Adriano - racconti e altro

La galassia di Madre - 2

Bogdan Stratos era più alto di lui, più muscoloso di lui, più bello di lui, più vecchio di lui e molte altre cose più di lui. Col tempo, Matteo Kori avrebbe scoperto che il suo compagno di cabina e di viaggio possedeva anche parecchie qualità, ma quelli furono i primi difetti che lo colpirono, quando si conobbero nella pancia della nave, diretti a Lakshmi.

La cabina era stretta, assai spartana e puzzava vagamente di qualcosa che, al momento, Matteo non sapeva definite. C’era spazio per i due letti, i bagagli a mano che sarebbero serviti durante il viaggio e poco altro: gli occupanti umani erano grossomodo un surplus. Chi aveva progettato quel luogo, in apparenza, aveva pensato che sarebbe servito soltanto per dormire, il che era presumibilmente vero, per un normale membro dell’equipaggio: nessuno pareva aver immaginato che, un giorno, sarebbe stata occupata anche da passeggeri non lavoratori. Succedeva spesso, coi mercantili riadattati.

«Dovremo passare tutto il tempo a dormire o a leggere» aveva commentato Bogdan, stringendosi nelle spalle. «Oppure potremo chiacchierare, come preferisci.»

Matteo non aveva idea di cosa preferisse, ma di certo aveva trovato un altro difetto da addebitare al compagno: era sicuro di sé, privo di esitazioni e, con ogni probabilità, anche esperto di viaggi. Era quasi un perfetto esempio di anti-Matteo, insomma. Tanto alto da doversi chinare, per entrare dalla porta, aveva capelli neri pettinati con cura, lunghi fino alle spalle, e uno sguardo tranquillo ma un poco offuscato, da persona che spende molto più tempo davanti a uno schermo che sotto la luce del sole. Se non fosse stato per una muscolatura quasi da atleta, lo si sarebbe definito uno scienziato, o un futuro scienziato, avendo solo ventisei anni. O ben ventisei anni, a seconda dei punti di vista. Il tipo di persona che, nella vita reale, non avrebbe mai rivolto la parola a Matteo.

«Studio planetologia su Lakshmi» gli aveva spiegato Bogdan, sedendo sul proprio letto a gambe incrociate, mentre Matteo cercava di sistemare alla meglio le mille magliette, che costituivano circa l’ottanta per cento del suo guardaroba. «Sulla Terra sarebbe stato inutile, i docenti non valgono un due, in questa disciplina: i mondi coloniali rappresentano l’avanguardia e Lakshmi è probabilmente quello che offre le prospettive migliori, almeno nel campo che interessa a me. E poi è un bel posto dove vivere, come studente e non solo.»

Aveva poi continuato la propria presentazione, spiegandogli che gli restava ancora un anno, prima di aver terminato gli studi specialistici, ma era dovuto tornare sulla Terra per un colloquio di lavoro. Il risultato lo avrebbe saputo più avanti, ma prometteva bene e, salvo imprevisti, era quasi certo che avrebbe avuto un buon posto ad attenderlo, una volta concluso il periodo su Lakshmi. Matteo poté così aggiungere un altro motivo di invidia ai tanti che già aveva accumulato, nel breve spazio di un paio di ore. Doveva essere un record.

«E tu cosa studierai, invece?» gli aveva chiesto Bogdan, alla fine. «Emigrare su un altro pianeta non è cosa da poco: chi decide di farlo, di solito, ha un piano ben preciso per il futuro.»

Era la domanda che Matteo temeva e l’accenno al “piano ben preciso” non serviva certo a renderla più digeribile. Matteo non aveva un piano ben preciso per il futuro. Non aveva mai avuto un piano ben preciso per nulla e, al momento, non era neppure certo di avere un futuro, almeno non uno che includesse qualcosa di diverso dal sopravvivere alla meno peggio, lavorando da qualche parte.

«Io voglio studiare la letteratura dei mondi coloniali» aveva risposto. «È un campo che sulla Terra praticamente non esiste, ma... beh, io lo trovo interessante. Dovrei rimanere su Lakshmi per quattro anno e poi... boh, spero di trovare qualcosa al ritorno. Mi piacerebbe insegnare, se possibile.»

Bogdan lo aveva fissato in silenzio, a lungo, con le sopracciglia lievemente sollevate. Entrambe le sopracciglia, aveva notato Matteo.

«Letteratura» aveva detto, alla fine. «Scelta alquanto insolita, per chi va a studiare fuori. Tutti quelli che conosco io studiano una qualche materia scientifica, a volte abbinata alla lingua, ma sei il primo a scegliere una materia umanistica. È... insolito, sì.»

«C’è qualcosa di male?» aveva chiesto Matteo, con una vaga sensazione di panico che gli cresceva sotto la pelle. Lo sguardo di Bogdan era più o meno lo stesso sguardo che gli avevano rivolto i suoi professori, quando aveva esposto loro il suo progetto, e lo stesso che gli avevano rivolto anche i vari funzionari a cui si era dovuto rivolgere, per i permessi di studio. Era davvero così assurda la sua scelta?

Bogdan aveva scrollato le spalle. «No, niente di male, per carità. Se va bene a te, nessun problema. È solo una scelta molto rara, almeno per quanto ne sappia io, ma se tu sei sicuro di potertela cavare, potrebbe anche essere stata una ottima scelta. Non ho idea di quanta concorrenza ci sia in questo campo, ma... chissà, potresti essere tu ad aprire nuove strade » aveva concluso, con un sorriso.

Matteo non si vedeva nei panni del pioniere, che apriva nuove strade all’umanità, ma non sarebbe stato male. Estremamente improbabile, trattandosi di lui, ma magari essere il primo a introdurre lo studio della letteratura coloniale in una piccola università di provincia... beh, quello era già molto più alla sua portata. Poteva vedersi in un ruolo simile.

«In che università sarai sistemato?» gli aveva chiesto Bogdan, poco dopo: una domanda molto più semplice della precedente, a cui Matteo avrebbe potuto rispondere senza imbarazzo.

«L’università di Varshi. Non so molto bene dove sia o come sia» aveva aggiunto, «ma me l’hanno presentata come una buona università. Poi staremo a vedere.»

«Beh, è una ottima università, almeno nel mio campo, ed è lì che studio anche io. È praticamente una città universitaria, per cui trovi più o meno di tutto, incluso altri terresti. Ti piacerà, vedrai.»

Matteo si era sentito sollevato, all’idea di aver già incontrato qualcuno che studiasse nel suo stesso luogo. Certo, il fatto che quel qualcuno incarnasse più o meno tutto ciò che lui aveva sognato di essere, ma non sarebbe mai stato, era meno confortante, ma a questo avrebbe pensato poi.

«Ci sono molti terresti, a Varshi?»

«Dipende» aveva risposto Bogdan. «Nelle facoltà scientifiche sì, ce ne sono abbastanza, ma tra gli umanisti non ricordo di averne incontrati. Qualcuno che studia lingue c’è di sicuro, ma a letteratura non mi pare. Da noi a planetologia, invece, siamo in nove. Poca roba, ma la planetologia non è più una scienza che attiri molta gente. Adesso vanno di moda l’archeologia e l’exologia, soprattutto la seconda. Preferiscono studiare quello che vive sui pianeti, ma sembra che a nessuno di loro interessi studiare i pianeti per quello che sono. A me sì» aveva concluso, annuendo.

«Archeologia?»

«Gli scavi su Madre, sai. È il periodo in cui tutti vogliono scoprire gli alieni e sognano di trovare nuove tracce di antiche civiltà su altri pianeti. Gli exologi invece vogliono studiare le specie che già vivono sugli altri pianeti, per fantasticare su come si sarebbero potute sviluppare, senza l’intervento umano. O come potrebbero ancora svilupparsi, a contatto con l’uomo.»

«Mi sembra piuttosto interessante, in effetti» aveva commentato Matteo. Non era mai andato molto d’accordo con le scienze, troppi numeri e strani simboli per i suoi gusti, ma capiva che quei campi potessero essere molto affascinanti, per chi possedeva una mente orientata in una certa direzione.

«Lo è, ma soprattutto sono scienze popolari, che chiunque può assaggiare, in un modo o nell’altro. Per la planetologia, non è così. Il suo periodo d’oro si è concluso probabilmente quando le prime colonie sono state fondate. Servirà sempre qualcuno che studi i pianeti, per scoprire se siano o meno abitabili e quanto ci si possa fidare di loro, ma... ci sono scienze nate bene e scienze nate male. Alcune piacciono sempre, alcune non piacciono mai davvero. La planetologia è una scienza che non piace, tutto qui.»

Avevano parlato ancora a lungo di studi e obiettivi futuri, in quel loro primo giorno di convivenza nella cabina angusta della nave. Il corso di planetologia durava otto anni, specializzazione inclusa, e Bogdan era al termine del settimo. Ancora un anno e, se tutto andava bene, sarebbe tornato sulla Terra, con un posto quasi assicurato all’Ufficio per la Colonizzazione. Era presso di loro che aveva appena sostenuto un colloquio. Si stava specializzando nei giganti gassosi. In caso di assunzione, per i primi anni si aspettava di dover fare da schiavo al professor Vihersalo, che era il planetologo capo nell’Ufficio. L’idea non lo entusiasmava, ma la riteneva pur sempre una ottima opportunità per imparare dai professionisti, migliorarsi, perfezionare quanto appreso a scuola e così via. Lo avrebbe soprattutto aiutato a imparare ad assumersi le proprie responsabilità. Eccetera eccetera.

Di tutto quel torrente di parole, che Bogdan Stratos gli aveva riversato in testa, a Matteo era rimasto impresso un dato. Un numero, per la precisione. Sette anni. Sette anni a studiare su Lakshmi, un altro pianeta, con una cultura differente, una lingua differente, una società differente. E nonostante questo, ne era sopravvissuto benissimo, a giudicare da come si presentava. Il suo corso di laurea, in letteratura, ne durava soltanto quattro, di anni. Se una persona come Bogdan era riuscito a cavarsela per sette anni e aveva così tante parole positive sul pianeta, allora uno come Matteo sarebbe potuto riuscire a viverci per quattro. Certo, il suo attuale compagno di cabina era di un altro livello, rispetto a lui, ma forse non era poi così sovrumana l’impresa di studiare all’estero. Forse gli sarebbe andato tutto bene.

Il loro primo giorno era finito così, con le luci nella zona passeggeri che si attenuavano, a simulare la notte e la fase di riposo. Matteo aveva dormito tranquillo, più tranquillo di quanto avesse dormito negli ultimi due mesi: accanto a sé aveva un autentico studente di Lakshmi, qualcuno che aveva già affrontato la sua stessa prova e l’aveva superata. Era incoraggiante. Forse poteva anche aspettarsi che Bogdan lo avrebbe aiutato ad ambientarsi all’università, spiegandogli come funzionasse tutto quanto, magari tenendolo lontano dai guai in cui un novellino si poteva infilare. Forse, certo. Ma un forse era molto più del nulla che lo aveva accompagnato, nel corso dell’ultima estate. E pazienza se la sola vista di Bogdan lo faceva sentire così inferiore. Era abituato ai complessi di inferiorità.

Alla Terra e al fratello non pensava già più.

«Un lavoro?»

«Sì, giusto per avere qualcosa in più da spendere, in caso di bisogno. È presso un centro di cultura terrestre o qualcosa del genere, sempre lì a Varshi. Tu ne sai qualcosa, per caso? Magari lo hai visto, ci sei passato... nei hai sentito parlare.»

La voce di Matteo si spense a poco a poco, nel silenzio del compagno. Doveva esserci qualcosa di sbagliato, in ciò che aveva detto, ma non capiva cosa. Gli sembrava normale, per uno studente fuori sede (o fuori pianeta, nel suo caso), trovarsi un lavoro per mantenersi, mentre era all’università. Gli avevano indicato quel centro culturale, quando aveva chiesto informazioni all’ufficio in cui stavano preparando le sue ultime scartoffie e tutto il resto degli ammennicoli burocratici, che avrebbero definito la sua temporanea residenza su Lakshmi, per motivi di studio. Anche quell’impiegato lo aveva guardato strano, a ripensarci, ma non tanto quanto lo stava guardando adesso Bogdan.

«Ho detto qualcosa di sbagliato?» chiese Matteo, per rompere un silenzio che stava diventando fin troppo imbarazzante.

«Sbagliato no» rispose Bogdan. «Non la metterei in questi termini. È solo che... ti sei documentato su Lakshmi, vero? La sua società, la struttura economica...»

«Avrei dovuto farlo? È che ho fatto domanda in più luoghi e alla fine è stata solo l’università di Varshi ad accettarmi. Ho già avuto parecchio da fare a studiare la lingua e non mi aspettavo che...»

«Oh, niente di grave. È solo che alcuni dei pianeti coloniali funzionano in un modo un poco diverso, rispetto alla Terra. Lakshmi è uno di questi. Ma non c’è niente da preoccuparsi» aggiunse in fretta, vedendo lo sguardo terrorizzato del ragazzo più giovane. «In linea di massima, è tutto più semplice. Ti ci vorrà magari un po’ per abituarti, ma non dovresti avere problemi. Male che vada, sono certo che il compagno di stanza che ti avranno assegnato sarà più che felice di aiutarti. Gli stranieri sono sempre abbinati a qualcuno che faccia da balia, almeno per il primo anno.»

«Potresti anticiparmi qualcosa tu, se non è un problema?»

Bogdan glielo anticipò.

«Prima di tutto, i soldi. Dimenticateli.»

Matteo lo guardò perplesso. «In che senso “dimenticateli”, scusa?»

«Nel senso “dimentica i soldi”. Non esistono. Non si usano. Non servono. Almeno all’interno del pianeta» aggiunse Bogdan. «Non so bene come si regolino per il commercio estero, ma su Lakshmi non si usano i soldi. Non ha senso preoccuparsi di avere qualcosa in tasca, per le piccole spese. Non ci sono piccole spese. E neppure grandi, in effetti.»

«Perché? Come fanno?»

Bogdan si strinse nelle spalle. «Non so perché abbiano deciso così e non l’ho mai chiesto: non sono un sociologo e non mi interesso di questi argomenti. A ogni modo, puoi dire che è tutto di proprietà del governo centrale, anche se ti sconsiglio di parlare di “proprietà”, con loro, perché non funziona proprio così.» Si interruppe, fissandosi a labbra strette le ginocchia. «No, non è un granché come spiegazione, scusa. È semplice quando ci sei dentro, ma è complicato da spiegare. Non hai capito, vero?»

«Non molto, ma posso risponderti di sì, se ti farà sentire meglio.» Per quanto strano, vedere il suo compagno in difficoltà glielo fece sembrare più umano. Più vicino. Era stato sempre così perfetto e impeccabile, nei giorni precedenti...

Bogdan sorrise. «Mettiamola così: quando un lakshmita ha bisogno di qualcosa, va nel negozio x e lo prende. O nel locale x, o quello che è. Ci sono negozi come quelli terrestri, da un certo punto di vista, ma sono un po’ diversi. A ogni modo, sei libero di procurarti quello che ti serve nei centri di distribuzione, che sono di fatto l’equivalente dei negozi. Quando non ti serve più, puoi portarlo in un centro di raccolta. È più pratico che tenertelo in camera ad ammuffire, nella maggior parte dei casi. Ciò che vedi appartiene al pianeta, quindi a tutti, più o meno. Non c’è bisogno di accumulare.»

«Sì, ok, ma... come funziona? Perché è tutto gratis?»

«Perché di fatto nessuno lo produce, quindi nessuno ha il diritto di venderlo. La produzione è tutta automatizzata, vedi, e gli abitanti raccolgono semplicemente ciò che le varie macchine producono per loro. Le macchine lavorano e gli umani fanno quello che vogliono. Grossomodo. È come se il pianeta intero fosse un magazzino aperto a tutti, dove prendi quello che ti serve e depositi quello che non ti serve più. Le macchine producono e gli umani usano.»

«Quindi nessuno lavora.»

«Non proprio» Bogdan sospirò. «Ognuno è libero di fare quello che preferisce, nel proprio tempo. E poi alcuni lavori richiedono comunque una presenza umana. Insegnanti, medici, amministratori e cose simili, ad esempio, funzionano più o meno come sulla Terra: tra tutti i candidati si selezionano i più adatti, periodicamente sono esaminati per verificare che siano ancora all’altezza del lavoro e così via. Per il resto, è più che altro hobby o volontariato. Se vuoi svolgere un’attività di un qualche tipo, la svolgi; se non vuoi, non fai nulla.»

«Uhm... non sono molto convinto che un mondo possa funzionare così, ma vedremo.»

«In linea di massima, funziona. Un lakshmita probabilmente te lo potrà spiegare meglio, questo non è proprio il mio campo. Io studio i pianeti da lontano, non la loro economia o società.»

«Quindi posso vivere tranquillamente, anche senza bisogno di lavorare in quel centro culturale, se ho capito bene. Credevo che un lavoro servisse, per mantenermi, ma...»

«Non è obbligatorio lavorare, ma più o meno tutti i lakshmiti fanno qualcosa, anche soltanto come passatempo. È qualcosa che ha a che fare con la loro etica, o roba simile. Essere studente è già visto come attività, ma se poi vuoi anche lavorare un poco in quel centro culturale... tanto di guadagnato. I lakshmiti ti rispetteranno di più e farai una bella figura con loro.»

«Uhmmm... dici che tutto mi sarà più chiaro, una volta arrivati a Varshi?»

«Sì, direi proprio di sì. Anche io ci ho messo un po’ ad ambientarmi e capire bene come funzionasse il pianeta, ma vedrai che poi ti ci troverai benissimo. Da un certo punto di vista, è un paradiso.»

Matteo rifletté a lungo su tutto ciò che gli era stato detto e su quel mondo dalla struttura così strana e aliena, almeno per un terrestre come lui. Da un certo punto di vista, aveva senso: se le macchine lavoravano al posto degli uomini, e le macchine appartenevano al pianeta, non era strano che tutti potessero coglierne i frutti, senza bisogno di pagare. Era più o meno uno dei sogni più diffusi nella storia dell’umanità e compariva in parecchie storie. Sembrava sensato. Assomigliava un poco anche a una vecchia filosofia ormai estinta, sulla Terra, e forse non era un caso: può darsi che i fondatori della colonia l’avessero portata con sé, per poi cercare di applicarla fin dall’inizio su un pianeta ancora in costruzione, visto che sul mondo di origine aveva fallito. Tuttavia...

Tuttavia, più ci pensava e più vedeva buchi nella spiegazione di Bogdan. Non gli pareva che una struttura del genere potesse bastare, per sorreggere un intero mondo. Doveva esserci altro, oppure Lakshmi sarebbe già collassata. Forse. Probabilmente. Dal suo punto di vista.

«Dici che mi avranno assegnato un compagno di stanza capace di farmi da insegnante di sostegno?» chiese a Bogdan, qualche giorno dopo. «Uno pronto a farmi da guida e spiegarmi un po’ di tutto, intendo.»

«Normalmente funziona così» gli rispose. «Lo hanno fatto per me, per i miei compagni di corso e più o meno per tutti quelli che arrivano da un altro pianeta, per quel che ne so.»

«Penso che avrò molte cose da chiedergli, allora.»

Ne aveva davvero. A poco a poco, mentre la nave li trasportava nello spazio, il panico da esordiente si stava trasformando in curiosità da esploratore. Aveva un nuovo pianeta da scoprire, davanti a sé. Un intero, nuovo pianeta, con culture completamente diverse da quelle che conosceva. Circa. In un primo tempo, non doveva essere stato molto diverso dalla Terra: i coloni avevano portato con sé le colture dei paesi di origine, qualunque essi fossero (Matteo sospettava l’India, per la maggior parte di loro, a giudicare dal nome del pianeta), e probabilmente le avevano mantenute, almeno per un poco. Avevano tentato una mescolanza? Possibile, possibile. E poi...

E poi non aveva bene idea di cosa succedesse, in quei casi, perché non si era mai interessato più di tanto alle scienze sociali, ma pensava che sarebbe stato bello scoprirlo. Come funziona, quando più culture diverse si incontrano in un luogo che è straniero per tutti? Matteo aveva trascorso la maggior parte dei propri diciannove anni a leggere, ma solo adesso si domandava se non li avesse sprecati leggendo i libri sbagliati. Gli sarebbe servita l’antropologia, per analizzare e comprendere il modo in cui una cultura cambia e si sviluppa? O era la sociologia? Qualcosa che finiva per “logia”, quasi di sicuro, e quasi di sicuro qualcosa che non si trovava nei romanzi che lui preferiva leggere.

Pazienza, in qualche modo se la sarebbe cavata. Non ne era convinto all’inizio, ma il tempo speso a parlare con Bogdan Stratos, quel compagno di viaggio che all’inizio invidiava e che adesso stava cominciando ad ammirare, lo aveva già aiutato a cambiare idea. Da quel che raccontava Bogdan, Lakshmi era un luogo accogliente con gli stranieri, ospitale e in generale un pianeta in cui era facile vivere. Un po’ strano e difficile da comprendere, almeno all’inizio, ma poi tutti ci si trovavano bene. Avrebbe dovuto capire tutta quella storia dei soldi che non c’erano, ma sperava che qualche nativo del luogo lo avrebbe aiutato. C’era sempre una balia per i nuovi, diceva Bogdan.

Era anche molto curioso di scoprire come fosse fatta una città universitaria. Un posto tranquillo, lo aveva descritto il suo compagno, dove più o meno tutto ruota attorno all’università, che è una delle più grandi del pianeta. Non il luogo migliore in cui divertirsi e fare casino, ma i lakshmiti non sono molto inclini a quel genere di vita, in media. Ti piacerà, vedrai. Schifosamente caldo in estate, ma è un problema comune un poco a tutto il pianeta. Le temperature medie sono più alte rispetto alla Terra, ma gli edifici sono equipaggiati per affrontarle. E la gente di Varshi tratta bene gli studenti, sono abituati ad averli attorno. Non avrai problemi, vedrai.

Matteo lo sperava. Non sapeva quanto sarebbero stati impegnativi i suoi corsi e non sapeva quanto tempo avrebbe dovuto sprecare per quel maledetto centro culturale terrestre, presso cui si era fatto registrare molto prima di scoprire che non avrebbe avuto bisogno di lavorare, ma si augurava di avere la possibilità di studiare anche qualcosa in più, rispetto a quanto previsto dal suo piano. Un qualche corso per imparare la storia e la cultura del pianeta, ad esempio. Poteva esserci qualcosa del genere, per i nuovi arrivati? Si sarebbe dovuto informare, all’arrivo.

«Sinceramente non ne ho idea» gli aveva risposto Bogdan. «Mi pare che ci sia qualcosa del genere, anche se non saprei dirti il nome o dove si svolga il corso. Noi scienziati non ci interessiamo molto a questo, o almeno non io e non quelli che conosco io. Deve essere una cosa più da umanisti.»

Probabile, aveva pensato anche Matteo. Dopotutto, se ciò che devi studiare è la struttura dei pianeti e le caratteristiche che li rendono o meno abitabili, una conoscenza dettagliata della cultura e della società in cui stai studiando non è proprio un requisito fondamentale. Per chi invece voleva studiare la letteratura di un posto, conoscerne il meglio possibile la cultura era un requisito fondamentale, almeno dal suo punto di vista. Non poteva certo fargliene una colpa, se Bogdan aveva interessi ed esigenze diversi dai suoi.

Si sarebbe informato all’arrivo su Lakshmi, come già aveva in programma per molte altre cose. E all’arrivo mancavano ormai solo tre giorni.

Bogdan Stratos sospirò, alla fine dell’ennesima giornata di chiacchiere col suo entusiasta compagno di cabina. Iperentusiasta, sarebbe stata una descrizione migliore. All’inizio era stato tranquillo e silenzioso, soprattutto timido, a volte quasi intimorito, ma adesso si era sciolto e aveva sempre una nuova domanda da fargli. Domande che lui stesso non si era mai posto, talvolta, o su argomenti che non avrebbe mai ritenuto degni di domande. Strano tizio, quel Matteo, ma tutto sommato simpatico.

Aveva speso sette anni su Lakshmi, sette anni lakshmiti, che sono più brevi degli anni terrestri, ma ancora non riteneva di conoscere a fondo quel pianeta. Non riteneva neppure che valesse la pena di conoscerlo a fondo, almeno non per lui, che nel giro di un anno lo avrebbe lasciato definitivamente: Lakshmi era solo una tappa di studi, prima di cominciare la sua vita vera, di nuovo sulla Terra. Ma Matteo era interessato davvero. Voleva seriamente conoscere e capire il più possibile del suo nuovo pianeta. Strana idea, ma ognuno aveva diritto di pensarla come preferiva.

Se la sarebbe cavata? Bogdan aveva qualche dubbio. Matteo era quel tipo di persona che si poteva descrivere facilmente come “pulcino bagnato”. Non era il primo e non era l’ultimo di quella razza, a volare su Lakshmi, ed erano generalmente quelli che incontravano maggiori problemi. Pensavano troppo e pensavano nella direzione sbagliata, pestandosi i piedi mentre camminavano. Chiunque fosse il compagno di alloggio che gli avevano assegnato, a Varshi, avrebbe avuto il suo bel lavoro, per educare Matteo alla vita sul pianeta. Ma ci sarebbe riuscito, alla fine. Quelli come Matteo, col tempo, amano sempre Lakshmi. Quelli come lui, invece, l’amavano di meno.

Bogdan riconosceva i vantaggi della società lakshmita, anche se non era molto bravo a descriverli e spiegarli. Era una società ideale, per un certo tipo di persone. Peccato solo che lui non appartenesse a quel tipo. L’ultimo anno, poi avrebbe salutato tutto e tutti. All’Ufficio per la Colonizzazione non gli avevano dato una risposta definitiva, al termine del colloquio, ma era sicuro di essere passato. Il tizio seduto dall’altra parte della scrivania lo aveva scritto in faccia. Volevano un planetologo, lui era un buon planetologo, la sua specializzazione era nel campo che serviva, dunque restava solo da formalizzare l’assunzione, al termine degli studi. Tutto a posto.

E poi c’era il dottor Leonardi.

Bogdan lo aveva incontrato al termine del colloquio, uscendo dall’ufficio in cui si era svolto. Un vecchio, ormai più artificiale che naturale nella sua struttura fisica: rifatto, aggiustato e sostituito così tante volte, nel corso dei suoi centosette anni, che ormai di originale gli rimaneva forse soltanto il cervello e qualche altro pezzetto. E gli occhi, certo. Quegli occhi che lo avevano rivoltato come un calzino, fissandolo. Bogdan non era solito sentirsi a disagio davanti ad altri, conosciuti o meno che fossero, ma Leonardi gli aveva messo i brividi. Gli aveva anche detto «Ti aspettiamo» e questo valeva più di qualsiasi conferma ufficiale. Bogdan era assunto, nessun dubbio. Lo diceva il capo.

Formalmente, il dottor Vito Leonardi non era più il direttore dell’Ufficio per la Colonizzazione, un ruolo che aveva ricoperto più o meno da quando l’Ufficio era stato fondato. Adesso era in pensione, un pensionato che continuava a gironzolare nell’edificio, come consigliere anziano, come vecchio saggio, come qualunque altro titolo gli volessi attribuire. Di fatto, però, il capo era ancora lui e lo sarebbe rimasto fino alla morte, se mai si fosse deciso a morire. Il direttore attuale, Gemelos, era un suo burattino o poco più: l’uomo che firmava, l’uomo che ripeteva gli ordini decisi da Leonardi. E se il boss sceglieva una persona, quella persona era dentro, senza discussioni.

A Bogdan non piaceva molto la struttura dell’Ufficio. Non gli piaceva per niente. Il problema era che non aveva alternative, non nel suo campo di studi e non sul pianeta Terra: l’unico sbocco a sua disposizione era l’Ufficio e all’Ufficio sarebbe finito. Una volta dentro, però, nulla e nessuno gli vietava di lavorare per cambiarlo, migliorarlo. Difficile, quasi impossibile, ma lui aveva una fiducia quasi sconfinata nelle proprie capacità: unita a una salutare dose di ambizione, lo avrebbe potuto portare più o meno ovunque, o così amava pensare. Dopotutto, anche Leonardi era partito dal basso, no? Ancora più dal basso, se le leggende sul suo conto erano vere.

Perché dunque non avrebbe dovuto sperarci anche lui?

Bogdan se lo domandava, nel buio della cabina. Nel letto accanto, il respiro di Matteo aveva già la lentezza del sonno profondo. A poca distanza da lui, lo spazio aveva il nero del vuoto, avvolto da un gelo quasi assoluto. La stella attorno a cui ruotava Lakshmi era già visibile, l’arrivo era previsto tra due giorni soltanto. Ancora un anno e poi la sua vera vita sarebbe cominciata, dopo il letargo su un altro pianeta.

Qualunque cosa quell’ultimo anno potesse contenere.