Adriano - racconti e altro

Preparare il sake masticando e sputando

“Per quale ragione l’atto di preparare il sake è chiamato anche masticare? Nella provincia di Ōsumi, quando in una casa erano pronti sia l’acqua che il riso, lo si faceva sapere in tutto il villaggio; uomini e donne si radunavano in quel posto, masticavano il riso, lo sputavano dentro una botte e alla fine tornavano separatamente a casa. Quando l’odore del sake si diffondeva, tutte le persone che avevano masticato e sputato si radunavano di nuovo e bevevano quel sake. Si dice che il nome sia rimasto e che lo chiamassero sake masticato in bocca1, almeno secondo il Fudoki2.”

Questo brano è contenuto nel Chiribukuro, un dizionario in undici libri compilato durante il periodo Kamakura (1185-1333), cioè in quella fase che possiamo considerate come il Medioevo giapponese, almeno a grandi linee. Il Chiribukuro è un dizionario in cui possiamo trovare diverse storielle, più o meno lunghe, usate per spiegare l’origine di espressioni particolari. Alcune di queste storie sono prese dai Fudoki, o almeno l’autore dell’opera dichiara che provengono dai Fudoki: lo possiamo vedere anche nel finale del brano citato qui sopra, che si conclude appunto attribuendo l’aneddoto a un Fudoki. Dato che si parla della provincia di Ōsumi, è ragionevole ipotizzare che il Fudoki in questione fosse quello della suddetta provincia.

Non è la storia originale, questo è certo. La lingua in cui è scritta è il giapponese di epoca medievale ed è ben diverso da quello dell’ottavo secolo, epoca in cui i Fudoki furono redatti. Nella migliore delle ipotesi è una traduzione in una lingua più comprensibile ai giapponesi dell’epoca in cui il Chiribukuro fu redatto; in alternativa, potrebbe essere una parafrasi, più o meno libera. Sia come sia, in questa circostanza a noi interessa soltanto il contenuto della storia, non la sua forma. Possiamo dunque lasciare da parte le considerazioni filologiche e guardare solo a ciò che è raccontato, ossia un aneddoto sul modo in cui il sake era prodotto in una certa zona del Giappone nell’antichità.

A cosa poteva servire in origine questa storia? A spiegare il significato del nome di qualcosa, con tutta probabilità, ma non abbiamo la minima idea di che nome potesse essere. Un villaggio, forse, oppure una peculiarità del territorio, come una montagna, un fiume, una strana conformazione rocciosa o altro ancora. Nei Fudoki troviamo davvero di tutto. Scoprire il significato e l’origine dei nomi locali era uno degli scopi per cui nel 713 la corte imperiale ordinò la compilazione di queste opere, dopotutto3, e i governatori locali si impegnarono a fondo per soddisfare la richiesta, come possiamo giudicare leggendo quanto ne è sopravvissuto. Sia come sia, qualunque fosse il toponimo di cui bisognava spiegare l’origine, l’aneddoto ci racconta anche una curiosa tradizione locale relativa al sake: questo è ciò che si è conservato, nel bene o nel male.

La preparazione del sake è piuttosto interessante, almeno per quanto riguarda i verbi impiegati per descrivere i lavori. La domanda con cui il brano si apre è reale e ragionevole e rispecchia un interrogativo che anche altri si sono posti, in più periodi storici. Perché in giapponese antico si utilizzavano due verbi in apparenza identici, per indicare due operazioni che in epoche più recenti non avevano alcunché in comune, ossia masticare e preparare il sake? Il verbo in questione è kamu. In giapponese moderno, kamu significa “masticare” e “mordere” ed è scritto di solito col carattere 嚙; per dire “preparare il sake”, invece, oggi si usa il verbo kamosu, scritto col carattere 醸, anche se è comunque più frequente il ricorso a una espressione generica come sake wo tsukuru, invece del termine tecnico specifico.

Che in epoca arcaica il verbo usato per la preparazione del sake fosse kamu ce lo conferma anche il più antico testo giapponese che sia sopravvissuto, ossia il Kojiki, completato nel 712. Nel celebre episodio dello scontro tra Susanoo e Yamata no Worochi, infatti, i genitori di Kushinadahime, la ragazza da salvare, ricevono l’ordine di ya shihowori no sake wo kami, dove il verbo kami è indicato appunto col carattere già visto, ossia 醸. Si potrebbe aprire un dibattito su quali fossero nello specifico le caratteristiche di quel particolare sake, che apparentemente doveva essere “otto volte (ya) rotto (wori) col sale (shiho)”, ma in questa sede non ci interessa. Ci interessa che il verbo usato per riferirsi alla preparazione del sake è kamu. Una conferma diretta a quanto affermano i dizionari di giapponese classico, insomma. Poteva non essere strettamente necessario andare a cercare una prova nel Kojiki, ma è sempre meglio procedere per eccesso che per difetto, in questi casi.

I dizionari di giapponese classico ci dicono anche altro. I due verbi kamu, sia “masticare” che “preparare il sake”, avrebbero una stessa radice, per cui la somiglianza non sarebbe soltanto una pura casualità, ma sarebbe proprio insita nei verbi stessi. Forse nell’idea che accomuna questi due verbi e le azioni relative. Il brano proveniente dallo Ōsumi fudoki e riferito nel Chiribukuro offre anche una spiegazione per questa idea comune: anticamente, il riso non era macinato usando un qualche tipo di strumento, ma era masticato in bocca e poi sputato in un contenitore, dove era lasciato fermentare. Con l’aiuto della saliva? Forse, ma non necessariamente, come vedremo poi.

L’etnologia ci dice che la pratica di masticare i frutti, i semi o le piante da cui un popolo ricavava bevande alcoliche o inebrianti in generale è esistita davvero: la troviamo descritta in resoconti che vanno dall’Ecuador alla Siberia, passando per varie isole del Pacifico. Allo stesso modo, è esistita anche la pratica di ricorrere alla saliva per avviare il processo di fermentazione, che avrebbe portato alla produzione della bevanda inebriante richiesta. Si poteva anche utilizzare semplicemente l’acqua, ma il ricorso alla saliva aveva forse significati simbolici extra. Potremmo fare alcuni esempi, ma non sarebbero poi così rilevanti: la pratica è esistita e questo passaggio tratto dallo Ōsumi fudoki ci dice che era nota e utilizzata anche in Giappone, nell’antichità. O almeno si racconta che fosse utilizzata.

Il testo ci dice anche altro. Gli abitanti del villaggio si radunavano per preparare il sake quando era pronto il riso da utilizzare, ovviamente, ma doveva essere pronta anche l’acqua necessaria per avviare il processo di fermentazione. Se anche il riso era “macinato” coi denti, masticandolo, non era la saliva il solo liquido a cui si ricorreva per la fermentazione: per questo lavoro si ricorreva all’acqua preparata appositamente. Questo almeno è ciò che ci suggerisce l’indicazione esplicita che anche l’acqua doveva essere pronta, non solo il riso. Ci troveremmo quindi a un gradino superiore rispetto alle pratiche più “minimaliste” conservate dall’etnografia.

Sulla base di questo, e con un occhio ai miti raccontati sotto altri cieli, possiamo anche ipotizzare che masticare il riso e sputarlo tutti assieme nella stessa botte potesse avere anche un significato che andava al di là della semplice funzione pratica di preparare il sake. Dato che il liquido utilizzato per la fermentazione era l’acqua sistemata a parte, l’atto di sputare tutti assieme in una stessa botte poteva essere un modo per unificare la comunità, per dimostrare che erano una sola famiglia, o quello che preferite. L’atto di sputare tutti assieme in un contenitore per siglare un’alleanza ha precedenti mitici molto famosi e anche in quel caso, sebbene per vie traverse, il risultato di questo sputo di gruppo è la nascita di una bevanda inebriante. Mi riferisco ovviamente al celebre mito norreno sulla nascita di Kvasir, riferito da Snorri nella sua Edda in prosa.

La storia è questa. Dopo una lunga guerra, gli Asi e i Vani decidono di siglare una tregua. Per sancire l’accordo di pace, entrambi i gruppi di divinità sputano assieme dentro a un medesimo contenitore. Col contenuto di questo vaso, gli Asi creeranno un essere umano, di nome Kvasir. Kvasir è molto saggio, praticamente onnisciente, e di lì a poco comincia a viaggiare per il mondo, per diffondere la saggezza tra tutti gli uomini, come una specie di eroe culturale. La sua missione non finisce molto bene, perché i nani Fjalarr e Galarr lo uccidono con l’inganno, raccolgono tutto il suo sangue in due vasi e in un calderone, aggiungono il miele a questo sangue e il risultato è l’idromele4: un idromele molto speciale, perché chiunque lo beva diventerà un poeta e una persona di grande saggezza.

La storia continua con la cronaca di come Odino sia riuscito a impadronirsi di questo idromele e lo abbia bevuto tutto, a parte qualche goccia che cadde sulla terra, diffondendo così la poesia tra gli umani, ma a noi tutto questo non interessa. Ci interessa il rito che ha portato alla nascita di Kvasir, ossia lo sputare tutti assieme dentro un vaso. Piuttosto simile all’immagine conservata nel frammento dell’Ōsumi fudoki, direi. È vero, nella versione giapponese non sono coinvolte divinità, ma comuni esseri umani, ma questa differenza è anche in linea col diverso ambito narrativo: se quello conservato nell’Edda è un mito, il Fudoki ci riferisce invece una leggenda, presentandocela come una reale tradizione locale.

Il punto, in entrambi i casi, è il gesto di sputare tutti assieme in un contenitore. Sappiamo che riti di questo genere si sono svolti davvero presso molte popolazioni, in passato, e in generale potevano avere due significati: erano un modo molto primitivo per innescare la fermentazione di qualcosa, oppure erano un modo per siglare un qualche tipo di patto, giuramento o accordo tra due parti. Nella storia norrena, a prevalere è il secondo motivo, ma alla fine si produce comunque una bevanda alcolica dal “risultato” dello sputo collettivo. Nella storia giapponese, in primo piano troviamo la preparazione della bevanda alcolica, ma è messa anche in un certo risalto la comunità del villaggio, che si raduna tutta assieme in una casa, prepara il sake e poi si raduna di nuovo, quando è pronto per il consumo. Se tutto parte da un fine molto pratico e concreto, possiamo almeno ipotizzare che l’intero procedimento servisse anche a rafforzare l’unità del villaggio, cosa che ci è suggerita dal modo in cui è sottolineata l’armonia con cui uomini e donne lavoravano assieme.

Storie di questo tipo sono sviluppate attorno a un medesimo nucleo, ossia una comunità che si raduna e si rinsalda attraverso una cerimonia fondata sulla necessità di mescolare prima la propria saliva e poi consumare assieme la bevanda inebriante che ne deriverà? Possiamo ipotizzarlo e di certo la somiglianza tra i racconti è suggestiva, anche se una suggestione non corrisponde necessariamente a una realtà. L’idea di manifestare l’unità di un gruppo attraverso un qualche rito o una qualche pratica che unisce gli sputi di tutti è forse presente in entrambi i racconti, o almeno ci sono gli estremi per pensarlo. Altro non possiamo dire con certezza. Nel peggiore dei casi, abbiamo comunque una buffa coincidenza di due storie che, provenienti da luoghi molto lontani, hanno finito per convergere su una immagine comune, che in entrambi i casi spiega, in modo più o meno diretto, il modo in cui si produceva la bevanda inebriante preferita da quella società.

NOTE

1 - In originale, クチカミノ酒.

2 - 『塵袋』, 第9

3 - La conoscenza dei nomi era potere, almeno secondo numerose culture dell’antichità. I giapponesi non facevano eccezione: per avere autorità sulle province, l’imperatore doveva avere a disposizione sia i nomi locali, sia il segreto della loro origine.

4 - Il sangue prende dunque il posto dell’acqua, nella preparazione di questo idromele speciale. Come ci ricorda anche la ricetta conservata da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia, l’idromele era preparato fin dall’antichità aggiungendo acqua al miele, per farlo fermentare. Le dosi esatte di acqua e idromele variavano a seconda della popolazione di riferimento: se Plinio indicava una miscela in parti uguali, Aristotele raccomandava di mettere più acqua che miele, per rendere meno alcolica la bevanda. Questione di gusti, insomma.