Adriano - racconti e altro

In nome dei ToS

Cominciò con l’aggiornamento e la recensione. Erano obbligatori entrambi. Dovevi aggiornare per mantenere il sistema protetto e ottimizzato. Dovevi recensire per dare la tua opinione e contribuire a migliorare il servizio. Blablabla. L’uomo lo aveva fatto.

I guai erano arrivato subito dopo.

Un aggiornamento di sistema alla sua casa smart aveva installato nuove app, come al solito. Come al solito non le potevi rimuovere o disattivarle. C’erano e te le dovevi tenere. Non una parola sulla loro utilità. Non una parola per spiegare. Non un buon servizio, lo aveva descritto l’uomo.

Aveva usati termini cortesi, lievi, gentili. Era stata comunque una recensione negativa. Non avrebbe migliorato la situazione, ma lo aveva fatto sentire meglio. Per un poco. Poi lo aveva fatto sentire molto, molto peggio. La casa non aveva gradito.

Prima si era bloccato il bagno smart. Il gabinetto non scaricava più, dai rubinetti non usciva acqua e sullo specchio lampeggiava la frase “Servizio sospeso per infrazione della clausola 34956/Z bis dei termini di uso”. L’uomo non l’aveva mai sentita. Cercò di cercarla, ma anche la sua connessione era disattivata. Adesso come faceva a recuperare i contratti, senza accesso al cloud?

Ma non erano solo i contratti o il bagno. Tentò di fare colazione ma il frigorifero smart non si apriva e i fornelli smart non si accendevano. Sulla finestra della cucina lampeggiò la stessa scritta già vista sullo specchio. Servizio sospeso.

L’uomo afferrò lo smartphone, cercò di telefonare. Una voce automatica gli recitò la stessa solfa del servizio sospeso, senza nemmeno scusarsi per il disagio. Non si scusavano quasi più ma i disagi non diminuivano. E adesso?

La temperatura in casa era salita. Il termostato si era lasciato alle spalle i venti e stava attraversando i trenta, diretto verso i quaranta e oltre. Come se in giugno che ne fosse bisogno. Perché?

Lo domandò all’assistente domestico. L’assistente rispose che stava eseguendo i comandi ricevuti. L’uomo gli ordinò di abbassare la temperatura. L’assistere rifiutò di eseguire il comando ricevuto. Voce non riconosciuta, disse. Comando non valido.

L’uomo cercò di aprire la finestra. La finestra smart rimaneva sigillata. Si cominciava a bollire.

L’uomo tentò di aprire la porta smart. La porta non si aprì: per tutelare la sicurezza degli abitanti, le impronte digitali dell’inquilino erano la sola chiave che funzionasse. Adesso non funzionava. Altro servizio sospeso. Non ci scusiamo per il disagio.

Quaranta gradi. L’uomo afferrò una sedia e colpì il vetro della finestra. Lo colpì forte. La finestra resse, la sedia no. L’uomo invocò la sua divinità preferita. La descrisse con attributi non ufficiali.

«Le affermazioni irrispettose nei confronti di una religione sono considerate “hate speech”,» recitò l’assistente domestico. «La tua infrazione è stata riportata alle autorità del server.»

L’uomo afferrò l’assistente domestico, lo scagliò a terra e lo calpestò più e più volte. Lo fece sentire un poco meglio, ma anche molto più accaldato. Quarantacinque gradi, in salita.

«Danneggiamento di proprietà privata!» ragliarono in coro tutti gli altoparlanti nell’appartamento. E ancora, e ancora, e ancora, a volume sempre più alto. «Danneggiamento di proprietà privata!»

Sudato e assordato, l’uomo afferrò un martello non smart dalla cassetta degli attrezzi non smart. La finestra resse per un poco, poi il pannello esplose spandendo ovunque schegge di similvetro. Aria! Non fresca e non profumata, ma aria nondimeno. L’uomo si sentì rinascere.

Gli allarmi si erano fatti ancora più assordanti, se possibile.

L’uomo li ignorò. Si arrampicò sul davanzale interno, uscì dal foro, saltò. Poteva andargli peggio: in fondo era al primo piano e sotto c’era il giardino del condominio. Se lo potevi chiamare giardino. I richiami degli allarmi lo seguirono anche fuori. L’uomo li ignorò. Meglio muoversi.

Il cancello si rifiutava di aprirsi per lui. L’uomo scavalcò con grande rischio per i propri genitali. La strada davanti a lui era vuota in entrambe le direzioni. E adesso? Si fermò a riflettere. Per poco. Dal citofono smart una voce metallica cominciò a elencare tutti i crimini che aveva commesso contro le proprietà altrui. L’uomo fuggì.

Lampioni smart si accendevano a illuminare il suo passaggio. Sirene da allarme antiaereo volavano nel cielo bianchiccio e afoso, avvisando, segnalando. È qui, è qui! Ma l’uomo correva e correva.

Altre voci da altri citofoni. «Ti veeedo!» sussurravano, ma lui correva oltre. Poteva quasi sentire gli sguardi artificiali di mille e più telecamere di sicurezza, puntate su di lui. Erano lampioni, semafori, portoni, cassonetti per la differenziata. Erano telecamere normali e impianti smart. Erano occhi, ma non avevano faccia. Lo guardavano, spiavano, scrutavano, seguivano. E facevano rapporto ai server tracciando ogni suo passo, ogni goccia di sudore.

Umani? Non pervenuti. Attraversò il quartiere senza vedere una sola persona. C’erano di sicuro, ma dietro le finestre, dentro ai veicoli dai finestrini offuscati, negli uffici e nei negozi, ovunque. Forse. I cittadini reali abitavano lì, ma la città era smart e serviva solo se stessa. E chi la controllava, i server senza nome e senza domicilio fiscale raggiungibile. Le uniche leggi che riconoscevano erano quelle aziendali. Le rispettavano. Le imponevano.

Una strada più larga. Auto che scorrevano avanti e indietro, ignorandolo. In apparenza. L’uomo fece un passo, un altro. Cominciò ad attraversare. La più vicina auto sterzò verso di lui, accelerando. Un balzo indietro e l’uomo tornò sul marciapiede. L’auto esitò per un istante, poi riprese il suo viaggio.

Ma ce n’erano altre. Rallentavano passando davanti a lui, come a fissarlo, a sfidarlo. Proseguivano e svanivano in fondo alla strada. Ce n’erano sempre di nuove. Era molto trafficata.

L’uomo non attraversò. Avanzò lungo il marciapiede, una spalla che strisciava il muro. Lo fissavano citofoni e vetrine. Lui si sforzava di ignorarli, di non pensare. Poi pensò.

Infilò una mano in tasca, ne tolse lo smartphone. Lo osservò. Era spento. Non lo sembrava. Con un sospiro, l’uomo lo scagliò a terra, forte. Esplose in una nube di frammenti plastici. E adesso? Ma lo sapeva già. Adesso c’era da correre, e sul serio.

Nuovi allarmi. L’uomo corse lungo il marciapiede, raggiunse un’altra strada, cercò di passarla, non ci riuscì. Auto la percorrevano avanti e indietro, come squali inquinanti. Fiutavano il suo sangue, o almeno i suoi dati biometrici inviati da ogni server. Fiutavano. Attendevano la preda.

L’uomo proseguì sul marciapiede, ma proseguire sul marciapiede significava girare in tondo. Prima o poi doveva attraversare la strada. Le auto lo sapevano, o almeno lo sapevano i loro server, grazie a mappe numerose e dettagliate della città. Forse c’erano passeggeri a bordo, ma erano soltanto merci in transito, trasferiti da un punto a un altro su veicoli eterodiretti. Non sarebbero stati comunque di aiuto: finestrini offuscati per garantire la privacy, musica per conciliare il viaggio, tutto smart, tutto sicuro, tutto fuori dal controllo degli utenti usati.

L’uomo fintò di attraversare. Un furgoncino gli chiuse il passaggio. L’uomo fintò di nuovo, un poco più indietro. Un altro veicolo lo chiuse. Alla terza finta le auto intasavano quasi la strada, da un lato all’altro. L’uomo respirò a fondo e saltò sul cofano più vicino. Dal cofano al tettuccio, dal tettuccio a un altro cofano, di veicolo in veicolo in un coro di clacson, equilibrista su sostegni in movimento continuo e diversificato. L’ultimo balzo lo riportò a terra sul marciapiede opposto, affannato.

Non c’era tempo. Riprese la fuga.

Fu breve. La trovata di camminare sopra le auto non era piaciuta. Un veicolo salì con due ruote sul marciapiede e cominciò ad accelerare. Scendeva quando trovava un ostacolo, risaliva subito dopo. E gli ostacoli erano quasi finiti. C’era un incrocio, più avanti, e un grosso autobus che si avvicinava. Altre auto seguivano in strada, ma a distanza e separate. Non avrebbe potuto ripetere quel gioco di prestigio. Peccato. Imparavano troppo in fretta.

Su un lato la strada e i veicoli, sull’altro edifici chiusi, citofoni che osservavano, nessuna vetrata e nessun portone accogliente. L’uomo sospirò. Il caldo era orrendo. Si appiattì con la schiena contro a un muro, alzò le braccia. Era finita. Si arrese.

«Cosa volete da me?» chiese a nessuno in particolare.

E nessuno gli rispose: una voce femminile, inespressiva e artificiale. «Ha violato la clausola 34956/Z bis dei termini di uso».

«Quale cazzo è la clausola 34956/Z bis?»

«Ha espresso un parere non positivo in un luogo pubblico riguardo a un prodotto che aveva in uso.»

L’uomo pensò, ricordò, si afflosciò. «La recensione all’aggiornamento?»

«Corretto.»

«Va bene. La cancello! Cambio la recensione! Mi scuso!»

Seguirono quattro minuti circa di silenzio, poi la voce femminile artificiale riprese. «Il suo caso sarà preso di nuovo in esame. I suoi servizi e diritti potranno essere riattivati al termine del riesame, se il suo ricorso avrà avuto successo.»

«E quanto ci vorrà per terminare il riesame?»

«Il procedimento potrà durare dai trenta ai novanta giorni lavorativi.»

«E io come farò per trenta o novanta giorni? Mi avete bloccato tutto! Non ho soldi, cibo, non posso neanche rientrare in casa!»

«Questo è un problema suo. La prossima volta non diffami le aziende che lavorano per il suo bene. Grazie.»

La voce tacque, le auto si dispersero. Rimase l’uomo, appoggiato al muro. Era solo. Il sole batteva forte sulla sua testa, sul marciapiede, sul resto della città. Avrebbe continuato a battere forte, mentre lui attendeva il responso dei nuovi numi. Casa bloccata. Conto bloccato. Senza cibo. Senza niente. Solo gli abiti che indossava, le poche cianfrusaglie che forse aveva in tasca. Soldi no: il contante era il male. Nessun distributore automatico lo avrebbe accettato. Aveva se stesso. E basta,

Benvenuto nel mondo smart, uomo.

E adesso lui?

di Adriano Marchetti