Le macchie della luna
Per ben due volte nella Divina Commedia Dante si riferisce alla luna attraverso la perifrasi di Caino, con o senza le spine. Nel canto ventesimo dell’Inferno, versi 124-126, possiamo infatti leggere “ché già tiene ’l confine / d’amendue li emisperi e tocca l’onda / sotto Sobilia Caino e le spine”, dove con “Caino e le spine” si indica la luna; nel canto secondo del Paradiso, ai versi 49-51, Dante domanda a Beatrice “che son li segni bui / di questo corpo, che là giuso in terra / fan di Cain favoleggiare altrui?”.
Il riferimento è a una leggenda popolare diffusa già nella sua epoca e in apparenza sopravvissuta anche nei secoli successivi, almeno in Toscana e dintorni: è la storia di Caino, che per punizione sarebbe stato posto sulla luna con un carico di spine da sorreggere. Secondo una versione di questa storia raccolta e trascritta da un certo St. Prato nella seconda metà dell’Ottocento in Toscana, Caino cercò di scusarsi con Dio dopo l’omicidio del fratello, ma Dio gli rispose che Abele sarebbe andato in paradiso, mentre Caino sarebbe stato confinato sulla luna, condannato a portare eternamente addosso un fascio di spine. Subito dopo questa sentenza divina, un forte vento sollevò Caino e lo trasportò sulla luna in corpo e anima, dove anche adesso possiamo vedere la sua faccia e il fascio di spine che dovrà trasportare fino alla fine del mondo.
Questa sarebbe la storia a cui si riferiva già Dante, accostando Caino, le spine e la luna. Ostermann ce ne riferisce una versione leggermente diversa e più poetica, ma identica nei tratti salienti, per cui non è necessario esaminarla nello specifico. Esistono però molti altri racconti che spiegano in modo diverso l’origine delle macchie lunari, anche se il motivo dell’uomo castigato e condannato a portare un fascio di spine sembra abbastanza popolare, almeno a giudicare dai testi che sono stati conservati. Prenderemo in esame queste.
A Peschi, in Molise, si raccontava ad esempio che l’uomo sulla luna fosse un certo Marcoffo, uno dei peggiori ladri in circolazione. Infastidito dalla luce della luna, che spesso lo smascherava durante il suo “onesto” lavoro, un giorno avrebbe cercato di vendicarsi, raccogliendo un grande fascio di spine con cui aveva intenzione di nascondere la luna, oscurando così la sua luce. Il suo tentativo sarebbe però stato interrotto da Dio, che prese Marcoffo e lo appiccicò con la faccia e le spine sulla superficie lunare, come avviso a tutti gli altri ladri.
Un’altra versione molisana racconta invece che Marcolfo, un contadino scaltro e di poca coscienza (anzi, secondo altri, «un chiù grand marinole chi stessi ’n coppa a la faccia di la terra»), andava a rubare delle uova, o i fichi nell’orto del vicino, o da ultimo i covoni di grano in un campo. Essendo giunto il padrone, il ladro temeva d’essere conosciuto al lume della luna, che era piena: per questo avrebbe ricoperto con una forcata di spine tolte dalla “fratta” vicina la faccia dell’astro, e allora, per castigo, vi sarebbe rimasto appiccicato. Così la riferiva F. Pellegrini in un numero dell’Archivio per le tradizioni popolari a fine Ottocento. Più o meno identica alla precedente, come possiamo vedere, con una lieve differenza nel nome del protagonista, che da Marcoffo diventa Marcolfo.
Storie affini le troviamo anche in Triveneto, dove però il protagonista sembra essere un certo Salvanelo, probabilmente un esemplare dei salvaneli, creature fantastiche del folklore locale, a cui erano attribuiti vari dispetti ai danni degli umani: in particolare i salvaneli erano famosi per far perdere la strada ai passanti e per spaventare i bambini. Alcuni in apparenza si dedicavano anche al furto, dato che proprio uno di loro è diventato il ladro punito nei racconti sull’origine delle macchie lunari.
Sia come sia, Ostermann ci riferisce la seguente storia friulana. Una notte, Salvanelo era andato a rubare in una casa, ma la luce del plenilunio rischiava di causargli seri problemi. Decise così di oscurare la luna. Prese un grosso fascio di sermenti, si arrampicò in cielo in un qualche modo non specificato e oscurò così la luna, rendendo la notte davvero buia, per la gioia dei suoi colleghi ladri. Qualcuno però non apprezzò la sua azione. La luna o il diavolo, a seconda della variante, punì Salvanelo impedendogli di scendere di nuovo sulla terra. L’uomo che ancora oggi si può vedere nelle macchie lunari sarebbe proprio quel Salvanelo.
L. Mazzucchi ci riferisce una storia simile diffusa nel Polesine, in cui però il protagonista rimane anonimo. Un uomo, invidioso perché le lenticchie nei campi dei vicini di casa erano più grandi e più belle delle sue, decise di andarle a rubare durante una notte di plenilunio. Mentre strappava le lenticchie altrui, si fece beffa della luna, che era la sola testimone del suo furto, ma che a suo parere non avrebbe potuto fare alcunché per fermarlo. Si sbagliava. Quando si fu riempito le braccia di lenticchie ed era pronto a tornarsene a casa, arrivò la luna, lo afferrò e lo portò in cielo, dove lo possiamo vedere anche oggi.
Nel veronese, almeno a San Giovanni Lupatolo, si raccontava che uno dei salvanei fosse diventato ladro di polli. Non sempre i suoi furti andavano a finire bene, perché nelle notti di luna piena la luce lo faceva scoprire dai cani, che abbaiavano e svegliavano i padroni. Il salvaneo decise così di risolvere il problema oscurando la luna. Prese una forca dal manico lunghissimo, raccolse una bella fascina di spine, salì su un monte e cercò di coprire la luna, che però non la prese molto bene. Allungato un braccio, afferrò infatti il salvaneo e la fascina di spine e se li portò via. Ancora adesso possiamo vedere sulla luna la sagoma di un uomo curvo sotto una fascina di spine, condannato a camminare avanti e indietro senza sosta.
In generale, le due storie più diffuse in Italia per spiegare le macchie lunari sembrano essere state proprio queste: Caino punito, oppure un ladro punito. Ne esistono molte altre, a seconda dei popoli. Se per i giapponesi le macchie lunari sono un coniglio che pesta il mochi, gli ainu conoscono la storia di un bambino pigro che fu rapito e portato sulla luna, perché non voleva mai aiutare in casa e fare piccoli lavori, come andare a prendere l’acqua. Rimanendo in Italia, troviamo anche storie di un avaro che cerca di nascondere un sacco pieno di denaro, oppure la seguente, che ci porta lontano da ladri e assassini, ma ci mantiene sempre nella sfera della punizione.
Una leggenda siciliana riferita da S. Raccuglia nella Rivista delle tradizioni popolari italiane prende una direzione piuttosto diversa, ma interessante a modo suo. La luna era una bella ragazza, figlia d’una fornaia, che passava quasi tutto il suo tempo presso al forno, aiutando la madre a riscaldarlo, ad infornare ed a cuocere il pane. In conseguenza di ciò essa si mostrava oscura quando il forno era chiuso, ma diventava luminosa e splendente allorché, tolto il chiusino, le vampe dell’interno venivano a riflettersi sulla sua faccia, la quale si vedeva ora tutta, ora mezza secondo che essa era rischiarata o per intero o in parte.
Un giorno però pare che, perduta la testa dietro all’innamorato, essa trascurasse il compito suo e facesse bruciare il pane, cosicché la madre, irata per il danno che da ciò provenivale, prese la scopa di cui si serviva per pulire il forno e gliela sbatté sulla faccia. La povera fanciulla restò talmente rovinata, che sino ad oggi, benché da lontano, invece di vederne la faccia liscia e florida come era prima, la si vede tutta macchiata e come butterata dal vaiolo.
Così ci è riferita la storia siciliana. Racconti simili sono stati registrati in altre parti del mondo. Nella sua raccolta di storie Cherokee, per esempio, James Mooney ci riferisce una storia in cui la donna sole era visitata ogni mese da uno sconosciuto, che approfittava del buio per tenere nascosta la propria identità. Per scoprire chi fosse questo amante misterioso, una volta il sole decise di sporcarsi le mani con la cenere e poi accarezzò la faccia dello sconosciuto, lasciandovi sopra un marchio. La notte successiva la luna sorse e il suo volto era coperto di macchie. La donna sole seppe così che il suo visitatore misterioso era l’uomo luna, suo fratello, e da allora i due si tengono lontani in cielo.
Nelle note comparative al termine della raccolta, Mooney ci riferisce di altri popoli con miti simili sull’origine delle macchie lunari, sia sul continente americano che altrove. In tutti questi casi, la luna può essere alternativamente maschio o femmina, a seconda di come era immaginata da quel popolo, ma per qualche motivo finisce sempre con la faccia sporca dopo una disavventura amorosa. In questa sede ci possiamo però accontentare di quanto già detto.
Ricapitolando, dunque, le due storie più diffuse in Italia sull’origine delle macchie lunari sono quelle del ladro punito e di Caino punito. In entrambi i casi, le macchie rappresenterebbero un uomo che trasporta un fascio di spine. Sono originate l’una dall’altra? Possibile, ma non certo. Quella di cui possediamo testimonianze più antiche è la storia di Caino, citata già da Dante Alighieri; se fosse anche la più antica in assoluto, però, non lo possiamo affermare con certezza. Sia come sia, sulla luna c’è una persona che trasporta un fascio di spine ed è lì per un qualche tipo di punizione: altri dettagli sono aperti al dibattito. Così si raccontava un tempo in Italina, quantomeno.