Tuchulcha e Teseo
Tuchulcha è il nome assegnato a una figura, probabilmente demoniaca, che troviamo raffigurata in un affresco in cattive condizioni su una parete della cosiddetta Tomba dell’Orco a Tarquinia. Per come la vediamo in quanto resta di quella scena, sembra essere stata umanoide e alata, con un becco da avvoltoio o da rapace, forse due serpenti arricciati sulla testa e altri due serpenti tenuti nelle mani. È considerata di solito femminile, ma non è certo.
Sulla base del suo aspetto, è almeno possibile ipotizzare che Tuchulcha fosse l’equivalente etrusco delle Furie latine, prima o dopo l’assimilazione alle Erinni greche: la capigliatura intrecciata di serpenti, assieme alle ali, sono caratteristiche peculiari di queste figure. Conoscere il significato del suo nome ci fornirebbe forse qualche indizio in più, ma al momento non ci sono proposte realistiche a questo riguardo. Sia come sia, alcune informazioni sul su conto le possiamo ricavare da questa sua raffigurazione e soprattutto dal luogo in cui si trovava.
Il contesto ci dice infatti che Tuchulcha era connessa all’aldilà così come lo immaginavano gli etruschi, perché altri affreschi in quella tomba sono a tema infero. Vi compare la figura di Charun, uomo armato di martello che tra gli etruschi sembra aver occupato il ruolo di “morte con la falce”, ma abbiamo anche un affresco di Aita (Ade) e Phersipnei (Persefone) che interagiscono con Cerun (Gerione), nonché una scena con l’ombra di Tiresia (hinthial teriasals), che sappiamo fu evocata e interrogata da Odisseo nel libro XI dell’Odissea. Un affresco distrutto, di cui è rimasto solo il testo di accompagnamento, parla di tupi sispeś, con ogni probabilità il “supplizio di Sisifo”: il nome di Sisifo è certo, più incerto è però il significato della parola tupi.
In questa serie di scene infere, Tuchulcha ci appare mentre sovrasta due figure maschili, in apparenza sedute. Una delle due figure è indicata col nome These, ossia Teseo; è ragionevole pensare dunque che l’altra, rimasta senza nome, sia il suo amico fraterno Piritoo, assieme al quale l’eroe ateniese si ritrovò rinchiuso nell’Ade. L’affresco rappresenterebbe dunque la loro prigionia nel paese dei morti. Ma cosa starebbe facendo Tuchulcha con loro? Perché brandisce due serpenti, in apparenza sopra le loro teste?
Una possibile risposta ci viene da un esame più accurato dell’avventura di Teseo e Piritoo, che si conclude col loro imprigionamento nell’Ade. Una storia che, purtroppo, non è sopravvissuta in forma completa, ma che è possibile ricostruire a grandi linee dalle citazioni sparpagliate qui e là in opere della classicità greca e latina. Non sono prive di contraddizioni, sfortunatamente, segno che dovevano esistere più varianti di questa storia. In almeno una, però, troviamo una possibile spiegazione per i serpenti che Tuchulcha protende sopra i due amici.
Questa versione della storia la possiamo infatti leggere nella prima parte della Epitome della Biblioteca di Apollodoro, composta dall’Epitome Vaticana e dai frammenti Sabbaitici. Questa porzione del testo è appunto dedicata alla storia dell’eroe ateniese, almeno all’inizio, e si conclude con la discesa agli inferi di Teseo e Piritoo, nel tentativo scriteriato di rapire Persefone. Il testo ci informa che Ade li accolse civilmente e li invitò a sedersi a un banchetto come ospiti. Il problema è che i seggi su cui li invitò a sedersi erano il trono di Lete, a cui sarebbero rimasti attaccati e avvinti da “spire serpentine” (σπείραις δρακόντων). I serpenti impugnati da Tuchulcha sarebbero proprio queste spire serpentine, usate per incatenare i due eroi ai seggi di Lete? Non lo sappiamo, ma è almeno possibile che l’autore dell’affresco abbia seguito questa versione della storia.
Sappiamo che il poeta latino Orazio ne conosceva una differente. Il quarto carme del terzo libro delle sue Odi si chiude infatti col verso: “amatorem trecentae / Pirithoum coibent catenae”; nel settimo carme del quarto libro, poi, aggiunge che “nec Lethaea valet Theseus abrumpere caro / vincula Pirithoo”. Virgilio ci informa che Enea vide proseguire il castigo di Teseo, nonostante Eracle lo avesse liberato nel corso della sua dodicesima fatica: “sedet aeternumque sedebit / infelix Theseus” (Eneide, VI, 617-618). Di contro, Piritoo è sottoposto a un castigo differente: “Quid memorem Lapithas, Ixiona Pirithoumque? / quos super atra silex iam iam lapsura cadentique / imminet adsimilis” (Eneide, VI, 601-603). Sia Orazio che Virgilio sono però vissuti alcuni secoli dopo l’artista etrusco che affrescò la Tomba dell’Orco: difficile che tutti abbiano seguito la stessa versione del racconto.
Sebbene la maggior parte delle fonti parli di un qualche tipo di legame fisico, che tratteneva i due eroi ai loro seggi, va anche detto che la natura dei seggi poteva renderlo non strettamente necessario. Il nome stesso di “trono di Lete” ci informa che sedersi su di esso faceva perdere ogni memoria, proprio come le celebri acque del fiume Lete, e probabilmente anche ogni senso del sé. Quando Eracle passa accanto a loro nel corso della sua discesa agli inferi, la storia ci racconta che soltanto Teseo ebbe la forza di tendere la mano verso di lui, mentre Piritoo restò del tutto inerte: Teseo fu così strappato dal seggio e riportato al mondo dei vivi, mentre l’amico Piritoo rimase dove si trovava. Secondo altre versioni, i due eroi erano fisicamente fusi coi seggi: circolavano pure battute sul fatto che le natiche di Teseo vi sarebbero rimaste attaccate, quando Eracle lo strappò via, ma questo è un altro discorso.
Possiamo aggiungere che già la stessa idea di sedersi a un banchetto offerto da Ade in casa sua è garanzia che da lì non si uscirà mai più. Quasi tutti i popoli del mondo sanno cosa accade a chi mangia il cibo dei morti, mentre si trova nel paese dei morti: chi condivide il cibo dei defunti, condividerà anche il loro destino e non potrà più tornare tra i vivi. Era vero nel mondo classico del Mediterraneo, era vero in Mesopotamia, era vero in India, sulle isole giapponesi e così via. Il trono di Lete sembra più che altro un extra, per assicurarsi che rimanessero proprio inchiodati in quel punto particolare, oppure per intrappolarli anche se fossero stati scaltri a sufficienza da non mangiare davvero il cibo offerto.
Che Teseo e Piritoo fossero entrambi ancora nell’Ade anche dopo il passaggio di Eracle, che in teoria avrebbe liberato Teseo, ce lo conferma il già citato libro XI dell’Odissea, la fonte più antica a nostra disposizione. Negli ultimi versi, dopo aver elencato tutte le ombre dei morti che ha incontrato e dopo aver parlato con l’ombra mortale dello stesso Eracle (la sua parte immortale è invece ascesa in cielo e si trova nell’Olimpo), Odisseo esprime il desiderio di poter vedere anche gli altri grandi eroi, uomini antichi come Teseo e Piritoo, che sono nominati al verso 631. Il timore che Persefone mandi contro di lui la testa della Gorgone, però, lo costringerà a fuggire, prima di aver potuto soddisfare quel desiderio. Non è specificato se vi fossero tornati dopo la morte, oppure se fossero rimasti lì come prigionieri: l’incertezza si manterrà anche tra gli autori successivi, come abbiamo visto.
Sia come sia, Teseo e Piritoo erano trattenuti assieme nel paese dei morti. Secondo alcuni erano incatenati ai propri seggi e per alcuni le catene erano serpenti. In ciò che resta dell’affresco etrusco, vediamo Tuchulcha che sovrasta due figure maschili sedute. Una è Teseo, l’altra è senza nome. Tuchulcha impugna due serpenti. Alla luce di quanto abbiamo visto, possiamo affermare con certezza che i due uomini nell’affresco etrusco sono Teseo e Piritoo; possiamo anche affermare che si trovano lì per scontare una qualche punizione, come i personaggi di altri affreschi. Qualunque cosa stesse facendo di preciso Tuchulcha, sia che i serpenti servissero a legare gli eroi, sia che li dovesse usare in altro modo, la sua funzione doveva essere di punitrice, perché il tema di quella serie di affreschi sembra essere stato la vita nell’aldilà, che in più di un caso comportava un qualche tipo di castigo inflitto ai morti (Sisifo, per esempio).
L’aspetto non molto rassicurante di Tuchulcha lascia pochi dubbi sul tipo di accoglienza destinata ai due eroi greci nell’Ade. Di questo almeno possiamo essere sicuri. Quanto a tutto il resto, probabilmente non lo sapremo mai per certo.