Adriano - racconti e altro

Atusa cironnup - La volpe nuda

riturpankepao
Una bella casa,
Dentro la casa
Io crebbi da solo
riturpankepao
Mentre ero lì,
Un giorno,
Il piccolo Samayunkur
E il piccolo Okikurmi
Assieme
Scesero alla spiaggia
riturpankepao
Posero in acqua una barchetta
E salparono verso il mare aperto
riturpankepao
Quando li vidi
riturpankepao
Un dispettuccio
Decisi di fare.
Poiché ridendo
Così pensai
riturpankepao
Scesi alla spiaggia.
La punta della mia piccola coda
Agitai verso l’alto,
Agitai verso il basso
riturpankepao
Con grande forza
Il mio guaiolare
Risuonò più volte
riturpankepao
Verso la montagna
E verso la costa
Il calpestio delle mie zampe
Si diffuse
riturpankepao
Del vento montano
Tutta la forza
Si abbatté sulla riva
riturpankepao
Poiché sopra i flutti
Così soffiava,
Il mare di superficie
Scese in profondità,
Il mare profondo
Salì in superficie
riturpankepao
A questo punto
Il piccolo Samayunkur
E il piccolo Okikurmi
In volto
Si fecero pallidi
Per la sorpresa
riturpankepao
Verso riva la barca
Cercavano di guidare
riturpankepao
Ma con tutto il mio impegno
Io glielo impedivo
riturpankepao
La punta della mia piccola coda
Agitai verso l’alto,
Agitai verso il basso
riturpankepao
A questo punto
Il piccolo Samayunkur
E il piccolo Okikurmi
Incitandosi a voce
Si fecero forza
E ripresero vigore
riturpankepao
Benché la barca
Spingessero verso la riva
riturpankepao
Verso il mare aperto era trascinata
riturpankepao
Diretti verso il mare aperto,
Ad un tratto,
Al piccolo Samayunkur
Di un pallido sfinimento
L’incarnato del volto
Si tinse.
riturpankepao
A questo punto,
A poppa della barca
Morì di stanchezza.
riturpankepao
Sulla schiena
Crollò disteso.
riturpankepao
Il piccolo Okikurmi,
Rimasto solo,
Navigava verso la costa.
Gridando forte,
Nel proprio petto
Riportò il coraggio, ma
Siccome era solo,
A maggior ragione
Verso il largo era sospinto
riturpankepao
Nel mentre
Il grande Okikurmi
E il grande Samayunkur
riturpankepao
Assieme
Scesero alla riva,
Misero in acqua una grande barca
E navigarono verso il mare aperto
riturpankepao
Nonostante questo,
Benché fossero adulti,
Se li avessi presi in giro
Mi sarei divertito
riturpankepao
Poiché così mi dissi
riturpankepao
La punta della mia piccola coda
Agitai verso l’alto,
Agitai verso il basso
riturpankepao
Benché facessi così,
Non mi badarono proprio
E seguendo i bambini
Andarono verso il mare aperto
riturpankepao
In breve tempo
Li raggiunsero.
Nella poppa della barca
La persona che giaceva morta
riturpankepao
Pestando più volte i piedi
«Ancora di riposare
Avevo voglia, ma
Mi hanno svegliato?»
Parlando così,
Si sfregò più volte gli occhi
E si alzò.
riturpankepao
Salirono sulla barca grande
riturpankepao
In seguito
La barca piccola
Alla poppa della barca grande
Assicurarono,
Dopodiché
Dritti verso di me
Vennero verso riva
E la barca ormeggiarono
riturpankepao
Dentro la barca
Il prode Okikurmi
A un piccolo arco di ikema
Una piccola freccia di ikema
Incoccò
riturpankepao
«Terribile volpe,
Volpe nuda,
riturpankepao
Ecco cosa sei tu.
Agendo così
Cosa speri di ottenere?
riturpankepao
Poiché fai la sbruffona
riturpankepao
Il tuo comportamento
Ti porta a questo.
riturpankepao
Alla tua casa
Se ritornerai,
Guardala bene
riturpankepao
Se farai così
riturpankepao
Tanto tempo fa
Un albero caduto,
Un albero marcio
riturpankepao
Un albero coperto di muschio,
Sotto questo albero
Tu sei cresciuta
riturpankepao
Il suo aspetto
È proprio questo.
Qui sotto
Tu ti infilerai
E il castigo per ciò che hai fatto
Sarà il seguente
riturpankepao
Il punto dove ti ho colpita
Per adesso forse ancora
Non ti farà male,
Ma mentre andrai
Pruderà, pruderà,
Quel punto pruderà
riturpankepao
All’interno della casa
Tu entrerai
E a quel punto
Subito comincerai a marcire
riturpankepao
Una morte brutta, una morte orrenda
Tu dovrai fare
Hai capito?» e mentre
Così mi diceva,
Mi colpì, ma
«Le parole dette dall’uomo
Saranno anche spaventose,
Ma il punto colpito
Non fa neppure male.
Perché di marcire
Avrà mai parlato?»
riturpankepao
Pensando così,
Io me la ridevo
Di nascosto, mentre
Me ne andavo.
Tornandomene indietro
A guardare, però,
Era proprio vero.
Da tanto tempo
Un albero caduto
Un albero coperto di muschio,
Lì sotto
Io vivevo.
Il suo aspetto
Era proprio questo.
Il punto colpito
Mi doleva e marciva
E così alla fine
Tutto il mio corpo marcì
E una brutta morte, una morte orribile feci.
Una volpe nuda,
Questo io sono, perciò
Volpi che vivete oggi
Non fate dispetti, mi raccomando!
Così la volpe nuda
Raccontò.

Protagonista e narratore di questo kamuy yukar è la cosiddetta atusa cironnup, ossia la “volpe nuda”. Un kamuy yukar era una classe di storie ainu in cui si raccontava in prima persona l’avventura di un qualche tipo di divinità, spesso un animale con poteri speciali, come nell’esempio in esame. La storia era cantata da una persona e presentava un ritornello, detto sakehe, che aveva qualcosa a che fare col protagonista, la cui identità era svelata soltanto nell’ultima battuta. In questo caso il ritornello è riturpankepao, dove il pao finale ci suggerisce che abbiamo a che fare con una volpe: per gli ainu, infatti, l’onomatopea del verso di una volpe era paw e la volpe stessa poteva essere chiamata pawse kamuy, ossia “la divinità che fa paw”. C’è anche una specie di morale finale, presentata come raccomandazione alle altre volpi.

La storia di per sé piuttosto semplice. Il piccolo Okikurmi e il piccolo Samayunkur, due bambini, scendono al mare con la loro barchetta, presumibilmente per andare a pesca. La volpe li vede e decide di fare loro uno “scherzo”: rende burrascoso il mare per farli affondare. I due bambini cercano di difendersi, ma sono sopraffatti. Arrivano i loro padri a soccorrerli. La volpe non può niente contro di loro: Okikurmi l’adulto ricorre ad arco e frecce di un materiale particolare, per colpire la volpe e punirla. Una predica dell’eroe, poi la volpe se ne va, è colpita dalla punizione e alla fine muore, raccomandando alle altre volpi di non comportarsi come lei.

Kamuy yukar strutturati in questo modo sono molto comuni e il narratore è quasi sempre un animale, punito dall’eroe di turno per le sue malefatte. La volpe nuda di questa storia è descritta altrove come una volpe quasi priva di pelliccia: soltanto coda e orecchie sono coperte di pelo. Il termine cironnup indica una volpe rossa, figura molto comune nel folklore ainu, anche se di solito i suoi poteri sono di altro tipo: sa trasformarsi, è ingannatrice, a volte lussuriosa, ma il controllo degli elementi e del tempo atmosferico non rientra tra le sue caratteristiche. È la volpe nera a possedere in genere questo potere ed è proprio una volpe nera che troviamo come protagonista e narratrice in un kamuy yukar molto simile a questo, contenuto nello Ainu Shinyōshū, la raccolta a cui si dedicò Chiri Yukie, ragazza ainu educata alla giapponese.

La terza storia di questo libro, infatti, ci parla proprio di una volpe nera, indicata col nome di situnpe, che scatena un forte vento contro la barca da pesca su cui viaggiano Okikirmui, Supunramka e Samayunkur, tutti e tre adulti. Sarà sconfitta come la protagonista del kamuy yukar che ho tradotto qui, ma il livello del suo potere è decisamente superiore a quello della volpe nuda, la atusa cironnup che vediamo nella presente storia. Possiamo dunque ipotizzare che il kamuy yukar della volpe nuda sia una variante per bambini della storia della situnpe, così come la leggiamo nella raccolta di Chiri Yukie. Per inciso, Okikirmui e Okikurmi sono lo stesso personaggio: il suo nome cambia leggermente a seconda del dialetto ainu.

La volpe nuda di questa storia, invece di trasformarsi come fanno di solito le cironnup, ha il potere di controllare i ventri e sconvolgere le onde, come una volpe di tipo situnpe. È però un potere che agisce solo su piccola scala: come possiamo vedere, è efficace sui bambini, ma i due adulti neppure vi badano. Questo ci mostra che la volpe, per quanto potente e pericolosa, era comunque una figura minore nel folklore ainu. La volpe rossa, quantomeno, quella che è chiamata cironnup. Può dare problemi alle persone comuni, ma un eroe se la mangia a colazione. Non era uno dei kamuy maggiori, dopotutto.

Potremmo domandarci come abbiano fatto i due genitori a scoprire che i figli erano in pericolo ed è una domanda lecita. La storia non lo specifica, ma possiamo ipotizzare che il piccolo Okikurmi abbia fatto ricorso al pewtanke, lo speciale grido di allarme usato soprattutto dalle donne ainu, ma adatto anche alla voce acuta di un bambino. In condizioni ottimali, pare che fosse possibile udirlo anche a quattro chilometri di distanza. Queste magari non sono condizioni ottimali, ma il piccolo Okikurmi è pur sempre il figlio di uno degli eroi più famosi, per cui è lecito aspettarsi che abbia almeno qualche potere speciale, per quanto giovane sia.

Il piccolo Samayunkur muore ed è rianimato, anche se non si spiega molto bene come sia stato possibile. Di nuovo, nella storia analoga raccontata da Chiri Yukie è il Samayunkur adulto a morire ed essere rianimato, per cui è probabilmente meglio non porsi troppe domande: la storia funziona così e questo è quanto. Da notare la frase pronunciata dal bambino quando è resuscitato: la troviamo quasi uguale in innumerevoli fiabe in giro per il mondo, in particolare sul territorio russo. Quando un personaggio è resuscitato, dichiara di aver fatto proprio una bella dormita e a volte aggiunge che avrebbe preferito dormire ancora un po’. Evidentemente la somiglianza tra sonno e morte è un motivo che ritorna presso molte culture ed è popolare soprattutto nelle fiabe, dove resurrezione e risveglio possono essere la stessa cosa.

Un altro dettaglio da segnalare è lo strumento usato da Okikurmi per combattere la volpe. Un piccolo arco di ikema, con una piccola freccia di ikema. Nella storia raccontata da Chiri Yukie, Okikirmui usa invece un piccolo arco di artemisia e una piccola freccia di artemisia, chiamata noya in lingua ainu. La differenza è una questione di tradizioni locali. Se l’artemisia è in genere considerata dagli ainu come una pianta dai grandi poteri, alcune aree culturali e dialettali preferivano piante diverse, almeno quando si trattava di usarle come arma contro spiriti maligni. Ikema è il nome ainu, entrato anche nella lingua giapponese, con cui si indica la cynanchum caudatum Maxim., qualunque tipo di vegetale sia: non sono esperto del settore.

Le qualità di queste due piante sul piano botanico non hanno importanza. Il punto è che entrambe erano considerate efficaci per scacciare particolari influenze negative e di conseguenza si potevano utilizzare per combattere kamuy nocivi. Esistono storie che giustificano l’importanza attribuita a queste e altre piante, ma non è necessario preoccuparcene in questa sede. Come abbiamo visto in questa storia e come vediamo in molte altre contenute nella raccolta a cura di Chiri Yukie, un’arma fatta con una pianta magica può sconfiggere più o meno qualunque divinità malvagia, per quanto potente essa sia. I suoi effetti possono variare a seconda della pianta: qui ad esempio vediamo che una freccia di ikema fa marcire lentamente il tuo corpo, mentre una freccia di artemisia ti uccide quasi sul colpo. Alcuni gruppi di ainu preferivano usare la prima nelle loro storie; altri preferivano la seconda. La differenza principale è tutta qui.

L’espressione che ho tradotto come “una morte brutta, una morte orrenda” è quasi una dizione formulare nei kamuy yukar, quando si tratta di descrivere la morte del narratore, sconfitto dall’eroe di turno. In lingua ainu è tu ray wen ray: ray significa “morte” o “morire”, mentre wen significa “essere brutto, malvagio”. Quel tu è utilizzato in questo modo soltanto nella suddetta formula, dove ha in pratica lo stesso significato di wen. Di fatto, tu ray e wen ray hanno lo stesso significato e servono a sottolineare che è una morte davvero negativa, ribadendo il concetto con due aggettivi diversi.

È una tecnica che troviamo abbastanza spesso nei canti ainu, a volte suddivisa in due versi, dove il secondo riprende il primo, cambiando solo una parola. Un esempio lo troviamo proprio in apertura di questo canto, coi versi pirka cise / cise upsor, che ho tradotto come “una bella casa / dentro la casa”. Già che ci siamo, si può anche segnalare che i versi di un kamuy yukar sono in genere di quattro, cinque o sei sillabe, ma occasionalmente si possono trovare versi più lunghi. Tanto nelle canzoni quanto nelle filastrocche, la preferenza degli ainu era per versi di cinque sillabe, che poi potevano essere allungati o accorciati di una sillaba in base alle necessità; versi più lunghi esistono, ma rappresentano una eccezione.

Nel complesso, dunque, questo canto ci presenta la storia di una volpe che si è comportata male nei confronti di esseri umani e ne ha pagato il prezzo. Come molti altri canti che hanno come protagonista un animale di una razza specifica, si conclude con una raccomandazione a tutti gli altri animali della stessa specie di non seguire il cattivo esempio del narratore. Qui le vittime sono due bambini, ma una storia quasi identica esiste con uomini adulti come bersaglio della volpe. Il risultato finale non cambia: è sempre Okikurmi, oppure Okikirmui, a punire la volpe e farle una predica. In tutti i casi, l’ultima parola è del narratore, che si presenta nel verso finale: così tutti i kamuy yukar si concludono, tanto quando il narratore è l’eroe, tanto quando è il cattivo.