? Corpo umano o corpo equino? E la digestione, come funziona? Misteri, grandi misteri, capisci, che ogni vero naturalista dovrebbe cercare di risolvere. E io li risolverò.»

«Ma se mi apri io muoio,» osservò Tessalo. C’era un tono querulo e piagnucoloso, quasi infantile nella sua voce: aveva cercato di evitarlo, ma senza successo. Perché adesso stava cominciando a preoccuparsi seriamente. E parecchio. Adesso era davvero convinto di avere di fronte un pazzo. Pericoloso. E accompagnato da guardie armate.

Plinio si azzittì, come perduto in una riflessione particolarmente complessa. «Davvero?» disse poi, il dubbio disegnato su tutto il viso. Scrollò le spalle. «Beh, se lo dici tu, è probabile che sia vero. La struttura dei centauri non mi è così nota e purtroppo a Roma non sono riuscito a trovare esemplari da studiare, come ho già detto. Quindi se ti apro muori, giusto?»

«Sì...»

«Ma se apro un cadavere, questo problema non si pone, giusto?»

«Sì, ma, aprire un cadavere, ecco...»

«Oh, non preoccuparti, ho già aperto un sacco di cadaveri. È per studiare, sai? Voglio capire come sia fatto il corpo dei vari esseri viventi, capire il suo funzionamento, sapere, conoscere! Capisco che possa suonare spiacevole alle orecchie di un profano, ma è un sacro dovere di ogni vero, sottolineo vero, naturalista. Non c’è vera conoscenza, se non ci si sporca le mani.»

Posizione molto diversa da quelle che aveva sentito fino ad allora, ma Tessalo non se la sentiva di discuterne, non adesso, non in una posizione così rischiosa. E poi, forse, qualcosa di vero c’era. Un medico si sarebbe dovuto comportare in modo simile, no? Sporcarsi le mani senza paura, se questo serviva a salvare la vita del paziente. Più o meno. Ci avrebbe meditato in seguito, con calma, magari dopo essersi allontanato da quella compagnia. Sì, una ottima riflessione digestiva, per dopo.

«Quindi in Tessaglia troverò molti centauri, vero?» chiese Plinio, sempre sorridente.

«Sì, molti, ma non penso che vorranno farsi tagliare, ecco...»

«Oh, non è un problema, non è un problema. Dove ci sono centauri vivi, ci sono anche centauri morti, è molto semplice. Legge di natura, vedi? Quindi, avrò tutto il materiale che mi serve, per le mie ricerche. Capire come siano fatti e come funzionino i centauri è il primo passo per capire quale sia il loro ruolo e perché la natura li abbia prodotti, e proprio così.»

«Beh, ma noi centauri siamo stati creati da...»

«No, no, no, per carità, lasciamo perdere queste sciocchezze. Non parlarmi di dei, per carità, no, no, proprio no! Gli dei non hanno creato un bel niente, niente di niente. È la natura che ha prodotto tutto, ha prodotto tutto per riempire il mondo, per colmare ogni spazio vuoto!» Si lanciò un altro chicco di uva in bocca, con mira migliore. «La natura non vuole spazi vuoti, capisci? Per questo il mondo produce esseri viventi di ogni tipo e forma, esseri viventi che funzionano in modo diverso e occupano un posto diverso, con un ruolo diverso. Per colmare ogni spazio! Quale sarebbe lo spazio dei centauri? È quello che scoprirò io. Capisci come sia importante la mia ricerca?»

«Sì, capisco,» mentì Tessalo, «ma gli dei...»

Plinio sbatté una mano sul tavolino. «Gli dei non esistono, per Giove!»

A labbra strette, Tessalo guardò il cielo. Tutto sereno, nessuna nuvola, nessun movimento. Un buon segno, forse, ma era meglio prepararsi a scattare, nel caso fosse arrivato un fulmine o qualcosa di simile. Per precauzione, ovviamente. Solo per precauzione.

«Comunque, in Tessaglia troverà tutto il materiale che le serve, per i suoi studi,» disse poi, cercando di riportare il discorso in zone meno pericolose.

«Bene, bene! Sarà un viaggio molto proficuo, ne sono sicuro.»

Parlarono ancora per un poco, o almeno Plinio parlò ancora, mentre Tessalo lo stava a sentire, più o meno annoiato. Fu solo a digestione già bene avviata che poterono lasciare il locale, Tessalo con la sua nuova lettera di presentazione in mano e Plinio con un sorriso soddisfatto, di chi vede soltanto il più brillante dei futuri davanti a sé, ignorando gli orribili abissi sparsi lungo il percorso.

«Ti consiglierei di continuare verso occidente fino ad Apollonia e poi imbarcarti per l’Italia, che è la strada più semplice, ma vedo che non hai molti soldi con te, eh? Vero, ragazzo mio?»

«Vero,» ammise Tessalo. «Sono partito un poco di fretta e comunque non è che la mia famiglia...»

«Oh, certo, certo, naturalmente. Allora ti conviene procedere verso settentrione, da qui. Meglio se costeggi il mare, così non rischi di perderti. Le Alpi non sono molto difficili da attraversare, lungo questo lato, e in un attimo sarai ad Aquileia. Poi, ti basterà scendere per tutta la Gallia Cisalpina, ma non te ne devi preoccupare adesso, no, per carità. Le strade non mancano, è un posto sicuro e potrai chiedere indicazioni a tutti, vedrai. A Roma ci arriverai di sicuro, è impossibile non arrivarci.»

Tessalo lo sperava. Lo attendeva un viaggio bello lungo, senza dubbio, ma da un certo punto di vista si poteva considerare fortunato: aveva un mezzo di trasporto incorporato, dopotutto. Preferiva non immaginare cosa sarebbe potuto capitare a quel Plinio, una volta in mezzo ai centauri tessali, se si fosse messo a parlare di tagliare e aprire, ma non era un problema suo. Così salutò educatamente, e con grande riconoscenza, e poi si incamminò verso settentrione, come suggerito.

«Strano tizio,» disse Plinio, guardando la figura del centauro che si allontanava. Scrollò le spalle. Non aveva potuto aprire ed esaminare quell’esemplare come avrebbe desiderato, ma si sarebbe poi rifatto, su questo non aveva dubbi. Era fondamentale scoprire che ruolo avesse assegnato la natura ai centauri e lui lo avrebbe fatto. Lui, solo lui: non quell’altro Plinio, quel Plinio che, quel maledetto cugino che gli rubava il successo ovunque. Avrebbe risolto lui quel mistero, coi mezzi che soltanto lui osava utilizzare. Sporcandosi le mani, se necessario.

I suoi due compagni di viaggio, guardiani che la famiglia aveva messo a sua disposizione per tenere al sicuro quel figlio tanto caro, ma anche tanto stupido, avrebbero probabilmente espresso un parere un poco diverso dal suo, ma Plinio non li interrogò. Non li interrogava mai, in effetti, se non per i più prosaici dei problemi, come ad esempio procurarsi il cibo per la giornata o evitare di farsi aprire il cranio da un esemplare poco propenso a lasciarsi esaminare. Così era la vita con Plinio, e i suoi due soldati di sostegno lo sapevano fin troppo bene, proprio come sapevano molto bene il nome con cui era noto a Roma e dintorni, per distinguerlo da quel Plinio che, ma anche per altri motivi. Motivi su cui non era certo il caso di soffermarsi, adesso.

Così, in un sereno pomeriggio di luce, Plinio il Matto si avviò verso la terra promessa di Tessaglia, dove avrebbe risolto tutti i misteri sui centauri. Che i centauri lo volessero, oppure no.

di Adriano Marchetti