Adriano - racconti e altro

Tanto dolore

Roberto Sgionfa non era un uomo contento: per questo sedeva ai bordi di un prato e fissava il greto del fiume. Ok, non era proprio un fiume, ma un torrente, e ok, non fissava proprio il greto, perché la vegetazione lo aveva sommerso da tempo, trasformandolo in un groviglio di arbusti, alberi e tronchi caduti, più cianfrusaglie varie e assortite. Irrilevante. Il punto è che Roberto Sgionfa sedeva ai bordi di un prato e fissava un punto davanti a sé, dove un volta si vedeva scorrere un torrente e dove pure adesso lo avresti potuto trovare, dopo esserti fatto largo con un buon machete. E non era contento.

Non era quasi mai contento, il nostro Roberto, ma adesso lo era ancora meno del solito. Perché ad attenderlo a casa c’era un lutto, capite. La sua fidata lavatrice stava tirando gli ultimi e la centrifuga era un’agonia di gemiti e rumori inquietanti, difficili da ascoltare con occhio asciutto. Doveva avere riportato un qualche danno strutturale irreversibile, forse perché la garanzia era scaduta da qualche mese, e Roberto temeva che anche il suo conto avrebbe riportato gravi danni strutturali, al momento di sostituirla con un modello nuovo. Così sedeva in un prato, a soffiar via da sé la malinconia. Lo faceva sempre, in questi casi.

Riusciva davvero a soffiarla via? Non proprio, ma almeno per un poco non ci pensava e comunque c’era qualcosa di terapeutico in uno strumento a fiato, qualcosa di speciale e prezioso, a modo suo. Il puro piacere elementale che provava soffiando a pieni polmoni nella sua ocarina era qualcosa che niente altro era mai stato capace di dargli, nel corso della sua vita. Il che è triste sotto altri aspetti, ne convengo, ma lasciamo perdere. Roberto sedeva sul prato e suonava l’ocarina, fissando quello che un tempo era stato il greto di un torrente. Si liberava un poco dal malumore, a modo suo. O così credeva e a volte tanto basta.

Non era un posto tranquillo e silenzioso. Non lo era quando lui suonava, ovvio, ma non lo sarebbe stato in ogni caso. C’erano suoni ovunque. Fruscii vari nell’erbaccia del greto, fruscii più circospetti nell’erba rada del prato, fagiani che di tanto in tanto esplodevano fuori dai cespugli, starnazzando e sbattendo frenetici le ali. C’era anche una cornacchia che sembrava avercela personalmente con lui, perché gracchiava ogni volta che Roberto suonava. Forse la considerava una sfida, il che può darci diversi indizi sulle sue doti musicali. C’era anche il rumore di qualcosa di più grosso che sembrava correre in mezzo alla vegetazione del torrente, ma era piuttosto distante e per il momento lo poteva ignorare. Meglio suonare e basta.

E Roberto Sgionfa suonava. Non bene, probabilmente, ma non aveva importanza, perché da quelle parti non c’erano molti esseri umani, non a quell’ora e in quei giorni. Gente col cane, ogni tanto, e il solito vecchietto a passeggio, con bastone, cappello e museruola. Avesse avuto un occhio solo, forse Roberto lo avrebbe potuto scambiare per un Odino da discount. Siccome però di occhi ne aveva due come tutti, era solo un vecchio qualunque, che passeggiava nel campo. Forse viveva lì vicino. Non è rilevante. Roberto suonava, nessuno se ne lamentava (cornacchia a parte) e il resto poteva andare a farsi benedire. O quello che preferiva farsi fare.

Il rumore del qualcosa più grosso sembrava avvicinarsi.

Roberto abbassò l’ocarina e riattivò il cervello. C’era movimento tra la vegetazione del greto, ma al momento non gli sembrava rilevante. Doveva essere un cane, ovvio. Era anche possibile trovare un cinghiale da quelle parti, ma a lui non era mai capitato. C’erano davvero, sia chiaro: ogni tanto tutta la zona era decorata da cartelli che vietavano l’accesso per una qualche operazione speciale di, non so, decinghializzazione o quello che è. Si sentiva anche odore di suino nell’aria, se passavi di lì alla fine dell’operazione speciale, condotta di solito da uomini di mezza età con sguardo truce, vita larga e abiti dismessi. Quindi i cinghiali esistevano. Pure, lui non ne aveva mai visti di persona. Non lì.

Non che ci tenesse a vederne, sia chiaro.

Aspettò, con l’ocarina a mezz’asta. Per un poco ci fu solo rumore tra gli arbusti, come se qualcosa lì in mezzo stesse correndo da una parte all’altra. Roberto Sgionfa guardava da una parte all’altra, con una vaga speranza di vedere finalmente cosa fosse a provocare quel rumore, unita però al desiderio di non doverlo scoprire davvero. Perché sì, ok, era curioso e così via, ma metti caso che fosse poi un animale pericoloso? Non che avesse mai visto animali pericolosi da quelle parti, oltre ai cani che ti saltavano addosso con le zampe sporche di fango, ma quello era un caso diverso e di solito avevano un proprietario da guardare male, quando succedeva. Gli animali selvatici non avevano padroni che potevi guardare storto, se ti facevano qualcosa. Non che cambiasse molto, ma...

Il suo monologo interiore si frantumò quando una sagoma balzò fuori dalla macchia di arbusti sulla riva del torrente, seguita quasi subito da una seconda sagoma balzante. Erano...

Roberto sospirò. Caprioli, già. C’erano anche quelli, nei dintorni. Li aveva già visti, da lontano, e li considerava pericolosi più o meno come il vecchio col bastone e il cappello. No, un momento, forse il vecchio era più pericoloso, in effetti, perché di solito lui non scappava, a differenza dei caprioli quando scorgevano un umano anche a duecento metri di distanza. Aveva anche tutta l’aria di poterti attaccare bottoni terribili, quel vecchio. No, molto meglio un capriolo. Tanto rumore per nulla. Oh beh, pazienza. Niente di nuovo sul fronte fluviale.

Roberto Sgionfa si strinse nelle spalle e si sistemò per riprendere a suonare. Guardò un’ultima volta i caprioli che giocavano a inseguirsi (o forse non giocavano, ma erano affaracci loro), sicuro che si sarebbero tenuti alla larga da lui, come al solito. Li avrebbe visti girare da un’altra parte e discorso chiuso. Nessun problema. Non lo avrebbero mai disturbato, rumore a parte.

I caprioli continuavano a correre nella sua direzione. Erano veloci.

Roberto batté lentamente le palpebre. Possibile che quei due fossero così presi dal loro gioco da non essersi accorti di lui? Sembrava assurdo, eppure gli correvano incontro e in effetti quello di testa era girato all’indietro, verso il collega. Poteva essere un problema? Ovviamente no, lo avrebbero notato in tempo. E anche se era girato all’indietro, non faceva differenza. Gli animali selvatici fiutavano gli uomini, giusto? Lo sapevano tutti. Ti fiutano e scappano. Così funziona il mondo.

I caprioli continuavano a correre verso di lui.

C’era un piccolo pendio che separava il prato dal greto del torrente, ma era alto un metro circa e non troppo ripido, non una barriera sufficiente a frenarli. Erano agili, i caprioli. Roberto li aveva visti in più occasioni saltare come, beh, come animali che saltano tanto, in effetti. Una volta un capriolo lo aveva mancato di poco, zompando fuori da una siepe un paio di metri davanti a lui. E sì, in effetti è probabile che in quella occasione l’animale non lo avesse notato, nonostante Roberto non avesse fatto alcunché per passare inosservato. Quindi era almeno possibile che...

I due caprioli lo avevano quasi raggiunto. Correvano ancora, senza guardare avanti.

Roberto Sgionfa prese una decisione disperata. Portò l’ocarina alla bocca e cominciò a suonare forte e male. Peggio del solito, intendo. Quanto al volume, quello non fu un problema. È uno strumento parecchio sonoro, l’ocarina. Suonata male da un Roberto Sgionfa, poi, può diventare un’arma vera e propria, da un certo punto di vista.

Neppure aveva idea di cosa stesse suonando. Neppure importava, dopotutto. Erano note a casaccio, le prima che capitavano, giusto per fare rumore, per farsi notare. Una specie di strombazzata col clacson, mentre maledici un’auto di passaggio. E funzionò, forse.

Il capriolo di testa si decise finalmente a guardare in avanti e incrociò lo sguardo di Roberto. C’era una vaga espressione di sorpresa sul volto dell’animale. Forse, o forse se l’immaginava l’umano. Il genere di espressione che lui avrebbe mostrato, al suo posto. Il capriolo virò con uno scatto, senza il minimo rallentamento. Balzò oltre il piccolo pendio e passò a una manciata di metri sulla destra di Roberto, seguito dal collega. Schizzò un poco di terriccio, o almeno qualcosa che l’uomo decise di interpretare come terriccio. Il colore era quello, grossomodo. Poteva anche essere un altro materiale, indice di sorpresa, ma non era il caso di indagare. L’importante è che i caprioli fossero passati oltre.

Roberto lì seguì un poco con lo sguardo, mentre attraversavano il prato e si perdevano in lontananza verso il percorso per ciclocross o quello che era. Sorpresa interessante, imprevisto imprevedibile e così via, ma era tutto finito. Tempo di tornare a pensare ai problemi suoi, o meglio a suonare e non pensarci. La lavatrice moribonda lo avrebbe atteso al ritorno a casa, minacciosa come sempre, una spada di Damocle sospesa sul suo misero conto in banca. Non ci voleva pensare, non adesso. Per il momento contava solo l’ocarina. Che lo aveva salvato, stavolta. Ah, che bella sensazione!

Roberto portò di nuovo lo strumento alle labbra, sorridente, e fu allora che lo vide. Non era terriccio e non lo aveva mancato. O meglio, aveva mancato lui, ma aveva colpito un altro bersaglio. Proprio sull’imboccatura. Almeno sull’imboccatura. Perché era stretta, sì, molto stretta, ma metto caso che ne fosse finito dentro qualche granello? Eh? Roberto voleva piangere, ma non lo fece. E adesso?

Levando lo sguardo al cielo, domandò il perché di tanto dolore. Il cielo non gli rispose, ma qualcosa lo sentì dalla cornacchia. Sembrava una rauca pernacchia.

Tornando a casa mogio, Roberto pensò più di una volta a quanto dovesse essere buono il capriolo con la polenta. E la loro pelle poteva andare bene per pulire uno strumento musicale di terracotta? Sarebbe stato molto piacevole provare, prima o poi, ma non sarebbe mai successo, non nella realtà. La realtà era una lavatrice rotta che lo attendeva. E un’ocarina spruzzata di, beh, sorpresa.

Perché tanto dolore?

di Adriano Marchetti