Adriano - racconti e altro

Estrazione rituale dei denti tra gli ainu

Nelle ultime pagine del suo lungo saggio sulle procedure funebri in uso tra gli ainu, in particolare quelli dell’area culturale e linguistica di Saru1, Kubodera Itsuhiko inserisce una serie di brevi annotazioni relative alla morte e ai riti funebri ainu, in quella che possiamo definire la sezione “Varie ed eventuali” del suo lavoro, appena prima delle note di chiusura. Questo elenco di frammenti di folklore funebre raccolti qui e là tra gli ainu di Hokkaidō presenta curiosità di notevole interesse, perché alcune di queste idee si ritrovano quasi uguali anche in altre parti del mondo: è ad esempio il caso della prima annotazione, che riferisce di come gli ainu considerassero l’alta e la bassa marea legate rispettivamente alla nascita e alla morte. Diversi marinai della Bretagna e del Galles sarebbero stati d’accordo con loro, pressoché alla lettera.

Un caso più interessante, almeno a mio parere, è la seconda di queste annotazioni. Si apre già con una presentazione che lascia piuttosto perplessi, il che è sempre un buon inizio. Kubodera la etichetta infatti come “l’usanza funebre di spaccare i denti dei morti”2. Presentato così, sembrerebbe più che altro un caso di vilipendio di cadavere, peraltro in apparenza immotivato. Spiegando poi in cosa consista questa usanza, Kubodera ci dice che una persona che non aveva perso neppure un dente prima di morire, e aveva dunque la sua dentatura ancora intatta, non poteva essere accolto così come era dai suoi antenati. Per questo lo si seppelliva solo dopo avergli spaccato con una pietra un paio di denti nella mascella superiore e inferiore. Questa usanza era praticata in alcune zone della regione linguistica e culturale di Tokachi, o almeno solo in questa zona qualcuno ne conservava ancora il ricordo, nella prima metà del Novecento3.

Secondo un gruppetto di ainu di Hokkaidō, dunque, non era possibile essere ammessi tra gli antenati, se si cercava di entrare nell’altro mondo con tutti i denti ancora intatti. Perché? Non sappiamo se questa idea fosse maggiormente diffusa in passato: non ho ancora trovato storie in cui si parla dei denti in relazione all’ingresso nell’aldilà, né accenni a riguardo di questo tema sono fatti in altre descrizioni dei riti funebri ainu, a cominciare dallo stesso lungo saggio di Kubudera. Per il momento, tutto ciò che sappiamo di sicuro è che, secondo quanto registrato da Kubodera, alcuni ainu in quella particolare zona di Hokkaidō si tramandavano l’usanza di spaccare qualche dente ai cadaveri che non ne avevano perso neppure uno, al momento della morte.

Che esista un qualche tipo di legame tra denti e morte non è strano, di per sé. O meglio, forse può anche apparire strano, d’accordo, ma non è privo di precedenti in altre parti del mondo. Anche nel capitolo nono della Leggenda della morte presso i bretoni armoricani, di Anatole Le Braz, abbiamo letto che i denti persi devono essere conservati con cura, se non si vogliono avere problemi dopo la morte. Siccome dovremo rendere conto di tutti i denti che ci sono caduti durante la vita, secondo il folklore bretone era importante conservarli tutti e portarseli nella bara, oppure affidarli alla chiesa. Idea curiosa a modo suo, ma ha un suo senso, se si pensa che ci serviranno di nuovo al momento della resurrezione dei corpi. Per questi ainu di Tokachi, però, il problema è il contrario: non custodire i denti persi, ma perdere qualcuno dei denti che hai in bocca. Perché?

Come altri popoli, anche gli ainu possedevano una certa quantità di folklore relativo ai denti. Piuttosto interessante, per il caso in esame, era il modo in cui si raccomandava ai bambini di liberarsi dei denti da latte che avevano perduto. Interessante e non priva di precedenti, perché è pressoché identica alle superstizioni diffuse in buona parte d’Europa e oltre. Gli ainu di Akan, ad esempio, raccomandavano ai bambini di recitare «E=pirkaimaki en=kore. Ku=wenimaki e=kore=an na4», mentre gettavano via il dente che gli era caduto. Quando il dente proveniva dalla mascella superiore, doveva essere gettato sotto le fondamenta, mentre i denti della mascella inferiore dovevano essere gettati sul tetto. In entrambi i casi, si doveva recitare quella formula, per avere denti nuovi e più forti in cambio di quello che era stato offerto5.

Tra gli ainu di Tokachi, invece, quando cadeva un dente da latte, i bambini lo offrivano ad Ape Kamuy, la dea del fuoco che viveva nel focolare di ogni casa, recitando la seguente formula: «Kamuyhuci tane pakno ku=kor nimak kamuyhuci ku=kore haw tap an na. Pirka nimak enci=kore nankor na.» Il suo significato è più complesso e interessante rispetto alla precedente. La possiamo infatti tradurre come “Nonna divina! Il dente che ho avuto finora, alla nonna divina io lo offro. Dammi un bel dente, per favore!”. Abbiamo così anche il destinatario dell’offerta, che qui è Ape Kamuy, detta anche “nonna divina” e in molti altri modi diversi. La patrona del focolare domestico svolge dunque lo stesso ruolo che in Europa e altrove è assegnato ad animali o figure soprannaturali assortite, quando si getta via un dente da latte.

Si potrebbe continuare, ma non mi pare necessario6. Il punto è che anche gli ainu conoscevano la loro parte di superstizioni e riti più o meno magici in relazione ai denti, in particolare quelli caduti, e non si differenziavano granché da quello che troviamo nella storia di altre parti del mondo. A essere particolare, però, era il fatto che alcuni denti dovessero essere tolti, se si voleva accedere al paese degli antenati, dopo la morte. Inoltre, questa credenza non era diffusa tra tutti gli ainu, ma è stata registrata solo in una zona molto precisa. È possibile che in passato fosse presente anche altrove, forse è persino probabile, ma noi non lo sappiamo. Sappiamo che Kubodera ne ha registrato tracce tra alcuni ainu del Tokachi. Questo è quanto possiamo affermare con certezza.

Se muori avendo ancora tutti i denti, gli antenati non ti ammetteranno tra loro. Presentata così, sembra il ricordo distorto di un qualche antico rito d’iniziazione, grazie al quale un giovane entrava a far parte a pieno titolo della sua tribù. Potrebbe anche esserlo stato. In altri luoghi, esistevano infatti riti d’iniziazione durante i quali al candidato erano estratti uno o più denti, di solito incisivi: era abbastanza comune tra le tribù aborigene dell’Australia, almeno a giudicare dai dati etnografici esistenti a riguardo. Per essere ammessi tra gli adulti del proprio clan, i giovani dovevano sottoporsi a un rito di iniziazione che, tra le altre cose, includeva l’estrazione di un dente incisivo. Qualcosa di simile potrebbe essere stato in vigore anche nel passato degli ainu?

Difficile esserne sicuri. Per quanto ne sappiamo, gli ainu non hanno mai posseduto riti di iniziazione veri e propri. Quantomeno, nessun rito d’iniziazione è stato registrato in epoca storica. Non ne fanno accenno i giapponesi, non ne fanno accenno gli occidentali che hanno vissuto tra gli ainu verso la fine dell’Ottocento, ma soprattutto non ne fanno accenno le storie raccontate e tramandate dagli ainu stessi. Esistevano i tatuaggi per le ragazze, volendo, ma se siano considerabili un rito d’iniziazione vero e proprio è aperto al dibattito, almeno in epoca storica.

Erano tatuaggi che le ragazze si dovevano fare attorno alla bocca. Il processo era lungo e molto doloroso, in apparenza, e cominciava prima della pubertà, quando le donne della famiglia praticavano le prime incisioni attorno alla bocca della bambina. Il lavoro proseguiva lentamente e a intervalli anche lunghi fino ai diciotto anni circa, quando il tatuaggio era completato e la ragazza era finalmente pronta per il matrimonio, se lo voleva. Prima che il tatuaggio attorno alla bocca fosse concluso, non ci si poteva sposare. Esistevano anche miti di fondazione che raccontavano la nascita di questa usanza, ma qui non ci interessano. Con l’occupazione giapponese dello Hokkaidō e la successiva “modernizzazione” dell’isola, poi, fu posto termine a questa tradizione: fu una delle prime tappe del processo di nipponizzazione forzata degli ainu, per cancellarli come etnia.

Sappiamo che era possibile tatuarsi anche gli avambracci, ma era una pratica ormai in disuso anche prima dell’intervento dei giapponesi; soltanto le figlie dei capi villaggio avevano ancora l’abitudine di tatuarsi le braccia, a volte. Non sono attestati equivalenti maschili di questa pratica o di qualunque cosa potesse ricordare anche da lontano un rito d’iniziazione. Forse in epoca remota potrebbero essere esistiti, ma non ci è dato saperlo. Sia come sia, il punto è che in epoca storica non conosciamo rituali ainu in Hokkaidō che comportassero l’estrazione di uno o più denti, per una qualunque ragione7. Le ragazze si tatuavano la bocca per potersi sposare, ma niente di più. Niente che possa giustificare l’esclusione di un morto dal paese degli antenati, soprattutto.

Se non troviamo risposta in epoca storica, forse dovremo cercarla in epoca preistorica, per quanto ci sia possibile farlo. Effettivamente, qualcosa lo troviamo, ma c’è un problema. Una caratteristica fondamentale della preistoria è l’assenza di testimonianze scritte. Abbiamo oggetti estratti dal terreno, a volte manufatti e a volte ossa umane in vario stato di conservazione. Cosa significhino questi oggetti, però, dipende in gran parte da come decidiamo di interpretarli noi. In molti casi, il risultato sarà che useremo quegli oggetti per sostenere l’idea che noi avevamo già, giusta o sbagliata che sia. Potrebbe accadere anche nel nostro caso, ma staremo a vedere.

In tutto l’arcipelago giapponese, a partire dal primo periodo Jōmon8, sembra essere stata diffusa l’usanza di estrarre uno o più denti in occasione di due cerimonie: quella per il raggiungimento dell’età adulta e quella per il matrimonio, o qualunque cosa ne facesse le veci in quell’epoca. O almeno questo è il quadro che sembra emergere dai ritrovamenti sul territorio giapponese. L’usanza sembra essersi protratta fino verso la metà del periodo Yayoi9, per poi declinare progressivamente, anche se non scomparve del tutto. Ancora nel periodo Kofun10, infatti, se ne possono trovare alcuni esempi in certe aree del Giappone occidentale: Yamaguchi, Tottori, Okayama, Nara e l’isola di Kyūshū in generale.

Questo non ci dice granché sugli ainu nello specifico, per adesso, ma almeno ci informa che la pratica di estrarsi alcuni denti era attestata anche in Giappone durante l’epoca preistorica. In alcune zone sembra essersi protratta fino a ridosso dell’introduzione della scrittura, forse tra le comunità più tradizionaliste. Non sappiamo ovviamente perché lo facessero, ma i denti mancanti dai teschi ritrovati sono stati interpretati come il risultato di pratiche rituali. Prendiamo per buona questa interpretazione e proseguiamo col nostro discorso.

In Hokkaidō e nello Honshū, regioni occupate dagli ainu in epoca storica, la pratica di estrarsi i denti sembra essere scomparsa durante il periodo Yayoi, o almeno non è più possibile accertarne la presenza a partire da quel periodo, sulla base del materiale esistente. In compenso, tra gli ainu che si erano insediati sulle isole Kurili, l’estrazione di denti sembra essere stata praticata fino a un’epoca molto recente, sia in base a testimonianze raccolte da osservatori, sia sulla base dell’esame diretto dei defunti. Su centoventicinque scheletri esaminati e risalenti al diciottesimo, diciannovesimo secolo, infatti, diciannove erano stati apparentemente sottoposti a estrazione di denti11. Denti incisivi, sempre, perché i riti sembrano concentrarsi soltanto su di loro.

Questo ci dice che l’estrazione rituale di denti era praticata da un gruppo di ainu fino a un paio di secoli fa, in apparenza. Un gruppo che viveva sulle isole Kurili, non in Hokkaidō o in un’altra parte del territorio giapponese propriamente detto, ma erano pur sempre ainu e questo ci avvicina al campo che ci interessa. Non ci spiega granché sul perché questa pratica sarebbe continuata sulle isole Kurili, dopo essere sparita altrove e per un lungo periodo, né come mai nella zona di Tokachi, in Hokkaidō, un gruppetto di ainu avrebbe conservato un ricordo distorto di questo antico rituale, fino a trasformarlo in qualcosa da fare ai morti per garantire loro l’accesso al paese degli antenati, ma è almeno un inizio.

Un’altra cosa che sappiamo riguardo l’estrazione rituale dei denti è che, in apparenza, sarebbe continuata fino ad almeno il decimo secolo anche nelle isole più meridionali tra quelle che oggi appartengono al Giappone. È il caso ad esempio dell’arcipelago di Yaeyama, attualmente inserito nel distretto di Okinawa, dove questa usanza sarebbe perdurata dal tardo Jōmon fino al decimo secolo, almeno a giudicare dai ritrovamenti. Considerato che i giapponesi, o almeno l’etnia che è oggi conosciuta come giapponese e che parla in giapponese, sembra essere giunta in questa zona solo tra il secondo e il sesto secolo d.C., l’estrazione rituale dei denti era probabilmente già nota e praticata da chiunque vi abitasse prima dei giapponesi veri e propri, qualunque popolazione fosse.

Potremmo dunque ipotizzare che l’usanza si sia conservata più a lungo nelle aree ai margini dell’arcipelago giapponese, qualunque fosse l’etnia locale. La troviamo a nord sulle isole Kurili, occupate dagli ainu arrivati dall’arcipelago giapponese12, e la troviamo a sud a Yaeyama, che invece fu raggiunta dai giapponesi veri e propri, anche se in un’epoca relativamente tarda. Se nella zona centrale si è persa per strada più facilmente e più rapidamente tanto nelle aree giapponesi quanto in quelle ainu, l’estrazione dei denti sarebbe sopravvissuta più a lungo tra i gruppi che erano rimasti più isolati. D’altro canto, l’estrazione rituale dei denti non sarebbe l’unica tradizione preistorica sopravvissuta così a lungo nelle aree marginali: anche per i tatuaggi si potrebbe dire la stessa cosa, volendo, e anche i tatuaggi erano in apparenza collegati ai riti d’iniziazione.

Sappiamo dalle cronache di esploratori cinesi che nel terzo secolo d.C. i giapponesi praticavano con entusiasmo la tatuatura del proprio corpo. Gli uomini giapponesi, quantomeno: osservatori cinesi scrivevano che i maschi erano coperti di tatuaggi sia sul volto che sul resto del corpo. Forse a quell’epoca era riservata soltanto agli uomini, forse i cinesi non hanno avuto la possibilità di osservare in dettaglio le donne. Sia come sia, verso la fine del periodo Yayoi i giapponesi si tatuavano ancora. Nel precedente periodo Jōmon, la tatuatura sembra essere stata diffusa sia tra gli uomini che le donne. Forse faceva parte dei riti di passaggio per entrare in società come adulti, forse aveva altri significati. Il punto è che i giapponesi dell’antichità si tatuavano, oltre a estrarsi alcuni denti, e i loro vicini cinesi e coreani la consideravano un’usanza tipica del Giappone.

Che questi tatuaggi esistessero non è testimoniato soltanto dai documenti scritti da visitatori stranieri in epoca antica. Troviamo segni di tatuaggi, o almeno segni che possono essere interpretati come tatuaggi, anche su statuette di terracotta giapponesi risalenti sia al periodo Yayoi, sia al periodo Kofun. È il caso ad esempio dei celebri haniwa, ossia i manufatti di terracotta che erano sepolti nei tumuli assieme a personaggi presumibilmente importanti della società del tempo: sul volto di statuette antropomorfe è possibile scorgere segni di tatuaggi, o almeno segni che potrebbero essere tatuaggi. Sfortunatamente, le statuette avevano la bocca chiusa, per cui non possiamo contare il numero dei denti, quindi non sono di molta utilità per il nostro attuale discorso.

Se i tatuaggi sono poi spariti tra i giapponesi, gli ainu hanno continuato a usarli fino all’Ottocento. Come abbiamo detto, però, nel loro caso erano soltanto le donne a tatuarsi; se un tempo anche gli uomini lo facevano, questa usanza era già andata persa molto prima del periodo in cui i contatti con altri popoli si facessero intensi a sufficienza da portare a descrizioni scritte degli ainu redatte da stranieri, che gli autori fossero giapponesi, russi, occidentali o altro. Lo sviluppo di questa tradizione sembrerebbe avere preso una direzione opposta rispetto a quanto i cinesi scrivono sia accaduto tra i giapponesi, dove a tatuarsi erano solo gli uomini, verso la fine. Perché sia andata così, però, è qualcosa su cui possiamo al massimo fantasticare, se proprio ci teniamo.

L’usanza di tatuarsi era presente anche sulle isole meridionali, proprio come quella di estrarsi i denti. Così come accaduto tra gli ainu, sembra che col tempo i tatuaggi si siano concentrati solo su alcune parti del corpo, come le mani e gli avambracci, prima di sparire del tutto. Visto il modo in cui procedono di pari passo, tatuaggi ed estrazione dei denti dovrebbero essere entrambi parte di un qualche rito (forse di passaggio) che, dal periodo Jōmon, si è protratto in forme diverse in zone diverse dell’arcipelago giapponese e dintorni. Come sia nato e perché si sia “evoluto” in questo particolare modo, però, è un altro paio di maniche e dubito che avremo mai risposte certe e incontrovertibili. Non è detto che queste due pratiche avessero poi lo stesso significato e la stessa funzione, anche se in apparenza erano entrambi parte dei riti necessari per essere ammessi tra gli adulti e sembrano essere state collegate in un qualche modo.

Abbiamo così una situazione in cui, in epoca preistorica, l’estrazione rituale di alcuni denti era diffusa su tutto il territorio giapponese, assieme ai tatuaggi. In seguito, a partire dal periodo Yayoi questa usanza è andata progressivamente scomparendo, anche se in alcune zone sembra essersi conservata più a lungo. Verso la fine, era ancora in vita soltanto nelle estreme propaggini: le isole più meridionali, almeno fino al decimo secolo, e le isole Kurili, dove gli ainu del posto l’hanno praticata fino al diciannovesimo secolo, anche se in apparenza soltanto su una minoranza di persone. Questo è quanto possiamo affermare sull’estrazione rituale dei denti. Che una piccola sacca di ainu in una zona dello Hokkaidō abbia conservato il ricordo che fosse necessario aver perso qualche dente, per poter essere accettati tra gli antenati, sembrerebbe puntare a un antico rito di passaggio, in cui si rimuoveva alcuni incisivi per essere ammessi nel gruppo degli adulti. È una ipotesi, quantomeno, e non mi sembra troppo surreale, anche se non è necessariamente corretta. La tradizione di estrarre denti esisteva, dopotutto, ed era praticato anche dagli ainu.

In tempi molto meno preistorici, una curiosa comunità di giapponesi ha continuato a praticare sia l’estrazione dei denti, sia la tatuatura come rito di passaggio, fino quasi al presente. Si tratta di quelli che in giapponese sono indicati come ebune (oppure efune), o in una forma più estesa ebunegyomin (家船漁民), letteralmente “pescatori con una barca come casa”. Come suggerisce il nome stesso, erano una piccola comunità di pescatori che viveva sulle proprie barche e vagava lungo le coste occidentali del Giappone, campando di ciò che pescava e di ciò che otteneva di tanto in tanto tramite baratto dai popoli sedentari, ossia da tutti i giapponesi normali. Non diversamente da molte altre piccole società chiuse, gli ebune avevano conservato a lungo tradizioni che, agli occhi degli altri giapponesi, apparivano quantomeno bizzarre.

La zona che possiamo considerare indicativamente come la loro “base” era la penisola di Nishisonogi (西彼杵半島) nella prefettura di Nagasaki, ma con le loro barche si spostavano in tutto il mare nei dintorni. Quando si fermavano a barattare con le città costiere, come ad esempio a Saikai nella menzionata penisola, attiravano l’attenzione degli abitanti e si lasciavano dietro storie e aneddoti, come quelli raccolti da Sakata e pubblicati in un suo articolo13, a cui rimando come riferimento per tutti i dettagli. Oltre ai tatuaggi, una cosa che gli altri giapponesi notavano era che alle donne ebune mancassero alcuni denti incisivi. Se interrogate a riguardo, queste spiegavano che era una loro usanza. In apparenza, per loro l’estrazione rituale di alcuni denti incisivi faceva parte di una cerimonia di passaggio, che segnava l’ingresso nell’età adulta. Suona familiare? Direi di sì.

Riassumendo, gli scheletri ritrovati ci suggeriscono che in epoca preistorica in tutto il Giappone fosse praticata l’estrazione rituale di alcuni denti incisivi. Se questa usanza è progressivamente scomparsa nelle isole centrali, alcuni esempi si sono conservati anche in epoca storica nelle aree più periferiche, come tra gli abitanti delle Ryūkyū meridionali e tra gli ainu delle Kurili. La stessa usanza è stata conservata fino a non molto tempo fa anche da una piccola comunità di giapponesi alquanto insoliti, almeno agli occhi degli altri giapponesi, ossia quei pescatori che vivevano sulle proprie barche e vagavano come zingari del mare lungo le coste occidentali del Giappone. Fin qui, tutto a posto.

Non sappiamo perché si sia sviluppata o che significato avesse di preciso, ma sulle isole giapponesi è esistita l’usanza di estrarsi alcuni denti incisivi. In apparenza, era collegata ai riti di passaggio per entrare nell’età adulta e diventare così membri a tutti gli effetti della propria comunità. Accanto a questo, esisteva anche il rituale di tatuarsi alcune parti del corpo: curiosamente, tra gli ainu i tatuaggi si sono conservati tra le donne fino all’Ottocento, mentre gli ebune giapponesi hanno mantenuto anche l’estrazione dei denti, ma sempre riservata alle donne. Indubbiamente strano, ma indagare sul perché le cose abbiano preso proprio questa piega va ben al di là del nostro attuale campo di ricerca. È successo così, per un qualche motivo: accontentiamoci qui del risultato finale.

Se nel corso dei secoli l’estrazione dei denti si è persa tra gli ainu di Hokkaidō, un suo ricordo molto distorto sembra essere sopravvissuto tra alcuni ainu dell’area di Tokachi ed è proprio da questa curiosità che è partita la nostra ricerca. Secondo quegli ainu, quando una persona moriva con ancora tutti i propri denti in bocca, era necessario spaccargli qualche incisivo, sia inferiore che superiore, per garantirgli l’accesso alla terra degli antenati. Abbiamo visto che per gli abitanti delle isole giapponesi, qualunque fosse la loro etnia specifica, l’estrazione di qualche incisivo sia superiore che inferiore è stato a lungo una tradizione praticata come rito di passaggio per entrare tra gli adulti. In apparenza come rito di passaggio, d’accordo: abbiamo testimonianze dirette soltanto per i casi più recenti. Per i più antichi, non possiamo spingerci oltre le ipotesi basate su confronti con altri popoli; per quanto fondate ci possano sembrare, restano comunque ipotesi.

Il brandello di folklore ainu proveniente dall’area di Tokachi è dunque un ricordo di un’epoca in cui era necessario perdere qualche dente, per essere ammessi nella comunità degli adulti? Perso per strada il rituale, è sopravvissuta solo una vaga consapevolezza che avere tutti i denti era un brutto segno e bisognava dunque rimediare, prima di poter consegnare il morto all’abbraccio dei suoi antenati nell’aldilà? È una possibilità. Alla luce di quanto abbiamo visto sulla diffusione del rituale di estrazione dei denti, mi sembra una ipotesi più che fondata. Se pensiamo poi che tra gli ainu delle isole Kurili questa usanza si è mantenuta fino all’Ottocento, anche se non più così stringente, almeno a giudicare dalle percentuali di scheletri con incisivi mancanti, l’ipotesi che quella tradizione di Tokachi sia da collegare all’antico rito d’iniziazione mi sembra uscirne ancora più rafforzata. Non ne avremo mai la certezza assoluta, forse, ma per il momento può anche bastarci come ipotesi di lavoro.

NOTE

1 - 「北海道アイヌの葬制」, pubblicato su 『民族学研究』 (第20巻1-2号, 第20巻3-4号), 1956.

2 - Usando le sue parole, 死者の歯を打ち欠いて埋葬する習俗.

3 - Altro non ci è dato sapere o ipotizzare, stante la brevità dell’annotazione, che ammonta a giusto tre righe in tutto.

4 - “Dammi il tuo dente buono. Io ti do il mio dente cattivo.”

5 - Offerto a chi? In questo caso non è specificato. In altri sì, come vedremo subito.

6 - Svariate filastrocche, giaculatorie e formule “magiche” ainu come quelle che ho qui citato possono essere trovate in raccolte quali 『アイヌ伝統音楽』 e molte altre, per chiunque fosse interessato. Tutte opere in lingua giapponese, ovviamente.

7 - È possibile che qualche dente fosse tolto in caso di carie molto dolorosa, d’accordo, ma questo non rientrerebbe certo tra i riti di iniziazione e comunque esistevano prima altri interventi “magici” per eliminare gli insetti che, nel folklore ainu, causavano il dolore annidandosi in un dente. È probabile che la stessa idea fosse condivisa anche dagli antichi giapponesi, dato che in giapponese un dente cariato si chiama tuttora mushiba, parola formata da “insetto” (mushi) e “dente” (ha).

8 - Preistoria vera e propria, durata più o meno fino al III secolo a.C. o dintorni, a seconda della zona e dello storico.

9 - Periodo in cui fu introdotta l’agricoltura in Giappone: grossomodo tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C., di nuovo a seconda della zona e dello storico a cui lo chiedete.

10 - Periodo delle sepolture a tumulo, successivo allo Yayoi: siamo quasi nella storia vera e propria.

11 - 井上直彦 (Inoue Naohiko) e 幸地省子 (Kochi Shoko), 「近世アイヌにおける前歯の抜歯」, in 『人類学雑誌』, 95-3, 1987.

12 - Ma che furono a lungo in contatto con altri popoli decisamente non giapponesi. Diverse parole conservate nel defunto dialetto ainu delle isole Kurili, ad esempio, erano di chiara origine russa, mentre altre provenivano con ogni probabilità da altre lingue parlate nell’estremità nordorientale della Siberia.

13 - 坂田邦洋 (Sakata Kunihiro), 「現代日本人に見られた風習的抜歯例」, su 『考古学ジャーナル』, 89, 1973.