Adriano - racconti e altro

Sogno o son desto

Dopo avere sognato per la terza notte di fila la schermata del suo social preferito, che scorreva sotto ai suoi occhi e probabilmente anche alle sue dita, che però in sogno non comparivano, Sergio Fuffa decise che non si poteva andare avanti così. Bisognava fare qualcosa. Era assurdo. Era orribile. Già era orribile avere una vita in cui sprecavi così tanto tempo a scrollare la pagina di un social, ma che poi ti toccasse farlo anche mentre dormivi era semplicemente un incubo. Peggio! Un incubo aveva almeno una sua dignità. Era interessante. Quel sogno era squallido e basta. Era alienante.

Lo era davvero? Sergio non lo sapeva di preciso, ma la parola gli piaceva tanto ed era bello avere la possibilità di usarla, anche se forse un poco a sproposito. Divaghiamo. Il punto era un altro. Il punto era il sogno. Era assurdo e orribile. Quindi bisognava fare qualcosa.

Che cosa? Sergio Fuffa non lo sapeva. Era sempre stato molto bravo a trovare le circostanze in cui bisognava fare qualcosa, ma non era mai stato capace di dire cosa bisognasse fare, di preciso. Il che era un poco il riassunto della sua vita, da un certo punto di vista. Non una bella vita, da molti punti di vista, ma il problema adesso era il sogno.

«Non userò più lo smartphone prima di dormire,» si disse. Avrebbe sicuramente fatto la differenza. Così quella sera spense tutto poco dopo le ventidue, andò in bagno, si mise a letto, lesse un libro che non gli interessava davvero, ma lo aveva comprato per sbaglio e sarebbe stato un peccato sprecare i soldi; verso le ventitré spense tutto e si preparò a una nuova notte di sonno. Niente social, stavolta. Ne era sicuro. Se lo sentiva. Avrebbe sognato... boh, qualcosa di interessante. Anche assurdo andava bene. Sergio amava i sogni assurdi, purché fossero fantasiosi a sufficienza. Assurdi in positivo, se si può dire. Era quasi come illudersi di avere una vita decente, per un attimo.

Sognò lo schermo del suo smartphone che riempiva l’intero campo visivo. C’erano post, post e post che scorrevano via davanti a lui. Commenti, “mi piace”, notifiche. Partecipa, partecipa, partecipa! È importante! Quando si svegliò verso le due, con la vescica piena, Sergio avrebbe voluto piangere.

E adesso lui?

Di ritorno dal bagno, si trascinò verso il letto con tutto l’entusiasmo di una interrogazione di fisica ai tempi del liceo. Che senso aveva dormire, per sognare quello che riempiva le tue giornate? Il che era un modo per non doversi domandare che senso avessero giornate piene di quella roba, è vero, ma non è il genere di problema esistenziale che vuoi affrontare alle due di notte. Meglio un sostituto qualunque. I sogni servivano anche a questo, no?

Forse. Sia come sia, Sergio Fuffa si accartocciò sotto le lenzuola nella sua solita posizione fetale sul fianco destro, si coprì il volto con le mani e desiderò tanto di essere una persona migliore. Lo faceva spesso. A volte desiderava anche di tornare indietro nel tempo per diventare una persona migliore. Era un modo come un altro per tirare avanti, soprattutto adesso che i sogni lo avevano tradito. Erano stati un dolce rifugio, grossomodo, ma adesso si erano trasformati in una continuazione della parte più piatta della realtà. Non era giusto. Ed era alienante, ecco.

Piangendo virtualmente le ingiustizie del mondo, in un qualche momento il nostro Sergio scivolò di nuovo nel sonno.

Era al supermercato. Il suo solito supermercato povero, dove comprava alimenti poveri e piuttosto sospetti, per una vita povera e poco sospetta. Non era il solito supermercato. Sapeva che lo era, nel mondo in cui si trovava, ma il luogo che stava vedendo non ci assomigliava per niente. Non aveva importanza. Raramente dettagli di questo tipo hanno importanza in un sogno. Se sappiamo che una certa persona è nostra madre, il suo aspetto fisico è irrilevante: è nostra madre anche se sembra una perfetta sconosciuta. Anche il supermercato funzionava così. Non era quello, ma era quello.

Sergio Fuffa camminava e sceglieva prodotti, che infilava poi nel suo zaino di quando era al liceo. Nella realtà lo aveva buttato nell’immondizia da almeno un quarto di secolo, dopo che una spallina si era spezzata, ma adesso lo portava ancora sulla schiena come faceva al liceo, su una spalla sola, la destra, e per una qualche ragione lo usava come borsa della spesa. Oh beh, almeno non era ancora davanti alla pagina di un social. Era una progresso.

Arrivò alla cassa. Assomigliava alla cattedra del liceo. Il cassiere era seduto nel posto del docente e aveva davanti una specie di macchina da scrivere. C’era qualche altro tavolo nelle vicinanze e anche quelli sembravano banchi di scuola. Niente lettore su cui passare i prodotti, niente di niente. Ma era un sogno e nel sogno aveva senso. Sergio Fuffa si tolse di spalla lo zaino e cominciò a distribuire i prodotti sulla cattedra, come avrebbe fatto in una normale cassa. Perché lo era, dopotutto. Di una normalità onirica, d’accordo, ma aveva senso. In quel particolare contesto, quantomeno.

Non c’erano lettori, ma i prodotti facevano una specie di beep, quando il cassiere li passava sopra la cattedra. E i prezzi... Non apparivano da qualche parte, ma Sergio li sentiva ugualmente. Li sentiva dentro la testa, come per una specie di telepatia o roba simile. Ed erano assurdi.

Un oggettino da nulla, beep, una cifra spropositata. Un altro oggettino da nulla, beep, un’altra cifra spropositata. Qualcosa nella mente di Sergio smise di funzionare. Forse si svegliò. In senso relativo.

Guardò i prodotti che aveva scelto. Li guardò davvero. Erano cose insignificanti, come pacchetti di caramelle. Erano anche cose che non gli servivano, che non voleva, che non avrebbe mai comprato. E costavano tantissimo. Perché? Non avrebbe mai fatto una cosa del genere nella realtà!

Sergio Fuffa si fermò. Non lo avrebbe mai fatto nella realtà. Quindi non era la realtà. In un sogno si poteva scherzare su molte cose, si potevano accettare molte situazioni surreali, ma c’erano limiti e il supermercato li aveva raggiunti. Stava facendo qualcosa di troppo innaturale per essere vero, quindi non era vero. La sospensione dell’incredulità non reggeva più, non davanti a certi acquisti e al loro prezzo.

Sergio si guardò attorno, mentre il cassiere continuava a scansionare prodotti sulla cattedra. Guardò sul serio. Non era il supermercato che frequentava lui. Tutti gli errori che in un primo momento gli erano sfuggiti, tutte le peculiarità che la sua mente addormentata aveva accettato senza problemi, si mostravano adesso per quello che erano. Assurdità, errori, falsità.

Era un sogno. Aveva evitato lo schermo dello smartphone, ma questo era ancora più insulso. Non lo poteva accettare. Voleva sogni veri, sogni belli, sogni che lo proiettassero in una realtà diversa dalla sua. Migliore o peggiore era secondario: era importante che fosse diversa, era importante che fosse altrove. E invece no. Prima lo schermo di uno smartphone, adesso un supermercato. Uno che aveva pure prodotti schifosi e a prezzi da rapina. Non poteva continuare così. Non lo poteva accettare.

Non lo avrebbe accettato. Era un sogno, no? Bastava svegliarsi. Quando capisci di stare sognando, è facile uscire. A volte ti svegli, a volte cambi sogno, ma puoi comunque liberarti dalla situazione in cui ti trovi. Perché a sognare sei tu, è il tuo sogno, quindi sei tu a decidere.

O qualcosa del genere. Sergio Fuffa non aveva mai capito bene come funzionasse, ma si ricordava di essersi già svegliato volontariamente da altri sogni, di solito quando si era stancato o non voleva vedere la scena successiva, perché sapeva già cosa sarebbe stata. Avrebbe funzionato anche stavolta, dunque. Bastava svegliarsi. Darci un taglio. Adesso.

Sergio Fuffa non si svegliò.

Il cassiere lo stava fissando, un poco corrucciato. «Qualcosa non va?»

Sergio lo ignorò, guardò verso il pavimento e si concentrò a fondo. Devo svegliarmi. Non funzionò: il finto supermercato era ancora lì, come se avesse un qualche diritto di esserci. Fastidioso. E c’era sempre il cassiere a fissarlo. «Tutto bene?» chiese, più corrucciato di prima.

Va bene, i primi due tentativi erano falliti, forse non si era concentrato a sufficienza. Sergio Fuffa si isolò il può possibile dall’ambiente e si impegnò a fondo. Devo svegliarmi. Adesso!

Non si svegliò. Oscillò un poco sul posto, barcollò e poi si dovette appoggiare alla cattedra cassa, per non perdere l’equilibrio. Perché non funzionava? «Non sta bene,» disse il cassiere, alzandosi per venirgli forse incontro. Sergio lo mandò a quel paese nel profondo del suo animo onirico. Era tutto ridicolo, davvero. si lasciava mettere i piedi in testa persino da un sogno? No!

Prese lo zaino quasi senza pensarci e si allontanò di qualche passo dalla cassa. Subito il cassiere gli balzò incontro, come una specie di pupazzo a molla. «Fermatelo! Vuole scappare senza pagare!»

Altra gente spuntò dal nulla. Sergio li vide, dove prima c’era solo spazio vuoto. Erano clienti? Altri dipendenti? Non lo sapeva, ma erano attorno a lui e si avvicinavano. Stava diventando peggio che ridicolo, ormai. Come uscirne?

«E va bene, tenetevi pure lo zaino. Voglio solo svegliarmi!» esclamò, lasciando cadere lo zaino che aveva afferrato con la destra e di cui neppure si era accorto. Perché lo aveva preso? Non era il suo zaino. Era lo zaino del sogno. Il suo era finito nell’immondizia un quarto di secolo fa. Se il cassiere del sogno lo voleva, che se lo prendesse pure.

Lo zaino cadde a terra. Qualcosa successe.

Era buio. Sergio Fuffa si girò lentamente verso destra. I numeri verdi della sveglia elettrica erano lì ad accoglierlo come sempre, sul comodino. Si girò verso sinistra e la finestra era lì come sempre, a far filtrare un filo di chiarore dall’esterno. Già l’alba? L’orologio diceva di no. Il lampione di fronte, dunque. C’era un vago odore di muffa nell’aria, anche quello come sempre. Era a casa. Era a letto. Si era svegliato. E all’inferno quel sogno del cavolo, il supermercato e lo zaino. Rise debolmente.

Lo zaino coi prodotti. Il sogno non lo voleva lasciare andare, perché aveva lo zaino coi prodotti non ancora pagati. Scaricato lo zaino, abbandonata la merce, si era potuto svegliare. Assurdo, ma con un suo senso. Il sogno era così rispettoso della legge da non permettergli di andarsene senza pagare. Oh beh, una sciocchezza, ma era finita. Forse sognare lo schermo dello smartphone non era poi la cosa peggiore che ci fosse. Scosse la testa, poi si accasciò di nuovo sul cuscino. Adesso magari era il turno di un sogno normale. Qualcosa che non avesse alcun legame con la realtà, per esempio.

Un sogno di evasione? Sì, che bella parola. Evasione! Ma non dal supermercato, senza pagare. Hah! Quasi meglio di alienante, al momento. Evasione. Al di là della realtà quotidiana, magari verso...

Qualcosa si mosse sotto al letto.

Sergio Fuffa si bloccò. Dimmi che è uno scarafaggio e basta. Uno dei tanti. Ne aveva ovunque, con le nuove regole per la differenziata. Dimmi che è uno scarafaggio e non ci pensiamo più. Ok?

Non era uno scarafaggio. Sembrava qualcosa di grosso, ciò che si muoveva sotto il letto. Poi emerse la sagoma di una mano dalla zona dei piedi. Qualcosa di simile a una mano, quantomeno. Difficile esserne sicuri, al buio e col cervello sospeso tra il sonno e il nulla. E poi...

Sergio ricordò senza volere qualcosa di orribile. Un sogno, di qualche anno prima. Uno sogno che lo aveva schifato più di quanto fosse possibile esprimerlo a parole. Era nella sua vecchia camera, di quando era bambino. Aveva notato una strana ombra sotto il letto, quasi incollata al materasso, ma l’aveva ignorata. Più tardi (o forse subito, vallo a capire come funziona lo scorrere del tempo in un sogno), seduto sul letto, aveva esclamato per un qualche motivo: «C’è qualcuno sotto il letto?» o una frase simile, non se lo ricordava di preciso, ma il senso era quello.

Dalla parte dei piedi era spuntato un dito alzato, come a rispondere. Al seguito del dito era arrivata anche la mano, che però non era proprio una mano: aveva solo un dito, quello alzato, pure piuttosto tozzo. Quando era emerso anche il braccio, il Sergio onirico si era alzato, lo aveva afferrato per una qualche parte che adesso non ricordava più e aveva trascinato fuori la cosa che si era nascosta sotto il suo letto.

Aveva un braccio solo, con un solo dito, e una sola gamba, in apparenza senza ginocchio. Il busto aveva la stessa larghezza di gamba e braccio: era come una specie di grasso serpente, ma era rosa e aveva una testa umana. La faccia sembrava quella di una specie di ragazzino, ma senza mento. Non aveva parlato. Era rimasto lì col dito alzato, inerte come un pupazzo. Sergio lo aveva trascinato via, notando le ragnatele che gli erano rimaste impigliate addosso e che si allungavano sul pavimento. Aveva aperto la porta di casa e lo aveva buttato fuori, guardandolo scivolare e cadere nella tromba delle scale. Aveva chiuso tutto e un attimo dopo era sveglio, schifato, disgustato. Per qualche giorno si era sentito a disagio, passando accanto al letto. Poi aveva rimosso tutto. Finora.

Non quel sogno, si disse. Tutto, ma non quel sogno. Non lo voglio rivivere.

Ma la mano era normale e si aggrappò al letto. Una seconda mano la seguì un attimo dopo, poi tutto il corpo si trascinò fuori, emergendo nel buio della stanza. Era antropomorfo. Qualunque cosa fosse, era almeno antropomorfa. Non fu un grande miglioramento, perché il pensiero di un mostro lasciò il posto a pensieri più realistici di ladri, assassini e variazioni sul tema. Non è bello quando qualcosa esce da sotto il tuo letto nel mondo reale. Sergio davvero non voleva accendere la luce, ma pensò che forse era meglio farlo. E prepararsi al peggio.

«Voleva andarsene senza pagare,» disse una voce che riconobbe subito. La persona emersa aveva in mano uno zaino. Sergio riconobbe subito anche quello, nonostante il quarto di secolo passato, anche al buio.

Poi cominciò a urlare.

di Adriano Marchetti