La leggenda della Morte
Capitolo X
Gli annegati
Quando un bambino nasce di notte e la luna splende, la più anziana tra le vecchie che assistono la partoriente corre a sistemarsi sulla soglia della porta, per esaminare le condizioni del cielo al momento preciso in cui il neonato fa la sua prima comparsa nella vita. Se in quel momento le nubi circondano la luna, come per strangolarla, o si allungano sulla sua faccia, come per sommergerla, se ne conclude che la povera, piccola creatura finirà un giorno annegata o impiccata1.
***
Chi muore di morte violenta deve restare tra la vita e la morte, fino a quando non sarà scaduto il tempo che avrebbe dovuto vivere naturalmente2.
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LXIV – Quella che era annegata
Marie Kerfant, la figlia del mio padrino, si annegò volontariamente a Servel. Quando ne ritrovarono il cadavere, gli occhi erano stati mangiati dai granchi. I parenti furono molto addolorati da questa morte. Amavano molto la propria figlia e le avevano procurato un matrimonio vantaggioso con un bravo uomo. Durante la vita di Marie, non avevano avuto che un solo rimprovero da rivolgerle: quello di essere troppo ambiziosa. Qualche tempo prima di annegarsi, era venuta a trovare il padre.
«Padre mio,» gli aveva detto, «mio marito non è al suo posto nella piccola mezzadria che occupiamo. A lui servirebbe una fattoria più importante. Quella di Bailloré è libera. Prestateci mille scudi e noi la potremo affittare.»
«No,» rispose il mio padrino. «Non ti presterò questi mille scudi. Tuo marito non ha alcun bisogno di abbandonare la fattoria dove vi trovate e dove vivete più che bene. Sei tu che hai sempre in testa mille progetti rovinosi. Non voglio incoraggiarti su questa strada che ti porterà presto alla miseria.»
Marie Kerfant non rispose alcunché, ma se ne andò tutta pallida, tanto era offesa da questo rifiuto e da questo rimprovero. Quindici giorni dopo, si seppe della sua morte. I suoi genitori non osarono neppure far recitare messe per la sua anima, temendo che fosse dannata.
Ora, una notte, mentre la vecchia Mac’harit, la moglie del mio padrino, tardava ad addormentarsi, sentì sul banc-lossel accanto al letto una voce che domandava: «Madre mia, dormite?»
«No, in verità,» rispose Mac’harit. «Sei proprio tu a parlarmi, figlia mia?»
«Sì, sono io.»
«Perché, sciagurata, hai fatto quello che hai fatto?»
«Perché il padre non ha voluto aiutarmi a stabilirmi a Bailloré.»
«Noi ci abbiamo pensato dopo. Anche tu hai avuto gran torto ad essere così esigente...»
«Non parliamone più.»
«Visto che sei tornata, significa che non sei dannata. Dimmi come vanno le cose nell’altro mondo.»
«In fede mia, per adesso non mi posso lamentare troppo, grazie a due baci che ho ricevuto dalla Vergine dopo essere annegata. Tuttavia, la giustizia di Dio è ancora in là da venire.»
Non disse altro su ciò che significassero quelle parole e la madre si guardò bene dall’interrogarla oltre su quell’argomento. La morta poi aggiunse: «Pregate il mio uomo, da parte mia, di non risposarsi prima di sei anni. Fino ad allora, non sarà interamente vedovo. Se non attenderà che sia trascorso questo intervallo, farà aumentare la mia penitenza.»
«Glielo dirò,» disse Mac’harit. «E io? Non posso fare niente per te?»
«Sì, voi potete supplicare a mio nome Notre-Dame de Bon-Secour, di Guingamp, perché continui a essermi favorevole.»
«Va bene. Ma di ciò che c’è in casa, non c’è niente che ti serva?»
«Non ho bisogno di niente.»
«Tu vivi, tuttavia. Spiegami dunque come fai a vivere?»
«Lo vedete, sono vestita di stracci. Questi sono i vestiti che voi date ai poveri. Mi nutro anche del pane che voi distribuite loro3.»
Detto questo, svanì. Nessuno la rivide più. Si è sicuramente salvata, perché sua madre portò a compimento il voto presso Notre-Dame de Bon-Secour e il marito attese sette anni prima di riprendere moglie.
(Raccontato da Fantic Omnès. - Bégard, 1887.)
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Per ritrovare il cadavere di un annegato, si prende un fascio di paglia o un’asse, vi si assicura una scodella di legno riempita di crusca e nella crusca si pianta una candela benedetta, accesa. Si posa il tutto sull’acqua. La candela si dirigerà verso il luogo dove giace il cadavere. Basterà cercare là dove si sarà arrestata4.
Quando si recupera dall’acqua il cadavere di un annegato, comincerà a sanguinare dal naso se tra le persone presenti si trova qualcuno dei suoi parenti5.
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Quando l’equipaggio di una barca muore in mare, è sempre il cadavere del padrone che sarà ritrovato per ultimo6.
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Quando ci sono naufragi nella baia di Douarnenez, il mare trasporta gli annegati nella grotta dell’Altare (Autel), presso Morgat. Le loro anime soggiornano in questo luogo per otto giorni, prima di partire definitivamente per l’altro mondo. Sventura a chi disturberà la loro penitenza, avventurandosi nella grotta durante questi otto giorni! Vi perirà di una brutta morte7.
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Nelle notti di tempesta, si sentono lungo tutta la costa gli annegati che si chiamano tra loro8.
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Quando un peccatore muore in mare, i gabbiani e i chiurli vengono a fischiare e a battere le ali alle finestre della sua casa.
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A Gueltraz (isola di Saint-Gildas), presso Port-Blanc, si vedono spesso sbarcare annegati che vengono a fare scorta di acqua dolce. Camminano silenziosi in una lunga processione, guidati da una donna. Qualche volta tuttavia li si sente parlottare tra loro a voce bassa, ma delle loro conversazioni non si distingue mai che una sola parola: ia!... ia!... (sì!... sì!...).
La sagoma della loro nave si scorge in lontananza, come persa tra le nubi.
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Quando i pescatori di Trévou-Tréguignec s’imbarcano di notte per la pesca, vedono spesso mani di cadavere aggrapparsi ai fianchi dei battelli. Le donne non si aggrappano in questo modo con le loro mani, ma lasciano fluttuare sulle acque i propri capelli, dove i remi si impigliano.
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LXV – La testa del morto
Mio padre, Yves Le Flem, aveva l’abitudine di andare di notte in cerca di relitti lungo la spiaggia. Quella notte aveva portato la propria rete in spalla; contava di posarla nella zona di Bruk e si incamminò in quella direzione, procedendo rilassato.
Tutto a un tratto il suo piede urtò qualcosa, che suonò vuoto e cominciò a rotolare rumorosamente sui ciottoli.
«Cosa potrà mai essere questa cosa?» si domandò.
Inseguì l’oggetto che continuava a ruzzolare, perché la pendenza in quel tratto era piuttosto ripida. Giudicate voi il suo disappunto quando, dopo averlo raggiunto, si accorse alla luce della sua lanterna che si trattava di una testa di morto. Non ebbe altro di più urgente da fare che gettare lontano quel relitto umano.
Subito, però, un grande clamore si levò dal mare. Mio padre, spaventato, credette di vedere migliaia di braccia che si agitavano fuori dall’acqua9. Allo stesso tempo, mani invisibili si sforzarono di strappargli la sua rete.
Capì di avere agito male mancando di rispetto alla testa di morto. Sapeva, d’altra parte, che non è bene avere a che fare con gli annegati. Eccolo che si mette di nuovo in cerca del cranio; ritrovarlo non fu certo cosa facile.
Mio padre si diceva: «Se l’ho rigettato in mare, sono un uomo perduto. Tutte le braccia che si agitano così disperatamente là sotto vorranno trascinarmi con loro nell’abisso.»
Fortunatamente, la testa di morto era stata fermata da un sasso. Mio padre la riportò pietosamente nel luogo dove si trovava, quando il suo piede l’aveva urtata all’inizio.
Grazie a ciò poté rientrare a casa sano e salvo.
(Raccontato da Marie-Yvonne Le Flem. - Port-Blanc.)
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Chi si affida al mare, si affida alla morte. Chi muore in mare, muore dunque sempre per propria colpa10. È per questo che gli annegati, che siano morti volontariamente o meno, restano a fare penitenza nel luogo dove sono stati inghiottiti dalle onde, fino a che altri veranno ad annegare nello stesso punto. Soltanto allora saranno liberati.
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Verso il 1856, trenta persone noleggiarono una gabarra per recarsi via mare al perdono di Benn-Odet, alla foce del fiume di Quimper. Il tempo era bello. La traversata della baia si svolse senza problemi, ma all’ingresso del Vire-Court11, davanti a Lanroz, l’imbarcazione si rovesciò, a causa di una manovra sbagliata.
Questo naufragio fece molto scalpore a suo tempo. Molti anni dopo, il suo ricordo era ancora presente nella memoria di tutti e i battelli che scendevano lungo il fiume si scansavano con cura dal punto in cui l’incidente si era verificato. Facevano spesso molta fatica per tenersene alla larga. Una sorta di fascinazione sinistra ve li attirava. Molti poi vi affondarono in seguito. A ogni sparizione di questo tipo, i marinai di Quimper mormoravano tra loro, a voce bassa, nel porto: «Ah! Vedete... Vedete... I vecchi si sono fatti rimpiazzare... è dai nuovi che bisogna girare alla larga, adesso12.»
(Raccontato da René Alain. - Quimper, 1889.)
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Quando si fa notare alle donne dell’isola di Sein quanto sia piccolo il loro cimitero, loro vi rispondono col detto seguente:
Etré an Enez hac ar Beg
Eman terred ar gwazed.
[Fra l’isola e la Punta (di Raz) si trova il cimitero degli uomini.]
(Comunicato da Le Bour. - Audierne.)
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Gli annegati i cui corpi non sono stati ritrovati e sepolti in terra sacra errano eternamente lungo le coste. Non è raro sentirli gridare nella notte, con tono lugubre: «Iou! Iou!»
Si dice allora, nel paese di Cornouaille: «E-man Iannic-ann-ôd o ioual! (Ecco Iannic-an-ôd, - il piccolo Gianni del greto – che urla!). Tutti questi annegati che urlano sono soprannominati indistintamente Iannic-ann-ôd13.
Iannic-ann-ôd non è malvagio, a patto che non ci si diverta a imitare il suo lamento sinistro. Sventura però per l’imprudente che si azzarda a fare questo gioco! Se gli rispondete la prima volta, Iannic-ann-ôd percorre con un balzo la metà della distanza che vi separa; se gli rispondete una seconda volta, percorre la metà di quella metà; se gli rispondete una terza volta, vi spezza il collo.
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LXVI – Iannic-ann-ôd
Il domestico di una fattoria rientrava dall’aver condotto ai campi il bestiame, una sera d’estate, nel periodo in cui si comincia a lasciar loro trascorrere la notte all’aperto. Mentre camminava lungo un sentiero presso la riva, sentì risuonare sui ciottoli gli zoccoli di Iannic-ann-ôd. Il domestico era un buontempone. Conosceva tutte le storie che si raccontano nelle veglie d’inverno sul conto di Iannic-ann-ôd e si era ripromesso di verificarle alla prima occasione.
«Ecco qui,» si disse. «Adesso mi toglierò ogni dubbio.»
Come ragazzo accorto, tuttavia, aspettò di essere molto vicino alla fattoria, prima di rispondere agli «Iou!» stridenti che gridava dietro di lui il vagabondo della spiaggia. Soltanto allora emise a propria volta un sonoro «Iou!».
Iannic-ann-ôd fu senza dubbio sorpreso da tanta audacia, perché tacque di colpo. Il domestico constatò che in cambio si era avvicinato di parecchio. La sua sagoma appariva adesso laggiù, dall’altra parte del sentiero, tutta nera nel chiaro di luna.
Ecco il grido che riprende, più forte di prima. Questa volta il domestico non vi fece eco che quando era giunto nel mezzo dell’aia della fattoria. Iannic-ann-ôd raggiunse in quel momento lo steccato. Gridò con rabbia crescente: «Iou! Iou! Iou!» C’era un tono provocatorio nel suo lamento.
Il domestico si era messo a correre veloce, veloce, così veloce come se avesse avuto le ali ai piedi. Giunto alla soglia dell’edificio, gridò per la terza volta «Iou!», nel momento stesso in cui chiudeva il pesante battente di quercia.
Un colpo formidabile si abbatté dall’esterno sulla porta; avreste giurato che sarebbe finita in frantumi. La voce dell’urlatore si levò allora minacciosa: «Passi per una volta, ma se tu ci ritenti, io farò di te un uomo!»
Il domestico lo prese sul serio14.
(Raccontato da René Alain. - Quimper, 1889.)
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LXVII – La fortuna di Jean Duigou
Jean Duigou, marinaio e pescatore a Landévennec, pescava una notte nella rada di Brest a qualche centinaio di metri dalla riva, tutto solo nella sua imbarcazione. Tutto a un tratto, da uno dei boschi che coprono quella costa si levò un grido prolungato. Jean Duigou, pensando che si trattasse di un qualche spiritoso che voleva mettergli paura, rispose con un grido simile.
Una seconda volta, lo stesso grido di sgomento risuonò. Jean Duigou gli rispose di nuovo.
«Comincia a infastidirmi, questa brutta scimmia!» si disse. «E se ricomincerà, gli risponderò con un “coc’h!15” che si sentirà fino in fondo alla rada.
Non aveva fatto in tempo a dire così, che la voce del personaggio invisibile urlò per la terza volta: «Iou... ou... ou!»
Allora Jean Duigou, con tutta la forza dei suoi polmoni, urlò: «Coc’h evid-out... out... out... (M... per te)»
Ma l’ultimo suono si strozzò nella sua gola. Qualcuno si trovava nell’imbarcazione dietro di lui e gli stringeva il collo fra dita così dure come pinze di ferro. Un sudore misto di sofferenza e di angoscia inondò il volto del pescatore.
«Chiunque voi siate, in nome di Dio, lasciatemi andare,» supplicò.
L’altro allora gli rispose: «Sì, ti lascerò andare, ma non è affatto perché tu hai invocato il nome di Dio. Se la tua barca non fosse stata di quercia, sarebbe stata la fine per te.» Così detto, allentò la presa delle dita e se ne andò.
Jean Duigou era stato fortunato. Vide anche molto bene che quanto dicevano i vecchi era vero: bisogna sapere che il legno di quercia è un talismano prezioso contro gli Spiriti malvagi.
(Raccontato da Pierre Le Goff. - Argol.)
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LXVIII – I cinque defunti della baia
C’erano due marinai di Quimper. Si erano assunti l’incarico di trasportate nella loro scialuppa dei fusti di sidro diretti a Benn-Odet16.
Forse si attardarono un po’ troppo presso il locandiere a cui avevano consegnato il carico, in ogni caso accadde che lasciarono passare l’ora della marea. Giunti alla zona che è chiamata “la Baia”, non trovarono più acqua a sufficienza e rimasero incagliati pietosamente in mezzo alla fanghiglia. Sei ore di attesa, prima della prossima marea, e questo in piena notte! Fecero buon viso a cattivo gioco. Si avvolsero entrambi nelle pieghe della vela che avevano ammainato. Stavano già chiudendo gli occhi, quando una voce molto forte li chiamò entrambi per nome.
«Ohé, Yann! Ohé, Caourantinn!»
«Ohé!» risposero Caourantinn e Yann. È il genere di espressione che i marinai hanno l’abitudine di urlarsi l’un l’altro.
«Veniteci a cercare!» riprese la voce.
La notte era così nera che non si vedeva neppure a due braccia di distanza. La voce, benché così forte, sembrava provenire da molto lontano. Aveva inoltre, in verità, qualcosa di strano. Yann e Caourantinn si diedero di gomito.
«Credo proprio che sia la voce del mio malefico patrono, di Yannic-ann-ôd,» disse Yann.
«Lo credo anch’io,» mormorò Caourantinn. «Rimaniamo quieti. Non è il momento di alzare il naso.»
Si avvolsero così più stretti nella vela. La loro curiosità, però, era superiore alla loro paura. Yann, per primo, si sollevò, per guardare al di sopra del fasciame.
«Guarda un po’,» disse al suo compagno.
Il fondo della baia, alla loro sinistra, si era appena schiarito d’un tratto di una luce che sembrava uscire dalle acque. In questa luce si stagliava una barca tutta bianca17 e nella barca cinque uomini stavano in piedi, le braccia tese in avanti. Questi cinque uomini erano vestiti allo stesso modo, con tela cerata bianca cosparsa di lacrime nere.
«Non è Yannic-ann-ôd,» disse Yann. «Quelle sono anime in pena18. Parla con loro, Caourantinn, tu che quest’anno hai fatto la pasqua.»
Caourantinn fece un megafono con le proprie mani e gridò: «Noi non possiamo venirvi a cercare; siamo incagliati qui. Venite voi da noi, oppure diteci di cosa avete bisogno. Quello che possiamo fare, lo faremo.»
I due marinai videro allora i cinque fantasmi sedersi ciascuno al proprio posto. Uno prese il timone, gli altri quattro si misero a remare. Siccome però remavano tutti sullo stesso lato, l’imbarcazione ruotava sul posto, invece di avanzare.
«Sono stupidi!» grugnì Yann. «Ecco dei marinai d’acqua dolce! Avrei proprio voglia di andare a mostrare loro come si manovra. Forse è proprio questo di cui hanno bisogno. Che ne dici tu, Caourantinn? Rimarresti a controllare la barca?»
«Niente affatto! Se tu vai, ti accompagno anch’io.»
«Dopotutto non c’è alcun rischio. Possiamo lasciare la barca lì dove si trova. Manca ancora un’ora abbondante al primo flusso. Andiamo, compagno, in grazia di Dio!»
L’acqua arrivava a malapena a metà delle loro gambe. Si incamminarono sul fondale fangoso nella direzione della barca bianca. Più si avvicinavano e più i marinai soprannaturali facevano forza coi remi, e più la barca bianca girava, girava e girava.
Quando i due compagni furono nelle sue immediate vicinanze, la barca affondò di colpo e con lei svanì la luce19 che rischiarava quell’angolo della Baia. La notte e il mare si confusero in un istante. Poi, nel posto dove si trovavano i quattro rematori, si accesero quattro candele. Alla loro fioca luce, Yann e Caourantinn si accorsero che il quinto fantasma, quello che teneva in precedenza il timone, emergeva ancora al di sopra dell’acqua con la testa e le spalle.
Si fermarono, pieni di spavento. A dire il vero, avrebbero preferito essere altrove. Siccome però si erano tanto avvicinati, non osavano più invertire il cammino. L’uomo aveva, del resto, un aspetto così triste, così triste, che bisognava essere davvero dei cattivi cristiani per non averne alcuna pietà.
«Siete voi dalla parte di Dio o dalla parte del Diavolo?» domandò Yann.
Come se avesse indovinato il loro pensiero e i sentimenti che li agitavano, l’uomo disse loro: «Non abbiate alcun timore. Noi qui siamo cinque anime che soffrono crudelmente e i miei quattro compagni soffrono ancora più di me. La tristezza che voi vedete sul mio volto non è niente a confronto della loro. È da più di cento anni che attendiamo in questo luogo il passaggio di un uomo di buona volontà.»
«Se non si tratta che di buona volontà, siamo a vostra disposizione,» risposero Yann e Caourantinn.
«Andate, per cortesia, a trovare il parroco di Plomelin e pregatelo di far dire per noi, all’altare maggiore della chiesa, cinque messe mortuarie per cinque giorni di fila. Abbiate anche cura che, per cinque giorni, a queste messe assistano regolarmente trentatré persone, vecchie o giovani, uomini, donne o bambini.»
«Douè da bardono ann Anaon! (Dio perdoni i defunti!)» mormorarono i due marinai, facendosi il segno della croce. «Vi accontenteremo meglio che possiamo.»
L’indomani, Yann e Caourantinn andarono a trovare il parroco di Plomelin. Gli pagarono in anticipo le venticinque messe. Assistettero loro stessi a tutte; per essere sicuri dei trentatré presenti richiesti, portarono tutti i giorni da Quimper le loro mogli, i figli, i parenti e i loro amici. Mai si vide tanta gente in una volta sola alle messe basse di Plomelin.
Il sesto giorno, Yann disse a Caourantinn: «Se vuoi, torneremo alla Baia, stanotte, per sapere se quello che abbiamo fatto è andato bene?»
«Così sia,» rispose Caourantinn a Yann.
Venuta notte, discesero il fiume nella loro scialuppa. Si misero alla fonda nel luogo dove si erano incagliati sei giorni prima. Attesero. Ben presto, la luce che avevano già visto cominciò a mostrarsi al di sopra dei flutti. Poi la barca bianca si stagliò e dentro la barca riapparvero i cinque fantasmi. Avevano sempre le loro tele cerate bianche, ma le lacrime nere non c’erano più. Le loro braccia, invece di essere tese in avanti, erano incrociate sul loro petto. Le loro facce risplendevano.
Tutto a un tratto, poi, suonò una musica deliziosa20, così commovente che Caourantinn e Yann ne avrebbero volentieri pianto di gioia.
I cinque fantasmi si inchinarono tutti assieme e i due marinai li sentirono dire con una voce dolce: «Trugarè! Trugarè! Trugarè! (Grazie! Grazie! Grazie!).
(Raccontato da Marie Manchec, cucitrice. - Quimper, 1891.)
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LXIX – I naufraghi di Gueltraz (Ile Saint-Gildas)
Di fronte a Port-Blanc, sulla costa della Trécorroise, c’è un isolotto formato da qualche ammasso di pietre e coperto da un bosco di pini. Lo chiamano Gueltraz. È abitato da un contadino e dalla sua famiglia, che vivono più delle alghe che raccolgono che non delle patate che seminano.
La loro migliore cuccagna sono i relitti che il mare qualche volta getta loro, perché quei dintorni sono pieni di scogli.
Un mattino, dopo una notte di tempesta, trovarono enormi panconi che le onde avevano spinto sui ciottoli. Li avrebbero trascinati volentieri fino alla fattoria, ma le loro forze riunite non erano state sufficienti a rimuoverli. Si dovettero accontentare di fare buona guardia attorno ai pezzi di legno; c’era da temere che la marea successiva li avrebbe portati via.
Rimasero là tutto il pomeriggio. Calò la notte e loro vi erano ancora. Per scaldarsi, avevano acceso un grande fuoco sulla spiaggia.
Tutto a un tratto, sentirono passare su di sé un soffio glaciale e il loro fuoco si spense bruscamente. Allo stesso tempo, nell’ombra, videro venire verso di loro cinque marinai che sembravano usciti dal mare, perché le loro “tele cerate” grondavano di acqua. Ognuno di questi marinai camminava curvo sotto un fascio di assi, di vecchie assi mezze marce, che gocciolavano come loro, e tutti e cinque dicevano in coro, con una voce sepolcrale: «Ce ne mancano! Ce ne mancano!»
Il fattore e la sua gente presero paura. Tuttavia, il figlio maggiore, che aveva navigato come professione, si azzardò a domandare: «Che cosa vi manca, ragazzi?»
Ma non aveva fatto in tempo a parlare, che subito cadde riverso, senza che nessuno l’avesse toccato, e colpi invisibili cominciarono a piovere fitti come grandine su di lui e sui suoi compagni. Si gettarono tutti faccia a terra, urlando di dolore e di spavento. Non fu che molto tempo dopo che i colpi furono cessati che si azzardarono a rialzarsi, per poi fuggire. Videro allora che il mare batteva a piena forza e che i panconi galleggiavano già a una certa distanza dalla riva.
Quanto ai cinque marinai, erano spariti.
Si sentivano però le loro voci che cantavano, mentre si allontanavano. Cosa cantassero e in quale lingua, però, non lo si sarebbe saputo dire, anche se il figlio maggiore del fattore sosteneva che fosse qualcosa in spagnolo.
(Raccontato da Françoise Thomas, detta Ann hini Rouz [la Rossa]. - Penvénan.)
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La “Bag-noz”
La Barca-Fantasma
Tutte le volte che si deve verificare un qualche incidente nei paraggi dell’isola di Sein, si vede apparire un battello fantasma, a volte inclinato sulle acque scure, la punta della sua boma immersa nelle onde, a volte disegnato come sagoma sul fondo tempestoso del cielo.
Lo si indica con il nome di bag-noz (barca della notte), perché è soprattutto al calare della notte che lo si vede a volte spuntare, senza che sia possibile dire da quale direzione sia arrivato, né quale rotta stia percorrendo. Perché svanisce di colpo, nel momento in cui lo si guarda, per mostrarsi un istante dopo su un altro punto dell’orizzonte. Naviga con tutte le vele spiegate, con una bandiera nera a mezz’asta.
Le imbarcazioni dell’isola lo hanno spesso incrociato mentre rientravano dal largo, ai primi segnali precursori del maltempo. Alcuni hanno anche cercato di accostarlo, pensando che fosse un qualche battello in difficoltà, soprattutto perché il suo equipaggio – che deve essere numeroso – non smette di gridare e chiamare, come in una richiesta di soccorso, con voci supplichevoli, voci tristi da straziare l’anima. Non appena qualcuno accenna ad avvicinarsi, però, la visione si fa da parte e le voci stesse diventano così lontane, che non si saprebbe più dire se sia dalle profondità del mare o dalle profondità del cielo che le si sente urlare.
Si racconta però che, una notte, un pilota dell’isola giunse ad accostarsi così tanto al battello, da constatare che a bordo non c’era nessuno, a eccezione dell’uomo al timone, nella parte posteriore. Il pilota chiamò quell’uomo: «Posso fare qualcosa per voi e desiderate che io vi rimorchi?»
Invece di rispondere, l’uomo fece girare il timone e il battello svanì.
Se il pilota avesse avuto la presenza di spirito di dire: Requiescat in pace, avrebbe salvato tutto questo battello di marinai defunti.
L’uomo al timone in questione è sempre, a quanto si sostiene, l’ultimo annegato dell’anno21. Delle raccoglitrici di alghe, che si trovavano una sera alla punta di Kilaourou, nella parte est dell’isola, videro le vele del bag-noz passare rasente la punta. Fra di loro si trovava una certa vedova Fauquet, il cui marito era scomparso tra le scogliere sottomarine di Sein qualche settimana prima, senza che il mare avesse restituito il suo cadavere. Ora, quale non fu il suo turbamento nel riconoscere nella persona che guidava la barca funebre il marito che aveva perduto! A tal punto era proprio lui, che la donna non poté trattenersi dal tendere le braccia verso il suo Anaon, gridando: «Jozon! Jozon kès! (Giuseppe! Mio caro Giuseppe!)»
Ma lui non le rivolse neppure uno sguardo. E il battello si allontanò, silenzioso, senza lasciare dietro di sé neppure la traccia di un remo nelle acque che attraversava22.
(Marzin, guardiano del faro. - Isola di Sein, 1896.)
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LXX – A bordo della “Jeune Mathilde”
Ero a quei tempi marinaio a bordo della Jeune-Mathilde del porto di Tréguier. Facevamo le campagne d’Islanda. Anche mio fratello era parte dell’equipaggio.
Una notte, quando eravamo di guardia tutti e due, lui alla prua e io alla poppa del naviglio, lo vidi correre verso di me tutto sgomento.
«Laur,» mi disse a voce bassa. «Vieni subito! Là sotto c’è qualcuno che geme, accovacciato alla ruota di prua, sotto il boul-dehors (il bompresso)23.»
Mi diressi verso la parte anteriore, a passi leggeri, tendendo l’orecchio. Ero un poco commosso, lo ammetto: dei brividi sgradevoli mi correvano sotto la pelle.
Avevo ben d’ascoltare, ma non sentivo niente.
«Ancora avanti,» mi bisbigliò mio fratello. «Spingiti fino alla campana e sporgiti sulla tavola.»
Avrei preferito ritornare sui miei passi, ma non volevo essere preso per un vigliacco. Arrivai fino alla campana e mi sporsi al di sopra dei flutti.
Allora lo sentii...
Vedete, mi sembra di averle ancora nelle orecchie, quelle grida, quei lunghi gemiti di sgomento.
Mezzo impazzito dal terrore, corsi a svegliare il capitano. Già dalle prime parole mi impose il silenzio.
«Non parlate di questo a nessuno dell’equipaggio. Quel che mi annunciate non è nuovo per me. È probabilmente l’anima di qualcuno dei nostri vecchi compagni morti in mare, che sconta la propria penitenze attorno alla Jeune-Mathilde24. Non vi preoccupate di lei; evitate di disturbarla. Soprattutto, non sporgetevi più al di sopra della tavola. La morte vi attirerebbe.»
Il capitano si azzittì. Mi preparai a ritornare sul ponte. Mi richiamò.
«Laur,» riprese, «ricordate questo consiglio per il vostro bene. I morti del mare non amano che qualcuno dia l’impressione di vederli o di sentirli.»
A quel punto, mi raccontò un’avventura che gli era capitata durante la precedente campagna.
La Jeune-Mathilde era ormeggiata sui luoghi di pesca. C’era molta nebbia. A due passi da sé non si distingueva alcunché. Anche l’alberatura era diventata invisibile, al punto che il naviglio sembrava piatto come una chiatta. Tutto a un tratto, il capitano aveva visto il ponte coprirsi di donne. Erano vestite di nero e portavano mantelli a lutto, il cappuccio calato sul volto. Il loro numero era così grande che non sarebbe stato possibile contarle. Ce n’erano venti volte di più di quante ce ne siano alla grande messa della domenica di Pasqua. Giravano la testa da una parte e dall’altra, con l’aria di stare cercando qualcosa o qualcuno.
Il capitano mi domandò: «Sai tu chi erano quelle donne?»
«Delle anime defunte, senza dubbio.»
«Sì: le anime delle madri, delle spose e delle fidanzate, in cerca dei cari o dei loro spasimanti annegati in Islanda25. Cercavano i loro cadaveri per spingerli a riva e far dare loro sepoltura in terra consacrata. Io me ne rimasi ben quieto. Se avessi aperto la bocca o fatto un gesto, non sarei qui a quest’ora. Segui il mio esempio, Laur, ogni volta che tu ti troverai in una situazione simile. È il sistema più sicuro.»
L’indomani mattina, il capitano riunì l’equipaggio e vietò a tutti di avvicinarsi alla prua, salvo in caso di assoluta necessità. Gli uomini sembravano sorpresi di questo ordine. Mio fratello e io, invece, sapevano bene di cosa si trattasse.
(Raccontato da Laur Mainguy. - Port-Blanc.)
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Quando i pescatori trovano in mare il cadavere di un annegato, lo attaccano a rimorchio dietro al battello. Se lungo la strada il corpo impigliato tra i remi viene ad allinearsi lungo la tavola, è segno che l’imbarcazione è destinata ad affondare tra non molto, oppure che, come minimo, uno degli uomini dell’equipaggio non tarderà a morire annegato.
***
Se, invece di riportare indietro il cadavere a rimorchio, lo si carica sul battello, bisogna avere cura di pronunciare certe formule di scongiuro, dicendo per esempio: «Noi t’imbarchiamo con noi, ma a condizione che tu non ci porterai sfortuna!»
Bisogna anche stare attenti che né l’ancora, né i remi, né alcuno degli strumenti di manovra entrino in contatto col cadavere26.
(Comunicato da Douarinou. - Châteaulin.)
***
La sepoltura fittizia degli annegati
La “proella”.
A Ouessant, dove tutti gli uomini sono marinai, il mare preleva da questa categoria un tributo numeroso di vittime. I cadaveri che sono ritrovati hanno la loro ultima dimora assicurata al cimitero. Ma la lista è lunga di quelli che l’oceano non restituisce mai. Perché gli annegati senza sepoltura non siano costretti a vagare senza fine nell’altro mondo, gli abitanti di Ouessant celebrano per il riposo dei loro Anaon una simulazione di sepoltura. L’insieme della cerimonia si chiama proella (corruzione probabile dell’inizio di un qualche inno funebre in latino che cominciava, suppongo, per Pro illa anima…).
Si procede nel modo seguente.
Non appena il rappresentante delle genti di mare, residente sull’isola, è stato avvertito amministrativamente della scomparsa di un “isolano”, convoca non la madre, la vedova o la figlia del morto, ma l’uomo più anziano tra i suoi parenti, e lo informa del probabile decesso dello “scomparso”. Il “vecchio” si mette subito in viaggio attraverso l’isola verso tutti i parenti della famiglia, il cui numero supera a volte i sessanta o anche gli ottanta, e annuncia loro la triste notizia, servendosi di questa formula fissa: «Siete avvisati che stasera ci sarà proella presso il tale.»
Non è che al calare della notte che si reca alla casa del morto. Entra nel cortile a passo di lupo, va a guardare dalla finestra se la moglie, che non sa ancora di essere diventata vedova, sia in casa e se la vede in cucina, bussa per tre volte delicatamente sul vetro. Dopo questa specie di preambolo e preparazione, attraversa la porta, accontentandosi di pronunciare la frase sacramentale: «C’è proella a casa tua stasera, mia povera bambina.»
Le donne del vicinato, accorse dietro di lui, si precipitano allora dentro la casa e, coi loro gemiti e le loro grida, fanno rumorosamente coro al dolore della famiglia. È quello che si chiama “dirigere il corteo funebre”. Più le lamentele sono acute e laceranti, più rallegreranno l’anima del morto. Sempre continuando con queste dimostrazioni, ci si dedica ai preparativi funebri. Sulla tavola, sgomberata dai resti del pasto, si distende una tovaglia bianca; poi, su questa tovaglia si dispongono in croce due tovaglioli piegati; infine, nel punto in cui si incrociano questi due tovaglioli, si posa una piccola croce, fabbricata sul momento con due moccoli di cera che sono stati benedetti in chiesa nel giorno della Candelora. Questa croce è considerata rappresentare il defunto. Un tovagliolo, su cui si versa il contenuto dell’acquasantiera della casa e su cui è posto a inzupparsi un rametto di bosso, completa, con le candele accese da una parte e dall’altra sulle panche, questa decorazione funebre improvvisata.
Da tutti gli angoli dell’isola, nel frattempo, i parenti arrivano per il proella. Comincia così la veglia del morto. Una “pregatrice” di professione recita le preghiere abituali e l’assistente dà le risposte. Qualche volta, tra due De profundis, la pregatrice intona l’elogio dello scomparso. C’era un tempo sull’isola una vecchia che aveva una grande reputazione per questo genere di orazioni funebri o, come si dice, per queste prézec.
L’indomani, come per una sepoltura ordinaria il sacerdote viene a cercare il “corpo”, ossia la piccola croce di cera gialla posata sui tovaglioli bianchi e portata a braccia, né più né meno come se si trattasse di una vera bara. Tutta la gente segue, gli uomini a testa scoperta, le donne incappucciate nei loro veli da lutto. Il catafalco è montato al centro della chiesa per ricevere la croce del proella. L’officiante celebra la messa, dà l’assoluzione, poi va a una sorta di armadio sigillato nel muro di una delle navate e vi ripone la croce, in mezzo a molte altre che l’hanno preceduta. Dimorerà in questa sepoltura provvisoria fino alla sera del primo di novembre. Quel giorno, all’uscita dai vespri, si trasportano in processione tutte le croci dei proella, accumulate nel corso dell’anno, in un monumento speciale costruito al centro del cimitero per servire da tomba collettiva a tutti gli abitanti scomparsi in mare27. E questo monumento, simile a una piccola cisterna chiusa da una graticola, è indicato a propria volta col nome di proella28.
NOTE
1 - Per tutto ciò che concerne i presagi che circondano la nascita e i primi anni del bambini, si veda: F. Sauvé, L’enfance et les enfants en Basse-Bretagne, Mélusine, t. III, c. 374.
2 - Secondo una tradizione analoga, il cadavere dei marinai annegati si conserva fino al momento in cui sarebbe avvenuta la morte naturale (Mélusine, t. II, c. 253). In una storia raccolta da Curtin (Tales of the fairies, p. 139), un uomo ucciso da un fantasma ritorna per dire che è morto in questo mondo, ma non nell’altro. Alla Ile-Grande si riferisce che gli annegati, dopo nove giorni, riemergono dalle acque, si alzano in piedi con le braccia incrociate e poi si coricano (Ch. Le Goffic, Le Fureteur breton, t. VII, p. 137).
3 - Perché un morto non rimanga nudo nell’altro mondo, bisogna distribuire i suoi abiti a degli amici o a dei poveri. Questi non devono portarli fuori che per la messa, per tre domeniche consecutive, e aspergerli ogni volta di acqua santa. Completato questo obbligo, potranno vestirsene quando e come lo vorranno (Curtin, Tales of the fairies, p. 10). In generale, tutto ciò che si distribuisce ai poveri al momento del funerale sarà restituito con gli interessi al defunto nell’altro mondo (Mac Phail, Traditions, customs and superstitions of the Lewis; Folklore, t. VI, p. 170). Si veda poi la storia LXXXI.
In Galles, nel XVIII secolo, quando la bara era posta sulla barella davanti alla porta della casa, il parente più prossimo del morto donava ai poveri, al di sopra della bara, un certo numero di panni bianchi e a volte un formaggio, al cui interno c’era una moneta (Archaeologia Cambrensis, 1872, 331-332).
4 - Cfr. Mélusine, t. II, c. 262. Secondo Cambry, Voyage dans le Finistère, t. III, p. 159, dalle parti di Guingamp, quando non si riesce a trovare il cadavere di un annegato, si posa una candela accesa su un panino, che si abbandona al corso dell’acqua; si troverà il cadavere nel posto dove il pane si sarà fermato. Secondo una tradizione raccolta da Milin (Notes sur l’Ile de Balz), un uomo che si era annegato apparve alla figlia nel punto esatto in cui si trovava il suo cadavere (Revue des traditions populaires, t. X, p. 53). In Irlanda e in Scozia, per ritrovare il cadavere di un annegato ci sono molti sistemi: mettere della paglia a galleggiare sull’acqua; si fermerà nella zona dove si trova il cadavere (Haddons, A batch of Irish folklore, Folklore, t. IV, p. 360); qualche volta si avvolge nella paglia una pergamena su cui un prete ha tracciato caratteri cabalistici (Choice Notes from Notes and Queries, p. 42); oppure mettere un panino nel punto in cui la persona è caduta in acqua; il pane si fermerà là dove si trova l’annegato e comincerà a girare su se stesso (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, p. 208). Qualche volta si scorge una luce sulla riva nel punto esatto in cui si trova il cadavere di un annegato (J. Frazer, Death and burial customs, Scotland. The Folklore Journal, t. III, p. 281; cfr. Folklore, t. VII, p. 81). Infine, ci sono persone che vedono in sogno il luogo dove si troverà il cadavere (W. A. Craigie, Some Highland folklore, Folklore, t. IX, p. 376).
5 - Cfr. Sauvé, Mélusine, t. II, col. 254. Sull’isola di Batz, si dice che un annegato straniero, se è cristiano, sanguina quando lo si seppellisce in terra santa (Milin, Notes sur l’Ile de Balz, Revue des traditions populaires, t. X, p. 53; cfr. XII, 397).
6 - Non so se questo detto sia diffuso anche in luoghi diversi da Port-Blanc, sulla costa della Trécorroise, ma là è presentato come una verità assoluta. I pescatori di questa località marittima vi citeranno mille esempi a sostegno. Eccone uno molto recente. Nel corso dell’aprile 1891 un lugger proveniente da Cherbourg cozzò contro uno dei numerosi scogli nei dintorni delle Sept-Iles. Aveva due uomini di equipaggio ed era comandato dal proprietario Bénard. C’erano inoltre a bordo, come passeggeri, due picconieri. Il padrone e i due marinai salirono sulla scialuppa, per raggiungere la costa in cerca di soccorso, per salvare in seguito i picconieri, che furono lasciati sul relitto. Accadde però che il relitto fu sospinto dalla marea a Port-Blanc, dove i picconieri furono raccolti sani e salvi, mentre la scialuppa affondava con equipaggio e beni nel pericoloso passaggio presso le Sept-Iles. I cadaveri dei due marinai furono ritrovati nel giro di qualche giorno, ma fu soltanto cinque mesi dopo il disastro, in agosto, che vi furono notizie sul padrone, Bénard. Dei pescatori di Port-Blanc, ormeggiati al largo, videro sfilare lungo il bordo della loro imbarcazione il suo cadavere. Lo riconobbero dai suoi vestiti, rimasti pressoché intatti. Alghe avevano già messo radici sui fianchi del morto e patelle si erano attaccate alle suole dei suoi stivali. Quando i pescatori cercarono di recuperarlo, la sua carne colò tra le loro dita.
7 - La persona da cui ho ricevuto questa informazione – Prosper Pierre, di Douarnenez – la concludeva utilizzando la seguente storia (la si racconta ancora, in paese): Un brick inglese andò in costa sulle scogliere di Beg-ar-Gador (la punta della Chaise). Equipaggio e passeggeri furono inghiottiti. L’indomani della tragedia, dei marinai, passando davanti all’apertura della grotta dell’Altare, sentirono grida di dolore provenire dal suo interno. «Saranno gli annegati,» pensarono, e si fecero il segno della croce, ma per allontanarsi il più in fretta possibile. A una certa distanza, incontrarono un doganiere in servizio, a cui raccontarono l’accaduto. Il doganiere balzò subito in una barca e, malgrado le proteste indignate dei marinai, penetrò nella grotta. Vi trovo una giovane inglese aggrappata alla roccia a forma di altare, da cui la grotta ha preso il nome. La storia termina con un lieto fine. La bella naufraga sposò, si dice, il suo salvatore.
La grotta dell’Altare ha una profondità di 40 metri. È una delle celebri curiosità della baia di Douarnenez. Émile Souvestre ne diede un tempo, in Les Derniers Bretons, una descrizione in un qualche modo romantica, ma che non è invecchiata troppo.
8 - «Gli urlanti (all’Ile de Seine) sono gli ossami dei naufragati che domandano sepoltura, disperati di essere sballottati dagli elementi dopo la loro morte» (Cambry, Voyage dans le Finistère, t. II, p. 253; cfr. Verusmor, Voyage en Basse-Bretagne, p. 271; Sauvé, Mélusine, t. II, col. 254). «Le brave persone credono che una tempesta non possa cessare che quando i corpi impuri e i cadaveri sono stati vomitati sulla costa [distretto di Quimper]. (Cambry, Voyage dans le Finistère, t. III, p. 49). Il mugghiare lontano dell’Oceano, il fischiare dei venti sentito di notte sono la voce degli annegati che domandano una tomba» (Cambry, Voyage dans le Finistère, t. I, p. 72).
9 - A volte si dice in Bassa Bretagna che sono gli annegati a provocare le onde del mare (Revue des traditions populaires, t. XII, p. 395). Quando le onde del mare si infrangono con un rumore sordo sulle spiagge, questo sarebbe il presagio di un naufragio o di altre disgrazie. Le Rouzic, Carnac, p. 152.
10 - Nelle Ebridi, c’è una credenza relativa ai momenti in cui è impossibile annegare e alle persone che non possono annegare. Così, nessuno è mai annegato mentre il sole era visibile nel cielo; gli idioti non possono annegare, perché è il peso del cervello che trascina l’uomo sul fondo dell’acqua; lo stesso vale per le persone che hanno un piccolo segno nero al di sopra della bocca (Goodrich-Freer, More folklore from the Hebrides, Folklore, t. XII, p. 61).
11 - Il fiume di Quimper, formato dalla confluenza dell’Oder e dello Steir, si allarga a due chilometri dalla città in una sorta di lago salato che chiamano la Baia. All’uscita da questo lago, si restringe di nuovo e scorre rapido tracciando un percorso conosciuto sotto il nome molto indicativo di Vire-Court (breve cengia).
12 - Sull’isola di Arz, se una imbarcazione si infrange sulle rocce della costa, significa che l’Ankheu l’ha spinta sulla scogliera (Verrusmor, Voyage en Basse-Bretagne, p.71).
13 - Si veda W. Y. E. Wentz, The fairy-faith in Celtic countries, pp. 192-193. Sull’Ile aux Moines, Potr en or (Ragazzo della costa) rappresenta allo stesso tempo il Bugul Noz (Pastore della notte) di Bas-Vannetais e il Korrigan. Sulle navi, è di volta in volta servizievole e insopportabile; ben intenzionato, avverte i marinai delle tempeste (J. Loth, Annales de Bretagne, t. XVII, p. 424). A Locmariaquer, il Pautr-Guelven si fa sentire prima delle tempeste con grida lamentose e lugubri. Le Rouzic, Carnac, p. 59.
14 - Nelle tradizioni di Ouessant, Iannig an aod grida con un tono lamentoso sulla soglia delle porte: «Un tam tan d’in dre indan ann nor (Dammi un po’ di fuoco da sotto la porta).» Sventura a chi gli offre un tizzone passandolo sotto la porta, perché il suo braccio, e poi tutto il suo corpo, vi passerà assieme al tizzone e non lo si rivedrà più (Luzel, Voyage à Ouessant; L’Echo de Morlaix, 2 maggio 1874; Revue de France, t. IX, p. 778).
15 - È la parola di Cambronne in bretone.
16 - Benn-Odet (estremità dell’Odet) è una frazione marittima situata alla foce dell’Odet, sponda sinistra.
17 - Cfr. una comunicazione del signor Galabert (Revue des traditions populaires, t. XVIII, pp. 194-195).
18 - Cfr. i vascelli fantastici con equipaggio di reprobi, sorvegliati da demoni sotto forma di cani enormi (Sauvé, Mélusine, II, 137).
19 - Il fuoco di Sant’Elmo è un annegato che cerca preghiere (Sauvé, Mélusine, t. II, col. 139).
20 - In Irlanda, è quando un accidente o una morte deve arrivare sul mare che si sente una musica dolce, accompagnata da lamenti armoniosi: sono le fate che reclamano colui o colei che sta per morire. Per impedire che si compia quel destino malvagio, bisogna avere sull’imbarcazione della musica e dei canti; le fate, occupate ad ascoltare, si lasciano sfuggire il momento fatale (lady Wilde, Ancient legends, p. 81).
21 - Secondo H. Le Carguet (Revue des traditions populaires, t. IV, p. 655), è il primo morto dell’anno.
22 - In Bretagna si vede qualche volta un battello fantasma, in seguito a un naufragio (P. Sébillot, Revue des traditions populaires, t. XII, p. 396).
Il vascello fantasma è conosciuto in Cornovaglia (W. Bottrell, Traditions and hearthside stories, p. 141; M. A. Courtney, Cornish folklore, The Folklore Journal, t. V, p. 189) e in Scozia (W. Gregor, Revue des traditions populaires, t. XI, p. 330).
Nelle Ebridi, la vista di un battello sulla riva presagisce una bara (Goodrich-Freer, More folklore from the Hebrides, Folklore, t. XIII, p. 52).
23 - Si confronti col misterioso passeggero in soprannumero (A. Le Braz, Contes du soleil et de la brume, p. 161), il cui peso, come quello delle anime trasportate dalle barche dei morti, rischia di far affondare il battello.
24 - A volte in Bassa Bretagna si parla di battelli rimorchiati da anime di compagni invisibili (P. Sébillot, Revue des traditions populaires, t. XII, p. 394).
25 - Ho sentito raccontare una storia simile, disse Jeanne Bénard che assisteva alla veglia. Soltanto, le anime defunte erano quelle delle donne leggere che i marinai avevano caricato a bordo per divertirsi con loro una notte o due, e di cui poi si erano sbarazzati buttandole in mare.
26 - Sulle Ebridi, non si trasportano i morti su un battello che serve alla pesca (Goodrich-Freer, The powers of evil in the outer Hebrides, Folklore, X, 272). Quando dei pescatori sono annegati, non ci si serve più del battello su cui erano a bordo (W. Gregor, Revue des traditions populaires, t. IV, p. 660).
27 - Luzel, nel suo Voyage à Ouessant, ci dà una copia dell’iscrizione tracciata su questo monumento:
QUI
NOI DEPONIAMO
LE CROCI DI PROELLA
IN MEMORIA
DEI NOSTRI MARINAI
CHE MORIRONO
LONTANO DAL LORO PAESE
NELLE GUERRE
LE MALATTIE E I NAUFRAGI
(Revue de France, t. IX, p. 781).
28 - La sepoltura fittizia degli annegati a Ouessant è stata segnalata a partire dall’anno VIII da Thévenard (Mémoires relatifs à la marine, Revue des traditions populaires, t. VI, pp. 156-157).
Cfr. P. Sébillot, Les pêcheurs (Revue des traditions populaires, t. XIV, pp. 346-347); A. Le Braz, Le sang de la sirène, pp. 96-111. A Ploubanazlec, in un angolo del cimitero, ci sono croci commemorative che portano i nomi dei marinai morti in mare (Revue des traditions populaires, t. XII, p. 396).