Adriano - racconti e altro

La leggenda della Morte

Capitolo VII

Dopo la morte

Quando qualcuno è appena morto, si comincia col sistemare quella che è chiamata la sua “cappella bianca”.

Oggi ci si accontenta di preparare il letto funebre. Fino a qualche tempo fa, però, era sulla tavola della cucina, contro la finestra1, che si adagiava il cadavere. Si stendeva sul letto un drappo bianco: due altri drappi erano appesi alle travi del soffitto, ai due lati della tavola, e si attaccavano in vari punti sia rametti di vischio, sia frasche di alloro2.

(Catherine Carvennec. – Port-Blanc.)

***

Ai tempi in cui esisteva ancora l’usanza di deporre il morto su una tavola della cucina, la testa riposava in posizione sopraelevata, su un guanciale fatto di una palla di avena, alla luce della finestra principale e, più spesso, unica, là dove di solito era collocato a riposare il pasticcio di pane, e il sudario che si stendeva sopra il cadavere era sempre una delle grandi tovaglie con cui era abitudine coprire questo pane, per proteggerlo dal sole o dalla polvere.

Queste tovaglie erano generalmente di una tela molto fine e ornate con una croce rossa o blu, tessuta nella trama3.

***

Un tempo, a Trégor, per indicare che c’era un morto in casa si appendevano all’esterno, a entrambi i lati della porta, due di quei lunghi veli neri a passamontagna che sono il costume da lutto delle donne del paese.

(Catherine Carvennec. – Port-Blanc.)

***

Quando è appena morto un capofamiglia, la prima cosa da fare, se nel cortile ci sono alveari, è di metterli a lutto, attaccando pezzi di stoffa nera alla paglia. Se si trascura questa precauzione, tutte le api moriranno e, una volta svuotati gli alveari, la sventura non tarderà a svuotare anche la casa4.

(Baptiste Toupin, giardiniere. – Plouguiet.)

***

La preparazione del morto.

Per la preparazione funebre del morto, si comincia con l’infilargli una camicia bianca. Ai vecchi, si mette in sovrappiù una cuffietta da notte. Se si tratta di una donna, dopo averle pettinato e lisciato i capelli, la si riveste con la sua cuffia più bella, oltre al suo soggolo e alla pettorina.

Quanto alla composizione propriamente detta, consiste nell’avvolgere il cadavere fino a metà corpo in un drappo fresco, più o meno come si fascia un bambino, in modo che le braccia restino libere e che anche i piedi stessi non siano troppo impacciati5.

Si congiungono poi le mani del morto, palmo contro palmo, e gli si arrotola un rosario, il suo se possibile, attorno ai polsi.

(Marie-Jeanne Fiche. – Rosporden.)

***

Le persone che si occupano della preparazione sono quasi sempre le stesse in ogni quartiere. È una funzione, una sorta di sacerdozio. Si dice che siano avvertite da una divinazione misteriosa quando ci sarà bisogno del loro servizio, in questo o quel posto, prima che il messaggero incaricato di avvisarle abbia finito di allacciare le stringhe delle sue scarpe.

La vecchia Léna Bitoux, di Kermaria, aveva già percorso la metà della strada, quando la si mandò a cercare. «Sì, sì,» disse lei. «So di cosa si tratta: risparmiatevi pure parole inutili.»

(Claude l’Ollivier. – Port-Blanc.)

***

Sulla penisola di Crozon, ogni parrocchia ha le proprie preparatrici abituali, in un certo senso, e che sono specializzate in questo compito. Sono di solito donne vecchie. Mettono nella loro funzione una dignità singolare, cominciando col lavarsi le mani nell’acqua benedetta e non maneggiando in seguito il morto o la morta se non con precauzioni infinite. A sentirle, non c’è nulla di più delicato di un cadavere (N’eus ne’ra ken guizidic hag eur c’horf maro).

(Pierre Le Goff. – Argol.)

***

In alcune zone, una volta preparato il morto, si inclina al di sopra di lui il cero che brucia al suo capezzale, per far gocciolare della cera benedetta sul suo sudario.

***

È bene avvolgere i morti nei drappi che sono serviti a coprire i muri al passaggio di una processione una domenica di Corpus-Domini (Zul-ar-zacramant).

***

Se ci si punge un dito appuntando il sudario di un morto, è segno che, durante la propria vita, il defunto aveva qualche rancore nascosto contro di voi. In casi simili, non mancate di far dire una messa per il riposo della sua anima.

***

Oggi i più poveri hanno un feretro fornito o dalla municipalità, oppure da una colletta fatta tra i vicini6. Non è sempre stato così.

Durante la mia infanzia, per gli indigenti c’era una sorta di bara molto primitiva, che si indicava col termine poco decente di sparlou-moc’h7. Consisteva di due assi orizzontali, tra cui era posto il cadavere e che erano fissate con l’aiuto di sei bastoncini, tre per lato, i primi due attorno al collo, altri due per tenere le braccia lungo i fianchi e gli ultimi due stringevano le gambe all’altezza delle caviglie. Buchi erano scavati con un succhiello nelle due assi per far passare questi bastoncini, che vi erano fissati con cunei, come si fa per i bastoni dei graticci che chiudono le brecce nei campi. Niente di più semplice, come si vede, né niente di più grezzo.

Per i bambini più piccoli ho sentito dire dal mio prozio che ai suoi tempi – ossia qualche anno prima della Rivoluzione – il procedimento era ancora più rudimentale. Si tagliavano due metà di una vecchia corteccia di albero, si distendeva il piccolo morto nell’incavo di una, si posava sopra di lui la seconda, come il coperchio di una culla, e si fissava il tutto con una corda di ginestra intrecciata (eun éré bâlan)8.

(Comunicato da mio padre, N. M. Le Braz. – Tréguier. 1898.)

***

XLV – la storia dello scaccino di Névez

Un tempo, nei piccoli villaggi, era sempre lo scaccino che doveva metterei morti nel feretro. Lo scaccino del paese di Nével, un giorno in cui aveva appena adempiuto questo compito, se ne tornava alla chiesa, per poter preparare ogni cosa per la sepoltura, quando sullo steccato di un campo, al bordo della strada, scorse un uomo seduto, vestito dei suoi cenci della domenica.

«Buongiorno, compagno Jean-Louis,» disse l’uomo, levando il capo che aveva fino a quel punto tenuto abbassato.

«Come!» gridò lo scaccino stupefatto. «Che ci fate voi lì, Joachim Lasbleiz!»

Era proprio il morto che aveva chiuso nella bara qualche minuto prima, dopo avergli fatto indossare i suoi abiti migliori.

«Sì, sono proprio io,» rispose Lasbleiz. «Sono venuto ad aspettarti qui, per avvertirti che dovrai ricominciare da capo il tuo lavoro.»

«Dunque non vi trovate affatto bene, nel modo in cui vi ho sistemato io?»

«No, tu hai piegato il mio braccio sinistro sotto il mio corpo: non me ne voglio andare in questa posizione.»

Detto questo, svanì. Lo scaccino invertì subito la marcia, ritornò nella casa del morto e, con grande scandalo della famiglia, riaprì il feretro. Ciò che Lasbleiz aveva detto era vero: il braccio sinistro era piegato sotto al corpo. Lo scaccino rimise le cose a posto e si diresse di nuovo verso il paese. Quando passò davanti alla staccionata, vide che il defunto era ancora là, ma in piedi, questa volta, e a testa alta.

«Ho commesso qualche altra mancanza?» si domandò lo scaccino.

Ma no: il morto si limitò a fargli un cenno con la mano, come a prendere congedo.

«Dio vi dia le sue gioie!» disse lo scaccino, rasserenandosi.

E questo fu tutto.

(Raccontato da Coudray. – Coray.)

***

In ogni parrocchia c’è qualcuno che è specializzato nel fare la barba ai morti. A Penvénant era un tempo il vecchio Flem (Ar Flem coz). Sapeva, si dice, dal rumore che faceva il pelo sotto il rasoio, se il defunto fosse o non fosse in stato di grazia per presentarsi nell’altro mondo.

***

Finché il cadavere non ha lasciato la casa in lutto, non bisogna né spazzare il pavimento, né spolverare i mobili, né gettare fuori alcuna polvere o spazzatura9, per timore di espellere allo stesso tempo l’anima del morto e di attirare su di sé la sua vendetta.

Di contro, bisogna aver cura di svuotare o quantomeno di coprire tutti i vasi che contengono un liquido (a eccezione del latte), perché l’anima non rischi di annegarvi10.

***

Finché il morto è sui cavalletti funebri, invitare la gente della casa a lavorare, come se niente fosse successo, significa fargli offesa11.

***

XLVI – Il fieno guastato.

A quei tempi, ero una piccola servitrice a Kersaliou. Barthélemy Roparz, il signore della casa, morì. Era all’inizio di luglio: il figlio maggiore, Louis, lavorava in un prato vicino a voltare il fieno, assieme ai domestici. Mi mandarono ad avvisarlo di rientrare subito. Poco dopo, rientrarono anche gli altri lavoratori, per lo spuntino delle ore tre. Quando ebbero finito di mangiare, uno di loro domandò: «Dobbiamo ritornare nel prato?»

«Sì, certo,» rispose il figlio di Roperz. «Il tempo è minaccioso e se il fieno non è finito oggi, rischia di andare perduto domani.»

«Non è questa l’usanza, quando c’è un morto sui cavalletti,» fece osservare il vecchio Christophe Loarer, che era a Kersaliou da circa trent’anni.

Louis Roperz gli disse con tono duro: «Il padrone qui adesso sono io, credo, e non voi! Andate, e fate quello che vi ordino.»

Andarono, benché controvoglia.

Mentre si avvicinavano al prato, non furono sorpresi di vedere che un uomo li aveva anticipati lì e camminava in lungo e in largo, in apparenza tutto contento di calpestare il fieno. Quando furono ancora più vicini, il loro stupore si trasformò in spavento, perché dall’andatura e dall’abbigliamento dello strano camminatore lo riconobbero come Barthélemy Roperz in persona.

Il vecchio Loarer disse: «Doué da bardon’ an Anaon! (Dio perdoni ai defunti).»

Subito la visione sparì e gli uomini entrarono nel prato, dove trovarono i loro forconi disposti in croce a due per due.

«Questo fieno, vedrete, non varrà granché,» disse Christophe Loarer ai suoi compagni.

Tuttavia, qualche giorno dopo, quando lo accatastarono in mucchi nel cortile della casa, il fieno aveva un bell’aspetto. Trascorsero mesi. Le parole di Loarer erano da tempo uscite dalla mente dei domestici e Loarer stesso non dava segno di ricordarsene. Una sera, Louis Roparz disse al valletto di scuderia: «Marchese (era un soprannome che gli avevano dato), d’ora in poi prenderai il foraggio delle bestie dal cumulo di fieno di quest’anno.»

Era la fine dell’autunno, nella stagione dei lavori. Quando l’indomani mattina si volle aggiogare all’aratro la giumenta migliore di Kersaliou, era già tanto se riusciva a reggersi in piedi sulle sue zampe e, durante la giornata, morì. Meno di una settimana dopo, fu il turno di un’altra giumenta, una fattrice magnifica che non aveva pari in quella zona. Questa volta Roparz il figlio fece venire il veterinario, che s’informò su cosa avessero dato da mangiare all’animale. Gli mostrarono il fieno, che trovò di buona qualità.

«C’è qualcosa,» dichiarò, «ma non so cosa.»

E la sua scienza non gli servì molto meglio per gli altri cavalli, perché nello spazio di una quindicina di giorni tutta la scuderia se ne andò. Era la rovina per i Roparz. Il figlio divenne triste, cupo; per soprappiù si mise a bere. La sera di Natale non rientrò. La madre ci mandò in tutte le direzioni alla sua ricerca. Fu Christophe Loarer che lo scoprì: si era impiccato al ramo di un melo. Aver mancato di rispetto al padre defunto gli aveva portato sventura.

(Raccontato da Catherine Lescop. – Plouvorn.)

***

La notte in cui qualcuno dei vostri parenti è appena morto, vedrete passare davanti a voi delle luci, dalle quali sarete separati sempre dalla stessa distanza, qualunque sforzo voi facciate per raggiungerle12.

***

La morte degli usurai e dei ricchi che sono stati duri contro la gente povera è sempre seguita da tempesta, pioggia di burrasca o fulmini. La collera degli elementi non si placa che quando il cadavere ha lasciato la casa in lutto.

È raro che le persone che lo vegliano non debbano riaccendere più volte i ceri deposti presso di lui13.

***

C’è un sistema sicuro per non ritrovarsi mai una persona morta sul proprio cammino; è di abbracciare il suo cadavere prima di porlo nel feretro14.

***

Nella Basse-Cornouaille, si dice che per dare forza e lunga vita ai bambini gracili, non c’è che da portarli a pregare presso un bambino morto e di farglielo abbracciare15.

(Marie-Jeanne Fiche. – Rosporden.)

***

La veglia funebre

La veglia funebre16 si chiama ann noz-veil. Certe persone privilegiate sanno in anticipo quando dovrà essercene una nella regione.

***

Mio suocero era uno di questi. Aveva un bastone di spino rosso che chiamava “il mio compagno di notte”. Era un robusto penn-baz, che si assicurava al polso, come tutti i penn-baz, per mezzo di una cordicella di cuoio. Quando mio suocero rientrava dalla passeggiata, non mancava mai di andare ad appendere il suo bastone a un chiodo dietro l’armadio. Ora, due o tre giorni prima che ci dovesse essere una veglia funebre nel quartiere, il bastone di spino rosso cominciava a oscillare, dapprima lentamente, poi sempre più velocemente, tra l’armadio e il muro, urtandoli a ogni rotazione.

Quando urtava l’armadio, si sentiva: doc.

Quando urtava il muro, si sentiva: dic.

Si sarebbe detto il bilanciere di un orologio, o meglio il batacchio di una campana che suonava a morto.

Questo dic-a-doc!, dic-a-doc!, durava a volte per mezz’ora.

Impallidivamo di terrore.

Ma mio suocero dichiarava con voce tranquilla: «Non prestateci attenzione! Significa semplicemente che una noz-veil si avvicina.»

(Raccontato da René Alain. – Quimper, 1887.)

***

Un tempo, non appena il moribondo era defunto, la donna di casa cominciava a preparare delle crêpes per il cenone della veglia a cui parenti, amici e vicini dovevano partecipare, almeno in misura di una persona per “focolare”. Ho visto veglie funebri a cui vi erano fino a cinquanta persone presenti e a volte anche di più.

Di ora in ora si susseguono le grazie, ossia le preghiere in comune, dove lottano e competono tra loro le persone considerate in possesso del più ricco repertorio di preghiere, di traduzioni in bretone di inni e di salmi della Chiesa. Di queste recitazioni, ce n’erano alcune che duravano più di mezz’ora senza posa e si competeva per il modo più rapido, più lungo e meno conosciuto17.

(Comunicato da mio padre, N. M. Le Braz. – Tréguier.)

***

Nella Cornouaille, dopo il pasto di mezzanotte, non si recitano più preghiere. L’anima, dicono, è partita18.

***

In “montagna” (dalle parti di Carhaix), quando è un abitante del paese a essere morto, tutta la popolazione riunita si alterna a gruppi per vegliare il defunto. La notte è suddivisa in un certo numero di “quarti”. Alla fine di ogni quarto, un uomo va di porta in porta agitando la campanella della morte (cloc’hic ar maro), per avvertire la gente che dorme che è giunto il loro turno di vegliare19.

***

Nella regione di Douarnenez, la veglia funebre non trascorre mai senza un pasto, generalmente abbondante, che è servito all’avvicinarsi della mezzanotte. La credenza è che il morto partecipi a quest’agape, dove si ha cura di preparare il suo coperto20. Se non ricevesse questo viatico conclusivo, sarebbe senza la forza necessaria a sostenere il castigo che gli sarà assegnato nell’altro mondo.

(Comunicato dalla signora Le Bras. – Quéménéven.)

***

A Belle-Ile-en-Mer, quando c’è un morto in un villaggio, tutto il villaggio “è inattivo”, come si dice, per recarsi alla veglia funebre che è chiamata “la corvée”.

***

Quando c’è da vegliare un morto nel paese di Rosporden, giunta l’ora di fare il pasto di mezzanotte, si serve pane e miele alle persone che vegliano. L’odore del miele, si dice, è particolarmente dolce per l’anaon21. Spesso si vede una piccola mosca, per nulla simile a quelle dei nostri climi, uscire dalle labbra socchiuse del cadavere e venire a posarsi sul bordo del vaso dove il miele è contenuto. La gente crede che sia l’anima del morto che fa scorta di cibo, prima di mettersi in viaggio per il luogo che gli è assegnato. C’è anche l’usanza di lasciare il vaso aperto tutta la notte22.

(Marie-Jeanne Fiche. – Rosporden.)

***

Sull’Ile de Sein, durante la veglia, non ci si accontenta di pregare per il morto attuale. Si recita anche un De profundis per ogni morto della famiglia nel passato, tanto indietro quanto ci si può ricordare, e indicandoli col loro nome, cognome e soprannome. Ci sono vecchie a cui si fa specialmente ricorso per questa circostanza, perché la loro memoria prodigiosa è come un registro, dove gli annali funebri di ogni famiglia per più generazioni saranno conservati scritti in modo indelebile.

***

Tutto il tempo che un morto rimane esposto, è usanza che la gente del quartiere venga a fargli visita un’ultima volta: questo è chiamato andare a dire le proprie preghiere, o anche andare a gettare dell’acqua benedetta. Al capezzale del morto, su una sedia, è posto un piatto fondo riempito di acqua benedetta, dove è immerso un rametto di bosso parimenti benedetto (dalla precedente Domenica delle Palme). Ogni visitatore asperge una prima volta il viso del cadavere prima di inginocchiarsi, poi una seconda volta al momento di rialzarsi. Se le goccioline danno l’impressione di asciugarsi quasi immediatamente al contatto con la pelle del morto, è un cattivo segno per il destino che attende il suo anaon nell’altro mondo.

(Anna Drutot. – Pédernec.)

***

Finché il morto non è stato posto nella bara, è necessario che una delle aperture della casa non sia mai chiusa, a meno che nella porta non ci sia una di quelle aperture chiamate “buchi del gatto” o che non manchi nell’intelaiatura della finestra un quadrato di vetro, come può capitare spesso, anche tra le persone abbienti. Senza questo, si dice che l’anima del defunto tornerà nell’alloggio fino a che non si sarà verificato tra le persone della famiglia un altro decesso.

***

Non va bene tenere in casa propria, dopo la partenza del feretro per il cimitero, la candela che era stata accesa al capezzale del cadavere. Se inavvertitamente la si dovesse accendere di nuovo in un secondo momento, per un qualunque uso, la morte non tarderà a calare di nuovo sulla casa. La si porta dunque di solito in offerta alla chiesa, anche se non ne rimane che un moccolo23.

***

XLVII – La veglia del prete

Mi ricorderò sempre di questa data: era il 20 del mese di febbraio. Vegliavo il vicario, un prete degno, morto il mattino stesso. C’erano anche con me, come veglianti, Fanch Savéant il falegname e una vecchia filatrice, Marie-Cinthe Corfec.

Il morto era seduto su una poltrona, vestito dei suoi ornamenti più belli. Aveva un aspetto riposato, quasi sorridente.

Noi recitavamo le preghiere a voce bassa, ognuno per conto proprio.

Il silenzio e l’immobilità cominciavano a farmi venire sonno. Temendo di addormentarmi davvero, proposi a Fanch e a Marie-Cinthe di recitare le grazie tutti assieme, per tenerci svegli a vicenda.

Il falegname non desiderava di meglio, ma la vecchia filatrice, che non era mai d’accordo con gli altri, preferì andarsi a sedere in un angolo, accanto al focolare, per continuare a pregare da sola.

Savéant ed io rimanemmo presso il cadavere.

Io cominciavo le grazie. Lui dava le risposte.

Tutto a un tratto fece un cenno con la mano, come a dirmi di tacere e ascoltare.

Prestai orecchio.

«Non sentite?» mi domandò.

Sentivo un fievole rumore chiaro, argentino, ma così leggero, leggero! Lo si sarebbe detto il drelin-dindin di una campanella lontana, una campanella minuta dal suono puro come cristallo, che tintinnava nella campagna, a leghe da noi.

Questo durò per qualche secondo.

Ci fu poi una musica soave24 che sembrava uscire dalle pareti, dal pavimento, dai mobili, da tutti i punti della camera.

Né Savéant né io avevamo mai sentito una musica così dolce.

Savéant guardò a destra e a sinistra, per vedere da dove potesse venire. Non scoprì alcunché.

Cessata la musica, stavo per riprendere le grazie interrotte, quando si verificò un nuovo rumore.

Stavolta era un lungo ronzio monotono. Si sarebbe giurato che uno sciame di api aveva fatto irruzione nella camera e che si spostava da un tramezzo all’altro, cercando un buon posto dove posarsi.

«Non è possibile,» mi disse Savéant. «Devono esserci dei calabroni qui.»

Prese uno dei ceri che bruciavano davanti al morto, lo levò al di sopra della propria testa, lo mosse qui e là in aria, ma per quanto noi scrutassimo con gli occhi gli angoli e i cantoni, non scorgemmo neppure l’ombra di una mosca.

Il ronzio continuava ancora, a volte stridente e sonoro, a volte leggero e confuso, appena percepibile.

Fanch e io, dopo esserci seduti di nuovo, restammo a lungo a fissarci a vicenda, pensierosi.

Non avevamo paura, ma eravamo turbati per la stranezza di queste cose. Eravamo come in un sogno.

D’un tratto la forte voce di Marie-Cinthe ci fece sobbalzare.

«Se volete,» disse, «potrete venirvi a scaldare a vostra volta. Prenderò il vostro posto accanto al morto.»

Le domandammo se non avesse sentito alcunché.

Ci rispose di no.

E anche noi, a partire da quel momento, non sentimmo più alcunché.

(Raccontato da A. M. L’Horset. – Penvénan, 1889.)

***

La morte di san Jorand

San Jorand non ha il proprio nome in alcun calendario: era un uomo troppo povero. Possiede comunque una cappella dedicata a lui, e non una da disprezzare, perché si è meritata di essere chiamata la Bella Chiesa, proprio vicino alla stazione di Plouec.

San Jorand morì nel tempo in cui si celebravano a Tréguier le feste per la canonizzazione di sant’Yves. Mentre la gente di Plouec se ne tornava a cavallo da queste feste, sentì suonare a distesa le campane della Bella Chiesa, senza che ci fosse qualcuno a metterle in movimento. Quando poi furono presso la cappella, i loro cavalli si inginocchiarono spontaneamente sulla strada.

Si dissero allora: «Qualche santo deve essere morto in questo posto.»

Aprirono la porta e scorsero san Jorand lungo disteso nel punto dove oggi si trova la sua tomba. Le sue mani erano congiunte sul petto e all’altezza del cuore era fiorita una magnifica rosa rossa, che spandeva un profumo delizioso.

Seppellirono il santo con reverenza e dal giorno seguente i miracoli cominciarono attorno alla sua tomba25.

(Raccontato dal sacrestano della Bella Chiesa. – 1903.)

***

XLVIII – La veglia di Lôn

Quando morì Lôn Ann Torfado26, così chiamata perché nel corso della sua vita non aveva fatto che mettere in pratica i precetti di Ollier Hamon il chierico malvagio27, sua moglie chiese invano al vicinato di venire a fare la veglia funebre presso il suo cadavere.

«Non ho tuttavia alcun desiderio,» si disse, «di vegliare da sola questo miscredente. Ho troppa paura che, da morto, non mi giocherà qualche brutto scherzo ancora più malvagio di tutti quelli che mi ha fatto da vivo.»

Questo accadde un sabato sera.

Benché l’ora fosse ormai abbastanza avanzata, la moglie di Lôn Ann Torfado si recò in paese. Pensava: «Troverò bene alla locanda tre o quattro brutti ceffi, della razza di Lôn, che non domanderanno di meglio che di assisterlo nella sua ultima notte. Basterà che prometta loro, per attirarli, sidro e vino ardente28 a volontà.

Accadde come aveva previsto.

Nella locanda gestita attualmente dai Lageat, e che si trova all’ingresso del paese, un gruppo di bevitori faceva un gran baccano, mentre giocava a carte.

La moglie di Lôn varcò la soglia e disse: «Fra i cristiani qui presenti ci sono quattro persone caritatevoli, capaci di farmi un servizio?»

«Sì,» rispose uno dei bevitori, «purché non si tratti di venire a letto con voi, perché avete passato l’età.»

«Si tratta di vegliare mio marito, che è appena morto. Vi prometto sidro e vino ardente a volontà.»

«Molto bene, ragazzi,» disse l’uomo che aveva già parlato, rivolgendosi ai suoi compagni. «L’oste ci ha già minacciati di metterci alla porta allo scoccare della nona ora. Seguiamo questa donna. Continueremo la nostra partita da lei e la bevanda non ci costerà niente.»

«Andiamo!» gridarono gli altri.

La moglie di Lôn tornò a casa, scortata da quattro gagliardi mezzi ubriachi e che, per tutto il cammino, cantarono a squarciagola.

«Eccoci arrivati,» disse lei, aprendo la porta. «Vi pregherei di fare un po’ meno rumore, in segno di rispetto per il morto.»

Era là, il morto, sistemato sulla tavola della cucina. Aveva gettato su di lui la tovaglia del pane, il solo lenzuolo più o meno adatto che ci fosse nella casa. Il volto era tuttavia scoperto.

«Ehi!,» gridò uno dei veglianti improvvisati, «Ma è Lôn Ann Torfado!»

«Sì,» rispose la vedova. «È morto nel pomeriggio.»

Si recò a un armadio, ne tolse bicchieri e bottiglie, dispose il tutto sul banc-lossel e disse agli uomini: «Bevete pure a volontà. Io mi vado a coricare.»

«Sì, sì, potete lasciare Lôn alle nostre cure. Gli impediremo noi di scappare.»

La donna se ne andò. Gli uomini si sistemarono a una piccola tavola sistemata accanto al morto, su cui bruciava una candela e dove un rametto di bosso era immerso in un piatto pieno di acqua benedetta.

Non vi ho ancora detto i loro nomi. Erano Fanch Vraz, di Kerautret, Luch ar Bitouz, di Minn-Camm, e i due fratelli Troadek, di Kerelguin. Tutta gente risoluta e senza preoccupazioni, che la presenza di un cadavere non era in grado di impressionare.

Fanch Vraz tolse dalla tasca della veste un mazzo di carte che non l’abbandonava mai.

«Taglia!» disse a Guillaume Troadek.

Ed ecco la partita in corso.

Per un’ora giocarono, bevvero, giurarono e sacramentarono.

Entrando, gli uomini non erano ubriachi che a metà; adesso lo erano diventati completamente, tranne il più giovane dei Troadek. Aveva un poco di pudore in più rispetto agli altri.

«Tuttavia, ragazzi,» disse, «non è bene quello che stiamo facendo. Non temete voi che avremo da pentirci per esserci comportati così davanti a un morto? Non abbiamo recitato neppure un De profundis per il riposo della sua anima.»

«Ah, ah, ah!» ridacchiò Luch ar Bitouz. «L’anima di Lôn Ann Torfado! Se mai ne ha avuta davvero una, sarebbe molto più contenta di giocare e bere con noi che di sentir recitare un De profundis

«Dio santo, sì!» concordò Fanch Vraz. «Era un fiero mascalzone, questo Lôn. Sono sicuro, per morto che è, che se noi gli proponessimo una partita, accetterebbe ancora29

«Non dire cose simili, Fanch.»

«Andiamo subito a verificare!»

Unendo il gesto alla parola, mescolò le carte e, siccome toccava a lui distribuirle, invece di quattro parti ne fece cinque.

«Vecchio Lôn!» gridò, «Ce n’è una per te.»

Avvenne allora una cosa terribile a dirsi.

Il morto, le cui mani erano congiunte sul petto, lasciò scivolare a poco a poco il suo braccio sinistro fino alla tavola dei giocatori, posò la mano sulle carte che gli erano state assegnate, le levò all’altezza del volto, come per guardarle, poi ne fece cadere una, mentre una voce formidabile urlava per tre volte: «Picche e atout, che io sia dannato! Picche e atout! Picche e atout30

I nostri quattro buontemponi, dapprima pietrificati per lo spavento, fecero molto in fretta a trovare la porta. E non fu certo Fanch Vraz, malgrado tutta la sua furfanteria, a uscire per ultimo. Si precipitarono fuori di lì, nella notte, senza domandarsi che direzione fosse. Vagarono così fino all’alba, per i campi, simili a tori infuriati. Quando col giorno raggiunsero infine ciascuno la propria casa, avevano in volto il colore della morte. Fanch Vraz morì entro la settimana. Gli altri la scamparono, ma dopo aver tremato per quasi un anno di una febbre misteriosa, da cui non poterono essere guariti se non a forza di bere acqua dalla fontana di san Gonéry31.

(Raccontato da Jeanne-Marie Corre. – Penvénan, 1886.)

***

XLIX – La porta aperta

Questo accadde a Lescadon, nel vecchio maniero con questo nome, sul confine tra Penvénan e Plouguiel.

Vi si vegliava il padrone di casa, un certo Le Grand, morto quel giorno. La veglia comprendeva innanzitutto i domestici, uomini e donne, più alcuni vicini e vicine che si erano venuti a offrire, secondo l’usanza.

L’agonia di Le Grand era stata accompagnata da eventi singolari. Mentre moriva, la cagna aveva cominciato a dimenarsi nel suo angolo, emettendo guaiti spaventosi. Quando si andò da lei, fu trovata in preda alle fiamme, la carne mezza arrostita, ed emanava un fetore infernale.

Morì mentre il suo padrone rendeva il suo ultimo respiro. In questo si vide una strana coincidenza.

Non appena l’uomo e l’animale furono morti, si levò un temporale straordinario32. Una balla di paglia che si trovava nel cortile fu trasportata dalla violenza della burrasca a quasi duecento metri di distanza, in un prato. Un vecchio tasso fu spaccato dalla cima alle radici.

La gente che vegliava rimuginò a lungo, tra sé, di tutte queste cose.

Si sapeva fin troppo bene che Le Grand non aveva vissuto in modo esente da rimproveri. Aveva sempre avuto la reputazione di essere duro coi suoi, impietoso verso i poveri.

Tutto a un tratto, uomini e donne che vegliavano si azzittirono.

La porta si era aperta, spalancata. Ci si aspettava di vedere apparire qualcuno, ma non entrò che il vento.

«Vai subito a chiudere quella porta!» disse una donna a uno dei domestici.

L’uomo si alzò, chiuse l’uscio e tornò a prendere il proprio posto al focolare. Ma non si era ancora riaccomodato sul suo sgabello, che la porta era di nuovo spalancata.

«Che maldestro!» esclamò qualcuno. «Si vede che non è mai stato a Parigi33

«Vi giuro che l’avevo chiusa,» disse l’uomo.

E andò a chiuderla di nuovo, avendo cura, questa volta, di spingerla con forza, per fissarla bene nel suo quadro.

«Ecco! Adesso, se si riaprirà, non direte che è colpa mia,» brontolò, ritornando al focolare.

«O tu non sei che un imbecille, oppure quella porta è stregata!» disse un altro domestico. «Guarda, è più aperta che mai.»

«Allora vai a chiuderla tu. Per me, io ci rinuncio.»

«Oh, ci riuscirò di sicuro, quand’anche ci fosse il diavolo

Quest’altro domestico era un ragazzo solido e tarchiato, con braccia da lottatore. Impugnò il battente, lo fece ruotare sui cardini furiosamente e ci si appoggiò contro con entrambe le spalle.

«Scommetto che tutti i venti del mondo non ti apriranno più,» disse.

Non aveva finito di parlare, che la porta lo colpì alla schiena e lo spedì a stamparsi a terra, a due passi di distanza.

Si rialzò tutto indolenzito, imprecando e sacramentando.

«Mille maledizioni rosse! Chi è che si permette di aprire questa porta?»

Si sentì un lungo sghignazzo e una voce che diceva: «Non ti vantavi di chiuderla, quand’anche ci fosse il diavolo?»

L’uomo ne fu spaventato, ma volle fare il coraggioso. «Io chiedo chi è che si permette di riaprire questa porta,» ripeté.

«Io!» rispose la voce, con un tono così secco, così duro, così adirato, che l’uomo non insistette più e a buona ragione. Gli sembrava che un alito di fuoco gli sfiorasse il corpo. La sua paura era tanto più grande, perché non si vedeva nessuno.

Andò tutto pallido a smarrirsi nel gruppo di uomini e donne che vegliavano, che tremavano a propria volta della febbre fredda, la febbre della paura.

L’orologio della casa scoccò lentamente l’ora di mezzanotte.

Quando poi il dodicesimo rintocco ebbe suonato, le candele che bruciavano attorno al letto del morto si spensero da sole.

Non si trovò nessuno tra i presenti che osasse riaccenderle, così che il cadavere rimase in una profonda oscurità. Si sentivano regolarmente schioccare i drappi al vento della porta aperta, come se fossero state le stoffe di un bucato steso in piena aria sull’erba dei prati.

Da mezzanotte all’alba, la gente che vegliava non si scambiò una sola parola. Non fu più recitata una preghiera. Ci si teneva rincantucciati gli uni contro gli altri, rischiarati soltanto dalle braci del focolare e dalla luce fumosa del lulic, la candela di resina. Si cercava di coprirsi le orecchie e gli occhi con le mani e si attendeva il giorno con impazienza.

(Raccontato da Jeanne-Marie Corre, sarta. – Penvénant, 1888.)

***

L’elogio del morto

34

In più regioni della Cornouaille di Finistère esiste ancora l’usanza di fare l’elogio del defunto. Sono soprattutto le donne, vecchie mendicanti, vecchie filatrici, vecchie pellegrine per procura, che sono specializzate in questo genere di discorsi.

È all’inizio della veglia, quando tutti i parenti sono riuniti, che la persona incaricata di improvvisare l’elogio del morto prende la parola. Si sistema generalmente ai piedi del letto, gli occhi fissi sul cadavere. Riferisce col suo tono da melopea i principali eventi della vita del defunto, insiste soprattutto sul fatto che “non ha mai fatto torto ai suoi simili” e conclude esaltando le sue modeste virtù, ricordando che è sempre stato un buon marito, buon padre e buon lavoratore.

Non trascura alcun dettaglio sul modo in cui ha condotto il compito che gli era affidato nell’esistenza. È così che la vecchia Henriette Danzé di Audierne, dovendo lodare un giovane uomo, di nome Hervé Masson, che si guadagnava il pane facendo commissioni per altri, se la cavò nella maniera seguente:

«Tutte le volte che c’era bisogno dei suoi servigi, era a disposizione. Che si trattasse di andare ad annunciare una nascita o un decesso, o di svolgere qualunque altra commissione, lui non diceva mai di no. A ogni ora del giorno e della notte, partiva. Costantemente, sia per l’uno, sia per l’altro, era sulle strade di Cap35. Nessuno era un camminatore migliore di lui, né c’era messaggero più sicuro o più discreto. Con lui si poteva stare tranquilli: non dimenticava niente di ciò che gli era stato raccomandato e compiva puntualmente ogni cosa. Anche la sua onestà era senza eguali. Non si correva alcun rischio a confidargli una qualunque cosa, e nemmeno coi soldi. Non era lui che avreste visto fermarsi a bere in tutte le locande, ubriacarsi e perdere le proprie commissioni nei fossati dei sentieri, come fanno molti altri. Mai avrebbe preso per compenso più di quanto gli era dovuto. In breve, era onesto in tutto ciò che riguardava il suo mestiere. Per tutto ciò, preghiamo Dio perché gli doni la sua parte di Paradiso (lod ar baradoz).»

Spesso l’oratrice o, come si dice comunemente, la predicatrice, prende come testimone l’assistente per la verità delle sue parole. Oppure è l’assistente che, di propria spontanea volontà, interviene per confermare le parole della predicatrice: «Questo è vero... È la pura verità.»

Non che queste orazioni funebri rustiche non siano un poco come tutti i panegirici di questo tipo: sarebbe eccessivo credere che brillino sempre per sincerità.

«Red ê ficha’nhê eun lammic (bisogna fare loro un poco di pulizie)» diceva la vecchia Henriette Danzé.

Spesso il personaggio si presta poco all’elogio. In questi casi, il talento della predicatrice consiste nel saper trarre il massimo dalle apparenze.

Per esempio: un uomo muore. Per tutta la sua vita non ha fatto altro che ubriacarsi. È finito, come si dice, “ucciso dalla bevanda”. Otto o dieci giorni prima della sua dipartita, però, il suo stato di debolezza era tale da non poter più né mangiare né bere. L’orazione funebre fa leva su questa circostanza per salutare in quest’uomo un modello di ubriaco convertito. Non si è forse ravveduto, nella settimana che ha preceduto il suo decesso?

Del resto, non va bene parlar male di un morto36, altrimenti ci si esporrà alla sua vendetta.

Si racconta a questo proposito che un ciabattino di Pleyben, apprendendo che uno dei peggiori ubriaconi della parrocchia era stato trovato annegato in una pozza di colaticcio, avrebbe esclamato come orazione funebre: «Creuvel ê’ la gant hé gorfad diwezan! (Dunque è crepato della sua ultima scorpacciata.)»

La sera stessa, mentre lavorava piegato sul suo cuoio, sentì respirare forte dietro di sé. Si girò per vedere chi ci fosse là e fu tutto sorpreso di riconoscere il morto che lo fissava con le pupille rosse e che mormorava sghignazzando: «Te greuvô ivè, kéréer! (Creperai pure tu, ciabattino.)»

La stessa scena si ripeté l’indomani e ancora nei giorni seguenti. Il ciabattino trasferì la sua bottega in un altro posto. Fatica sprecata. Lo spettro era sempre in piedi dietro di lui. Allora il ciabattino, per fuggire da questa persecuzione, finì per trascurare il proprio lavoro, si mise a frequentare i bar per la disperazione e morì nel giro di qualche mese della stessa morte di quello di cui aveva parlato male37.

(Comunicato da Henri Coudray. – Coray, 1894.)

***

A Saint-Pol-de-Léon, i decessi sono annunciati nel modo seguente.

Quattro vedove dell’Ospizio, se si tratta di una donna, e quattro vecchi se si tratta di un uomo, preceduti in entrambi i casi da due orfanelli, a piedi nudi, percorrono le strade del paese, facendo tintinnare delle campanelle. Di posto in posto, il gruppo si ferma, le campanelle tacciono e uno dei bambini grida con voce stridula: «Recommandi a rer d’ho pédennou mad ann hini a zo bél héman pe hennont, maro hiriè hag a vo interret varc’hoaz... Ann hini a neuz dévotion, da bedi évit he éné. Requiescat in pace.»

[Si raccomanda alle vostre buone preghiere colui (o colei) che è stato un tale (o una tale), morto oggi, e che sarà sepolto domani... Avviso a chi è devoto di pregare per la sua anima. Requiescat in pace.]38

NOTE

1 - Cfr. A. Le Braz, Funérailles d’été, dans Pâques d’Islande, pag. 101; Le Rouzic, Carnac, pag. 175. In South-Uist, nelle Ebridi, è parimenti su una tavola della cucina che il cadavere è esposto (Goodrich-Freer, More folklore from the Hebrides, Folklore, t. XIII, pag. 60).

2 - In Scozia, quando si è lavato il cadavere e lo si è vestito con una camicia e gli indumenti di sotto, lo si pone sulla strykin beuird e lo si copre con un drappo (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 207).
In Irlanda, nella camera di un morto, i muri devono essere coperti di drappi e la porta aperta, perché l’anima volteggia nella camera. Si tolgono i drappi dai muri quando il feretro esce dalla casa (Haddon, A batch of Irish folklore, Folklore, t. IV, pag. 351). A Cork non si tocca la camera mortuaria prima che i piangenti siano tornati dalla sepoltura (Folklore, t. VIII, pag. 76).

3 - Sono diventato proprietario, in seguito a una circostanza interessante da raccontare, di una tovaglia di questo tipo, probabilmente una delle ultime che esistano.
Nell’estate del 1909, vidi arrivare a casa mia, una sera, Lise Bellec, che abitava allora a breve distanza, nell’antico maniero per metà in rovina di Kerviniou. Portava un pacco leggero arrotolato nel suo grembiule e, dopo avermi domandato, con la sua tipica cortesia, un breve colloquio, mi fece a mezza voce e con un tono un poco misterioso il seguente discorso:
«Voi sapete che oggi ci sono molte persone ricche che percorrono le campagne alla ricerca di cose vecchie. Noi ne abbiamo una in famiglia. Da più di cento anni, e che non vorrei per niente al mondo veder passare nelle mani di stranieri. È un semplice quadrato di tela, ma che ha per me un prezzo inestimabile, perché ha coperto il pane che mio padre, mio nonno e forse anche il mio bisnonno hanno mangiato, e ha coperto allo stesso modo anche i loro corpi (Dio perdoni le loro anime!) dopo l’ora del loro ultimo sospiro e fino a quella della loro collocazione sul feretro. Ora, sono già venuti a chiedermi di comprarla, come curiosità, e mi hanno anche offerto fino a cento franchi. Ho risposto che non me ne sarei separata né per soldi né per oro. Questi stranieri però sono capaci di ritornare un giorno quando non ci sarà in casa che mia sorella Gode e ho paura che lei, che non è così rigida come me su questo punto, si lascerà tentare. Cento franchi è una grossa somma per due povere come noi, che non abbiamo un liardo. Allora, per impedire che questo accada, ho preso la tovaglia e ve la porto. Fatemi la cortesia di custodirla e di trasmetterla ai vostri figli come ricordo di me. Così sarò tranquilla sulla sua sorte.»
Mentre parlava, aveva disteso davanti a me la tovaglia in questione. Inutile, penso, aggiungere che io la possiedo ancora. È una fine tela di canapa, capolavoro di qualche tessitore di campagna. Non è proprio quadrata, ma rettangolare e misura due metri di lunghezza per 90 centimetro di larghezza. Tre grandi strisce rosse l’attraversano e ad una delle sue estremità, che è bordeggiata di rosso e blu, ha una croce rossa su una specie di fondo quadrettato di rosso e di blu. Il tutto è di una tinta un poco sbiadita, ma di una grana straordinariamente delicata e solida.

4 - Questa usanza è riferita da Cambry (Voyage dans le Finistère, t. II, pag. 16) e attribuita al distretto di Lesneven.
In Scozia non si trascura di annunciare la morte alle api e si mette una fascia da lutto sull’alveare; se lo si tralascia, le api si offenderanno e abbandoneranno il luogo (J. Frazer, Death and burial customs, Scotland, The Folklore Journal, t. III, pag. 281).
In Irlanda, quando uno sciame di api abbandona improvvisamente l’alveare, è un presagio che la morte incombe sulla casa (lady Wilde, Ancient legends, pag. 181).

5 - In Irlanda, nel feretro, si uniscono a volte i piedi del morto appuntando le calze l’una all’altra; bisogna però togliere le spille prima di mettere il cadavere sottoterra, altrimenti il morto ritornerà per dire che ha i piedi legati (Curtin, Tales of the fairies, pag. 157). Anche un’altra usanza sembra ispirata al desiderio di lasciare al morto la libertà di movimento. In casa, si inchioda il coperchio della bara; quando però si è sul bordo della fossa, si tolgono i chiedi e li si mette incrociati l’uno sull’altro sul coperchio (Curtin, Tales of the fairies, pag. 156). In Scozia, mettendo il corpo nel feretro, si tagliano con le forbici tutti i cordoni del sudario (J. G. Campbell, Superstitions of the Highlands and islands of Scotland, pag. 241). Nelle Ebridi, le fasce che legano le dita dei piedi, le mani e la figura del cadavere durante l’esposizione sono tolti prima di deporlo nel feretro, perché il morto non ne sia impacciato quando andrà al Giudizio (Goodrich-Freer, More folklore from the Hebrides, Folklore, t. XIII, pag. 60). Si cuce il sudario sul corpo dei morti; questo è un privilegio riservato loro; ne risulta che non si deve mai rammendare i vestiti di una persona sulla persona stessa (ibid., pagg. 29-30). Non si deve mai inchiodare il feretro di un neonato; se lo si fa, la madre non avrà altri figli (lady Wilde, Ancient legends, pag. 214).
Altre usanze irlandesi sembrano provenire da una credenza contraria a quella. Si lega a volte un filo attorno al dito del piede di un cadavere (Haddon, A batch of Irish folklore, Folklore, t. IV, pag. 363). Il vedovo che dà alla propria moglie morta un feretro solido è sicuro di trovare immediatamente un’altra moglie (G. H. Kinahan, Notes on Irish folklore, The Folklore record, t. IV, pag. 100).

6 - Cfr. Milin, Notes sur l’Ile de Batz (Revue des traditions populaires, t. X, pag. 52).

7 - Lo sparl è un impaccio che si mette al collo dei maiali o di altre bestie, per impedire loro di infilarsi nei campi coltivati; è formato da una traversa di legno in cui sono infilati due montanti, che stringono il collo dell’animale e sono uniti dall’alto per mezzo di una cordicella. Quanto a moc’h, è il plurale di porc’hel, maiale.

8 - Segnalo a questo proposito negli archivi del Parlamento di Bretagna (25 settembre 1724. Reg. 343, f. 15 e 16) la seguente sentenza:
“Il procuratore generale riporta che... i Contadini, per seppellire i bambini, tolgono la corteccia dagli alberi per usarla come bara, cosa che fa morire gli alberi, e richiede...
“La Corte fa divieto a tutte le persone di togliere o di fare togliere le cortecce degli alberi e soprattutto quelle dei castagni, per usarle come bare per i bambini, e a tutti i parroci, i curati e preti di seppellirli in questo stato, a pena di un’ammenda di 500 l. agli uni e agli altri... E la presente sentenza sarà letta e pubblicata nelle prediche delle messe principali delle parrocchie della Provincia.”
In alcune parti dell’Irlanda, il feretro non serviva che a trasportare il morto al cimitero. A Enniscorthy (Wexford), si toglieva il morto dal feretro per seppellirlo in una fossa rivestita di zolle di erbetta. Nel Kerry, anticamente, si metteva il cadavere in un letto di conchiglie (A. S. G., Wexford folklore, The Folklore Journal, t. VII, pag. 39).

9 - Cfr. Le Calvez, La mort en Basse-Bretagne (Revue de traditions populaires, t. III, pag. 46). In Scozia, spazzare una camera dove si è trovato un cadavere deve essere fatto da una donna che ha superato l’età della procreazione e non da un uomo o da una donna giovane (G. Henderson, Survivals in belief among the Celts, pag. 299).

10 - “Se ne vedono molti che hanno grande cura di svuotare tutta l’acqua che si trova in una casa, quando qualcuno vi è deceduto, per paura che l’anima del defunto vi si anneghi” (Vie de M. le Nobletz, 1666, in H. Gaidoz, Superstitions en Basse-Bretagne au XVII siècle, Revue celtique, t. II, pag. 485). Cfr. Verusmor, Voyage en Basse-Bretagne, pag. 342.
In O. Perrin e A. Bouet (Galerie bretonne, pag. 156) è l’usanza contraria a essere menzionata. Si ha cura di tenere tutti i vasi riempiti di acqua, perché l’anima non cerchi di purificarsi nel latte, che potrebbe corrompere. Poi, quando si pensa che l’anima si sia purificata, si getta via e si sostituisce tutta l’acqua della casa. In Scozia, si versa a terra tutto il latte che c’è nella casa; si mette del ferro in tutte le vettovaglie per evitare che si corrompano; a volte si gettano fuori tutte le cipolle e il burro (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 207). In Bretagna, quando una persona moriva di cancro, si metteva sulla tavola un panetto di burro; il cancro andava nel burro e si seppelliva il panetto un’ora dopo la morte (Le Calvez, Revue des traditions populaires, t. VII, pag. 91).

11 - Fino a che l’inumazione non ha avuto luogo, non si aggiogano i cavalli, a meno che un corso d’acqua non separi dalla casa in lutto (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 207). Gli spiriti malvagi non attraversano i corsi d’acqua.
Quando un adulto muore, non si aggioga l’aratro e nessun operaio lavora finché il cadavere non è stato sepolto (R. Clark, Folklore collected in co. Wexford, The folklore record, pag. 82). In Scozia, alla partenza del convoglio funebre, si lasciano andare gli animali e se seguono il corteo, è prova della simpatia che nutrivano verso il defunto (W. Gregor, pag. 212).

12 - C’è una credenza analoga in Irlanda. Sulla tomba di una persona molto pia furono viste, si dice, delle luci (Ph. Redmond, Some Wexford folklore, Folklore, t. X, pag. 362). Sulle luci che camminano, si veda Le Rouzic, Carnac, pagg. 120-121. Cfr. l’anima mutata in fiore, che si allontana quando la si vuole cogliere e il morto che cammina davanti a voi e che non potete raggiungere (P. Sébillot, Légendes du pays de Paimpol, Revue de Bretagne, de Vendée et d’Anjou, t. XI, pag. 91). Gli esseri che si trovano sempre alla stessa distanza da chi li insegue sono frequenti nei racconti celtici. Si veda, per esempio, il mabinogi di Pwyll (Les Mabinogion, tradotto da J. Loth, 2 ediz, t. I, pag. 95) e la Presa dell’ostello di Dâ Derga (ed. Stokes, Revue celtique, t. XXII, pag. 37).

13 - Nelle isole d’Irlanda, quando una persona muore, si pongono dodici giunchi accesi attorno al letto, per impedire al Diavolo di venire a prendere l’anima; gli spiriti malvagi non possono attraversare un cerchio di fuoco (lady Wilde, Ancient legends, pag. 118).

14 - In Scozia, se si desidera non sognare di un morto, bisogna toccare il suo cadavere (K. Carson, Burial customs, Folklore, t. XI, pag. 210). Le persone che fanno parte del corteo funebre vanno a vedere il morto e toccano il suo petto o la sua fronte; senza questo, la sua immagine non abbandonerà il loro spirito (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 210). Nel Sutherlandshire, si crede che il cadavere di una persona assassinata non si corrompa fino al momento in cui lo si tocca (J. C. Campbell, Superstitions of the Highlands and islands of Scotland, pag. 243). Nelle Ebridi, se una persona posta in presenza di un cadavere non vi posa sopra la mano, dovrà vederlo di nuovo (Goodrich-Freer, More folklore from the Hebrides, Folklore, t. XIII, pag. 60).

15 - In Cornovaglia, il tocco della mano di un morto guarisce certe malattie (M. A. Courtney, Cornish folklore, The Folklore Journal, t. V, pagg. 204-205). In Irlanda, un pezzo del drappo che ha avvolto un cadavere guarisce dal mal di testa e dal gonfiore, se lo si attacca attorno alla parte malata (lady Wilde, Ancient legends, pag. 82). Una correggia di pelle tagliata sopra un morto serve a mettere in vostro potere tutte le persone su cui la poserete senza che se ne accorga (Deeney, Peasant lore from Gaelic Ireland, pag. 17). In un racconto irlandese (G. Dottin, Contes irlandaises, pag. 93), questa cinghia magica è tagliata sopra il corpo di un toro.
Una persona che ruba in un cimitero la mano di un morto ha il potere di sottrarre il burro ai propri vicini, fino a che conserva questa mano in casa propria (R. Clark, Folklore collected in co. Wexford, The folklore record, pag. 81). La mano di un bambino morto senza battesimo, che è stata disseppellita in un cimitero in nome del Diavolo, è una magia potente (lady Wilde, Ancient legends, pag. 82).
Una candela posta nella mano di un morto fa cadere in un sonno catalettico le persone presenti (lady Wilde, Ancient legends, pag. 82).
Al contrario, il toccare un cadavere da parte degli animali è considerato funesto. In Irlanda, bisogna uccidere tutti gli animali che passano sopra un cadavere esposto (L. Duncan, Further notes from county Leitrim, Folklore, t. VII, pag. 181). In Scozia, dopo una morte, si rinchiudono i polli e i gatti, perché se saltassero sopra il cadavere, la prima persona che li incontrerà in seguito diventerà cieca (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 207).

16 - In Irlanda, quanti si recano a una veglia funebre devono prendere alcune precauzioni e rispettare certi comportamenti. È bene che abbiano del sale in tasca e che ne mangino alcuni granelli per difendersi dagli spiriti malvagi (Deeney, Peasant lore from Gaelic Ireland, pag. 41). Durante una veglia, è necessario che l’orologio sia fermato, che non si rimuovano le ceneri, che si accenda la propria candela non da quella di un altro, ma con un acciarino o dal fuoco. Non si può rifiutare una pipa che un partecipante vi offre, ma bisogna tirarne almeno due boccate (Deeney, ibid., pag. 78). Le persone che sono state a una veglia funebre non devono mai prendere in braccio un bambino prima di avere immerso le mani nell’acqua benedetta (lady Wilde, Ancient legends, pag. 213).
In Galles, le veglie funebri, un tempo comuni, sono oggi scomparse (E. L. Barnwell, On some ancient Welsh customs and furniture, Archaeologia Cambrensis, 1872, pag.331).

17 - Queste traduzioni di preghiere in bretone rimato erano generalmente prese da un libro di ore un tempo molto diffuso nelle nostre campagne e che era chiamato Heuriou Briz, dal nome del suo autore, Dom Charles Le Bris, prete della diocesi di Léon e rettore di Cléder. Lo Heuriou brezonnec ha latin (Ore bretoni e latine) comparve per la prima volta nel 1760 presso Périer, a Quimper.
In Galles, dopo la morte, si organizza una veglia di preghiere presso il corpo del defunto e si tengono candele accese alle due estremità del letto nella camera mortuaria (H. C. Tierney, L’Hermine, t. XXXIV, pag. 9).
In Irlanda, alla veglia funebre, i parenti si sistemano in ordine, coi parenti più stretti presso la testa del morto. A intervalli tutti si alzano, intonano la lamentazione funebre e raccontano le virtù del defunto, mentre la vedova e gli orfani rivolgono al cadavere teneri epiteti e ricordano i giorni felici trascorsi assieme (lady Wilde, Ancient legends, pag. 119).
In Scozia, il cadavere è sorvegliato giorno e notte, soprattutto di notte, perché gli spiriti malvagi non vengano a segnare il corpo. La veglia è trascorsa a volte a leggere la Bibbia, spesso anche a fumare, a bere whisky, a mangiare pane e formaggio (che si serve verso mezzanotte) e anche a fare scherzi alle persone paurose, imitando la voce e i gesti del morto (Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 209). In Irlanda, nella contea di Leitrim, ci sono giochi che si fanno soltanto durante le veglie funebri (Folklore, t. V, pagg. 190-191). A Limerick ci si dedica a giochi di abilità dopo il levare del giorno. Nel sud dell’Irlanda, cinquant’anni fa, si giocava durante la veglia funebre a una specie di pantomima che rappresentava il combattimento di due giovani, la morte di uno di loro e la sua resurrezione grazie a un mago (lady Wilde, Ancient legends, pag. 121). Nelle Highlands, è un combattimento vero e proprio che gli amici del defunto effettuano e che continua fino allo spargimento del sangue (J. G. Frazer, Death and burial customs, Scotland, The Folklore Journal, t. III, pag. 281). Si onora il morto attraverso la quantità di bevande e di tabacco che si offre ai veglianti (G. H. Kinahan, Notes on Irish folklore, The Folklore record, t. IV, pag. 100). In una leggenda di Cr. Croker, Fairy legends, pag. 189, il narratore, descrivendo una veglia funebre e volendo darne una idea positiva, dice che non ci furono meno di tre ragazze che vi trovarono marito.

18 - Cfr. A. Le Braz, Les saints bretons d’après la tradition populaire (Annales de Bretagne, t. IX, pag. 51).

19 - Sulle antiche veglie funebri in Bretagna, cfr. O. Perrin e A. Bouet, Galerie bretonne, t. III, pag, 157.

20 - In Scozia, la notte che segue la sepoltura, si dispongono pane e acqua nella camera dove si trovava il cadavere. Il morto ritorna a prendere la propria parte. Se ci si dimentica di prendere questa precauzione, il morto non potrà riposare nell’altro mondo (Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 21). In Irlanda, c’è l’abitudine durante la notte che segue una morte di mettere all’esterno della casa un poco di cibo, un dolce abbrustolito o patate; gli spiriti vengono a mangiarlo (lady Wilde, Ancient legends, pag. 118). Si fa la stessa cosa la sera che precede il 1° novembre (ibid., pag. 140). Si veda di seguito il capitolo XIV. A volte si chiudono nel feretro delle noci che il morto mangerà, si crede (Curtin, Tales of the fairies, pag. 54).
Queste noci sono verosimilmente le noci delle fate della raccolta di tradizioni irlandesi intitolata il Dinnshenchus (Folklore, t. III, pag. 506, § 43). Si devono paragonare a queste le nocciole della saggezza e della poesia, dalla stessa raccolta (Revue celtique, t. XV, pag. 457).

21 - Cfr. E. Souvestre, Le Finistère en 1836, pag. 133.

22 - Anche il latte sembra essere particolarmente apprezzato dalle Anime (A. Le Braz, La nuit des morts, in Pâques d’Islande, pag. 307); cfr. Cambry, Voyage dans le Finistère, t. I, pag. 229: “La nazione bretone è rimarchevole per la sua pietà verso i morti. Si passano notti sulla tomba dei propri genitori, vi si versano lacrime, si compiono libagioni di latte”. Si veda anche di seguito, capitolo XIV.

23 - Allo stesso modo, in Irlanda, il sapone, la salvietta e l’acqua che sono servite al lavaggio mortuario devono essere gettate sotto un cespuglio perché non siano più usate (L. L. Duncan, Further notes from county Leitrim, Folklore, t. V, pag. 181). Nelle Ebridi, dopo la morte si bruciano le erbe marine che componevano il letto del malato (Goodrich-Freer, More folklore from the Hebrides, Folklore, t. XIII, pag. 60).

24 - In Galles, dei moribondi hanno raccontato di aver sentito voci dolci cantare nell’aria (E. Owen, Welsh folklore, pagg. 305-307).

25 - Cfr. il gwerz Sant Jorant in Luzel, Gwerziou Breiz-Izel, t. II, pag. 538.

26 - Torfado, misfatti.

27 - Si può leggere nei Gwerziou Breiz-Izel (t. II, pag. 293) una versione, purtroppo molto incompleta, di questa ballata del chierico malvagio, che godette un tempo di grande successo in tutta la zona marittima del paese di Trégor. Il nome di Olivier Hamon è lì rimasto sinonimo di “mascalzone”, di “debosciato” o meglio di fanfarone dei vizi. Questo Olivier Hamon, “nativo del cantone” (si ha cura di non specificare quale), fu destinato dai genitori al sacerdozio, fece dietrofront dopo i primi anni di studio, si fece servitore, si sposò, si mangiò la dote della moglie, percorse il paese e “morì nella pelle di un cane”.

28 - Gwin-ardant, acquavite.

29 - Nel paese del Galles è il Diavolo che compare come compagno dei giocatori di carte; la partita si svolge di solito su un ponte (E. Owen, Welsh folklore, pagg. 147-150).

30 - In una leggenda riferita da Curtin (Tales of the fairies, pagg. 149-150), un morto disteso sulla tavola per la veglia riprende vita per dichiarare di essere innocente di un incendio di cui è stato accusato; ricade morto nel momento in cui sta per dare indicazioni sull’aldilà, perché una persona presente l’ha interrotto.

31 - La fontana di san Gonéry, a Plougrescant, attira numerosi malati. Il sentiero che vi conduce è talmente frequentato che il proprietario del prato dove si trova lo ha fatto pavimentare. La vecchia nenia del santo raccomanda soprattutto la sua acqua per la guarigione dei “mali della testa”. È però molto efficace anche per la febbre, anche se meno rispetto ai pizzichi di terra presi sulla tomba del pio taumaturgo e che ci si appende al collo, in un piccolo sacchetto di tela.

32 - In Scozia, quando un temporale si scatena sulla tomba ancora aperta, significa che il defunto ha condotto una vita malvagia o ha concluso un patto con Satana (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 214).

33 - A detta dei bretoni, bisogna andare a Parigi per imparare a chiudere la porta dietro di sé.

34 - In Irlanda, il caoine, o lamentazione funebre, è composta da una lamentazione in versi, unita a un elenco delle virtù del defunto. Nelle contee di Cork e Kerry c’erano prefiche professioniste. A Limerick, la parente più prossima del defunto colpisce il feretro con una pietra che tiene in mano e intona la lamentazione (G. H. Kinahan, Notes on Irish folklore, The Folklore record, t. IV, pag. 100). Un esempio di caoine è dato da lady Wilde, Ancient legends, pag. 10. Sfortunatamente, la provenienza non è indicata con precisione e, siccome lady Wilde non conosceva l’irlandese (cfr. D. Hyde, Beside the fire, pagg. XIII-XIV), è difficile dire a chi si debba accreditare la traduzione inglese.

35 - La regione di Cap-Sizun, da Audierne alla Pointe de Raz.

36 - Non solo non bisogna parlare male dei morti, ma non bisogna neppure parlare di loro se non con rispetto. Non si pronuncia mai il nome di un defunto, in Bretagna, senza farlo seguire dalla formula Doué da pardono d’an anaon (Dio perdoni ai defunti!). In Scozia, le formule più usate sono: chuid a fhlaitheanas da, “che abbia la sua parte di paradiso”, o chuid a throcair da, “che abbia la sua parte di misericordia” (J. G. Campbell, Superstitions of the Highlands and islands of Scotland, pag. 239).

37 - È una colpa altrettanto grande dire falsità sui morti che dire falsità sui vivi (Curtin, Tales of the fairies, pag. 55). SI veda di seguito il cap. XIX, storia CIII.

38 - Sui “banditori” dei morti, si veda Le fureteur breton, t. VII, pagg. 25, 189; t. VIII, pag. 30; t. IX, pag. 32.