La leggenda della Morte
Capitolo VIII
Il funerale1
A Plestin-les-Grèves, quando ero bambino, i morti erano trasportati al paese in carretta, col parroco che li precedeva a cavallo.
Questa carretta era una carriola comune, del tipo che si usa per trasportare il grano al mercato o il letame nei campi. La si sistemava comunque in un modo speciale per l’occasione. Per esempio, si disponevano rami di salice incurvati ad arco, per formare una cupola al di sopra del feretro. Sopra questi archi si stendevano dei drappi bianchi e i cavalli o i buoi che vi erano aggiogati erano parimenti rivestiti con un drappo a guisa di gualdrappa. C’era anche un semplice drappo che ricopriva il feretro: i paramenti funebri allora non esistevano, non fra le attrezzature delle nostre chiese di campagna.
(Comunicato da mio padre, N. M. Le Braz. – Tréguier, 1898.)
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Oggi i morti non sono più trasportati al cimitero in carretta, a eccezione di qualche angolo della Basse-Cornouaille. Nei comuni che non dispongono di un carro funebre, sono portati a braccia da persone selezionate in anticipo2. Qualche volta è lo stesso moribondo che le ha scelte.
I portatori, così come le persone che reggono i cordoni e i ceri, devono appartenere alla stessa categoria sociale del defunto, il che significa che gli sposati devono essere portati da altri sposati, i giovani dai giovani, i lavoratori dai lavoratori, i marinai dai marinai. Le persone che ricevono questo incarico fanno una colletta tra loro, dopo la sepoltura, per raccogliere il denaro in vista di un “servizio funebre” per il defunto.
(Comunicato da mio padre, N. M. Le Braz. – Tréguier.)
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Quando un feretro è trasportato al cimitero su un veicolo, l’uomo che lo conduce non deve salire sul veicolo: deve procedere a piedi, tenendo per le briglie il cavallo di testa.
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Non bisogna mai dare colpi di frusta ai cavalli che tirano un carro funebre. Se si fermano3, bisogna aspettare che si rimettano in marcia spontaneamente o, in ogni caso, non stimolarli se non con la voce, parlando loro dolcemente.
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Se il veicolo con cui si trasporta il feretro al cimitero si ferma a un certo punto lungo il percorso, è segno che, negli otto giorni successivi, servirà allo stesso compito per un altro membro della famiglia del morto o, quantomeno, per un’altra persona del suo villaggio.
( Comunicato da Paul Coudray – Quimper.)
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Dal rumore che fanno le ruote della carretta mortuaria, si può dire se il morto sia già salvato direttamente, oppure no. Se girano senza sforzo, significa che andrà direttamente in cielo; se al contrario cigolano, dovrà subire una penitenza tanto più dura e più lunga, quanto più stridulo sarà il cigolio.
(Id. – Ibid.)
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Nei dintorni di Elliant e di Tourc’h, tra i Mélennic4, c’è l’usanza che alla testa del corteo funebre il parente più prossimo del defunto porti una grande lanterna a finestrelle di corno, in cui brucia un cero benedetto.
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Sull’isola di Sein, quando un marito perde la propria moglie, va a cercare i parenti più prossimi della defunta – in genere i cugini germani – per scavare la fossa. È lui stesso a indicare le misure. Concluso il lavoro, se le misure sono state rispettate, dichiara: «Questa è ben fatta.»
Dopo questo, paga da bere alla locanda. Le persone che hanno scavato la fossa sono anche quelle a cui andrà il privilegio di portare il cadavere al cimitero.
Prima che il feretro esca dalla casa in lutto, si mette sul fuoco una pentola di zuppa e, al ritorno dalla sepoltura, questa zuppa è servita a tutto il parentado, con l’accompagnamento di bicchieri di acquavite.
(Comunicato da Henri Porzmoguer. – Ile de Sein.)
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Non bisogna far passare per due volte il feretro di un morto su un ponte, altrimenti il ponte crollerà.
È per questo che a Châteaulin, dove la chiesa è situata sulla riva destra del canale5 e il cimitero sulla riva sinistra, quando qualcuno muore su questa riva sinistra, piuttosto che fargli attraversare per due volte il ponte, si celebra il servizio funebre non nella chiesa parrocchiale, ma nella cappella votiva che la fronteggia sull’altra sponda e che è conosciuta sotto il nome di “Vecchio Borgo”.
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Quando un corteo funebre si appresta ad attraversare un ponte, i preti smettono di cantare fino a che non lo hanno attraversato.
(Comunicato da Henri Coudray. – Coray.)
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Nel Léon, lungo il tragitto seguito dal corteo funebre, si fa urtare la testa del feretro contro il piedistallo di tutte le croci innalzate lungo questo cammino6.
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A Bénodet e nella regione, al momento in cui il feretro esce dalla chiesa, dopo la messa del funerale, i portatori hanno l’abitudine di farlo cozzare contro il muro7. Si comportano così, secondo alcuni, per dire addio alla chiesa in nome del morto; secondo altri, per domandare a san Pietro di spalancare le porte del paradiso per l’anima.
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I marinai di Loguivy, vicino a Paimpol, che ogni estate vanno a fare la pesca di astici all’isola di Sein, hanno l’abitudine, quando uno di loro muore sull’isola, di andare a baciare il feretro prima che esca dalla chiesa per essere inumato nel cimitero.
Cinque anni più tardi, scaduto il tempo legale, procedono alla esumazione dei resti per restituirli alla terra di Loguivy e li trasportano verso il battello su cui dovranno essere imbarcati seguendo lo stesso cerimoniale del giorno della sua sepoltura provvisoria.
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Non bisogna mai mettersi alla finestra o sulla soglia della porta, per guardar passare un funerale8, altrimenti si ha l’aria di deridere il morto, di dirgli: «Vedi, noi ce ne restiamo qui, mentre tu te ne vai là sotto». Il morto, provocato in questo modo, si vendica sempre. Il solo modo di onorarlo e di evitare la sua collera è di uscire sulla strada, inginocchiarsi a terra e chinare il capo al suo passaggio.
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L – La casa vuota.
Non bisogna mai lasciare la casa vuota durante il funerale, altrimenti il morto, le cui spoglie si crede di stare accompagnando al cimitero, resterà a sorvegliarla.
Un macellaio di Gouesnac’h doveva il prezzo di un vitello a dei fattori di Clohars. Un sabato mattina, passando a poca distanza dalla fattoria, si disse: «Ecco, farò una deviazione e mi regolerò con la vecchia Lharidon.»
Naïc Lharidon era il nome della brava donna che gestiva la fattoria assieme ai suoi due figli.
Eccolo dunque imboccare la strada che porta da lei. Entrando nel cortile, fu molto sorpreso di non vedere nessuno da nessuna parte. «Che siano tutti nei campi?» pensò. Anche la porta della fattoria era chiusa, a differenza del solito. Si azzardò ugualmente a sollevare la nottola: il battente girò sui propri cardini e si ritrovò nella cucina. Gli parve altrettanto deserta e silenziosa quanto l’esterno.
«Ehilà!» gridò. «Siete dunque tutti morti, qui?»
«Perbacco, è più o meno come dite voi,» gli rispose una voce rotta che riconobbe come quella della vecchia Lharidon.
Siccome c’era molto scuro nella stanza, domandò: «Dove siete voi, Naïc?»
«Qui, nell’angolo del focolare, macellaio.»
Si avvicinò e in effetti la vide, che rimescolava la cenere del focolare con la piccola forca di ferro di cui ci si serve in campagna per mettere sul fuoco i ramoscelli di ginestrone.
«Oh, bene,» riprese il macellaio. «Ho da fare giusto con voi. Vengo a portarvi il prezzo del vostro vitello: volete contare i soldi? Sono quattro scudi, se ho buona memoria.»
«Sì, sì, non avete che da posarli sulla tavola.»
«Come desiderate... Saluti a voi, Naïc, e alla prossima, perché sono di fretta.»
«Dio ci faccia la grazia di rivederci, macellaio.»
Non aveva mai trovato la vecchia così accomodante. Non si era neppure mossa per verificare che la somma fosse giusta, lei che di solito pretendeva volentieri più di quanto le fosse dovuto. Mentre faceva queste riflessioni, il macellaio aveva raggiunto la strada principale. Nel momento in cui la imboccava, vide giungere dalla direzione del borgo di Clohars un gruppo di persone in lutto. Tra loro c’erano i due figli Lharidon. Si fermò per salutarli al loro passaggio.
«C’è stato dunque un funerale, oggi?» domandò loro.
«Sì,» rispose il maggiore dei Lharidon, con voce triste.
«Qualcuno dei vostri parenti, forse? Dunque è per questo che ho trovato vostra madre a mescolare la cenere con l’aria così preoccupata. Non ha neppure avuto il cuore di contare il denaro che le ho portato per il prezzo del vitello.»
I due Lharidon lo fissarono inebetiti.
«Nostra madre, dite? Voi avete parlato a nostra madre?»
«Certo. Cosa c’è di tanto straordinario in questo, che voi mi guardate con quella espressione?»
«Ma è lei che abbiamo appena seppellito!»
Fu il turno del macellaio di sgranare gli occhi.
«Eppure io l’ho vista come vedo voi,» affermò.
La servitrice dei Lharidon, che era assieme a loro, disse allora: «Vi avevo avvertiti... Non bisogna lasciare la casa vuota... Adesso la morta non l’abbandonerà che al calare del sole.9»
I Lharion e il loro seguito attesero quell’ora prima di rientrare in casa. Quando entrarono in cucina, la morta se n’era andata, ma il denaro del macellaio era proprio sulla tavola e la forca per afferrare il ginestrone era posata di traverso nella cenere sopra la pietra del focolare.
(Raccontato da Joseph Mahé. – Quimper.)
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I cimiteri10.
Non bisogna mai azzardarsi nei cimiteri, di notte, per non rischiare una disgrazia. Se si è costretti, per un qualche motivo, a passarci, è tuttavia possibile farlo senza danni, a condizione che questo avvenga nelle ore dispari: le ore nove, undici e così via.
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L’albero consacrato dei cimiteri bretoni è il tasso. Non ce n’è in genere che uno per cimitero. Si dice che spinga una radice nella bocca di ogni morto11.
Nel paese di Lannion c’è l’abitudine di dire scherzosamente che «a Saint-Michel-en-Grève i morti non portano con sé le proprie unghie nella terra» (E Lomikêl-an-Trez n’a kel ho ivino gant an dud en douar). Se voi domandate il perché, vi risponderanno: «Perché sono sepolti nella sabbia.»
Il cimitero è, in effetti, è collocato sul bordo della spiaggia e, malgrado il parapetto che lo protegge, è continuamente insabbiato.
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Sulla costa meridionale di Finistère l’usanza vuole, soprattutto se si tratta di un marinaio, che si ricopra il feretro nella fossa con sabbia fine e bianca, presa dalla vicina spiaggia.
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Il morto che è appena stato sepolto non ha ancora cominciato la sua prima notte nel cimitero, che l’ultimo morto sepolto prima di lui si avvicina alla sua tomba e gli dice: «Alzati! Tocca a te fare la guardia.»
E bisogna che si alzi e faccia la guardia presso la porta del cimitero, per vegliare su quelli che vi dormono, fino a che non ci sia nella parrocchia un nuovo defunto che lo sostituisca, perché è sempre l’ultimo venuto a rivestire questa funzione12.
(Lauric Laur. – Penvénant, 1896.)
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Ci sono in generale due “guardiani dei morti”: un uomo per gli uomini e una donna per le donne. Di notte si mantengono l’uno di fronte all’altro, ciascuno su un lato dell’ingresso del cimitero.
Môn Olivier, di Camlez, rientrando molto tardi di notte dalla mietitura a Kerham, passando davanti al cimitero vide un uomo e una donna appoggiati ciascuno a uno dei piloni dell’ingresso e che sembravano nascondersi da lei.
Credette che fossero due innamorati, che si erano dati appuntamento là per conversare senza essere visti. Lei disse loro così, facendo un poco la spiritosa: «Avete scelto comunque un posto buffo, ragazzi!»
Ma le rispose una voce, che la fece fuggire alla massima velocità: «Procedete per il vostro cammino e aspettate di essere qui, prima di immischiarvi in quello che vi accade.»
(Catherine Carvennec. – Port-Blanc, 1902.)
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I carnai.
In passato c’erano carnai in tutti i cimiteri bretoni. Ne rimane ancora qualcuno, ma di cui nessuno si prende più cura13. Vi si lasciano ammuffire le “reliquie” (ar relegou) in cumuli, mescolate. Solo una trentina di anni fa le cose non andavano in questo modo. A quei tempi, quando si esumava uno scheletro, si allineavano le ossa le une sulle altre, con ordine, e si poneva la testa in una cassetta, a cui si dava talvolta la forma di un feretro, a volte quella di una cappella. Le pareti dei carnai erano guarnite da queste piccole scatole, dipinte di diversi colori: di nero se il defunto era di età matura, di bianco se era un bambino, di blu se era una ragazza. Su ciascuna si leggeva l’iscrizione funebre: Ci-gil le chef de... seguita dal nome del defunto14.
La sera di Ognissanti, dopo il “vespro dell’Anaon”, si svolgeva la “processione del carnaio”. Per i sentieri, tra le tombe, la gente si dirigeva verso l’ossario, clero in testa15. Un prete intonava l’inno lugubre: Deomp d’ar Garnel, Cristenien!... (Andiamo al carnaio, cristiani!).
La luce vacillante di qualche torcia rischiarava a tratti l’interno dell’ossario. Dalle aperture a forma di cuore che erano incise in tutte le scatole sembrava di vedere ghignare la bocca triste dei morti.
Si diceva, ai miei tempi, che durante quella notte le bocche senza labbra dei defunti recuperavano la parola e che si sentivano conversare tra loro le teste dei morti degli ossari.
«Chi sei tu?» domandava una delle teste alla sua vicina. La conversazione si estendeva e a poco a poco diventava generale.
Un vivo a cui fosse stato dato di assistervi avrebbe appreso in una sola notte tutto ciò che avveniva sull’altro lato della morte. Avrebbe inoltre sentito nominare tutti quelli che dovevano morire entro l’anno16.
(Raccontato da mio padre, N. M. Le Braz. – Tréguier.)
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LI – La curiosità di Iouennic Bolloc’h.
Iouennic Bolloc’h ebbe questa curiosità empia.
Iouennic Bolloc’h era un mendicante che non mancava né di spirito, né di intraprendenza. Aveva fatto questo ragionamento: «Se potessi avvisare in anticipo sul giorno della propria morte tutti quelli che sono destinati a morire quest’anno, potrei farmi in questo modo un bel profitto.»
Così, la sera di Ognissanti, si arrangiò per essere a Castel-Pôl (Saint-Pol-de-Léon). Aveva sentito dire che a Castel Pôl c’era non solo uno, ma dieci o venti carnai nel cimitero. Si nascose alla meglio, coricandosi nell’erba appiattito sul ventre. Attese in questa posizione il colloquio dei morti.
Voi non ignorate che a Castel PÔl gli ossari sono incastonati nelle mura del cimitero.
Un morto di uno di questi carnai si rivolse a un altro morto del carnaio di fronte.
«Amico,» disse. «Mi puoi sentire?»
Iouennic Bolloc’h sentì queste parole passare appena sopra di sé, come il soffio glaciale di una tramontana.
«Amico,» rispose l’altro morto. «Io ti ascolto, ma c’è un vivo tra di noi.»
«Lo so. È venuto per ascoltare la lista dei morti del prossimo anno.»
«Che la ascolti, dunque!»
«Che sappia che il primo della lista non ha che due minuti ancora da vivere!»
«Che sappia che il primo della lista si chiama Iouennic Bolloc’h!»
Le due voci si incrociavano attraverso la notte, rapide, sibilanti. Ogni parola che pronunciavano era come un ferro freddo nelle orecchie del povero mendicante. Non appena il suo nome fu pronunciato, egli rese l’anima. L’indomani trovarono il suo cadavere irrigidito. Si credette che il suo sangue fosse stato congelato dal grande freddo di quella notte e fu sepolto nel punto stesso in cui era morto.
(Raccontato da Jean Cloarec. – Laz, Finistère, 1890.)
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LII – Ciò che accade di notte in un carnaio.
Era la sera di una grande giornata17 a Guernoter. C’erano là, riuniti, i domestici principali di tre o quattro fattorie dei dintorni. La cena era stata abbondante e generosamente annaffiata, come era l’uso in circostanze simili. Quando tutti ebbero bevuto e mangiato a sazietà, si formò un circolo attorno al focolare; gli uomini accesero le proprie pipe, le donne si sedettero ai propri arcolai e si avviò una conversazione generale.
Da principio – questo è ovvio – si parlò degli incidenti della giornata, che era stata faticosa.
La gente di Guernoter e quella delle fattorie che le avevano dato un valido aiuto erano partiti verso le tre del mattino per Saint-Michel-en-Grève – un viaggio di cinque leghe, un lungo viaggio, quando si tratta di farlo al ritorno con carrettate piene di sabbia umida fin sopra al bordo.
A questo proposito, si parlò di cavalli; si vantò lo stallone grigio di Roc’h-Laz, il più forte cavallo da tiro che ci fosse nei dintorni; poi si passò a dire qualche parola sui paesi che avevano attraversato. Ciascuno fu d’accordo che il miglior sidro di osteria si beveva presso i Moullek, a Ploumilliau.
«Sì,» commentò Maudez Merrie, uno dei “ragazzi”, «e se solo me ne dessero ogni giorno una dozzina di bottiglie da bere, io andrei volentieri a sostituire l’Ankou di Ploumilliau per una settimana o due.»
«Non scherzate in questo modo, Maudez,» disse la signora di Guernoter. «Potreste avere a che fare con l’Ankou più presto di quanto vorreste.»
Questa riflessione di Marie Louarn fu sufficiente a indirizzare la conversazione verso i fatti della morte. Una servitrice citò l’esempio di qualcuno che si era fatto beffe di Ervoanic Plouillo e che era stato trovato annegato la sera stessa.
«Tutte queste sono storielle da donna,» ridacchiò uno degli aiutanti.
«I morti sono morti,» aggiunse un altro. «Un morto non può niente contro un vivo.»
«Ciò non toglie,» riprese la servitrice, «che se vi proponeste di passare la notte nel carnaio, poi non parlereste in modo così sbruffone.»
Tutti i ragazzi se ne lamentarono in coro.
Quando gli uomini hanno l’alcol sotto il naso, fanno in fretta a mangiarsi il diavolo e le sue corna.
Sì, a parole! Perché con le azioni non sono poi così coraggiosi.
Lo si poté vedere bene quella sera a Guernoter.
Yvon Louarn, il padrone di casa, non aveva bevuto che con moderazione, per far ubriacare meglio tutti gli altri. Se ne stava accucciato nell’angolo del focolare e da là ascoltava, molto più di quanto parlasse. Sentendo i giovani ridere della sfida, che era stata proposta dalla servitrice, intervenne.
«Ebbene,» dichiarò, fingendo una grande serietà, «non sia detto che io ho perso una così bella occasione per mettere alla prova degli intrepidi del vostro valore. Darò domattina uno scudo da sei franchi a chi tra voi avrà il coraggio di trascorrere tutta questa notte nel carnaio.»
I giovani si guardarono tra loro, ridendo di un riso forzato, facendo finta di volgere la cosa in un semplice gioco. Due o tre raggiunsero la porta, come per soddisfare un bisogno.
«Andiamo!» insistette Yvon Louarn. «Provate! Ho detto uno scudo da sei libbre. Uno scudo da sei libbre da guadagnare in una sola notte! Non vi capiterà spesso una simile occasione. Chi si decide?»
Nessuno si decideva. Tutti cercavano una scappatoia. Fu Maudez Merrien che la trovò per primo.
«Io accetterei la scommessa,» disse, «se il viaggio non fosse stato così arduo e lungo. Ma stasera, Yvon Louarn, io non donerei per venti scudi di sei libbre il mio letto di pula di avena nella scuderia di Mezou-Meour.»
E con questo si alzò.
Gli altri si dichiararono d’accordo e si preparavano a imitare il suo esempio.
Il signore di Guernoter stava senza dubbio per scoccare qualche frecciatina ironica, quando dal mezzo delle donne una vocina chiara si fece sentire.
«Signore,» disse la vocina, «dareste a me, come a uno di loro, i sei franchi, se facessi quello che loro non osano fare?»
Ad azzardare questa domanda era una ragazzina di tredici o quattordici anni, ma così gracile, così minuta, che non ne avrebbe dimostrati neppure dieci. La chiamavano Mônik, semplicemente. Non aveva un cognome, perché non si erano mai conosciuti i suoi genitori. Era una “figlia dell’avventura”. L’avevano accolta nella fattoria per pietà; la impiegavano come vaccara. Non aveva come salario che il suo vitto e i suoi vestiti. Di solito, non alzava mai la voce durante le serate, dove era occupata a dipanare il filo che le altre servitrici avevano filato; svolgeva il suo incarico in un angolo, in silenzio: al massimo la sentivano bisbigliare qualche preghiera mentre lavorava, perché era devota, lo spirito sempre proteso verso le cose della religione.
Grande fu la sorpresa della fattoressa Marie, quando vide la lingua di Mônik sciogliersi così fuori di proposito. «Ascoltate dunque questa smorfiosa!» gridò. «Si ha proprio ragione a dire che il desiderio di soldi è la disgrazia delle anime. Ecco una sventurata che, per sei libbre, sarebbe pronta a dannarsi, se glielo lasciassero fare! Non provate dunque vergogna, piccola piedi-nudi che non siete altro?»
«Credete, signora, che se guadagnerò questi soldi, non ne farò un cattivo uso,» rispose umilmente la piccola guardiana di vacche.
«Tu ne farai l’uso che ne vorrai,» disse il fattore, «a condizione che lo guadagnerai. Io non sono arrabbiato a vedere una ragazzina come te accettare una sfida davanti a cui questi uomini indietreggiano. Soltanto, noi ti accompagneremo fino al carnaio, chiuderemo la porta dietro di te e tu non ne uscirai che domattina, all’alba, quando torneremo ad aprirti.»
Così fu fatto, malgrado le proteste indignate di Marie Louarn.
Il carnaio era pieno di ossa, ma non appena Mônik fu entrata, le ossa si accatastarono contro i muri e si impilarono le une sulle altre, per lasciare uno spazio dove lei si potesse coricare come nel proprio letto.
Mônik cominciò inginocchiandosi, invocò la protezione delle anime defunte, poi si distese senza timore sul suolo di terra umida che sapeva di morte.
Non appena si fu distesa, un torpore delizioso riempì tutte le sue membra e una musica dolce, lontana, cominciò a mormorare attorno a lei, come per cullarla.
Non si accorse più di essere in un ossario. Era altrove, ma non sapeva dove, in un paese tutto blu, tutto blu. Non distingueva alcunché. Cercava di aprire gli occhi per vedere, ma le sue palpebre erano così pesanti, come se fossero state di piombo.
Dormì così tutta la notte, di un sonno soprannaturale. All’alba fu sorpresa di ritrovarsi nel carnaio. La porta era aperta e il signore di Guernoter disse alla ragazzina: «Eccovi lo scudo di sei libbre, Mônik. È vostro: ve lo siete ben guadagnato.»
«Vi ringrazio, mio padrone,» rispose la bambina.
E si recò in chiesa con la moneta bianca. Il parroco si trovava nel confessionale: lei lo andò a trovare, gli raccontò ciò che aveva fatto e, consegnandogli il denaro, lo pregò di recitare una messa alle intenzioni dell’anima del purgatorio che ne aveva più bisogno.
«Forse sarà uno dei miei genitori sconosciuti che ne beneficerà,» aggiunse lei. «È per questo che ho sempre sognato, da quando ho raggiunto l’età della ragione, di avere per me qualche soldo. Le anime defunte lo sapevano. Per questo mi hanno protetta stanotte.»
«Ebbene,» disse il parroco, dandole l’assoluzione, «sarete subito accontentata. La messa che reciterò sarà la vostra.»
Mônik vi assistette devotamente e prese parte alla comunione.
Conclusa la messa, mentre si avvicinava all’uscita, con animo leggero, per raggiungere Guernoter, si incrociò nel portico con un uomo dai capelli bianchi; sembrava vecchio come la terra, eppure aveva il corpo dritto, una camminata sciolta. Avvicinò la ragazzina con profonda riverenza.
«Giovane signorina, portereste questo biglietto a Kersaliou?»
«Sì, certo, uomo venerabile,» rispose lei, prendendo il biglietto che le porgeva.
Il vecchio aveva un sorriso così buono e la ringraziò con tanta tenerezza, che Mônik credeva ancora di vedere il suo sorriso e sentire il suo ringraziamento, mentre si incamminava verso Kersaliou, e non ebbe mai nel cuore una gioia tanto dolce.
«Che bella figura aveva,» pensava.
Kersaliou era un nobile maniero, da cui dipendeva prima della Rivoluzione il dominio di Guernoter. Un viale di grandi faggi conduceva là. Quando la piccola vaccara s’incamminò sul viale, le foglie dei faggi cominciarono a mormorare, a mormorare, e quasi a cantare, come se ognuna di esse fosse stata un uccello.
«Non so,» si disse Mônik, «ma mi sembra che oggi mi succederà qualcosa di estremamente felice. Ho come il presentimento che questo incontro col vegliardo mi porterà fortuna.»
Stava per entrare nel cortile di Kersaliou, quando si trovò a faccia a faccia col proprietario del maniero. Lei gli diede il buongiorno.
«Dove andate così, piccola mia?» le domandò lui.
«Da voi, Signore di Kersaliou.»
«E cosa andate a fare da me?»
«Vi porto questo biglietto che mi è stato consegnato per voi.»
Gli raccontò la propria avventura nel portico e come il vecchio le fosse sembrato bello, malgrado la sua grande età.
«Lo riconoscereste, se vi facessi vedere un suon ritratto?» la interrogò il gentiluomo che, alla lettura del biglietto, era subito diventato tutto pallido.
«Certo che sì, lo riconoscerei.»
«Allora venite.»
La condusse nel maniero e gliene fece percorrere tutte le camere. Benché Kersaliou fosse molto decaduto dal suo antico splendore, gli appartamenti che vi erano conservavano ancora un’aria molto impressionante. Alle pareti, in grandi cornici arricchite da dorature, erano appesi ritratti che rappresentavano gli illustri personaggi della nobile casa di Kersaliou.
L’attuale signore guidò Mônik dall’uno all’altro. Davanti a ognuno, domandava: «È lui?»
«No,» rispondeva lei, «non è ancora quello.»
Sfilarono così davanti a tutti. Mônik aveva guardato con estrema attenzione, ma in nessuno di essi riconosceva l’imponente e venerabile figura del vecchio incontrato sotto il portico.
Il signore di Kersaliou si fermò per un momento senza dire alcunché, l’aria pensierosa e delusa.
Tutto a un tratto si colpì la fronte. «Seguitemi nel solaio!» ordinò alla ragazzina.
Questo solaio era pieno di una montagna di cose di epoche passate. C’erano là vecchi tendaggi a brandelli, vecchie statue mutilate, vecchie tavole crivellate di buchi. Il gentiluomo si mise a frugare in mezzo a queste tavole. Man mano che le liberava da tutto questo guazzabuglio, le tendeva a Mônik, che le puliva col retro del suo grembiule.
«Eccolo!» gridò all’improvviso la piccola.
Aveva riconosciuto i tratti del vegliardo, benché il colore fosse un poco rovinato.
«Va bene,» disse il signore di Kersaliou. «Scendiamo adesso nel mio studio.»
Là aprì un grosso libro in cui erano scritti tutti i nomi dei membri della sua famiglia e, dopo averlo consultato, disse: «Mia cara, ascoltatemi. Il vecchio che avete incontrato sotto il portico era il padre-dolce18 di mio nonno. È morto da più di trecento anni. Da trecento anni languiva nelle fiamme dell’inferno, per mancanza di una messa. Questa messa doveva essere pagata da un povero spontaneamente, coi propri miseri soldi. È quanto voi avete fatto, come testimonia il biglietto che voi mi avete consegnato e che è nella scrittura del defunto. Grazie a voi, il mio antenato di sesta generazione è stato salvato. Mi incarica di ricompensarvi in un modo degno di lui e degno di voi. D’ora in avanti, non servirete più in un luogo che non sia la mia casa. Vi prometto che qui sarete trattata con riguardo. Ditemi solo se acconsentite a quanto io vi propongo.»
La povera piccola guardiana di vacche era così lontana dall’aspettarsi una simile fortuna, che rimase come incollata sul posto, incapace di proferire parola.
Ma il signore di Kersaliou indovinò facilmente che erano lo sbigottimento e la gioia a renderla muta.
A partire da quel giorno, visse al maniero. Vi trovò la felicità ma, come diceva Yvon Louarn di Guernoter per lo scudo di sei libbre, se l’era proprio guadagnata19.
(Raccontato da Marie-Louise Bellec, sarta. – Port-Blanc.)
***
LIII – La ragazza col sudario.
Era nei dintorni di Morlaix, in un luogo di cui non so più il nome. C’era là una locanda gestita da un uomo e dalla moglie. Come domestica non avevano che una giovane serva, una ragazza di umore allegro, pronta a ridere e a scherzare.
Una sera, due giovani uomini della contrada vennero a mangiare alla locanda. Invitarono a bere con loro il locandiere, sua moglie e la servitrice. All’inizio si parlò, come tra gente che si conosce, poi qualcuno propose una partita a carte, che fu accettata.
Quando si gioca, il tempo passa veloce.
I due giovani furono sgradevolmente sorpresi di sentire tutto a un tratto scoccare le ore undici. Avevano una buona lega di cammino da fare, per rientrare a casa, e una pessima strada.
«Diamine!» disse uno di loro. «Ci troveremo fuori a un’ora poco cristiana... Che ne pensi tu, Jacques?»
«Sì, Fanch,» rispose l’altro, «non è una buona cosa percorrere le strade a un’ora simile. Per parte mia, non mi sento affatto tranquillo.»
«Ebbene,» intervenne l’oste, «perché non restate qui a dormire?»
La serva protestò subito. Non aveva probabilmente alcuna voglia di dover rifare un altro letto, prima di poter raggiungere il proprio.
«Vorrei proprio vedere una cosa simile,» disse con un tono di aspra derisione. «Come! Voi siete in due, siete entrambi nel fiore degli anni, avete un aspetto vigoroso, un pugno robusto, e non osate viaggiare di notte! In verità, fino a oggi avete goduto della reputazione di essere i più fieri del paese nella lotta, ma adesso vedo bene che voi non ne avete che la reputazione.»
«Nella lotta,» rispose Jacques, «ci si misura coi vivi. Quelli non li temo affatto.»
«Dunque è dei morti che avete paura? Voi ce la date a bere! Siate tranquilli! I morti stanno bene dove sono. Non solo loro che verranno a cercare briga da voi.»
«Questo si è visto più di una volta,» disse Fanch.
«Sì, nelle storie delle comari!»
«Non parlate così, Katic,» disse la locandiera, che era scandalizzata dall’incredulità della sua serva. «Ve ne verrà male.»
«Io, grazie a Dio,» riprese la serva, «non ho di queste paure stupide. Io camminerei in un cimitero con tanta sicurezza che su una grande strada, e a tutti le ore della notte come a quelle del giorno.»
I due giovani uomini esclamarono con una sola voce: «Questo a parole! Ma quando si tratta di farlo...»
«Anche subito, se volete!» rispose Katic, punta nell’amor proprio. «Ecco, il cimitero non è lontano, perché non c’è che la strada da attraversare. Scommettiamo che io farò tre volte il giro della chiesa, cantando e senza camminare di fretta.»
«Sciagurata!» disse la locandiera. «Volete dunque provocare l’Ankou?»
«No, voglio solo mostrare a questi due imbecilli che io, che non sono che una donna, ho più “temperamento” di loro.»
«Noi accettiamo la scommessa,» risposero Jacques e Fanch, poco contenti di vedersi trattati così da imbecilli. «Noi accettiamo la scommessa, qualunque cosa accada.»
«Seguitemi tutti, dunque. Voi resterete sui gradini della scalinata del cimitero. Da là giudicherete e non sarà possibile alcun inganno.»
«Per me, io non uscirò proprio,» disse la locandiera. «Quello che farete voi è contro la legge di Dio.»
Il marito accompagnò i due giovani uomini. Tutti e tre salirono i gradini della scalinata che portava al cimitero e si fermarono là, all’esterno, mentre Katic, la serva, oltrepassava la scalinata e s’incamminava verso la chiesa lungo il viale di sabbia, tra le tombe.
Nella notte chiara, la luna saliva.
Giunta presso la chiesa, Katic cominciò a farne il giro, camminando al passo di gente in processione. Si sentiva la sua voce, pura e fresca come acqua di sorgente, che cantava la canzone allegra: Ni ho salud, Rouanès ann elé... (Noi vi salutiamo, Regina degli angeli).
Fece così il giro della chiesa una prima volta, poi una seconda.
Il locandiere disse ai due uomini: «Ormai ha vinto la sua scommessa. Andiamo a berci una bottiglia, mentre aspettiamo che ritorni.»
Rientrarono alla locanda.
Katic nel frattempo cominciava il terzo giro. Mentre passava davanti al portico, vide la porta di fronte20 spalancata. Gettò uno sguardo rapido verso l’interno della chiesa. Il catafalco era nel mezzo della navata, come nei giorni di un funerale o di una messa funebre, e sul catafalco era disteso un sudario. Tutto attorno, i ceri bruciavano nei grandi candelabri d’argento.
Katic pensò subito: «Jacques e Fanch, indispettiti, hanno immaginato di farmi paura. Hanno acceso i ceri e gettato un drappo bianco sul catafalco.»
Eccola prendere il drappo, completare il suo giro e tornare alla locanda.
«Tenete,» disse lei, «vi riporto il vostro drappo. Non sono così facile da spaventare come un passero.»
Il locandiere e i due uomini si guardarono tra loro, persuasi che Katic avesse perso la testa.
«Oh! Non fate i sorpresi,» riprese lei. «Siete voi che avete gettato il drappo sul catafalco e siete sempre voi che avete acceso i ceri. Non mi catturerete con un po’ di vischio.»
«Katic,» disse il locandiere, «non solo noi non siamo stati in chiesa, ma non siamo neppure entrati nel cimitero.»
«Voi vedrete che questo finirà male!» disse dal proprio letto la padrona di casa, che era andata a coricarsi. «Coricatevi accanto a me, Katic, e domani, se mi crederete, andrete al confessionale.»
Il locandiere accompagnò i due giovani nella sua camera; Katic divise il letto della sua padrona.
Non dormirono né l’una, né l’altra. Ogni volta che Katic cercava di tirare verso di sé le lenzuola, mani invisibili la scoprivano. Cominciò a rimpiangere la sua bravata. Attendeva il giorno con impazienza. Non appena comparse, si alzò e corse in chiesa. Il parroco era in sacrestia, dove stava indossando la sua alba per la prima messa.
«Signor parroco,» lo supplicò. «Vogliatemi confessare subito!»
Il prete la fece inginocchiare nella stessa sacrestia. Lei gli confidò, senza omettere alcun dettaglio, tutti gli avvenimenti della notte.
«A che ora, figlia mia,» domandò lui, «avete notato che la porta era aperta?»
«Poteva essere mezzanotte o dintorni.»
«Trovatevi nello stesso luogo, stasera, a mezzanotte. Riporterete il sudario e avrete cura di procurarvi un ago e un gomitolo di filo spesso. Distenderete il sudario sul catafalco...»
«Non oserei mai, signor parroco!»
«Ma è necessario, figlia mia. Vedrete un morto distendersi sul sudario...»
«Oh!»
«Lo avvolgerete subito e ve lo cucirete.»
«Non oserei mai, signor parroco! Preferirei morire...»
«Non parlate così, Katic. Se morirete adesso, sarete dannata. Non bisognava osare ieri, così non avreste dovuto osare oggi. Tuttavia, abbiate coraggio. Non sarete da sola. Vi assisterò io.»
«Grazie, signor parroco!»
«Cercherete di cucire velocemente, molto velocemente. Quando non vi resteranno che tre o quattro punti da dare, direte a voce alta a sufficienza per farvi sentire da me: “Ho finito!” Non dimenticatevi questa raccomandazione, è essenziale.»
«Vi obbedirò punto per punto, signor parroco.»
Un poco prima di mezzanotte, Katic era in chiesa. Come il giorno precedente, il catafalco occupava il centro della navata e sui grandi candelieri d’argento i ceri si consumavano.
«Mio Dio! Mio Dio!» mormorò la povera ragazza. «Datemi forza e coraggio.»
Dispiegò il drappo che aveva riportato e lo dispose propriamente sopra il catafalco.
Solamente allora si accorse che quel drappo era vecchio, che era ammuffito e che vermi si intrecciavano come fili nella trama.
Fece appena in tempo a disporlo, che Katic vide arrivare un cadavere mezzo putrefatto. Lo vide issarsi fino alla piattaforma del catafalco e coricarsi sopra il sudario. Katic si affrettò a sollevare gli angoli della tela e a cucire, a cucire.
Il parroco era là, chiuso nel suo confessionale, che attendeva. Domandava di tanto in tanto: «Siete quasi alla fine, Katic?»
«Non ancora,» rispondeva lei.
A un tratto gridò: «Ho finito!»
«Dio vi renda la pace!» dichiarò il prete e si dipartì dalla chiesa. Sulla soglia, si girò e disse: «Adesso tocca a voi e al morto di spiegarvi faccia a faccia.»
Rientra nell’ordine delle cose che il giorno spunti, anche sulle peggiori scene. Quando l’indomani mattina lo scaccino venne a suonare l’Angelus, trovò il catafalco nel mezzo della navata, benché fosse certo di averlo sistemato il giorno prima in una delle navate laterali. Tutto attorno, giacevano sparse le membra a brandelli di un giovane corpo21. Le lastre erano macchiate di sangue. Ne erano zampillati degli schizzi fino sui capitelli delle colonne.
Lo scaccino corse al presbiterio. Raccontò al parroco ciò che aveva appena visto.
«Dio sia lodato!» disse il prete. «Andate ad annunciare ai suoi padroni che Katic è morta, ma allo stesso tempo assicurate loro da parte mia che si è salvata22.»
(Raccontato da Marie-Louise Bellec. – Port-Blanc.)
***
LIV – La cuffia della morta.
Non saprei dirvi esattamente quanto tempo sia passato da questo fatto. Si tratta di quando Louis, figlio di mio zio Jean, si era incaricato di fornire alcune miglia di paglia a un albergatore di Pontrieux. Questa paglia l’aveva comprata lui stesso al maniero di Guern, a Servel. Si era accordato coi giovani del maniero per comporre il carreggio, che era formato da quattro carrette. Le strada era lunga da Servel a Pontrieux, ma le locande sono numerose, per cui le tappe sono brevi. I nostri trasportatori della paglia non mancarono di sbevazzare allegramente. Tutti giovani, avevano una buona testa e una gola larga. A Pontrieux, fatta la consegna, si andò a nozze; e se al ritorno le carrette erano vuote, i conducenti, al contrario, erano un po’ più pieni.
Finché durò il giorno, dicevano sciocchezze e cantavano canzoni. Giunta la notte, si azzittirono, camminando silenziosi accanto alle loro bestie. Ma sapete anche voi che non c’è peggiore ebbrezza di quella che cova all’interno.
Mentre noi stavamo attraversando il borgo di Pommerit, passata l’undicesima ora, mio cugino Louis gridò: «Che io sia maledetto! Le ragazze di Pommerit avevano un tempo la fama di essere delle buone danzatrici della notte. Adesso vanno forse a dormire con le galline?»
«Ragazzo, tu hai mentito,» rispose il figlio maggiore di Guern, «perché eccone qui una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto che danzano, santo cielo, così delicatamente al chiaro di luna!»
Puntava con le dita, nel recinto del cimitero che sovrastava la via, delle forme nere che sembravano, in effetti, oscillare dolcemente come delle bretoni che danzano.
«Hah!» gli disse uno dei suoi fratelli. «Quelle che tu prendi per danzatrici sono le croci delle tombe. Tu le vedi muoversi solo perché tu barcolli.»
«A meno che non siano le chiome di cipressi che ondeggiano sopra le sepolture dei nobili,» disse un altro.
«Questo è ciò che andremo a scoprire!» urlò il figlio maggiore di Guern, precipitandosi sui gradini della scalinata, che scavalcò con un balzo.
Quando riapparve, un istante dopo, stringeva una cuffia bianca nella mano.
«Chi è che aveva ragione?» dichiarò lui. «Soltanto, ecco qui: l’occasione è perduta; gli allegri uccelli della notte se ne sono volati via.»
Così dicendo, s’infilò la cuffia in una tasca.
Per tutta la lunghezza della strada, poi, lo si sentiva ripetere a se stesso: «Piccola cuffia di tela fine, com’era dunque grazioso il viso che tu incorniciavi! La bella ragazza, in verità! Io non desidero che una cosa: che lei venga a reclamarti da Guern.»
Quando le bestie furono staccate e le carrette posteggiate nel cortile del maniero, il primo desiderio di ciascuno fu di andarsi a coricare. Si era intontiti di bevande e distrutti di fatica. Lo stesso figlio maggiore dormiva in piedi. Tuttavia, non raggiunse il suo letto se non dopo aver religiosamente piegato la cuffia in un angolo del suo armadio.
Al risveglio, fu di nuovo a quella che pensò subito.
Facendo girare la chiave nell’armadio, ripeteva il suo ritornello del giorno prima: «Piccola cuffia di tela fine, com’era dunque grazioso il viso che tu incorniciavi!...»
Ma il battente non fece in tempo ad aprirsi che lui gridò... un grido di stupore, di angoscia, di spavento, da farvi drizzare i capelli sulla testa!
Tutti quelli che si trovavano nell’alloggio accorsero. Al posto della bianca cuffia di tela fine c’era una testa di morto. E sulla testa rimanevano dei capelli, lunghi e fini capelli, che dimostravano che era la testa di una ragazza.
Il figlio maggiore era così pallido che sembrava verde. Tutto a un tratto disse con collera, facendo finta di ridere: «Ecco, è uno tiro malvagio che qualcuno mi ha voluto giocare. Al diavolo questa testa!»
Già protendeva la mano per afferrare la testa e gettarla di fuori23. Ma in quel momento le mascelle si aprirono orrendamente e si sentì una voce che ridacchiava: «Ho fatto come desideravi tu, ragazzo: sono venuta da Guern a reclamare la mia cuffia. Non è colpa mia se tu hai cambiato idea, da ieri.»
Vi prometto che il figlio maggiore di Guern non rideva più e che la collera gli era passata, come si abbatte il soffio del vento quando la pioggia cessa.
Sua madre, che si teneva dietro di lui, lo prese per la manica della veste. «Jozon,» mormorò, «ti sei comportato come un folle. Vai subito, per favore, a presentarti al presbiterio. Non c’è che il vecchio parroco che possa sistemare tutto questo.»
Il giovane non se lo fece dire due volte. Aveva fin troppa fretta di liberarsi da questa brutta situazione. Una mezz’ora dopo accompagnava il parroco. Il degno prete tracciò qualche segno della croce, mormorò qualche parola in latino, poi prese la testa di morto e la mise tra le mani del giovane.
«Vai a riportarla al carnaio di Pommerit,» gli ordinò, «da dove è venuta. Ve la collocherai allo scoccare della mezzanotte. Prendi però la precauzione di farti accompagnare da un bambino non ancora battezzato24. Gaud Keraudrenn, della frazione vicina, ha proprio partorito la notte scorsa. Recati prima di tutto da lei e pregala da parte mia che ti affidi il suo neonato. Dio ti conceda la grazia di rimediare al tuo errore.»
La sera dello stesso giorno, Jozon du Guern ripartì per Pommerit, una testa di morto in una mano, un neonato sotto l’altro braccio. Inoltre, non canticchiava più: «Piccola cuffia di tela fine...»
Come si dice, non aveva paura. Marciava però in fretta e a mezzanotte suonata risistemò la testa di morto nel carnaio da dove era venuta.
Tra le sue braccia, il piccolo neonato gemeva per il freddo, benché si fosse sforzato di avvolgerlo per bene col panno della sua veste.
«Ah!» gridarono in coro tutte le ossa del carnaio. «Hai avuto una bella idea a farti accompagnare da quel bambino! Se non fosse che noi non abbiamo il diritto di privarlo del battesimo, le tue ossa e le sue, Jozon du Guern, sarebbero già disperse in mezzo alle nostre!»
L’indomani il giovane assistette, in qualità di padrino, il neonato di Gaud Keraudrenn sul fonte battesimale di Servel. Rientrato a casa propria, però, non fece che deperire. La morte l’aveva guardato troppo da vicino. Non superò l’anno25.
(Raccontato da Pierre Simon. – Penvénan, 1889.)
***
La parte di cimitero riservata ai suicidi26, ai protestanti e ai bambini morti senza battesimo si chiama il “cimitero nero” (ar verred dû), oppure “il cimitero non battezzato” (ar verred disvadé).
***
LV – Il sudario di Marie-Jeanne.
Marie-Jeanne Hélary viveva sola, da molti anni, in una piccola casa ai bordi della spiaggia. Trascorreva il tempo a filare sulla soglia della porta. Non aveva gioie più grandi di vedere bella biancheria, filata da lei e tessuta dal tessitore del paese, impilarsi sulle mensole dell’armadio.
Una sera si ammalò, si coricò e non si alzò più.
Come vicini non aveva che i Rojou, la cui fattoria si trovava un quarto di lega più in là nella campagna. La povera vecchia dovette morire sola, come aveva vissuto.
L’indomani, il fattore Gonéri Rojou, essendo andato a raccogliere alghe sulla spiaggia, si stupì di vedere chiusa la porta di Marie-Jeanne. «Forse sarà partita in pellegrinaggio,» pensò. Riferì la cosa alla moglie, rientrato.
Trascorsero due giorni. Il terzo giorno, la signora Rojou disse al marito: «Vado a fare un giro dalle parti di Marie-Jeanne, per vedere se è rientrata.»
Quando arrivò alla casa della vecchia, trovò la porta ancora chiusa. Le venne l’idea di guardare dalla finestra. Vide allora una cosa molto triste. La metà del corpo di Marie-Jeanne Hélary pendeva giù dal letto e la sua testa era posata sul comodino.
La signora Rojou corse d’un fiato alla fattoria. «Prendi una leva e seguimi,» disse tutta ansimante al marito.
La leva serviva ad aprire la porta della casa. L’odore della morta infettava l’aria e la sua carne cadeva già in putrefazione. Rojou e la moglie la tolsero subito dal letto e la distesero sulla tavola.
«La seppelliremo subito,» disse l’uomo. «Guarda se non trovi nell’armadio qualche pezzo di stoffa appropriato, perché le lenzuola del letto sono sporche e quasi a brandelli.»
La signora Rojou aveva appena aperto l’armadio che rimase meravigliata, come in estasi. L’armadio era stipato di biancheria tutta nuova, che profumava di lavanda, e che era bianca come la neve e delicata al tocco come la seta.
«Oh, che bell’armadio!» gridò la signora Rojou.
E lo Spirito maligno le sussurrò subito una malvagità.
Voi sapete bene come le massaie amino le belle lenzuola e come si inorgogliscano a ogni bucato di sentirle schioccare al vento, sull’erba dei prati, per poi vederle disposte in alte pila sulle mensole, negli armadi di quercia. Il sogno della signora Rojou era sempre stato di potere, come la vecchia Marie-Jeanne, passare le proprie giornate a filare un lino fine, da vedere poi trasformato in tela fine. Ma la “povera”, ahimè!, aveva fin troppo da fare coi suoi lavori, attorno al suo uomo, ai suoi quattro figli e alle bestie che accudiva come fossero persone. Dopo dodici anni che era sposata, il suo arcolaio languiva in un angolo della cucina e, in fatto di tela, non c’era a casa sua che della tela di ragno.
Quindi lo Spirito maligno le disse: «Signora Rojou, tu sei sola con tuo marito nella casa della defunta. Nessuno ancora, nella zona, sa che la vecchia è morta. Nessuno poi ha la minima idea di cosa contenga il suo armadio. Nessuno sarà sorpreso di averlo trovato vuoto. Nessun erede lo reclamerà, perché Marie-Jeanne Hélary viveva sola e raccontava lei stessa di avere perso tutti i suoi parenti. Ciò che lascia se ne andrà a rotoli, diventerà preda dello Stato, del “governo”, che da solo è già più ricco di tutti e che non ha mai fatto alcunché per Marie-Jeanne Hélary. Tu, al contrario, ti sei sempre mostrata servizievole verso di lei, ti stai anche adesso occupando di renderle gli estremi doveri. Non è giusto che ti prendi la tua parte di quello che c’è in casa e di cui lei non ha più alcun bisogno?»
Così parlò il diavolo, l’eterno tentatore.
Lénan Rojou era una donna onesta, ma era la figlia di sua madre e sua madre era figlia di Eva, e ascoltò il suggerimento del demone.
«Oh! Oh! Gonéri!» disse lei. «Non sono certo i sudari che mancano. Ce ne sono qui per seppellire cento cadaveri. Guarda tu stesso!»
Come la moglie Gonéri Rojou ne fu estasiato.
«Se tu volessi,» riprese lei, «avremmo per noi tutta questa bincheria, salvo quella necessaria per fare un “drappo di morte” per la vecchia Marie-Jeanne.»
«Dopotutto,» osservò Rojou, «perché altri e non noi?»
«Ce n’è abbastanza per ricavarne sei dozzine di belle lenzuola per il letto, altrettante tovaglie per avvolgere il pane27, e almeno ottanta camicie da uomo, da donna e da bambino. Tu non lo pensi, Gonéri?»
«Sì, altroché. Ascolta, tu resterai qui a vegliare la vecchia. Io sposterò i drappi di stoffa e li porterò a casa nostra. Nessuno lo vedrà o lo sentirà. Te ne lascio soltanto uno, con cui tu preparerai il sudario, mentre io farò il mio viaggio.»
E Gonéri Rojou si affrettò a partire, carico come un asino. Ancora non sentiva il peso del proprio peccato, che avrebbe dovuto gravare sulle sue spalle più di tutto il resto.
Nel giro di una mezz’ora era di ritorno.
Il cadavere di Marie-Jeanne Hélory attendeva ancora il proprio sudario. Lénan Rojou, in ginocchio su un pezzo di tela disteso a terra, teneva un paio di forbici nella mano destra, ma non si decideva a usarle.
«Diamine!» gridò Gonéri dalla soglia. «Non sembra che tu ti sia data molto da fare.»
«Tuttavia,» rispose Lénan, «sarebbe un gran peccato guastare una tela così bianca per un povero cadavere che va in putrefazione. Non pensi che la vecchia Marie-Jeanne preferirebbe dormire, una volta morta, nelle lenzuola in cui si era distesa da viva?»
«Forse hai ragione tu,» disse Rojou che, come molti mariti, impegnati dal duro lavoro dei campi, lasciava alla moglie il compito di pensare per se stessa e per lui.
Fu così deciso che non avrebbero sporcato il pezzo di tela nuova e che avrebbero seppellito la vecchia nelle sue vecchie lenzuola.
Così fu fatto.
La sera stessa, la campana suonò per il decesso alla chiesa del paese. Un falegname portò il feretro; Marie-Jeanne vi fu coricata mezza nuda e in gran fretta, perché puzzava parecchio. Gonéri Rojou si era incaricato di tutte le spese del funerale e della sepoltura. In tutto il paese fu lodata la sua generosità. La domenica successiva, il parroco lo esaltò dal pulpito, lui e sua moglie, raccomandando entrambi come esempio di assistenza come perfetti figli di Gesù Cristo.
Non si mostrarono orgogliosi di queste lodi, il che fu ancora più ammirato in loro.
In fondo, non avevano la coscienza tranquilla. Lénan, lei, si consolò molto facilmente dei propri rimorsi. Le bastava contemplare il bello spettacolo che presentava nel suo armadio, in precedenza così vuoto, la biancheria di Marie-Jeanne Hélary. Per Gonéri Rojou, però, non era lo stesso. Il povero caro uomo non aveva più gusto a lavorare, mangiava a fatica e non poteva dormire che con un occhio solo.
Una notte in cui sonnecchiava così, si drizzò di colpo a sedere. Battevano alla porta.
«Chi è là?» domandò lui.
Nessuna risposta.
Pensò che fosse stato un qualche ubriaco in ritardo, benché non ci fosse molto transito sull’aia della sua fattoria.
«Chi è là?» ripeté una seconda volta, poi una terza.
Sempre nessuna risposta.
«Che io sia maledetto!» esclamò con un tono tanto più furioso quanto aveva lo spirito più malato. «Verrò subito a farvi confessare il vostro nome, che veniate da parte di Dio o da parte del diavolo!»
Accennò ad alzarsi, ma non aveva che la testa fuori dal letto quando si sentì rizzare in testa i capelli per lo spavento. La porta dell’alloggio era spalancata. Era tuttavia certo di avere tirato saldamente il catenaccio, prima di coricarsi. Ma era ancora nulla. La tovaglia che avvolgeva il pane sulla tavola della cucina si dispiegava, si dispiegava. Lo si sarebbe detto un lenzuolo spinto via a poco a poco dai piedi di un dormiente che ha troppo caldo. Poi, sulla tovaglia, si disegnò la forma rigida di un cadavere. La torta di pane, appena cominciata, serviva da cuscino alla testa. Quella testa Gonéri Rojou la vide sollevarsi lentamente.
Chiuse di nuovo gli occhi, ben deciso a non voler vedere altro.
Dimenticò però di tapparsi le orecchie.
Non si poté impedire di sentire un piccolo passo minuto, da vecchia, che trotterellava attraverso la casa. Poi fu il rumore che fanno spalancandosi i battenti male ingrassati dell’armadio. Poi fu una voce rotta, tremula, che imitava in derisione l’esclamazione scaturita un tempo dalle labbra di Lénan davanti alla biancheria di Marie-Jeanne Hélary: «Oh, che bell’armadio! Che bell’armadio!»
Gonéri Rojou socchiuse le palpebre. Avvertiva un bisogno di vedere, che era più forte della sua volontà di uomo.
La luce obliqua della luna, che entrava dal quadro della porta, ritagliava sul suolo di terra battuta un quadrato di luce bianca in tutto simile a una tela distesa in lungo e in largo. A una delle estremità era inginocchiata una vecchia donna. Teneva un paio di forbici nella mano destra. Gonéri la riconobbe dal suo profilo. Era Marie-Jeanne, la morta.
«Sarebbe tuttavia un peccato,» diceva lei, continuando a imitare il tono di Lénan, «sarebbe un gran peccato guastare una tela così bianca per un povero cadavere che va in putrefazione... La vecchia Marie-Jeanne preferirebbe comunque dormire, una volta morta, nelle lenzuola in cui si era distesa da viva...»
Gonéri Rojou sentì un sudore freddo ruscellare lungo le sue membra.
La vecchia fece una pausa, poi riprese: «Ebbene no! No! No! Io voglio essere sepolta nel lino che ho filato!»
Per tre volte ripeté con insistenza: «Ho bisogno del mio sudario! Ho bisogno del mio sudario!! Ho bisogno del mio sudario!!!»
A quel punto sparì.
Per amore per la moglie, Gonéri non l’aveva affatto svegliata. All’alba, si svegliò da sola. Gonéri le disse allora: «Moglie, sai qual è il primo lavoro che farai dopo esserti alzata?»
«Sì, marito mio, andrò a pestare del ginestrone verde per le bestie, poi laverò la faccia ai bambini.»
«No,» disse Gonéri. «Tu ti metterai sul tuo “trentuno”28; farai in modo di essere in chiesa nel momento in cui il parroco riceve per confessare e tu gli dichiarerai in confessione la nostra colpa.»
«Lo pensi tu, Gonéri? E di cosa ti immischi, dunque, scusa?»
«Non è ancora tutto,» continuò l’uomo. «Io camminerò sui tuoi passi, portando sulle mie spalle la biancheria rubata che è là, nell’armadio. Non dimenticarti di chiedere al parroco che uso ne dovremo fare.»
«Che uso! Che uso!» ribatté la donna, in collera. «Se qualcuno lo deve sapere, sono io, non il parroco! Non preoccuparti di quella biancheria.»
«Ho le mie ragioni per preoccuparmene,» disse Gonéri. «Ne va della tua pace e della mia, in questo mondo e nell’altro.»
Raccontò alla moglie la visione della notte.
Lénan, a quel punto, non fece più obiezioni. Sistemò lei stessa il fardello di biancheria sulle spalle del marito e lo precedette in paese. Arrivata in chiesa, si rannicchiò nel confessionale del parroco, mentre Gonéri l’aspettava, col suo carico, presso il fonte battesimale.
Il parroco disse a Lénan, quando ebbe confessato ogni cosa: «Ritornate stanotte, figlia mia, accompagnata dal vostro uomo. Quanto alla biancheria, la depositerete in sacrestia, dove io la esorcizzerò. Spero che ne avrò fatto uscire prima di sera l’anima funesta che vi si trova e che altro non è che il vostro peccato verso entrambi.»
Lénan e Gonéri se ne tornarono alla fattoria, ma la sera di quel giorno li trovò in preghiera, in chiesa, assieme al parroco.
Quando scoccò l’ora di mezzanotte, questi fece segno a Lénan. «Ecco l’ora,» disse. «Prendete dalla sacrestia i pezzi di tela; non stupitevi di sentirli leggeri come una piuma, e andate a distenderli, a uno a uno, sopra la tomba ancora fresca di Marie-Jeanne. Abbiate soprattutto molta cura di aspettare che uno sia sparito, prima di disporre il successivo. Noi pregheremo qui, nel frattempo, vostro marito e io. Quando tutto sarà finito, verrete a raccontarci tutto e ci direte quello che avete visto.»
Lénan Rojou non era fiera, mentre andava all’ora di mezzanotte a eseguire questa restituzione nel cimitero della parrocchia.
Neppure Gonéri Rojou era fiero, nel cuore della chiesa, dove pregava a fianco a fianco col parroco per un felice ritorno della moglie.
Fu liberato di un grande peso vedendola riapparire dalla porta della sacrestia, sana e salva.
Tremava tuttavia con tutte le sue membra.
«Ebbene, Lénan?» domandò il parroco.
«Oh!» rispose lei. «Ho visto cose che nessun altro vedrà mai.»
«Spiegateci, Lénan!»
«All’inizio, signor parroco, ho disteso un primo pezzo di tela sulla tomba. Un vento si è subito levato e il pezzo di tela se n’è volato via gemendo. Ne ho steso un secondo. Lo stesso vento si è levato di nuovo e il secondo pezzo di tela se n’è volato via come il primo, ma senza gemere. Ne ho disteso un terzo. Quello ha fatto un fruscio leggero, come il soffio di primavera attraverso le foglie nuove. Poi si è gonfiato come una vela e se n’è andato lontano, per il cammino di San Giacomo29, tutto in fondo al cielo. La terra della tomba allora si è crepata; ho visto Marie-Jeanne Hélary distesa, tutta nuda, nell’incavo nero della fossa. Ho disteso il quarto pezzo di tela. Invece di volare via, si è sprofondato nella terra e la morta vi si è rotolata dentro, dicendo: brr! brr! come qualcuno che ha molto freddo30. Rimaneva il quinto e ultimo pezzo. Lo stavo per spiegare e distendere, quando quattro angeli scesi dal paradiso me lo hanno strappato di mano. Ho sentito una voce melodiosa che diceva: “Siete perdonata!” E questo è tutto.»
«Questo è sufficiente,» dichiarò il parroco. «Tuo marito e tu, Lénan Rojou, potete andare in pace. Ricordate solo che se è malvagio derubare i viventi, è odioso derubare i morti! Quanto a Marie-Jeanne Hélary, siate certi che non vi tormenterà più.31»
(Raccontato da Baptiste Jeffroy, detto Javré. – Penvénan, 1896.)
***
LVI – L’anello del capitano.
Circa una cinquantina di anni fa, un naviglio straniero fece naufragio sulla costa di Buguélès, a Penvénan. Raccolsero una decina di cadaveri. Siccome si ignorava se fossero cristiani, li seppellirono nella sabbia, nel posto dove erano stati trovati. Tra di loro c’era il cadavere di un giovane grande e bello, vestito in modo più ricco dei suoi compagni e che, per questa ragione, fu considerato il capitano. All’anulare della mano sinistra portava un grosso anello d’oro, su cui erano incise delle lettere di una scrittura sconosciuta.
Buguélès è abitato da una popolazione di gente onesta. Seppellirono, o meglio insabbiarono il bel giovane, senza privarlo del suo anello.
Passarono anni. Il ricordo del naufragio si era a poco a poco cancellato. Tuttavia, nelle veglie, qualche volta, aspettando il ritorno degli uomini partiti in mare, le donne ripensavano ancora a quello che era stato chiamato “il capitano straniero” e alla grossa fede nuziale di oro puro che portava al dito.
La prima volta che Môna Paranthoën, una giovane sarta dei dintorni, sentì raccontare questa storia, non fece che sognare tutta la notte di questa fede nuziale che si diceva essere tanto bella. L’indomani ci pensava ancora, e il giorno dopo, e tutti quelli seguenti. Divenne per lei una ossessione. Era abbastanza vanitosa, come lo sono tutte le giovani sarte, e si diceva che un gioiello è fatto proprio per brillare alla luce del sole benedetto, non per sporcarsi nelle tenebre di una tomba. Per lungo tempo, tuttavia, lo devo confessare, seppe respingere la tentazione. Ma anche il suo stesso mestiere ve la esponeva senza sosta. Quando cuciva nelle case di Buguélès, cosa che avveniva quasi tutti i giorni, era obbligata a sistemarsi sulla tavola, accanto alla finestra, e tutte le finestre del paese guardavano verso la riva.
Alla fine, la sventurata non resistette più.
Una sera, conclusa la sua giornata, fece finta di rincasare e poi, quando fu ben sicura di non essere vista, discese a passo di lupo verso la spiaggia.
Il luogo della sepoltura degli annegati era marcato da una croce grezza, fatta di legno rivestito di catrame, che avevano avuto cura di piantare proprio al di sopra del cadavere del bel capitano. A ogni signore, ogni onore.
Notte fonda, tutti i pescatori rientrati, Môna Paranthoën non aveva da temere di essere disturbata. Si inginocchiò, si mise a grattare la sabbia con le proprie unghie, furiosamente. Ben presto giunse a tirare a sé una delle mani del cadavere, la sinistra. L’anello era ancora lì. Tentò di farlo scivolare lungo il dito, ma la pelle rattrappita formava grossi rigonfiamenti. Cercò di usare le proprie forbici. Fatica sprecata: le forbici non mordevano abbastanza in questo cuoio indurito dall’acqua del mare. Allora, esasperata, afferrò il dito fra i denti e lo tranciò con un colpo. Poi, avendolo risputato nella fossa, vi fece rientrare anche la mano, livellò la sabbia, spazzolò il proprio grembiule rialzandosi e se ne fuggì, portando con sé l’anello.
L’indomani si recò a lavorare come al solito. Soltanto, aveva la testa avvolta da uno scialletto di lana, al di sopra della sua cuffia, ed era tutta pallida.
«Cosa avete dunque, Môna?» le domandò la massaia.
«Oh, niente!» rispose lei. «Un po’ di male ai denti. Mi passerà.»
Invece di passare, però, il male non fece che crescere, al punto da costringere Môna Paranthoën ad abbandonare il proprio lavoro. Se ne andò gemendo.
Era appena sparita dietro il tornante del sentiero, quando si alzò un gran baccano dal villaggio. Dei bambini che giocavano sulla riva erano subito risaliti, gridando a pieni polmoni: «Venite a vedere! Venite a vedere!»
«Cosa?»
«Quello che c’è al “cimitero degli annegati”!»
Tutta Buguélès, uomini e donne, scese dietro di loro fino al mare. Quando furono arrivati sul posto, ecco cosa si vedeva. Ai piedi della croce incatramata, una manica di veste usciva dalla sabbia, e dalla manica spuntava una mano, e le dita di questa mano erano erano spaventosamente raggrinzite, eccetto uno, l’anulare, che si alzava ridico e minaccioso. Si sarebbe detto che indicava con collera qualcuno lassù, tra le terre povere che dominano le piccole case sparse dei pescatori. Alla base aveva una profonda intaccatura.
Una delle donne che si trovava là parlò così: «Ma è il dito dell’anello: glielo hanno rubato e lui lo reclama.»
«Riseppelliamo subito questa mano,» rispose uno degli uomini. E la ricoprì di sabbia.
Il pubblico si disperse, scambiandosi mille commenti. Quando quelli che erano usciti in mare furono rientrati, alla sera, raccontarono loro la cosa. Furono dello stesso avviso: questo puzzava di sacrilegio.
Si addormentarono molto tardi nelle loro casette e dormirono male.
Alle prime luci del giorno, i più impazienti corsero al cimitero degli annegati. Di nuovo, il dito fatale si alzava sopra la sabbia liscia.
«Vogliamo vedere fino a quando,» dissero, e riseppellirono il dito, la mano, tutto, come avevano fatto il giorno precedente. Poi andarono a cercare qui e là grandi ciottoli e pezzi di roccia, che accatastarono lì sopra.
Sì, ma due ore più tardi il dito riappariva; le pietre sembravano essersi spostate da sole, rispettosamente, e formavano un circolo a una certa distanza.
Allora si fece ricorso ad altri mezzi. Il parroco di Penvénan, accompagnato da un cantore e da un bambino del coro, venne a scongiurare il morto, cospargendolo di acqua santa. Ma il bel capitano non era probabilmente cristiano, perché non si lasciò scongiurare.
«Reclama la sua fede nuziale!» ripeté la donna che aveva parlato la prima volta.
Adesso, ognuno la pensava come lei. Ma dove trovarla, questa fede nuziale? Dove trovarla per restituirgliela?
Il bambino del coro, inginocchiato nella sabbia, disse: «Quel dito lì è stato rinsaldato dalla potenza di Dio o del diavolo, dopo essere stato tagliato coi denti. E di certo quei denti erano aguzzi e sani.»
Non aveva finito che, lungo la strada coperta di alghe che porta dal mare alle case di Buguélès, comparve Môna Paranthoën, la sarta. O almeno, le massaie la riconobbero dalla veste a doppia fodera e dalla fresca eleganza del suo grembiule. Perché del suo viso non si vedeva alcunché, tanto era avvolto da tessuti e scialli. Sul suo corpo così flessuoso aveva l’aria di portare una testa mostruosa.
Avanzava lentamente, esalando un lamento sordo a ogni passo che faceva. Quando fu arrivata dal gruppo, pregò con un gesto che la lasciassero passare. Tra il pollice e l’indice teneva un grosso anello d’oro... Indovinate voi il resto!
Gli uomini volevano conciare male Môna Paranthoën, ma lei sciolse i tessuti che coprivano la sua figura e mostrò loro la sua bocca priva di denti, piena di pus. Si accontentarono di evitarla, come un’appestata.
L’ho incontrata più di una volta, vagando per le strade, la testa sempre avvolta di cenci. Non poteva più parlare, ma gemeva lugubremente.
Quanto al capitano straniero, da allora riposa in pace, la sua bella fede d’oro al dito, e sognando, immagino, la sua “amata” che gliel’aveva data.
(Raccontato da Françoise Thomas, giornaliera. – Penvénan, 1881.)
***
LVII – La mano insanguinata.
Un pescatore di Goulien, sul Cap-Sizun, trovò un giorno, in mare, il cadavere di un’annegata. Mentre lo fissava dietro alla propria barca per rimorchiarlo a terra, vide che portava al dito un bell’anello d’oro. Lo Spirito maligno gli sussurrò l’idea di impadronirsi di quell’anello. Era da solo a bordo del suo battello e, di conseguenza, certo di non essere visto da nessuno. Afferrò così il braccio della morta, ma la carne del dito si era gonfiata: impossibile far scivolare via l’anello.
Allora il pescatore estrasse dalla propria tasca il suo coltello da marinaio, dalla lama forte e tagliente, e per impadronirsi del gioiello tranciò il dito dell’annegata.
Subito – cosa strana – la ferita cominciò a sanguinare, come se il cadavere fosse ancora vivo. E il sangue colava con tanta abbondanza che tutta la scia della barca, per un bel tratto, ne era arrossata.
Arrivato a terra, il pescatore si affrettò a seppellire il cadavere nella sabbia della riva, senza avvisare né sindaco, né clero. Raggiunse poi il proprio alloggio, con l’anello. La moglie lo attendeva per cena. Si misero a tavola. Tutto a un tratto, la donna, avendo rivolto per caso lo sguardo verso la finestra, gridò: «Gesù, mio Dio! Guarda là, Jean-Clet, che cosa significa quello?»
Levò la testa e guardò anche lui. Al vetro superiore della finestra era premuto il palmo di una mano verdastra, a cui mancava un dito, e dalla parte mutilata un sottile filo di sangue scendeva, scendeva senza fine, lungo il vetro.
L’uomo, che aveva tenuto per sé il segreto della sua avventura, divenne tutto pallido.
«Aspetta,» disse. «Vado fuori a vedere di cosa si tratta.»
E uscì. All’istante, la mano sparì.
«Ritorna!» gridò la moglie. «Non la si vede più.»
Rientrò, ma non fece in tempo a riprendere il posto alla tavola che di nuovo la mano fu visibile. La donna disse: «Sicuramente c’è qualche disgrazia su di noi.»
«Bah!» rispose il pescatore. «Forse potremmo avere le traveggole, tutti e due. Non pensiamoci più e andiamo a coricarci.»
Sperava che, una volta sotto le coperte e dietro i pannelli del letto chiuso, avrebbero smesso di vederla. Si sbagliava, perché, come ebbe spento la candela e l’interno della casa fu tutto immerso nella notte, la mano apparve chiara sul nero della finestra: si sarebbe detto che brillava nell’ombra e il sangue che se ne spandeva formava come una scia di fuoco. Allora l’uomo, spaventato, confessò tutto: disse alla moglie il misfatto che aveva commesso.
«Non avete che una strada da prendere,» dichiarò lei. «Andare al più presto a seppellire l’anello assieme al cadavere. Poi domani passerete dal parroco e gli chiederete una messa per una persona sconosciuta.»
Così fece il pescatore, e la mano sanguinante non si mostrò più.
(Raccontato da Le Bour. – Audierne.)
***
LVIII – Storia di un becchino32.
Il becchino di Penvénan era a quei tempi Poëzevara il Vecchio. Non lo chiamavano che Poazcoz. Era così vecchio e, benché avesse “lavorato per sei volte tutta l’estensione del cimitero”, ossia benché avesse deposto successivamente nella stessa fossa fino a sei morti, era un uomo che vi avrebbe potuto dire, giorno più giorno meno, da quanto tempo il tale o il talaltro era sottoterra, e anche a quale grado di “cottura”33 doveva essere arrivato il suo cadavere. In breve, sarebbe stato difficile trovare un becchino più esperto. Continuava a vederci chiaro come in pieno giorno nelle fosse che aveva scavato. La terra benedetta del cimitero era, per i suoi occhi, trasparente come l’acqua.
Ora, un mattino, il parroco lo fece chiamare: «Poaz-coz, Mab Ar Guenn è appena defunto. Penso che potrete scavare la sua fossa dove il grande Roperz fu interrato cinque anni fa. Non è così?»
«No, signor parroco, no! In quell’angolo, vedete, i cadaveri si conservano a lungo. Conosco il mio Roperz. A quest’ora, sarà già tanto se i vermi hanno cominciato a lavorare le sue budella.»
«Tanto peggio! Arrangiatevi voi! La famiglia di Mab Ar Guenn desidera vivamente che sia sepolto in quel posto. Roperz c’è da più di cinque anni. Che lasci il turno a un altro. Non è che giustizia.»
Poaz-coz se ne andò, scuotendo la testa. Non era il padrone e doveva obbedire, ma non ne era contento.
Eccolo piantare la zappa nel terreno. La fossa fu presto scavata per tre quarti. «Ancora un colpo di zappa,» si disse Poaz, «e avrò, se non mi inganno, raggiunto il feretro.»
Lo diede con così buon cuore, quel colpo di zappa, che non solo raggiunse il feretro, ma lo sventrò pure. Gli schizzi infetti gli zampillarono in faccia. Si rimproverò di aver colpito troppo forte.
«Dio mi è comunque testimone,» mormorò, «che non avevo alcuna intenzione di ferire il povero Roperz! Tuttavia, farò in modo che non sia troppo disturbato dalla vicinanza di Mab Ar Guenn.»
Il bravo becchino trascorse due ore ad allargare in tal modo il fondo della fossa, che due feretri ci potessero stare facilmente, con quello di Roperz a occupare una specie di rientranza.
Fatto questo, si sentì la coscienza più tranquilla, benché, nonostante questo, non ne fosse per nulla rassicurato. L’idea di aver “brutalizzato uno dei suoi morti” gli dava preoccupazioni. Quella sera non cenò di buon appetito e si andò a coricare più presto del solito.
Aveva già fatto un pisolo, quando il rumore della porta che girava sui suoi cardini lo svegliò.
«Chi è là?» domandò, mettendosi a sedere.
«Non mi attendevi, dunque?» rispose una voce che lui riconobbe subito, malgrado il suo tono cadaverico.
«A dire il vero, François Roperz, pensavo che saresti venuto...»
«Sì, sono venuto a mostrarti in quale stato mi hai ridotto!»
La luna era alta nel cielo; la sua viva luce rischiarava ogni cosa nella casa del becchino.
«Vedi,» continuò lo spettro, «non si tratta così un vivente, men che meno un morto.»
Aveva sbottonato la sua veste dalle lunghe falde. Poaz-coz chiuse gli occhi. C’era di che morire dal disgusto. Il petto del grande Roperz non era più che un buco orrendo, dove frammenti di costole spezzate apparivano mischiati a una sorta di poltiglia verdastra.
«In verità, François Roperz,» supplicò lo sventurato Poaz, «in verità, perdonami! Io non sono così colpevole come pensi tu. Io non volevo toccare la tua fossa. Sapevo bene che il tuo tempo non era ancora scaduto. Ma io non sono che un domestico. Quando il parroco comanda, io non posso che piegarmi, al rischio di perdere il mio unico modo di guadagnarmi il pane, perché sono troppo vecchio per cambiare mestiere. D’altronde, è la prima volta che mi capita una cosa simile. Mai un defunto aveva avuto da lamentarsi di me: tutti quelli del cimitero te lo diranno...»
«Infatti io non ti proto rancore, Poaz-coz. Tanto più che hai fatto il tuo possibile per riparare al danno che mi hai causato involontariamente.»
Il becchino riaprì gli occhi. Lo spettro aveva riabbottonato la propria veste. Poaz-coz lo ascoltava parlare ormai senza spavento.
«Vedo bene,» gridò lui, «che, anche nell’altro mondo, tu resti il migliore degli uomini.»
«Ahimè!» fece Roperz. «Il migliore di qui non vale poi molto laggiù.»
«Non sei dunque del tutto contento?»
«No. Mi manca una messa. Ho pensato che, dopo quello che è appena successo, tu non esiterai a farla dire e a pagarla coi tuoi soldi.»
«Certo che no, non esiterò affatto. Avrai la messa che ti manca, François Roperz.»
«Non mi hai fatto finire. Bisogna che questa messa sia detta dal parroco di Penvénan, da lui in persona, capisci?»
«Capisco.»
«Grazie, Poaz-coz!» disse lo spettro. Fu la sua ultima parola. Il becchino lo vide uscire, attraversare la piazza del paese e superare la scala del cimitero.
Due giorni dopo, che era una domenica, nella predica della grande messa il parroco annunciò, per il martedì della settimana seguente, un servizio “raccomandato da Poëzevara, il becchino, per l’anima di François Roperz, di Kerviniou.34”
Giunse quel martedì. La messa fu celebrata. Il parroco la celebrò di persona e nella prima fila degli astanti c’era Poaz-coz inginocchiato. C’ero anch’io, io che vi parlo. La mia sedia sfiorava quella del becchino.
Nel momento in cui, terminato l’ufficio, il parroco si avviava verso la sacrestia, Poaz mi diede di gomito.
«Guardate adesso,» disse, con una voce che gli tremava.
«Cosa?»
«Non vedi qualcuno che entra in sacrestia, dietro al parroco?»
«Sì, lo vedo.»
»Non lo riconosci?»
E siccome io non trovavo abbastanza in fretta chi potesse essere, Poaz-coz mi sussurrò all’orecchio: «Ma è François Roperz, sventurato, è François Roperz!»
Era vero. Lo riconobbi subito, quando Poaz me lo ebbe nominato. Il passo, l’andatura, l’abbigliamento, era esattamente François Roperz. Ne rimasi sbalordito.
«Vedrai,» mi disse Poaz-coz. «C’è ancora qualcosa là sotto.»
Era così.
Come il parroco, dopo essersi tolto gli ornamenti sacerdotali, attraversò il cimitero per raggiungere il suo presbiterio per la via più breve, lo si vide d’improvviso piegarsi su se stesso e cadere morto, non lontano dalla fossa scavata di fresco dove, accanto al feretro di François Roperz, riposava quello di Mab Ar Guenn35.
(Raccontato da Baptiste Geffroy. – Penvénan, 1886.)
NOTE
1 - Sui riti funebri degli antichi bretoni si veda A. de la Borderie, Histoire de Bretagne, t. II, pagg. 288-289.
2 - In Irlanda, ognuna delle persone che fa parte del corteo funebre ha il dovere di portare il feretro per una parte del cammino (lady Wilde, Ancient legends, pag. 119). Nell’ovest dell’Irlanda, quando si porta un cadavere al cimitero, i portatori si fermano a metà strada ed erigono un piccolo monumento di pietre a secco, che nessuno oserà mai toccare (ibid. pag. 83).
3 - Se il carro funebre si ferma durante il viaggio verso il cimitero, ci sarà presto un altro morto nella casa di chi è trasportato verso la sepoltura (M. A. Courtney, Cornish folklore, The Folklore Journal, t. V, pag. 218).
4 - È chiamata così la popolazione di questi comuni, perché il colore che domina nei ricami dei loro vestiti è il giallo (mélen).
5 - Il canale di Nantes a Brest.
6 - In Irlanda, col legno che avanza una volta concluso il feretro, si fanno delle piccole croci alte 60 centimetri e larghe 27 centimetri; queste croci sono dipinte di verde, blu, rosso e giallo. Sono affilate alla base. Una, che dovrà essere piantata sopra la tomba, è appoggiata sul feretro. Le altre sono portate con sé da quelli che sono in lutto. All’incrocio più vicino al cimitero c’è un albero, un frassino o un biancospino; il corteo si ferma e i portatori delle croci salgono sull’albero e fissano le proprie croci ai rami. Questa usanza è stata osservata a Cong (contea di Mayo), a Tenacre ed a Bannow [Wexford] (M. Stokes, Three months in the forest of France, pagg. 145-148; G. H. Kinahan, Notes on Irish folklore, The Folklore record, t. IV, pag. 120).
In Irlanda, se un corteo funebre, lungo la strada verso il cimitero, incontra una vecchia chiesa, ne fa tre volte il giro (Haddon, A batch of Irish folklore, t. IV, pag. 360). Ugualmente, prima di deporre il cadavere nella fossa, si porta per tre volte il feretro attorno a due vanghe disposte a croce (lady Wilde, Ancient legend, pag. 83).
7 - A Saint-Mayeux (Côtes-du-Nord), quando si fa entrare una bara in chiesa, si urta prima lo stipite sinistro, poi lo stipite destro della porta, prima di entrare (Revue des Traditions populaires, t. VIII, pag. 558).
8 - Non si deve guardare un funerale dalla finestra, per non rischiare di seguire ber presto il morto nella tomba (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 214). In Irlanda, se ci si imbatte in un funerale, bisogna fare retromarcia e seguire il funerale, almeno a una distanza di quattro passi (lady Wilde, Ancient legends, pag. 83).
9 - In Scozia c’è una credenza paragonabile a queste. Appena sollevato il feretro, si dice, bisogna girare le sedie su cui era posato e lasciarle così fino al calare del sole o fino al ritorno dal funerale: altrimenti lo spirito del morto ritornerà (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 212). In Galles, una cinquantina di anni fa, la gente che aveva assistito al funerale gettava nella tomba, dopo le ultime preghiere, dei rametti di rosmarino (Archaeologia Cambrensis, 1872, pag. 333).
10 - Il cimitero di Lanrivoaré contiene i cadaveri di 7727 santi; non vi si può entrare che dopo essersi tolti le scarpe; uno straniero che vi era entrato con gli zoccoli cadde all’indietro, le sue viscere attorno a lui. In un angolo del cimitero si vedono dei pani trasformati in pietra, perché un signore che sorvegliava la cottura del suo pane aveva rifiutato di donarne un pezzo a un povero (Sauvé, Le cimetière des saints, Annuaire des traditions populaires, t. II, pagg. 20-23. Cfr. Revue celtique, t. III, pag. 220). In Fréminville, Antiquités du Finistère, t. I, pagg. 235-237, il numero dei santi è di 7777. Sulle fondamenta storiche di questa leggenda, si veda A. de la Borderie, Histoire de Bretagne, t. II, pagg. 505-507.
11 - In una leggenda bretone ben conosciuta, il giglio meraviglioso che spunta sulla tomba di Salaun l’insensato esce dalla stessa bocca del cadavere (Fréminville, Antiquités de la Bretagne, Finistère, pag. 128). in Irlanda è dai cadaveri di Noisé e di Deirdré che escono i due alberi che spuntano sulle loro tombe (si veda di seguito, capitolo XIII). In Cornovaglia, non si toccano mai gli arbusti del cimitero; se se ne afferrano le foglie o i rami, si sarà visitati di notte dagli Spiriti (M. A. Courtney, Cornish folklore, The Folklore Journal, t. V, pag. 218).
12 - In Irlanda esiste una credenza simile. L’ultima persona sepolta non riposa e deve fare la guardia agli altri; così, quando due persone sono morte nello stesso tempo, i parenti dei due defunti competono in velocità per farli seppellire. A Renvyle, mentre si scava la fossa, gli uomini presenti fumano e lasciano del tabacco e delle pipe per l’anima che sorveglia le altre tombe (Haddon, A batch of Irish folklore, Folklore, t. IV, pag. 363). A Salruck si conservano le pipe in barattoli posti sopra le tombe (Folklore, t. XII, pagg. 104, 259). A Kilmurry l’ultimo morto a entrare nel cimitero ha come missione di attingere acqua per inumidire le labbra delle anime del purgatorio: quando due cortei funebri si presentano allo stesso tempo alla porta del cimitero, i due cortei si danno battaglia e il gruppo vincitore entra per primo (K. L. Pyne, A burial superstition in county Cork, Folklore, t. VIII, pag. 180). Nel cimitero di Kilranelagh c’è un pozzo e nel muro al di sopra del pozzo una sorta di nicchia, dove sono posate delle coppe in legno. Queste coppe sono fornite per tutti quelli che seppelliscono nel cimitero un bambino di meno di cinque anni. L’anima dell’ultimo morto sepolto deve dare una coppa d’acqua a ciascuno dei suoi predecessori e fare la guardia al recinto sacro fino all’arrivo del prossimo funerale (Kennedy, Legendary fictions, pagg. 166-167). L’idea che i morti abbiano sete è molto diffusa nei paesi celtici. Nelle Ebridi si trova a volte una ciotola d’acqua nel letto da cui è stato prelevato un cadavere, nel caso in cui il morto avesse sete (Goodrich-Freer, More folklore from the Hebrides, Folklore, t. XXIII, pag. 66). Si veda anche in precedenza il capitolo VII.
Secondo lady Wilde (Ancient legends of Ireland, pagg. 82-83, 213), l’ultimo morto sepolto deve sia sorvegliare gli altri, sia portare legna e acqua nell’altro mondo, sia anche tornare sulla terra ad annunciare a qualcuno dei suoi parenti la prossima venuta della morte.
In Bretagna, le tombe del cimitero di Collorec sono munite ciascuna di una scodella che serve da acquasantiera; la stessa, dicono, in cui il morto aveva l’abitudine di mangiare la propria zuppa quando era in questo mondo (A Le Braz, Les saints bretons d’après la tradition populaire, Annales de Bretagne, t. IX, pag. 40).
13 - I carnai, tuttavia, sono ancora conservati con molta cura nel paese di Goëlo.
14 - Cfr. il resoconto di una camminata archeologica fatta in Bretagna nel settembre 1850 da MM de Caumont, di Soultrait e G. Bouet (Bulletin monumental, vol. 16 (1850), pag. 433).
15 - Mi è stato dato di assistere ancora a una processione di questo genere, in qualche borgo della Cornouaille (si veda il capitolo XIV).
16 - In Galles, la veglia di Ognissanti sotto il portico della chiesa di Aberhafesp, una voce proveniente dalla chiesa proclamò a mezzanotte il nome di un uomo che, qualche settimana dopo, morì (E. Owen, Welsh folklore, pagg. 169-170). In Irlanda, a Pasqua, alla Pentecoste e a Natale, se dopo avere ornato le tombe dei propri parenti le persone ascoltano nell’oscurità, alla porta della chiesa, sentiranno i nomi di quelli che moriranno a breve (Croker, Fairy legends, t. II, pag. 288).
17 - Si chiamano “grandi giornate” (devez oraz) certe solennità agricole. Si svolgono per lavori d’importanza per i quali non sono sufficienti né il personale, né gli strumenti ordinari della fattoria. Si convoca tutta la combriccola dei vicini ed amici. Così sono, in particolare, i carreggi di sabbia e di varecchi.
18 - Tad-cun, “trisavolo” (alla lettera: padre-dolce).
19 - Ho raccolto numerose versioni di questa leggenda e in regioni molto diverse. Siccome sono molto meno complete di quella che ho qui riportato e siccome, d’altra parte, non aggiungono alcun dettaglio nuovo, non ho creduto necessario trascriverle. Ne esiste tutto un ciclo, ma senza differenze degne di nota. Voglio tuttavia riassumerne una, che permetterà di giudicare come siano tutte le altre. Mi è stata raccontata a Quimper, da una ragazza di nome Kerhoas.
«Una giovane sarta dei dintorni di Penmarc’h aveva una grande devozione per l’Anaon. Una sera, mentre rientrava dal suo lavoro a un’ora tarda, sentì un movimento e qualcosa come lamenti soffocati nei cespugli che costeggiavano il sentiero. Domandò: «Chi è là?» Nessuno le rispose. Ne concluse che là c’era un’anima in pena, che aveva bisogno di soccorso. L’indomani si recò di buon mattino in chiesa e raccomandò una messa “all’intenzione di quell’anima del purgatorio a cui non manca che una sola messa per essere salvata.”
Fu fatto come desiderava.
Lei stessa assistette alla messa. Come lasciò la chiesa, incontrò nel cimitero un giovane uomo tutto vestito di bianco. Questo giovane le si avvicinò e le disse: «Voi siete sarta come vostro lavoro, giusto?»
«Sì, signore.»
«Quanto guadagnate al giorno, nelle case che frequentate?»
«Dodici soldi.»
«Ebbene! Se ne volete guadagnare trenta, andate ad Audierne. Vedrete una casa bianca nell’angolo della piazza. Busserete, domanderete della padrona di casa e le direte che venite da parte mia.»
La giovane donna obbedì. La padrona di casa la ricevette dapprima molto male.
«Non so di chi mi vogliate parlare. Non ho incaricato nessuno di cercarmi una sarta.»
La ragazza continuava a tenere lo sguardo fissato su una spilla di giaietto che la donna portava al collo e in cui era incorniciata una miniatura. «Scusatemi, signora,» disse un attimo dopo, «voi avete al collo il ritratto della persona che mi ha mandata qui.»
«Ma è impossibile. Questo ritratto è di mio figlio. Sono dieci anni che è morto.»
«Allora è vostro figlio che ho incontrato. Lo giurerò su Gesù Cristo e sulla Vergine!»
La vecchia signora si fece allora raccontare l’avventura per filo e per segno. La ragazza non nascose alcunché, né il rumore che aveva sentito il giorno prima tra i ginestroni, né la messa che aveva fatto dire la mattina stessa e all’uscita della quale aveva incrociato nel cimitero il giovane uomo vestito di bianco.
La vecchia signora comprese che doveva a lei la liberazione di suo figlio. La tenne poi presso di sé e, morendo, le lasciò tutti i propri beni.
20 - Ann or dôl. Si apre di solito alla base del campanile e fronteggia il coro.
21 - Gli spettri sanguinari sono rari in Bretagna. Al contrario, li si trova di frequente nelle leggende irlandesi. Una donna uccide il proprio marito e cerca di uccidere il figlio (Contes irlandais, pagg. 8-10); un’altra ritorna per divorare il marito (Curtin, pag. 114). Di notte, gli spettri si aggirano attorno alle case; una persona che aveva socchiuso la porta per guardare all’esterno ha la mano afferrata da un fantasma; un cane lasciato fuori rientra molto tempo dopo, coperto di sangue e con un marchio misterioso sul collo (Deeney, Peasant lore from Gaelic Ireland, pagg. 66-70). Un uomo deve battersi per tre notti di fila con tre sorelle fantasma e non riesce a sottometterle che servendosi delle catene di un aratro (Curtin, pagg. 127-130). Gli spettri vagano per le strade deserte e colpiscono e uccidono tutti quelli che incontrano (Curtin, pag. 137). Una ragazza, che aveva avuto l’imprudenza di entrare in un cimitero di notte, è chiamata da un morto, che la obbliga a estrarlo dalla sua tomba e a trasportarlo sulla schiena. Lo deve portare in una casa dove non ci sono né acqua pulita, né acqua benedetta. Lì sgozza i tre ragazzi della casa e, col loro sangue mescolato alla farina d’avena, prepara una pappa che mangia, costringendo la ragazza a prenderne una parte. Questa ha però la precauzione di non mangiarne e di mettere la sua porzione in un fazzoletto. Riporta poi il morto alla sua tomba, nel momento in cui il gallo canta; se lo avesse rimesso nella fossa prima del canto del gallo, sarebbe rimasta per sempre sepolta assieme a lui. Di ritorno alla casa dove il morto si era fatto portare, mette la pasta insanguinata nella bocca dei ragazzi e questi resuscitano (Curtin, Tales of the fairies, pagg. 183-189; cfr. Contes et légendes d’Irlande, pagg. 149-152). Si trovano nel Morbihan degli spettri che amano lottare coi passanti, ma senza far loro molto male (Le Rouzic, Carnac, pag. 93).
22 - Cfr. Luzel, Fantic Loho; Légendes chrétiennes, t. II, pag. 125. Vedi anche in Fouquet, Légendes, contes et chansons populaires du Morbihan, il racconto intitolato: Alice de Quinipily. E. Souvestre ha fornito nella sua prima edizione dei Dernies Bretons una leggenda analoga: Le drap mortuaire, che è sparita nelle edizioni successive.
Non solo non bisogna rubare il sudario dei morti, ma è anche necessario che il sudario sia intero. Se si toglie un pezzo del sudario, il morto ritorna per domandarlo indietro (comunicazione di M. J. Loth, Guémenésur-Scorff. Cfr. Le Rouzic, Carnac, pag. 145. Luzel, Le linceul des morts, Revue celtique, t. XIII, pagg. 200-219).
In Scozia, al contrario, si taglia un pezzo del sudario, che si conserva accanto a una ciocca di capelli del defunto (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 211).
23 - In un racconto irlandese, un uomo di ritorno da un funerale trova un cranio; lo raccoglie e lo riporta al cimitero. Lungo la strada, incontra un morto che lo informa che è la sua testa che ha trovato e che se l’avesse conservata, ne avrebbe ricavato sventura (Larminie, West-Irish folktales and romances, pagg. 31-32). In una leggenda bretone (P. Y. Sébillot, Contes et légendes du pays de Gouarec, Revue de Bretagne, de Vendée et d’Anjou, t. XVIII, pagg. 60-61), un uomo che aveva rubato nel cimitero una testa di morto e che l’aveva portata con sé, è molto presto costretto a riportarla nel posto dove l’aveva presa: la testa non smetteva di gridare e non gli lasciava alcun riposo. In mezzo alle tombe, è aggredito da Spiriti invisibili che lo picchiano brutalmente.
24 - Sui poteri misteriosi dei bambini non battezzati che sono passati su terra benedetta, si veda il capitolo I.
In una storia di lavandaie notturne raccontata da Sauvé (Annuaire des traditions populaires, t. III, pagg. 16-18), la donna a cui una lavandaia chiede di essere aiutata le risponde di avere le braccia intorpidite e di essere di ritorno da un battesimo. Allora la lavandaia le dice che se lei non avesse portato in chiesa un innocente, cosa che la privava di ogni potere su di lei, l’avrebbe così ben “torchiata, storchiata, ritorchiata, che mai nessuno sbrogliatore di matasse sarebbe stato capace di sbrogliare ciò che era stato fatto a lei”.
25 - Nei suoi tratti essenziali, la storia è vera; è una storia di ubriachezza; un ragazzo in preda all’alcol si portò via una testa di morto, che aveva sottratto a un carnaio: rinsavito, fu colto dal terrore e domandò consigli al parroco, che gli indicò, per trarsi d’impaccio, il sistema riferito dalla leggenda. La cosa si è svolta verso il 1860. Conviene però aggiungere che questo è un tema leggendario molto diffuso in Bretagna. Ho raccolto storie analoghe a Elliant, altre a Plougastel. Gli avvenimenti reali non servono mai che come occasione per l’apparizione di leggende già tutte pronte a schiudersi.
26 - In Scozia, ci sono numerose credenze relative ai suicidi. Si dice in Scozia che il corpo di un suicida non affondi nell’acqua (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 208). Il suicida è sepolto a parte e ogni passante getta una pietra sulla sua tomba; nulla cresce sopra una tomba simile; se una donna incinta vi cammina sopra, il bambino che porta morirà (ibid., pag. 215). La tomba di un suicida deve essere posta lontano dalla vista del mare e della terra coltivata (An ancient Highland superstition, The Folklore Journal, t. V, pag. 160). Se fosse stata in vista del mare, non si sarebbe potuto pescare alcuna aringa (J. G. Campbell, Superstitions of the Highlands and the islands of Scotland, pag. 213). Non si fa uscire il corpo di un suicida da una casa passando per la porta, ma lo si fa passare da un buco tra il muro e il tetto (ibid., pag. 242). Bere dal cranio di un sucida è un rimedio per l’epilessia (G. Henderson, Survivals in belief among the Celts, pag. 302).
27 - Nella maggior parte delle fattorie bretoni dove si praticano ancora le antiche usanze, il pane è posato costantemente sulla tavola. Lo si avvolge con una tovaglia (ann doubier). È questa tovaglia che si stende davanti all’ospite, quando prende posto alla tavola comune.
28 - War da bégément, dice l’espressione bretone, ossia “sul tuo quanto” (in senso esclamativo).
29 - La Via Lattea.
30 - In un racconto pubblicato da Luzel (Le linceul des morts, Revue celtique, t. XIII, pagg. 200-219), una morta è condannata, come punizione dei suoi peccati, a restare ogni notte, per tre ore, nuda nella terra, fino a che un vivente non abbia il coraggio di porle il suo sudario.
31 - Una donna aveva preso un drappo accanto a una tomba e se n’era servita per fare un lenzuolo per la sua figlia piccola. Una notte sentì in casa una voce che gridava: «Rendimi il mio drappo bianco, o ti brucerò!» Lei riportò il sudario al cimitero, portando con sé la sua bambina di due anni. Questa precauzione la salvò: «Avete fatto bene a portare con voi il vostro angioletto,» disse una voce, «perché senza questo io vi avrei uccisa.» (P. Y. Sébillot, Contes et légendes du pays de Gouarec, Revue de Bretagne, de Vendée et d’Anjou, t. XVIII, pag. 65).
32 - Il folklore dei becchini è molto ricco in Scozia, in Irlanda e in Cornovaglia. Eccone qui alcuni estratti.
Quello (o uno dei suoi parenti prossimi) che colma per primo una fossa non tarderà a morire (Mac Phail, Folklore from the Hebrides, Folklore, t. VII, pag. 403). Non si scavano fosse il lunedì; lo stesso becchino che ha cominciato a scavare una fossa la deve terminare (Haddon, A batch of Irish folklore, Folklore, t. IV, pag. 358).
In Cornovaglia, prima di scavare una nuova fossa, il becchino va a suonare tre rintocchi alla campana della chiesa (M. A. Courtney, The Folklore Journal, t. V, pag. 218).
Essere sepolti per primi in un cimitero è sfortunato (J. G. Frazer, Death and burial customs, Scotland, The Folklore Journal, t. III, pag. 281) e la gente ha una grande ripugnanza ad abbandonare un vecchio cimitero e inaugurarne uno nuovo (W. Gregor, Notes on the folklore of the North-East of Scotland, pag. 215).
33 - È l’espressione consacrata presso i becchini bretoni: Poaz co, “è cotto”, ossia decomposto.
34 - Il becchino Poëzevara è morto nel 1889. la leggenda è di formazione molto recente; ha come punto di partenza dei fatti documentati; il parroco non è morto il giorno in cui ha recitato una messa per l’anima del morto mutilato, ma ha avuto un attacco in quel giorno.
35 - La credenza che non si debba mai seppellire un morto là dove c’è già un altro cadavere si trova in Irlanda, per esempio in un episodio del Viaggio di Maeldun (H. d’Arbois de Jubainville, Cours de littérature celtique, t. V, pag. 495) e nella storia di Tadhg O’Cathain (Annales de Bretagne, t. VIII, pagg. 533, 535; D. Hyde, Legends of saints and sinners, pag. 230).