Adriano - racconti e altro

Havamal

Questo poema, risalente, con tutta probabilità, al nono secolo, appartiene all'Edda Sæmundar, meglio nota come Edda poetica o Edda antica. A differenza della maggior parte dei poemi di questa raccolta, l'argomento non è mitico o leggendario, ma si presenta come una raccolta di consigli e saggezza, a uso principalmente dei viandanti. La voce narrante non è mai chiarita espressamente, ma dovrebbe trattarsi dello stesso Óðinn, a giudicare dai riferimenti all'interno del testo. L'importanza di questa opera risiede anche nel fatto che al suo interno possiamo trovare il "canto delle rune", ovverosia la storia di come Óðinn sia riuscito a impossessarsi del potere delle rune, per tramandarlo agli uomini. Nel complesso, questo poema si presenta come una summa della saggezza norrena, esposta da Óðinn, dio che meglio di qualunque altro potrebbe assumere questo ruolo, essendo il viandante per eccellenza, nonché saggio e accorto. Si noti, infine, che lo stesso titolo, Hávamál, si riferisce a una narrazione effettuata da Hár, "L'Alto", uno dei tanti nomi di Óðinn.

Hávamál - Il racconto dell'Alto

1

Tutte le porte,
prima di attraversarle,
devono essere esaminate,
devono essere scrutate,
poiché difficile è sapere
dove i nemici
siedano sul pavimento.

2

Salve, donatori!
Un ospite è giunto,
dove dovrà sedere?
Molto è avventato
colui che al focolare dovrà
cercare per sé fortuna.

3

Di fuoco vi è bisogno
per chi è giunto
e ha brina sulle ginocchia.
Di cibo e abiti
ha bisogno un uomo
che ha attraversato un monte.

4

Di acqua ha bisogno
chi giunge per mangiare,
di asciugamani e buona accoglienza,
di buona ospitalità:
se è in grado di riceverli
di parola e silenzio.

5

Di astuzia ha bisogno
chi lontano viaggia;
il semplice se ne resti a casa;
osservatore superficiale diviene
chi non esamina
banché col saggio sieda.

6

Del proprio pensiero
un uomo non deve essere fiero,
ma piuttosto cauto di condotta;
quando prudente e silenzioso
giunge a una dimora,
raramente all'astuto viene danno,
poiché un più fedele amico
mai un uomo riceve
di una grande astuzia.

7

Il cauto ospite
che a mangiare giunge
un fine silenzio mantiene,
le orecchie affina,
e con gli occhi scruta;
così esplora ogni saggio uomo.

8

Egli è fortunato,
chi per sé ottiene
gloria e parole amiche;
insicuro è con ciò
che un uomo deve avere
dal petto di un altro.

9

Quegli è fortunato,
che in sé possiede
gloria e saggezza, mentre vive;
poiché un cattivo consiglio
spesso ha l'uomo ricevuto
dal petto di un altro.

10

Un migliore peso
un uomo non porta in cammino
di una sua grande astuzia;
della ricchezza meglio
sembra questo in un luogo ignoto;
tale è il rifugio del povero.

11

Un migliore peso
un uomo non porta in cammino
di una sua grande astuzia;
ma una peggiore provvigione
non porta egli con sé
di un sorso di troppo di birra.

12

Non è così buona
come buona si dice
la birra per i figli degli uomini,
poiché di nuocere sa,
quando molto beve,
alla propria mente l'uomo.

13

Airone dell'oblio si chiama
ciò che sopra la birra si libra;
esso ruba la mente degli uomini;
dalle piume di quell'uccello
fui io avvolto
nella dimora di Gunnlöðr(1).

14

Ebbro io ero,
ero più che ebbro
presso il saggio Fjalarr;(2)
poiché migliore è l'ebbrezza,
quando indietro poi recupera
ogni uomo il proprio senno.

15

Taciturno e cauto
deve il figlio di un capo essere
e intrepido nella pugna;
felice e generoso
deve essere ogni uomo,
mentre attende la propria morte.

16

L'uomo vigliacco
pensa di vivere per sempre
se egli dalla lotta si guarda;
ma la vecchiaia dona
a lui nessuna pace,
anche se le lance lo risparmiano.

17

Lo stolto spalanca la bocca
quando da un amico giunge,
borbotta tra sé oppure tace;
ma tutta in un colpo,
se egli da bere riceve,
aperta è allora la mente dell'uomo.

18

Egli solo conosce,
chi lungi trova la strada
e ha viaggiato molto,
da quale atteggiamento
governato è ogni uomo,
egli che sapiente è d'astuzia.

19

Non eviti l'uomo un boccale,
beva comunque con moderazione,
parli bene oppure taccia:
di questo come difetto
nessun uomo ti accusa
se tu vai presto a dormire.

20

L'uomo avido,
se non conosce controllo,
mangia per sé a perpetuo dolore;
spesso suscita il riso,
quando col saggio giunge
dell'uomo stolto il ventre.

21

Il bestiame questo sa,
quando esso a casa deve rientrare
e lasciare allora il pascolo;
ma l'uomo stolto
non conosce mai
la parola del suo ventre.

22

L'uomo povero
e dalla mente malvagia
ride d'ogni cosa;
una cosa egli non sa,
che dovrebbe sapere:
che egli non è senza difetti.

23

L'uomo stolto
sta sveglio tutta la notte
e riflette su ogni cosa;
allora è stanco
quando giunge il mattino,
tutto è oscuro come era.

24

L'uomo ottuso
pensa che tutti siano amici
quelli che assieme a lui ridono.
Di nulla egli s'accorge,
anche se essi di lui male parlano,
se egli coi saggi siede.

25

L'uomo ottuso
pensa che tutti siano amici
quelli che assieme a lui ridono;
allora questo scopre
quando in tribunale giunge,
che egli ha pochi avvocati.

26

L'uomo ottuso
crede di conoscere tutto,
se egli ha per sé un angolo in cui stare;
una cosa egli non sa,
cosa debba rispondere
se lo mettono alla prova.

27

L'uomo stolto,
quando fra la gente giunge,
meglio farebbe a tacere;
nessuno questo conosce,
che egli non sa nulla,
finché egli non parla a lungo;
un uomo ignorante
non sa nulla,
anche se parla a lungo.

28

Saggio si considera quello,
che può conoscere
e dire la stessa cosa,
di nascondere l'ignoranza
non son capaci i figli,
poiché essa cammina tra gli uomini.

29

Troppo dice
quello che mai tace,
parole instabili;
una lingua che svelta parla,
se non viene imbrigliata,
spesso canta a proprio danno.

30

Osservatore superficiale
non deve un uomo esser ritenuto,
anche se giunge come ospite;
molti allora sono creduti saggi,
se non sono messi alla prova
e possono sedere in abiti asciutti.

31

Saggio si crede
chi prende la fuga,
ospite, all'ira dell'ospite;
non conosce affatto
chi si beffa del cibo,
se egli fra nemici cianci.

32

Molti uomini
sono l'un l'altro amici
ma divisi a tavola;
conflitto d'uomini
questo sempre sarà,
la rabbia dell'ospite con l'ospite.

33

Presto il pasto
deve l'uomo spesso prendere,
se non giunge da un conoscente.
Siede ed è depresso,
come se morisse di fame
e può chiedere poco.

34

Lunga invero la strada
verso un cattivo amico,
anche se lungo la strada abita,
ma verso un buon amico
si stendono strade diritte,
anche se egli si trova lontano.

35

Deve camminare,
non deve l'ospite stare
sempre in un luogo;
il piacevole diviene spiacevole,
se a lungo siede
sugli altrui pavimenti.

36

La propria casa è migliore,
anche se piccola,
padrone è ognuno a casa;
anche se non ha che due capre
e una branda di paglia,
questo è comunque meglio che mendicare.

37

La propria casa è migliore,
anche se piccola,
padrone è ognuno a casa;
sanguinante è il cuore
di chi chiedere deve
per sé cibo a ogni pasto.

38

Senza le proprie armi
non deve un uomo in un campo
un passo fare in avanti,
poiché difficile è sapere
quando sorgerà in viaggio
della lancia il bisogno per un uomo.

39

Non trovai io uomo generoso
o così benevolo col cibo,
da non aver accettato regali,
o colle sue proprietà
così liberale,
da rifutare ricompensa, se offerta.

40

Della sua proprietà,
che ha guadagnato,
non deve un uomo il bisogno sopportare;
spesso serba per l'importuno
ciò che per un caro aveva destinato:
molte cose van peggio del previsto.

41

Con armi e vestiti
devono gli amici farsi doni:
così è data prova di sé;
chi dà e chi riceve
sono più a lungo amici,
fino a che tutto va bene.

42

Al proprio amico
deve l'uomo essere amico
e pagare dono con dono;
risata con risata
devono gli uomini scambiare
ma inganno con menzogna.

43

Al proprio amico
deve l'uomo essere amico,
a lui e al suo amico;
ma del proprio nemico
non deve nessun uomo
essere amico dell'amico.

44

Tu sai, se hai un amico,
di cui molto ti fidi,
e vuoi che da lui venga il bene,
la mente devi con lui mischiare
e doni scambiare,
andarlo a trovare spesso.

45

Se ne hai un altro,
di cui poco ti fidi,
eppure vuoi che da lui venga il bene,
con grazia devi con lui parlare
ma con arte pensare
e pagare inganno con menzogna.

46

Questo ancora si dica di quello
di cui tu poco ti fidi
e per il quale sospetti del suo comportamento:
ridere devi tu con quello
e contro il pensiero parlare;
simile sia il dono al dono.

47

Givane ero io un tempo,
viaggiavo con me soltanto:
allora divenni confuso sulla strada;
ricco mi ritenevo,
quando un altro incontravo:
l'uomo è dell'uomo la gioia.

48

Generosi, intrepidi
uomini meglio vivono,
di rado rimpianti allevano;
ma l'uomo timoroso
si spaventa di tutto,
lagna sempre la voglia di un dono.

49

I miei abiti
diedi io in un campo
a due spaventapasseri;
guerrieri parevano,
quando furono vestiti:
vergognevole è nudo l'uomo.

50

Avvizzisce l'albero
che sorge sulla vetta del colle:
non lo proteggono né corteccia né foglie;
così è l'uomo,
che di nessuno si cura.
Come vivrà egli a lungo?

51

Più alta del fuoco
brucia tra cattivi amici
la pace per cinque giorni,
ma allora si spegne
quando il sesto giunge
e degenera tutta l'amicizia.

52

Una cosa grande
non si deve dare a un uomo:
spesso si compra con poco una lode;
con una mezza pagnotta
e con una ciotola ammaccata
mi procurai un compagno.

53

Scarsa la sabbia
di un piccolo mare,
piccole sono le menti degli uomini.
Poiché tutti gli uomini
non divennero ugualmente saggi,
mezza è ogni età.

54

Saggio quanto basta
dovrebbe essere ogni uomo:
verso la vita la saggezza sia;
queste sono persone
che in modo più bello vivono
quando molto conoscono bene.

55

Saggio quanto basta
dovrebbe essere ogni uomo:
verso la vita la saggezza sia,
perché il cuore dell'uomo saggio
diviene raramente felice,
se troppo saggio è colui che lo ha.

56

Saggio quanto basta
dovrebbe essere ogni uomo:
verso la vita la saggezza sia;
il proprio destino
nessuno conosca prima:
vivrà egli libero da preoccupazioni.

57

Il fuoco dal fuoco
brucia, fino a quando non è arso,
la vampa è accesa dalla vampa;
l'uomo all'uomo
diviene noto dal discorso,
ma dal timido silenzio l'ottuso.

58

Presto si deve alzare
chi di un altro vuole
la proprietà o la vita avere;
di rado l'indolente lupo
ottiene una preda
o l'uomo dormiglione la vittoria.

59

Presto si deve alzare
chi ha pochi servitori
e va a esaminare il proprio lavoro;
molto ritarda
quello che la mattina dorme,
metà è la ricchezza delle energie.

60

Di assi asciutte
e di scandole del tetto
può un uomo conoscere la misura
e di quella legna
che può bastare
per la ventura stagione.

61

Lavato e sazio
cavalchi l'uomo verso l'assemblea,
anche se con abiti non belli;
di scarpe e culatte
non si vergogni nessuno,
né del suo cavallo
anche se non ne possiede uno valido.

62

È stranita e disorientata,
quando giunge dal mare,
un'aquila sopra l'antico oceano:
così è l'uomo
che con molti giunge
e ha pochi dalla sua parte.

63

Chiedere e dire
deve ogni persona saggia
che voglia esser chiamata sapiente;
conosca uno,
ma un secondo non deve:
la folla conosce, se un terzo sa.

64

Il proprio potere
dovrebbe ogni ben consigliato
usare con cautela;
allora egli scopre questo,
quando tra i prodi giunge,
che nessuno è il solo più intrepido.

65

Di quelle parole,
che un uomo a un altro dice,
spesso questi paga il dazio.

66

Eccessivamente presto
giunsi in molti luoghi,
ma tardi in altri;
la birra era stata bevuta,
altra non era ancora pronta:
di rado lo sgradito coglie l'attimo.

67

Qui e altrove
sarei stato invitato a casa,
se di cibo avessi avuto bisogno,
o due prosciutti pendessero
presso quel sincero amico,
dove io uno ne ho mangiato.

68

Un fuoco è migliore
con i figli dell'uomo
e la vista del sole:
la propria salute [è migliore]
se un uomo la mantiene
non vivendo con vizi.

69

Non c'è uomo povero di tutto,
anche se egli ha cattiva salute:
qualcuno ha la fortuna nei figli,
qualcuno nei parenti,
qualcuno nel denaro abbondante,
qualcuno nel lavorare bene.

70

Meglio è esser vivi
che non esserlo più,
sempre riceve un vivente una vacca;
un fuoco vidi io, alto ardere
dinnanzi all'uomo ricco,
ma fuori giaceva, morto, presso la porta.

71

Lo zoppo cavalca un destriero,
bestiame conduce il monco,
il sordo combatte e aiuta,
esser cieco è meglio
che essere arsi:
nessuna utilità ha un cadavere.

72

Un figlio è meglio,
anche se tardi nasce,
dopo che l'uomo se n'è andato:
di rado le pietre tombali
s'ergono ai lati della strada,
se non le erige un parente a un parente.

73

Due combattono contro uno,
la lingua è il flagello della testa;
quando per me, sotto ogni mantello,
una mano si cela.

74

Di notte diviene felice
chi è certo di un alloggio:
breve è l'ormeggio di una nave,
mutevole è la notte autunnale;
molti i cambiamenti di tempo
in cinque giorni
ma maggiori in un mese.

75

Non conosce colui
che niente conosce,
molti divengono scimmie di altri;
un uomo è ricco,
un altro non lo è,
non dovrebbe quello esser biasimato.

76

Muore la ricchezza,
muore la parentela,
io stesso pure muoio,
ma la buona fama
non muore mai
per chi se l'è meritata.

77

Muore la ricchezza,
muore la parentela,
io stesso pure muoio;
io conosco una cosa
che non muore mai:
il giudizio su ogni morto.

78

Campi e greggi
vidi io presso i figli di Fitjungr:
ora portano essi il bastone del mendico;
così è la ricchezza,
come un ammiccare d'occhio:
essa è più incostante di un amico.

79

Per l'uomo stolto,
se riesce a ottenere
ricchezza o l'amore di una donna,
orgoglio in lui cresce,
ma saggezza mai:
sempre più affonda nell'arroganza.

80

Questo è allora provato,
quando interroghi le rune,
quelle venute dagli dèi,
quelle che crearono i più potenti
e dipinse Fimbulþulr;(3)
allora si ottiene il meglio, se si tace.

81

Di sera il giorno sia lodato,
la donna, quando è cremata,
una spada, quando è saggiata,
una fanciulla, quando è data in moglie,
il ghiaccio, quando è attraversato,
la birra, quando è stata bevuta.

82

Nel vento bisogna tagliare la legna,
sulla brezza prendere il mare,
nel buio con una ragazza parlare:
molti sono gli occhi del giorno;
una nave serve per viaggiare,
ma uno scudo per proteggersi,
una spada per tagliare,
ma una fanciulla per baciare.

83

Accanto al fuoco si beva la birra,
ma sul ghiaccio si scivoli,
un magro cavallo si compri,
ma una spada arrugginita,
a casa un cavallo nutrire,
ma un cane presso la dispensa.

84

Alle parole delle fancuille
nessuno deve credere,
né a ciò che dice una donna,
poiché su una ruota che gira
furono i loro cuori formati:
astuzia nel petto custodiscono.

85

Nell'arco che si spezza,
nel fuoco che arde,
nel lupo che sbadiglia,
nella cornacchia che gracchia,
nel porco che grugnisce,
nell'albero senza radici,
nell'onda che cresce,
nella pentola che bolle,

86

nel dardo che vola,
nel mare in tempesta,
nel ghiaccio di una notte,
nel serpente che si attorciglia,
nelle chiacchere a letto di una donna
o in una spada spezzata,
nel gioco di un orso
o del figlio di un re;

87

nel polpaccio malato,
nell schiavo volontario,
nella veggente lusinghiera,
nel guerriero morto da poco,

88

nel primo frutto del campo
nessun uomo abbia fiducia
né nel figlio prematuramente,
- il tempo governa il campo,
ma arguzia un figlio:
incerti sono entrambi.

89

Nell'assassino del proprio fratello,
anche se incontrato lungo la strada,
nella casa mezza bruciata,
nel cavallo troppo veloce,
- allora è il corsiero inutile,
se si spezza una zampa -:
non c'è uomo così fiducioso
da aver fede in tutto ciò.

90

Così è l'amore delle donne,
quelle che pensano falsità,
come condurre un destriero dagli zoccoli lisci
sul ghiaccio scivoloso,
incontrollato, di due anni,
male addestrato,
o nel vento selvaggio
condurre una nave senza timone,
o uno zoppo che caccia una renna
su un pendio, al disgelo.

91

Chiaro parlerò io ora,
poiché conosco entrambi,
infedele è la mente dell'uomo verso la donna;
allora noi parliamo assai bene,
quando pensiamo falsamente:
questo si dica alla mente del saggio.

92

Con fascino deve parlare
e ricchezze offrire
chi vuole avere l'amore di una donna,
l'aspetto lodare
dell'amata persona:
vince chi bene cerca.

93

Biasimare un altro
per il suo amore
nessun uomo deve mai;
spesso capita al saggio
ciò che non accade allo stolto:
esser avvinto dalla bellezza.

94

L'altrui condizione
un uomo non deve biasimare,
poiché molti uomini coinvolge:
folli dai saggi
rende i figli dell'uomo
la potenza dell'amore.

95

La mente sola questo conosce,
che giace accanto al cuore:
ciascuno è il proprio giudice;
nessuna malattia è peggiore
per un uomo saggio
che non trovare alcuna pace.

96

Questo io provai allora,
quando sedevo fra le canne
e bramavo il mio desiderio;
il corpo e il cuore
era per me quella leggiadra fanciulla:
la bramavo, ma non la ottenni.

97

La figlia di Billingr(4)
trovai io nel suo letto,
bianca come il sole, dormiente;
gli affanni della signoria
mi parevano essere nulla
a parte il vivere con quel corpo.

98

"Dopo il tramonto,
dovrai venire, Óðinn,
se vuoi parlare a una donna:
tutto sarà scoperto
se non sappiamo noi due soli
un segreto così vergognoso."

99

Andai io lontano,
pensando all'amore,
dai propositi di saggezza;
questo io credevo
di avere ottenuto:
tutto il suo fascino e il piacere.

100

Così giunsi di notte
e là io trovai allora
tutte le truppe sveglie,
con luci ardenti
e faci accese:
così mi mostrarono la via della vergogna.

101

Mi avvicinai ancora di mattina,
quando tornai indietro:
allora i soldati dormivano;
un cane trovai allora
di quella bella donna
al letto legato.

102

Molte sono le belle fanciulle,
se l'animo se ne indaga,
incostanti con l'uomo.
Allora io questo sperimentai,
quando quella prudente
cercai di attrarre a me:
quella scaltra persona
mi diede una bella lezione
e io rimasi senza alcuna donna.

103

In casa sia l'uomo felice
e generoso con l'ospite,
modesto dovrà essere con sé,
riflessivo e pronto al discorso,
se vuol essere davvero saggio.
Spesso deve menzionare il bene;
fimbulfambi(5) si chiama
colui che non ha nulla da dire:
questo è costume degli stolti.

104

Quel vecchio gigante cercai,
ora ne sono ritornato:
poco guadagnai tacendo laggiù,
con molte parole
parlai per il mio profitto
nella sala di Suttungr.(6)

105

Gunnlöðr mi diede
su di un aureo scranno
un sorso della preziosa bevanda;
un'amara ricompensa
ottenne ella da me
per quel suo buon cuore,
per quel suo spirito preoccupato.

106

Le fauci di Rati(7)
scavarono uno stretto passaggio
la pietra masticando,
sopra e sotto
si stendevano le strade dei giganti:
così rischiai io la mia testa.

107

Quel che bene ottenni
bene io seppi utilizzare,
di molto accrebbe la saggezza,
poiché Óðrerir(8)
alla superficie portai
tra gli uomini del confine.

108

In me è il dubbio
che mai indietro sarei tornato
dalla terra dei giganti,
se di Guunlöðr non mi fossi servito,
di quella brava donna,
che gettò attorno a me le sue braccia.

109

Il giorno seguente
giunsero i Hrímþursar(9)
a chiedere un consiglio da Hár(10)
nella sala di Hár.
Di Bölverk(11) essi chiesero,
se egli fosse giunto tra i numi
o se Suttungr lo avesse ucciso.

110

Un giuramento sul sacro anello Óðinn,
penso io, abbia compiuto:
chi avrà fede nella sua sincerità?
Suttungr tradito
egli lasciò alla festa
e in lacrime Gunnlöðr.

111

Si parli ora, è il tempo,
dello scranno del saggio
presso Urðarbrunnr:(12)
vidi io, e tacevo,
vidi io, e pensavo,
ascoltavo le parole degli uomini;
delle rune udii io il giudizio,
né il consiglio era taciuto
presso il salone di Hár,
nel salone di Hár,
così sentii io parlare.

112

Io ti consiglio, Loddfáfnir,(13)
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
non alzarti di notte
se non devi spiare
oppure ti devi liberare fuori di casa.

113

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
di un donna abile nella magia
non dovrai tu dormire fra le braccia,
così che ella ti imprigioni le membra.

114

Ella tale ti renderà
che più non ti curerai
del Consiglio, né della parola del tuo popolo;
non vorrai più cibo
né gli svaghi degli uomini:
cadrai in un sonno colmo di rimpianti.

115

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
la donna di un altro
non attrarre mai a te
come tua compagna.(14)

116

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
per monti e anfratti
se dovrai viaggiare,
porta cibo a sufficienza.

117

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
a un uomo malvagio
non permettere mai
di conoscer la tua sventura,
poiché dall'uomo malvagio
sempre tu riceverai
mali dal tuo buon cuore.

118

Ferito a morte
vidi io un uomo
dalle parole di una donna malvagia;
una lingua menzognera
lo privò della vita
e lo fece senza un grammo di verità.

119

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
attento: se hai un amico
di cui ti fidi davvero,
spesso vallo a trovare,
poiché arbusti crescono
e l'erba è alta
sulla strada che nessuno percorre.

120

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
un uomo buono
scegliti come valido interlocutore
e impara canti di guarigione, finché sei vivo.

121

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
col tuo amico
non essere mai il primo
a infrangere i legami d'amicizia;
la preoccupazione ti mangerà il cuore,
se tu aprire non potrai
la tua mente a un altro.

122

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
sprecare parole
tu non dovrai mai
con una stolta scimmia.

123

Dall'uomo malvagio, infatti,
non avrai mai
una ricompensa per il bene,
ma un uomo buono
può far molto per te
con le sue lodi.

124

Reciproca è allora l'amicizia
quando uno può confidare
all'altro tutta la propria mente;
tutto è meglio
di una persona infida:
non è amico a un altro, chi solo lusinga.

125

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
una dialettica tenzone
non ingaggiare con un uomo peggiore:
spesso il migliore cede,
quando il peggiore colpisce.

126

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
un calzolaio non essere,
né un fabbricante di frecce,
se non per te stesso:
se la scarpa è foggiata male
o la freccia cede,
ti guadagnerai maledizioni.

127

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
se di uno conosci la malvagità,
riconoscilo come malvagio:
non dar pace al tuo nemico.

128

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
del male felice
non essere mai,
ma sappi gioire del bene.

129

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
guardare in alto
non devi in battaglia,
- simili a porci
divengono i figli dell'uomo -
ti affascinerebbero meno gli eroi.

130

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
se vuoi per te una donna onesta
per conversare amabilmente
e attrarre la sua attenzione,
con fascino devi parlare
e mantenerti fedele:
nessuno al bene rinuncia, se lo ottiene.

131

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
cauto ti raccomando d'essere
ma non troppo cauto;
sii massimamente cauto con la birra
e con la donna di un altro
e per terza cosa
che un ladro non t'inganni.

132

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
con insulti o risate
non offendere mai
un ospite o un viandante.

133

Spesso sanno ben poco
quelli che all'interno siedono
di che stirpe siano quelli che arrivano;
non esiste un uomo così buono
da non incappare in sbagli,
né così cattivo da non servire a nulla.

134

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
dell'anziano oratore
non ridere mai:
spesso è buono quel che gli anziani dicono;
spesso dalla pelle grinzosa
parole chiare giungono
da quello che ha la pelle pendente
e la cute che ballonzola
e il ventre gonfio.

135

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
non abbaiare all'ospite
e non cacciarlo dal cancello:
tratta bene il povero.

136

Pesante è la trave
che dev'essere alzata
per far entrare tutti.
Aggiungi un anello,
oppure ti attirerai
ogni male dal cuore.

137

Io ti consiglio, Loddfáfnir,
ma tu accetta il consiglio, -
ne avrai beneficio se lo accetterai,
bene ti servirà, se lo riceverai -:
quando bevi la birra,
scegli la terra migliore,
poiché la terra cura l'ebbrezza,
e il fuoco la malattia,
la quercia la stipsi,
la pannocchia i malefici,
la segale l'ernia,
- per la rabbia devi pregare la luna, -
l'erba la scabbia,
e le maledizioni le curano le rune,
(15)
il campo curerà l'inondazione.

138

Io so che rimasi appeso(16)
all'albero ventoso(17)
per nove giorni e notti,
dalla lancia trafitto,
e offrii a Óðinn,
me stesso a me stesso,
su quell'albero
di cui nessuno conosce
da quale radice s'innalzi.

139

Con una pagnotta non m'allietarono,
né con un corno,(18)
scrutavo io le profondità,
conquistai io le rune,
gridando le conquistai,
caddi da là sulla schiena.

140

Nove possenti canti
ottenni io dal famoso figlio
di Bölþornr, padre di Bestla,(19)
e un sorso guadagnai
della superba bevanda,
attinta da Óðrerir.

141

Allora cominciai a prosperare
e ad essere saggio
e a crescere e ad essere forte:
di parola in parola
la parola mi condusse,
di azione in azione
l'azione mi condusse.

142

Le rune devi trovare
e interpretare il bastone,
il bastone più forte,
il bastone più potente,
che dipinse Fimbulþulr
e crearono i potenti
ed eresse il portavoce degli dèi.(20)

143

Óðinn tra gli Ási,
e tra gli elfi Dáinn,
Dvalinn tra i nani,
Ásviðr tra i giganti,
io stesso ne incisi qualcuna.

144

Sai tu come scrivere si deve?
Sai tu come interpretare si deve?
Sai tu come dipingere si deve?
Sai tu come tentare si deve?
Sai tu come chiedere si deve?
Sau tu come sacrificare si deve?
Sai tu come dare si deve?
Sai tu come immolare si deve?

145

Meglio è non pregare
che sacrificare troppo,
sempre sia come il vantaggio il dono;
meglio è non dare,
che immolare troppo.
Così Þundr(21) stabilì
per il fato dei popoli,
quando egli alto s'eresse,
quando egli tornò indietro.

146

Quei canti io conosco(22)
che non conoscono le spose dei re
e i discendenti delle stirpi umane.
"Aiuto" si chiama il primo:
aiuto esso ti darà
nel dolore e nell'afflizione
e in ogni malattia.

147

Questo conosco come secondo,
di cui i figli avranno bisogno,
quelli che vogliono vivere come guaritori.

148

Questo conosco come terzo:
se grande diviene il mio bisogno
di forza per fronteggiare i nemici,
smussata farò io
la lama del mio nemico;
non morderà la sua spada o lancia.

149

Questo conosco come quarto:
se in fretta mi renderanno
incatenate le membra,
così io canterò,
che io me ne potrò andare,
cadranno le catene dalle mie gambe
e i lacci dalle mani.

150

Questo conosco come quinto:
se da lungi un dardo vedo
volare contro una persona,
non volerà esso così veloce,
che io non lo possa fermare,
se pure lo vedo a malapena.

151

Questo conosco come sesto:
se mi danneggia un uomo,
inviando una radice incisa,(23)
quello stesso male
che invoca contro di me
lo consumerà al posto mio.

152

Questo conosco come settimo:
se io vedo alte fiamme
nella sala, sopra ai miei compagni,
non bruceranno così in fretta
che io non le riesca a spegnere;
questo canto io conosco da intonare.

153

Questo conosco come ottavo,
che per tutti è
il più prezioso da imparare:
quando s'accresce l'odio
tra i figli dei prodi,
in fretta so porvi rimedio.

154

Questo conosco come nono:
se nel bisogno mi trovo
di protegger la mia nave nelle maree,
il vento io placo
sulle onde
e addormento tutto il mare.

155

Questo conosco come decimo:
se vedo corridori della casa(24)
danzare nel cielo,
così io le vinco,
che esse si disperderanno selvagge
nella loro vera forma,
nella loro vera dimora.

156

Questo conosco come undicesimo:
se io dovrò in battaglia
condurre i miei vecchi amici,
sugli scudi canterò,
ed essi avanzeranno con forza
salvi alla battaglia,
salvi dalla battaglia:
essi torneranno salvi da ogni luogo.

157

Questo conosco come dodicesimo:
se vedo alto su di un albero
pendere un impiccato,
così io scrivo
e le rune dipingo,
che quell'uomo cammini
e parli con me.

158

Questo conosco come tredicesimo:
se io il figlio di un uomo
bagnerò con acqua,(25)
non cadrà egli,
anche se andrà fra i nemici:
non cederà morto dinnanzi alle spade.

159

Questo conosco come quattordicesimo:
se dovrò tutti enumerare
agli uomini gli dèi possenti,
degli Ási e degli elfi
tutte le virtù conoscerò:
poco conosce lo stolto di questo.

160

Questo conosco come quindicesimo,(26)
che cantò Þjóðrerir(27)
il nano dinnanzi alla porta di Dellingr:(28)
possanza cantò egli per gli Ási,
e gloria per gli elfi,
saggezza per Hroftatýr.(29)

161

Questo conosco come sedicesimo:
se io voglio di una accorta fanciulla
ottenere tutta la dolcezza e l'amore,
la mente io cambio
della donna dalle bianche braccia
e trasformo tutti i suoi pensieri.

162

Questo conosco come diciassettesimo
che raramente fuggirà da me
una timida fanciulla.
Questi canti,
Loddfáfnir, a lungo dovrai
bene apprendere;
ma bene ne avrai, se li otterrai,
vantaggio, se lo conoscerai,
aiuto, se li riceverai.
(30)

163

Questo conosco come diciottesimo,
che mai insegnerò
a una fanciulla o alla sposa di un uomo,
- tutto è meglio
che uno solo conosca;
questo è conseguenza dei canti, -
eccetto quella sola
che avrò tra le mie braccia
o che sia mia sorella.

164

Ora sono le parole dell'Alto
recitate nella sala dell'Alto,
necessarie per i figli degli uomini,
inutili per i figli dei giganti.
Salute a colui che parlò,
salute a colui che conosce,
gioisca colui che apprese,
salute a coloro che ascoltarono.

NOTE

1 - Gunnlöðr è il nome di una gigantessa, custode di una birra magica in grado di conferire il dono di poetare a chiunque ne bevesse. Óðinn, con l'inganno, ottenne di berla tutta.
2 - Fjalarr è generalmente considerato un altro nome del gigante Suttungr, padre di Gunnlöðr di cui sopra, proprietario della birra magica. Snorri, però, associa questo nome a un nano, anch'egli avventore presso la dimora di Suttungr.
3 - Probabilmente un altro nome di Óðinn, visto che proprio a lui sono attribuite le rune.
4 - Poco o nulla si conosce di questo episodio narratoci da Óðinn: probabilmente i personaggi in questione, Billingr e sua figlia, erano giganti, ma non si hanno altre fonti certe a cui fare riferimento per questa storia.
5 - Il termine significa "grande stolto".
6 - Il gigante in questione è sempre Suttungr, già apparso nelle stanze 13 e 14 e citato nella nota 2. Egli possedeva una birra magica, di cui la figlia Gunnlöðr era custode.
7 - Rati ("Il Viaggiatore") è il nome del succhiello con cui Óðinn scavò la propria strada verso la dimora di Suttungr.
8 - Il nome del calderone che conteneva la magica birra: spesso, per estensione, veniva a indicare la birra medesima. Durante la sua fuga precipitosa in forma d'aquila dalla dimora di Suttungr, Óðinn lasciò cadere alcune gocce della preziosa bevanda sulla terra, così anche gli uomini ricevettero, almeno in piccola parte, il dono della poesia.
9 - I giganti di brina, una delle varie razze di giganti, estremamente antica: Ymir, il macrantropo primordiale, era uno di loro.
10 - Uno dei tanti nomi di Óðinn, che costituisce anche il titolo dell'intero poema: letteralmente "L'Alto".
11 - Bölverk è lo pseudonimo che Óðinn utilizzò nella sala di Suttungr: letteralmente "Che Opera Malefici".
12 - Una delle tre sorgenti che alimentano Yggdrasill, l'Albero del Mondo: presso di essa dimorano le Norne, le custodi della sorte di dèi e uomini. Letteralmente, il nome significa "Sorgente di Urðr", la maggiore delle tre sorelle, ma può anche essere tradotto come "Sorgente del Destino".
13 - Questa parte dello Hávamál, dalla stanza 111 alla 137, è solitamente definita "Loddfáfnismál", in quanto indirizzate a Loddfáfnir, misterioso interlocutore di Óðinn, di cui si sa poco o niente. Il nome parrebbe indicare un cantante errabondo, una sorta di aedo, ma non si ha alcuna notizia precisa.
14 - Il termine norreno corrispondente indica una donna che, oltre a essere l'amante di un uomo, fungeva anche da sua consigliera e confidente, ovverosia una persona con cui l'uomo spesso parlava dei suoi problemi, ma anche delle più pressanti questioni politiche del clan. Tradurre tutto questo in italiano con una sola parola risulta alquanto difficile.
15 - Questa parte è generalmente considerata una interpolazione.
16 - Le stanze seguenti ci raccontano il modo in cui Óðinn entrò in possesso del potere delle rune.
17 - L'albero in questione è l'Albero del Mondo, chiamato Yggdrasill ("Il destriero di Yggr") in virtù dell'episodio ora narrato. Si ricordi che Yggr ("Il Terribile") è uno dei tanti nomi di Óðinn.
18 - Óðinn rimase per nove giorni senza mangiare né bere. Il corno era spesso utilizzato in quei tempi come bicchiere, soprattutto per l'idromele.
19 - Bölþornr era un gigante di brina, padre di Bestla, la madre di Óðinn. Non sappiamo nulla di certo sullo zio qui menzionato, ma si pensa che si tratti di Mímir, il custode di Mímisbrunnr, la sorgente della conoscenza, una delle tre fonti di Yggdrasill. Questa stanza, palesemente fuori posto nel racconto delle rune, potrebbe essere una interpolazione, in quanto si riferisce ancora al furto della birra magica narrato in precedenza.
20 - Le rune erano dapprima incise nel legno e poi colorate di rosso.
21 - Un altro nome di Óðinn.
22 - Qui ha inizio l'ultima sezione dello Hávamál, il Ljóðatal, ovverosia la lista dei canti magici.
23 - Inviare a una persona una radice incisa con le rune appropriate era considerato un ottimo modo per causarne la morte.
24 - Termine di difficile traduzione, che indica personaggi del folklore norreno. Si tratta di streghe che, durante la notte, correvano sui tetti delle case, in forma di animali selvatici.
25 - L'usanza di aspergere d'acqua i bambini era diffusa nel mondo norreno ben prima dell'introduzione del cristianesimo e del rito del battesimo.
26 - Secondo molti esperti, questa è da considerarsi come l'ultima stanza dello Hávamál, le successive essendo interpolazioni più tarde.
27 - Personaggio di cui non si sa nulla, citato solamente in questa stanza dello Hávamál.
28 - Un dio di cui raramente si parla nelle saghe norrene: sposo di Nótt, la notte, e padre di Dágr, il giorno.
29 - Ancora un nome di Óðinn.
30 - Questa parte, con tutta probabilità, è un'aggiunta successiva, finalizzata a congiungere questa sezione del poema con quella precedente.