Adriano - racconti e altro

La leggenda della Morte

Capitolo IX

Il destino dell’anima1

Il prete che celebra durante la sepoltura, si dice, è avvisato nel momento in cui la bara tocca il fondo della fossa se l’anima del morto è salva o perduta. Così, quando chiude di colpo il suo libro allontanandosi dalla tomba e si affretta a concludere il canto, significa che non c’è più niente da fare: il morto è dannato.

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Nel momento il cui il prete getta sulla bara la prima manciata di terra, può vedere nel suo breviario quale deve essere il destino della persona inumata. Gli è però proibito di divulgare questo segreto, se non vuole prendere il posto del defunto, fosse anche all’inferno.

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C’è un mezzo alla portata di tutti per sapere se l’anima sia dannata oppure no. È sufficiente recarsi, all’uscita dal cimitero, subito dopo la sepoltura, in un luogo elevato e scoperto, da dove si possa vedere su una certa superficie del paese. Da lassù si grida per tre volte il nome del morto, in tre diverse direzioni. Se una sola volta l’eco prolunga il suono, significa che l’anima del defunto non è affatto dannata.

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Quando si perde un dente, sia che lo si sia fatto estrarre, sia che sia caduto da solo, non bisogna commettere l’imprudenza di gettarlo, perché se un cane lo raccoglie, significherà la dannazione. Non bisogna neppure farlo sparire nel fuoco, altrimenti finirà dritto all’inferno e la persona sarà obbligata ad andarlo a cercare dopo la morte.

Bisogna fare una di queste due cose: o lo si tiene con sé, per esempio nel portamonete, oppure lo si deposita in chiesa sotto l’acquasantiera2.

(Comunicato da Prigent. - Plouénan.)

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Per le donne di Léon, vendere i propri capelli3 significa vendere l’anima e questo, dicono, è perché l’acqua del battesimo vi è colata sopra.

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Se i fiori che si posano sul letto dove giace un morto sfioriscono non appena vi sono posti, significa che l’anima è dannata; se non sfioriscono che dopo un certo tempo, significa che l’anima è in purgatorio. Più tempo impiegano a sfiorire, meno lunga sarà la sua penitenza.

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Si dice che ci siano persone che sanno, in base al colore del fumo che si alza da una casa dove si trova un morto, se quel morto dovrà andare in cielo, in purgatorio o all’inferno4.

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Per avere indicazioni sicure, però, non ci si può che rivolgere:

1) All’Agrippa;

2) Alla messa di trentina, od ofern drantel.

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L’Agrippa5

L’Agrippa è un libro enorme6. Messo in piedi, ha l’altezza di un uomo. Le sue pagine sono rosse, i caratteri sono neri. Perché sia efficace, bisogna che sia stato firmato dal diavolo. Finché non si ha bisogno di consultarlo, bisogna tenerlo chiuso con l’aiuto di un grosso catenaccio.

È un libro pericoloso. Per questo non bisogna mai lasciarlo a portata di mano. Bisogna appenderlo, per mezzo di una catena, alla trave più forte di una stanza riservata a lui. È necessario che questa trave non sia dritta, ma torta.

Il nome di questo libro varia a seconda del paese.

In Tréguier si chiama l’Agrippa7; nella regione di Châteaulin è l’Egremont, di cui esiste una variante Egromus8; nei dintorni di Quimper, Ar Vif; nei paraggi di Haut-Léon, An Negromans; a Plouescat, il libro dell’igromanzia9.

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Questo libro è vivo10. Rifiuta di lasciarsi consultare. Bisogna essere più forti di lui per strappargli i suoi segreti.

Fino a quando non lo si è domato, non vi si vede che il rosso. I caratteri neri non si mostrano che dopo averli costretti picchiando il libro, come un cavallo restio. Si è obbligati a combattere con lui e la lotta può anche durare ore intere. Se ne esce fradici di sudore.

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L’uomo che possiede un agrippa non se ne può più sbarazzare senza l’aiuto di un prete, e soltanto in punto di morte.

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All’inizio, non c’erano che i preti a possedere un agrippa. Ognuno di loro ha il proprio. Il giorno dopo la loro ordinazione, se lo ritrovano al risveglio sul proprio comodino, senza sapere da dove sia arrivato e chi glielo abbia portato.

Durante la grande Rivoluzione, molti ecclesiastici emigrarono. Qualcuno dei loro agrippa cadde nelle mani di semplici chierici che, durante il proprio periodo a scuola, avevano appreso l’arte di servirsene. Costoro lo trasmisero ai propri discendenti. Ecco spiegata la presenza in certe fattorie del “libro strano”.

Il clero sa quanti agrippa siano stati dirottati e chi siano i profani che li possiedono.

Un antico rettore di Penvénan disse: «Ci sono nella mia parrocchia due agrippa che non si trovano dove dovrebbero essere.»

Il prete fa finta di niente, finché il possessore è in vita; quando però, all’avvicinarsi della morte, è chiamato al suo capezzale, dopo aver ascoltato la confessione del moribondo, gli parla in questi termini: «Jean o Pierre, o Jacques, avete un peso molto greve da portare con voi al di là della tomba, se non ve ne siete sbarazzati in questo mondo.»

Il moribondo domanda con stupore: «Qual è questo peso?»

«Il peso dell’agrippa che si trova nella vostra casa,» risponde il prete. «Consegnatelo a me, altrimenti non arriverete mai fino al paradiso, con un simile fardello da trascinare.»

È raro che il moribondo non mandi subito a staccare l’agrippa11.

L’agrippa, staccato, cerca di combinarne una delle sue. Causa un pandemonio per tutta la fattoria. Il prete però lo esorcizza e lo fa stare tranquillo. Ordina poi alle persone che si trovano là di andare a prendere una fascina di ginestrone. Vi appicca il fuoco lui stesso. L’agrippa è presto ridotto in cenere. Il prete raccoglie allora questa cenere, la chiude in un sacchetto e passa il sacchetto al collo del moribondo, dicendo: «Che questo vi sia leggero!»

***

Per un parroco è difficile dormire in pace, finché rimane anche un solo agrippa nella sua parrocchia in mani diverse dalle sue, oppure di quelle dei suoi vicari.

***

Non è necessario essere preti per sapere quando una persona che non è del mestiere è in possesso di un agrippa.

L’uomo che possiede un agrippa emana un odore particolare. Puzza di zolfo e di fumo, perché ha commercio coi diavoli. È per questo che ci si allontana da lui.

inoltre, non cammina come tutti gli altri. Esita a ogni passo che compie, per timore di calpestare un’anima.

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LIX – L’agrippa che torna sempre a casa

Loizo-goz, di Penvénan, ne aveva uno che lo metteva molto in imbarazzo; non avrebbe domandato di meglio che di passarlo a qualcun altro. Lo offrì a un coltivatore di Plouguiel, che lo accettò.

Una notte si sentì in tutto il paese un fracasso spaventoso. Era Loizo-goz, che conduceva l’agrippa a Plouguiel, trascinandolo per la catena.

Al ritorno, Loizo-goz cantava tutto contento. Si sentiva un peso in meno sul cuore. Appena rientrato a casa, però, tutta la sua gioia sparì. L’agrippa era già tornato a occupare il suo antico posto.

Qualche tempo dopo, Loizo-goz fece un grande fuoco di ginestrone e vi gettò dentro il libro malvagio. Le fiamme, però, invece di divorare l’agrippa, se ne scostavano.

«Siccome il fuoco non può fagli niente, proviamo con l’acqua!» si disse Loizo-goz.

Trascinò il libro sulla spiaggia di Buguélès, salì su una barca, si spinse al largo e gettò in mare l’agrippa, a cui aveva avuto cura di attaccare molte grosse pietre, per farlo scendere fino in fondo all’abisso e farcelo rimanere.

«Ecco qua!» pensò, «Almeno questa volta noi ci siamo separati per sempre.»

Si sbagliava.

Come fu ritornato a riva, sentì dietro di lui un clangore di catene sui ciottoli. Era l’agrippa, che cercava di liberarsi delle grosse pietre. Loizo-goz se lo vide passare accanto, rapido come una freccia. Lo ritrovò nel suo alloggio, appeso alla solita trave. La copertina e le pagine erano asciutte. Pareva che l’acqua del mare non lo avesse neppure sfiorato.

Loizo-goz si dovette rassegnare a tenersi il suo agrippa.

(Raccontato da Baptiste Geffroy, detto Javré. - Penvénan, 1886.)

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L’agrippa contiene i nomi di tutti i diavoli e insegna il modo per evocarli. Si può sapere, grazie a lui, se un certo defunto è dannato. Il prete che ha appena celebrato un funerale va subito a consultare il suo agrippa. Alla chiamata del loro nome, tutti i demoni accorrono. Il prete li interroga a uno a uno.

«Hai tu preso l’anima del tale?»

Se tutti rispondono di no, significa che l’anima si è salvata.

Per congedarli, il prete li chiama di nuovo per nome, ma partendo dal diavolo che è arrivato per ultimo e procedendo di seguito.

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LX – Il curato di Pluguffan

Gli ignoranti che si impicciano di leggere nell’Agrippa, nell’Egremont o nel Vif, sono puniti duramente per la loro imprudenza.

Il curato di Pluguffan12 entrò un giorno in sagrestia, pensando di trovarci lo scaccino, di cui aveva bisogno. La sagrestia era vuota.

«Non dovrà comunque essere lontano,» si disse il curato, «perché vedo i suoi zoccoli.»

Chiamò: «Jean! Jean!»

Nessuna risposta.

Stava per uscire, spazientito, quando si accorse del suo “Vif” bello grande, aperto sulla tavola alla pagina dove sono scritti i nomi dei demoni.

«Ah, ho capito!» gridò. «Jean avrà invocato i diavoli e non avrà più saputo come congedarli. Lo hanno portato con sé all’inferno. Speriamo che io non sia arrivato troppo tardi!»

Molto in fretta, cominciò a recitare la litania dei nomi, partendo dalla fine. Subito lo scaccino riapparve. Era già tutto nero. Sul suo cranio, i suoi capelli erano rosolati.

Rimase molto a lungo senza recuperare l’uso della parola, tanto grande era stato il suo terrore13. Quanto a ciò che aveva visto nel suo viaggio, non ne parlò mai a nessuno, neppure a sua moglie.

(Raccontato da René Alain. - Quimper.)

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L’Ofern drantel.

(La Messa di trentina)

Un tempo c’era l’abitudine di far celebrare per ogni defunto una trentina, ossia una serie di trenta servizi. I preti celebravano le prime ventinove messe nella chiesa della propria parrocchia. La trentesima, per, era uso andarla a recitare presso la cappella di san Hervé, sulla sommità del Ménez-Bré14. È questa messa di trentina che i bretoni chiamano Ann ofern drantel.

Si celebrava a mezzanotte. La si diceva al contrario, cominciando dalla fine. Sull’altare non si accendeva che uno dei ceri. Tutti i morti dell’anno si recavano a questa messa; anche tutti i diavoli vi comparivano.

Il prete che l’avrebbe recitata doveva essere allo stesso tempo molto saggio e molto coraggioso. Alle pendici della montagna si toglieva le calzature e saliva il pendio a piedi nudi, perché era necessario che fosse “prete fino a terra”15. Saliva tenendo in una mano un’acquasantiera d’argento, impugnando con l’altra un aspersorio e facendo continue aspersioni su ogni lato. Spesso faceva fatica ad avanzare, tanto premevano attorno a lui le anime defunte, bramose di ricevere qualche goccia di acqua benedetta e di procurarsi in questo modo un sollievo momentaneo.

Il giorno precedente aveva fatto trasportare nella cappella un robusto sacco di semi di lino.

Recitata la messa, cominciava l’appello dei diavoli nell’androne. Accorrevano lanciando grida selvagge. Era un momento terribile. Sventura all’officiante, se perdeva la testa! Imponeva il silenzio ai demoni, li faceva sfilare davanti a lui a uno a uno, li obbligava a mostrare le proprie grinfie per vedere se l’anima del defunto, nelle cui intenzioni aveva celebrato l’ofern drantel, non fosse finita in loro possesso, poi a mano a mano li rispediva via, distribuendo a ognuno un seme di lino, perché i diavoli non accettano mai di andarsene a mani vuote. Se commetteva una sola omissione, era costretto a consegnare in cambio la propria persona. Riceveva così la propria dannazione eterna.

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LXI – L’imprudenza del giovane prete.

Una sera, un giovane prete, ancora novizio in questi argomenti, si incaricò imprudentemente di andare a recitare l’ofern drantel a Ménez-Bré. Ebbe la disgrazia di confondersi. I diavoli si avventarono subito su di lui.

Per un caso provvidenziale, Tadik-Coz16 stava ancora pregando nel suo presbiterio di Bégard, a due leghe da Bré. Avendo sentito qualche rumore dal lato della montagna, vi prestò orecchio: «Oho!» si disse. «C’è del tafferuglio lassù!»

Rapido, sellò il suo pony di Cornouaille, che andava come il vento.

Quando arrivò alla cappella, i diavoli trasportavano già il giovane prete nelle proprie grinfie attraverso una breccia che avevano aperto nel pignone.

Tadik-Coz riuscì tuttavia ad afferrare per una gamba il suo povero confratello. I diavoli non tentarono di lottare contro di lui. avevano imparato fin troppo bene a temerlo. La sua sola vista li mise in fuga. Sparirono tra grida di rabbia. Il giovane prete fu salvato. Tadik-Coz si accontentò di fargli una predica nella sua buona voce tranquilla.

«Figlio mio,» gli disse, «per fare quello che facciamo noi, i vecchi, aspettate di avere la nostra esperienza. Che questa lezione vi sia di vantaggio!»

(Raccontato sul Ménez-Bré da Réne Auffret, di Pédernek, 1889.)

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LXII – Tadik-Coz.

Questo Tadik-Coz era un maestro nel celebrare l’ofern drantel. Si afferma che dopo la sua morte non ci sia più alcun prete che la sappia dire. Una volta compì uno di quei miracoli che non sono possibili che a Dio.

Aveva appena celebrato la messa di trentina per un defunto di Tréglamus17. Ora, passando in rassegna i demoni, vide che uno di loro teneva nelle proprie grinfie l’anima di questo defunto. Qualcuno che non fosse stato Tadik-Coz avrebbe detto: «Il morto è debitamente dannato; non c’è più niente da fare.»

Tadik-Coz era però un gagliardo che non si scoraggiava così facilmente. Credo bene che, per salvare un’anima, sarebbe andato a piedi nudi fino all’inferno.

«Eh, amico,» disse al demone. «Hai l’aria di essere molto fiero di ciò che tieni lì! Francamente, non c’è niente di cui inorgoglirsi a questo punto. Ho conosciuto il defunto, quando era ancora di questo mondo. Un povero disgraziato, in verità! Ha già patito tanta di quella miseria nella sua vita, che il tuo inferno gli sembrerà quasi come un luogo di delizie. Quando si ha patito come lui sulla terra, non c’è rimasto molto da temere, neppure da una eternità di tormenti.»

«C’è qualcosa di vero,» rispose il demone. «Non mi dà alcun piacere tormentarlo. E, in effetti, non domanderei di meglio che di fare uno scambio.»

«Te lo propongo io, questo scambio.»

«Quale anima mi daresti in cambio?»

«La mia... ma a una condizione.»

«Parla.»

«Ecco: voialtri, diavoli, siete considerati essere molto abili. Io, per mia parte, a torto o ragione non mi considero affatto un imbecille. Scommettiamo che tu non mi metterai nel sacco.»

«Va bene.»

«Capiamoci bene, d’accordo? Se io perdo, la mia anima apparterrà a te; se io vinco, resterà a me. In entrambi i casi, quella che tu trattieni non ti appartiene più. Comincia lasciandola andare.»

Il diavolo aprì le sue grinfie. L’anima del defunto di Tréglamus se ne volò via, leggera, mandando mille benedizioni a Tadik-Coz.

«Partiamo!» riprese quello. «Io aspetto!»

Il diavolo si grattò un orecchio.

«Ebbene,» disse alla fine, «fatemi vedere qualcosa che non ho ancora visto.»

«Non si tratta che di questo? Beh, almeno non sei difficile da accontentare.»

Tadik-Coz mise la mano nella tasca della sua tonaca e ne tolse una mela e un coltello. Col coltello tagliò in due la mela; poi, mostrando al demone sconcertato l’interno del frutto, «Guarda!» disse.

E, siccome il diavolo non sembrava comprendere, aggiunse: «Hai visto senza dubbio l’interno di parecchie mele, ma l’interno di questa tu non lo avevi certamente ancora visto!»

Il demone rimase mogio mogio; dovette dichiararsi sconfitto e Tadik-Coz rientrò nel proprio presbiterio di Bégard sfregandosi con gioia le mani.

(Raccontato da Naïc Fulup, di Hinger-Vihan, a Pédernek, 1889.)

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Quando Tadik-Coz celebrava la messa di trentina sul Ménez-Bré, la montagna intera s’illuminava in un tale modo che faceva chiaro come in pieno giorno.

Coulouarn. - Callac.

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LXIII – La madre snaturata.

Yvona Coskêr era entrata verso l’età di diciotto anni al servizio del signore di Kerham. Era una ragazza carina. La bellezza, ahimè!, è spesso un dono funesto. Il signore di Kerham, un giorno, avendo trovato Yvona in cucina da sola, le si avvicinò e le disse: «La contessa, mia moglie, è ormai piuttosto stagionata. Se accetti di diventare la mia dolce amante, Yvonaïk, ti donerò alla mia morte la metà dei miei beni.»

La sventurata si lasciò tentare. Divenne l’amante del signore di Kerham.

Ebbe da lui cinque figli bastardi.

Per ordine del signore, li soffocò uno dopo l’altro e lui stesso andò a piantarli18 in un boschetto non lontano dal maniero.

Lei si ritrovò incinta per la sesta volta. La sua gravidanza fu faticosa. Una notte, mentre era a letto e non poteva chiudere occhio, si raddrizzò tutto d’un tratto mettendosi a sedere, spaventata.

Il bambino che portava si era messo a parlare nel suo grembo19. Diceva: «Mia povera, piccola madre, io so che tu mi ucciderai come hai ucciso i miei cinque fratelli. Almeno non farmi morire come loro, senza battesimo. Altrimenti, mia povera piccola madre, tu sarai dannata, dannata per l’eternità.»

In seguito, fino al momento del parto, Yvona Coskêr sentiva la voce del bambino ripetere ogni notte la stessa cosa.

Quando ebbe partorito, clandestinamente come al solito, la sua prima preoccupazione fu di battezzare lei stessa la cara creatura. Poi, invece di strangolarlo, come aveva fatto con gli altri, volle allattarlo. Il bambino però si rifiutava di prendere il suo seno.

«Ahimè, il mio latte è maledetto!» pensò lei.

E cominciò a singhiozzare amaramente.

Nel frattempo arrivò il signore.

«Come?» gridò, rosso di collera. «Non hai ancora strangolato questo aborto!»

Strappò il bambino dalle braccia della madre, gli torse il collo e lo portò nel boschetto, dove lo nascose ai piedi del sesto albero.

Yvona Coskêr però non faceva che gemere. Era presa dall’orrore. Desiderava di essere morta.

Non appena si poté alzare, andò a trovare la castellana di Kerham e s’inginocchiò davanti a lei, per implorare il suo perdono. La buona dama, che era una santa, le disse: «Non è a me che devi domandare perdono, mia povera figlia, ma a Dio e ai cinque bambini che avete privato del battesimo. Vi darò un saggio consiglio. Andate subito a trovare il parroco di Tréguier. Confessatevi a lui. Vi dirà cosa dovrete fare.

Yvona si mise subito in cammino per Tréguier.

Il parroco, dopo avere ascoltato la sua confessione, scosse tristemente il capo e disse: «Non posso darvi l’assoluzione, Yvona. Bisognerà che andiate di parrocchia in parrocchia e di confessionale in confessionale. Fino a che non sarete passata per le mani di quattordici preti. Soltanto il quattordicesimo avrà il potere di assolvervi.»

Yvona Coskêr fece ciò che le era stato raccomandato. Camminò tanto e tanto, fino a che le sue suole si furono consumate. Cadde, più ancora che inginocchiarsi, ai piedi del quattordicesimo prete.

Era un abate molto giovane, uscito fresco dal seminario, e che aveva una figura di ragazza, piena di dolcezza.

Quando ebbe finito di confessarsi, lui la fece alzare e le disse: «Andate in pace, povera donna, e seguite punto per punto le mie istruzioni. La vostra penitenza vi costerà casa, ma voi sarete salvata, se avrete il coraggio di sopportarla fino alla fine. Dunque, andrete nel boschetto dove il signore di Kerham ha piantato i vostri figli. Vi recherete là prima dell’ora di mezzanotte e aspetterete. Qualunque cosa vi potrà capitare, conservate la fiducia nella misericordia di Dio. Avrete d’altronde un potente alleato che vi aiuterà a superare questa terribile prova.»

Quale sarebbe stato questo alleato, il giovane prete non lo disse.

In cosa sarebbe consistita la terribile prova, neppure questo disse.

Yvona Coskêr si sentì comunque il cuore rinfrancato. Malgrado le gambe deboli, i piedi martoriati e sanguinanti, si rimise in cammino con determinazione, per raggiungere Kerham e il boschetto, accanto al maniero. Vi giunse al calare della notte. Si prostrò nell’erba umida, sotto i grandi alberi. La sua anima era tutta angosciata al pensiero che le sei povere creature erano nascoste là, e al ricordo dei suoi crimini le sue lacrime cominciarono a scorrere fitte.

Nel mentre, i dodici rintocchi della mezzanotte suonarono nella cappella del maniero.

Yvona levò la testa. Al di sopra di lei, tra i rami, aveva sentito un leggero rumore. Quando si domandò che cosa potesse essere stato, vide un gruppo di scoiattolis cendere a precipizio lungo i tronchi. Tutti si fiondarono su di lei; la gettarono a terra e cominciarono a graffiarle il seno coi loro denti, con le unghie, gridando: «Ah! L’abbiamo presa finalmente, la madre malvagia! La madre malvagia!»

Capì allora che quegli scoiattoli erano i bambini che lei aveva fatto morire così crudelmente. Mormorò: «Che sia fatta la volontà di Dio!»

Si lasciò lacerare il corpo senza un movimento, senza un lamento.

Tuttavia, essendosi accorta a un tratto che gli scoiattoli non erano che in numero di cinque, domandò: «Dovreste essere sei, miei cari bambini. Dove è rimasto dunque il sesto?»

Gli scoiattoli non risposero, ma si misero a divorarla furiosamente. Si aggrappò all’erba e ai ciuffi di ginestrone, tanto il dolore era atroce. Alla fine gli scoiattoli, a forza di scavare nella sua carne, arrivarono fino al cuore. Uno di loro lo morse con una tale rabbia, che il sangue ne zampillò, poi ricadde come una pioggia rossa. Per il colpo, Yvona Coskêr esalò un lungo gemito.

«Ma Doué! Ma Doué! (Mio Dio! Mio Dio!)» gridò lei.

Stava per svenire.

All’improvviso, però, i suoi occhi già semichiusi videro avvicinarsi una grande luce. Quella luce avvolgeva un bambino bello come il giorno. Sorrideva dolcemente, di un sorriso celeste.

«Coraggio! Coraggio, piccola madre cara!» disse. «Sono il bambino che hai battezzato con le tue stesse mani. Grazie al battesimo, sono potuto andare in paradiso. Ho intercesso per tre presso Dio. Mi ha promesso che tu sarai salvata. È però necessario che prima i miei cinque fratellini morti senza battesimo abbiano fatto schizzare dal tuo cuore tante gocce di sangue quante sarebbero state le gocce d’acqua necessarie a battezzarli. È per questo che ti hanno ridotta in un simile stato. Non svenire affatto, piccola madre cara! La tua pena è quasi giunta alla fine.»

Queste parole si spandettero come un balsamo sulle sofferenze acute di Yvona.

Mantenne lo sguardo fissato su quell’apparizione consolante, fino a che il suo sangue non ebbe finito di colare. Presto, nella luce soprannaturale che si ingrandiva a poco a poco, vide la forma di un secondo bambino, poi quella di un terzo. Alla fine ne poté contare sei e allora lei morì.

Il giorno seguente, persone del maniero che passavano nel boschetto vi trovarono il cadavere dilaniato di Yvona Coskêr.

La castellana ordinò che la sua vecchia servitrice fosse inumata in terra benedetta. Tuttavia, siccome non era poi molto rassicurata sulla sua sorte nell’altro mondo, fece celebrare una messa di trentina per sapere se Yvona si fosse salvata.

Fu il giovane prete a celebrarla.

Aveva avvisato in anticipo la castellana: «Prestate molta attenzione a ciò che accadrà al momento dell’offertorio.»

Ora, ecco cosa vide.

Una colomba bianca20, dalle ali macchiate di sangue, planò al di sopra dell’officiante.

La dama di Kerham non ebbe più dubbi sulla salvezza di Yvona Coskêr21.

(Raccontato da Jeanne-Marie Bénard. - Port-Blanc.)

NOTE

1 - In Scozia si accendono una o due candele che sono poste accanto al cadavere; se il sudario prende fuoco, significa che il morto è venduto al demonio (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 207). Un acquazzone sulla tomba aperta indica che l’anima è felice (ibid., pag. 213).
In Galles, nel XVIII secolo, si considerava un buon auguro se, lungo il tragitto dalla casa mortuaria alla chiesa, pioveva a sufficienza da annacquare la birra (Archaeologia Cambrensis, 1872, pag. 332).

2 - Il mal di denti e i denti hanno un certo posto nelle tradizioni e nelle usanze relative alla morte.
Il mal di denti che colpisce tre ore dopo mezzogiorno è, a Lannion, il presagio della morte di un parente prossimo. Se si ha mal di denti nel momento in cui si vede un segno premonitore, significa che bisognerà morire molto presto (Le Calves, Revue des traditions populaires, t. VII, pag. 90). A Penvénant, perdere un dente nel cimitero nel momento in cui si vede un prete è segno di morte certa e vicina (ibid., pag. 90). Nelle Ebridi, sognare di perdere un dente è un segno premonitore della morte di un amico intimo (Goodrich-Freer, More folklore from the Hebrides, Folklore, t. XIII, pag. 52).
In Cornovaglia, si seppelliscono dei denti assieme al morto, in previsione della resurrezione dei corpi, che dovranno essere allora in uno stato perfetto (M. A. Courtney, Cornish folklore, Folklore, t. V, pag. 343). Nella contea di Kildare (Irlanda), si circonda il cadavere con denti di animali: montoni, capre, vacche, etc. (A. S. G., Wexford folklore, The Folklore Journal, t. VII, pag. 39).

3 - Nel paese del Galles, quando ci si fa tagliare i capelli, bisogna raccoglierli accuratamente e nasconderli; bruciarli sarebbe pericoloso per la salute (Rhys, Celtic folklore, pag. 599).

4 - «Quando un individuo sta morendo, qui (a Landerneau) si consulta il fumo. Si alza con facilità? Il morto dovrà abitare la casa dei beati. Si è ispessito? Dovrà discendere negli antri della disperazione, nelle caverne dell’inferno.» (Cambry, Voyage dans le Finistère, t. II, pag. 169. Cfr. Verusmor, Voyage en Basse-Bretagne, pag. 340).

5 - Luzel, Légendes chrétiennes, t. II, pagg. 361, 371 e 374; Soniou Breiz-Izel, t. I, pag. XXX. H. Le Carguet, Superstitions et croyances du Cap Sizun, Revue des traditions populaires, t. IX, pagg. 61-64.

6 - Confrontate il grande libro del pastore Polkinghorne in Cornovaglia, capitolo XX.

7 - Chiamato così dal filosofo Cornelio Agrippa (1486-1534), autore di De occulta philosophia, dove dimostra che la magia è una scienza autentica, la fine e il coronamento di tutte le altre.

8 - Nel mistero bretone dei Quatre fils Aymon, Mogis, che si diceva fosse stato a scuola all’inferno, una volta convertito fa questo giuramento:
Porterò adesso, al posto dell’Egromus,
Il libro inimitabile della Passione di Gesù,
E al posto dell’Albert, la Corona della Vergine,
Farò a pezzo sotto i miei piedi i miei libri di stregoneria.

9 - Bulletin de la Société archéologique du Finistère, t. IV, pag. 64.

10 - Da questo proviene forse quel nome bizzarro di “Ar Vif” (il vivo), che gli è attribuito in Basse-Cornouaille.

11 - Nel paese del Galles si racconta la storia di Huw Llwyd che, sul letto di morte, ordinò alla propria figlia di andare a gettare nel fiume i suoi libri di magia e che non poté morire in pace se non dopo che il suo ordine fu eseguito (E. Owen, Welsh folklore, pag. 253).

12 - Finistère.

13 - Storie simili si raccontato un poco dappertutto nella Basse-Bretagne. Ne ho raccolte più di venti varianti, negli angoli più diversi. La leggenda è la stessa: cambia soltanto il luogo della scena, così come il nome dei personaggi in scena. Cfr. anche Le Carguet, Superstitions et légendes du Cap Sizun (Revue des traditions populaires, t. XI, pagg. 61-62).

14 - Il Ménez-Bré (montagna alta) è un monticello isolato che si erge davanti alla catena principale dell’Arez, per metà nel comune di Pédernek, per metà in quello di Louargat. Per il paese trégorrois rappresenta quello che sono il Ménez-Mikel per la Haute-Cornouaille e il Ménez-Hom per la costa occidentale di Finistère, cioè una montagna santa; non si può viaggiare per il distretto di Lannoin o di Guingamp senza vedere in lontananza la sua grande groppa blu e la piccola cappella che la sormonta. Questa cappella è posta sotto la protezione di san Hervé, patrono dei poeti popolari e dei cantori girovaghi di lamenti. Visse cieco, come Omero, e domò i lupi. Una scalinata d’erba conduce al suo santuario, che la folgore distrusse parzialmente in due diverse occasioni. l’androne non fu mai colpito. Si dice che sia stato costruito dal diavolo. È forse per questo motivo che la tradizione ha dedicato tutta l’edicola alla celebrazione dell’ofern drantel, la messa di trentina, che è ancora chiamata la messa dei dannati? Questo misero androne oggi non serve ad altro che a riparare dal vento dell’ovest i pochi montoni che dei piccoli pastori fanno pascolare sul Ménez. Vi si sente un vago odore di stalla e l’umida cappella ha tutta l’aria di una casa di pastori, accampata nella solitudine selvaggia. Tutto attorno cresce un’erba fine e folta. Da questo luogo alto si gode di una vista ammirevole. Si domina le vallate del Léguer, del Jaudy, del Trieux e i lunghi dorsi di campagna che separano questi fiumi, scorrendo come loro verso la Manica. Alle proprie spalle si ha la linea ondulata dell’Arez, la colonna vertebrale della terra bretone. Chi ha contemplato la Bretagna dalla vetta del Bré, in un giorno luminoso, è certo di ricavare una immagine meravigliosa di essa.

15 - Per il contatto col terreno, si veda il Capitolo II.

16 - Si veda il cap. XX.

17 - Piccolo comune della Côtes-du-Nord, posto ai piedi del Ménez-Bré.

18 - La parola seppellire (interri) non si usa in bretone se non quando si tratta di una sepoltura in terra benedetta.

19 - Cfr. per l’episodio del bambino che parla prima di essere nato, in Irlanda, H. Gaidoz, Mélusine, t. IV, col. 228-229.

20 - Le anime sotto forma di uccelli sono un tema frequente nelle leggende religiose d’Irlanda. In Paradiso, Elia ed Enoch sono circondati da uccelli a cui raccontano il Giudizio finale (Revue celtique, t. XXI, pag. 377). Si veda anche il capitolo XIII.

21 - Cfr. nel Gwerziou Breiz-Izel, t. II, pag. 533, La Mauvaise Servante (si trovano nel lamento i principali episodi della leggenda).
Cfr. anche: Luzel, Légendes Chrétiennes, t. II, pag. 163: Quelque compagnie que l’on suive, on en a toujours sa part; pag. 207: La femme qui ne voulait pas avoir d’enfants; Gwerziou Breiz-Izel, t. I, pag. 88: Marie Quelen; Mélusine, t. IX, pagg. 61-62; Y. Le Diberder, Annales de Bretagne, t. XXVII, pag. 433.