Il norito per la pacificazione del fuoco
Le auguste divinità maschili e femminili, che eccelse risiedono divinamente a Takamagahara1, avevano ordinato all’augusto nipote2 di governare come terra pacifica il paese dove prospera il riso, la piana delle rigogliose canne3, quando lo fecero scendere sotto il cielo; così noi qui recitiamo umilmente il celeste rituale, il solenne rituale.
Le due auguste divinità Izanagi e Izanami si unirono in una coppia e generarono le ottanta regioni e le ottanta isole, poi generarono gli otto milioni di divinità. Quando [Izanami] partorì il dio Homusubi come ultimo figlio, i suoi divini genitali si bruciarono. Nascondendosi tra le rocce, disse: «Per sette notti e sette giorni non mi dovrai guardare. Questo domando al mio augusto amato sposo.»
Prima che fossero trascorsi questi sette giorni, però, Izanagi trovò strana questa storia del nascondersi. Quando sbirciò, scoprì che [la moglie] si era bruciata i divini genitali partorendo il fuoco. A quel punto [Izanami] disse: «Mio amato sposo, benché ti avessi detto di non guardarmi, tu mi hai guardata e mi hai così coperta di vergogna.» Disse poi: «Il mio amato sposo dovrà governare il paese di sopra, mentre io governerò il paese di sotto.» Quindi si nascose tra le rocce.
Mentre percorreva Yomotsuhirasaka4, la colse questo pensiero: «Nel paese di sopra, governato dal mio amato sposo, ho partorito un figlio dal cuore malvagio e me ne sono andata lasciandolo là.»
Ritornata indietro, di nuovo partorì dei figli: generò quattro tipi di cose, [ossia] Mizunokami, Hisako, Kahana e Haniyamahime. «Se il cuore di questo figlio dal cuore malvagio si farà selvaggio, prendete Mizunokami e Hisako, Haniyamahime e Kahana, e pacificatelo.» In questo modo insegnò e illuminò.
Umilmente istruiti in questo modo, perché [il fuoco] non arrechi distruzione al palazzo di Sua Maestà il Discendente, come offerta portiamo rispettosamente in dono tessuti dai bei colori, tessuti dai colori luminosi, tessuti delicati, tessuti grezzi, cose di cinque colori. Tra le cose che vivono nell’azzurra piana marina, [portiamo] i pesci dalle pinne larghe e i pesci dalle pinne strette, le alghe delle profondità e le alghe di superficie. Di sake divino, [portiamo] giare colme fino all’orlo, una fila di gonfie giare allineate. Anche per quanto riguarda il riso fino e il riso grossolano, lo accatastiamo come una catena montuosa.
Con le parole del solenne rituale, del celeste rituale, celebriamo umilmente la cerimonia.
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Un norito è un tipo di preghiera che appartiene al più antico insieme di credenze e pratiche giapponesi, quello che oggi conosciamo sotto il nome di Shintō, anche se questo nome gli è stato attribuito soltanto dopo l’introduzione del buddhismo in Giappone, come sistema per distinguere le credenze religiose più antiche da quello che era un ingombrante sistema di valori appena arrivato dal continente. Sia come sia, un norito è un componimento recitato nel corso di cerimonie specifiche; recitato e interpretato, per certi versi, perché il modo in cui le parole sono intonate ha una importanza fondamentale per la corretta riuscita del rituale.
Come forma, un norito si presenta a metà strada tra una preghiera come la potremmo considerare noi e un inno come quelli in uso nelle festività religiose del mondo classico. I norito di maggiori dimensioni, in particolare, contengono spesso una componente mitologica che può ricordare, alla lontana, gli inni omerici alle varie divinità dell’Olimpo. Quelli più brevi e semplici, invece, possono far pensare a giaculatorie un poco più complicate della media. Nell’insieme, i norito sono un tipo di testo religioso che è difficile da definire in termini occidentali, perché si basa su principi diversi rispetto alle preghiere e agli inni caratteristici della nostra tradizione. Sono comunque testi che si rivolgono alle divinità e cercano di ottenere da loro risultati specifici. In questi termini, li possiamo anche considerare preghiere, se non vogliamo complicarci troppo la vita. I norito ricorrono anche a un linguaggio antiquato, a volte perché sono antichi, a volte perché è necessario usare certe parole e certe strutture linguistiche, se si vuole indurre i kami a risponderci.
Il norito che ho presentato qui sopra è uno dei più antichi che siano arrivati a noi. È contenuto nello Engishiki, una raccolta di leggi, regole e altro materiale concernente il mondo religioso giapponese, la cui compilazione si è conclusa nel 927, ma questo è solo l’anno in cui il norito è stato messo per iscritto. Come gli altri presenti in quella raccolta, era di certo molto più antico dello Engishiki, forse di alcuni secoli, anche se non sappiamo di preciso a quando potrebbe risalire la sua formulazione definitiva. Rappresenta comunque una religiosità molto più antica rispetto a quella dei primi anni del Decimo secolo e lo si può capire già dalla prima occhiata, in originale.
Esiste anche un secondo norito, chiamato Hoshizume Norito, che è quasi identico a quello tradotto qui sopra, almeno come contenuti, ma è più breve. Non era usato in occasione dello Hoshizume no Matsuri, in apparenza, ed è sprovvisto della parte finale, in cui sono elencate le offerte presentate durante la cerimonia. Per il resto, non presenta differenze sostanziali, per cui non mi sembra necessario tradurlo di nuovo. Teniamo presente la sua esistenza, ma per il resto ci possiamo accontentare del norito registrato nello Engishiki.
Lo Hoshizume no Matsuri, ossia la cerimonia per la pacificazione del fuoco, era un rituale che si svolgeva due volte l’anno nel palazzo imperiale. Si teneva nel sesto e nel dodicesimo mese dell’anno, probabilmente verso la fine e forse nella stessa occasione in cui si eseguivano altri rituali di purificazione o di pacificazione, come il Minazuki tsugomori no Ōharae, la grande purificazione del sesto mese, durante la quale erano spazzate via tutte le impurità che si erano accumulate nel palazzo imperiale e attorno alla persona dell’imperatore. Un’altra cerimonia che si eseguiva di certo nello stesso giorno dello Hoshizume no Matsuri era il Michiae no Matsuri, un rituale per respingere gli spiriti malvagi che cercavano di entrare nella capitale dai quattro angoli dello spazio.
Nota anche col nome di Chinka, la cerimonia per la pacificazione del fuoco, ossia lo Hoshizume no Matsuri, era celebrata da sacerdoti appartenenti al clan degli Urabe, che si sistemavano ai quattro angoli dell’edificio e ripetevano il rituale, per assicurarsi che ogni punto del palazzo imperiale fosse protetto dagli incendi. Come dice il nome stesso, il clan degli Urabe era composto da esperti della divinazione: la parola ura indica infatti l’arte di predire il futuro, che nel Giappone più antico era esercitata bruciando nel fuoco l’osso della scapola di un cervo e interpretando i segni lasciati dalle fiamme sulla sua superficie5. Se aggiungiamo il suffisso be, che contraddistingueva il nome delle corporazioni, otteniamo appunto il nome Urabe, che fungeva da cognome per tutti i membri del clan6. Sistemandosi nei quattro angoli del palazzo, gli Urabe recitavano il norito che abbiamo tradotto qui sopra.
Il norito si può dividere in tre parti. Abbiamo una introduzione, dove è invocato l’imperatore ed è ricordata la fonte del suo potere; la parte centrale è costituita dal mito delle origini, in cui si rievoca l’episodio che avrebbe costituto il fondamento del rituale; la parte finale, dove si elencano le offerte e si espongono i benefici che si spera di conseguire dalla cerimonia. L’inizio e la fine sono comuni anche ad altri norito, per cui non sono molto interessanti in quanto tali, non almeno per quello che riguarda la pacificazione del fuoco nello specifico. Lo è invece la parte centrale, sia perché espone un mito ben diverso rispetto a quello “ufficiale”, contenuto nel Kojiki e nel Nihonshoki, sia per il modo in cui l’episodio è descritto.
Una cosa la possiamo però dire, per quanto riguarda la prima parte. L’aver riepilogato in breve la discesa sulla terra del divino nipote, oltre a manifestare rispetto per l’imperatore e a ricordare la gloria della sua stirpe, può avere una motivazione molto più pratica, specie in un rituale come questo. Come ci insegna il mito del kuni yuzuri, ossia la “cessione del paese”, la discesa di Ninigi sulla terra fu preceduta non solo da trattative tra gli amatsugami e i kunitsugami, per convincere i secondi a cedere pacificamente il controllo delle isole giapponesi alle divinità celesti. Prima dell’arrivo di Ninigi, fu necessaria anche una campagna molto più diretta per “pacificare” tutte le divinità ribelli ancora rimaste in vari angoli del paese, che potevano costituire un pericolo per il celeste nipotino di Amaterasu e la sua corte.
La sottomissione o la cacciata dei kami irrequieti, avvenuta prima dell’arrivo di Ninigi, è ricordata anche in altri norito, come quello recitato in occasione del Minazuki tsugomori no Ōharae (la già citata grande purificazione dell’ultimo giorno del sesto mese), mentre nel norito del Tataru kami wo Utsushiyaru (per scacciare una divinità vendicativa) troviamo un riepilogo dell’intero mito del kuni yuzuri. In apparenza, dunque, sembra che fosse considerato necessario ricordare la fondazione dell’autorità imperiale sulle isole giapponesi, quando si trattava di scacciare o placare divinità maldisposte. La lista delle offerte, invece, non sembra avere rilevanza col rituale specifico: è uguale in quasi tutti i norito raccolti nello Engishiki, qualunque sia il loro scopo.
Sia come sia, guardiamo il racconto mitologico sulle origini. All’inizio dei tempi, Izanami e Izanagi ricevettero l’incarico di costruire il Giappone. Dopo avere estratto dalle acque primordiali la prima isola, Onogoro, i due demiurghi celebrarono un rituale di matrimonio su quella prima isola e, dopo una prima falsa partenza, generarono in successione tutte le parti del Giappone. Generarono le isole, i monti, i fiumi, i laghi, i venti, la vegetazione e così via, come il norito ci ricapitola in forma molto breve. Tutto bene, fino alla nascita del dio del fuoco, in questo testo chiamato Homusubi. È il parto che concluderà la cosmogonia giapponese.
Partorendo il dio del fuoco, la demiurga Izanami rimane ustionata a morte e la fase della creazione terminerà con la sua discesa nel paese dei morti. Kojiki e Nihonshoki ci raccontano anche della katabasis di Izanagi, che entrerà nell’aldilà per recuperare la moglie alla maniera di Orfeo, e come il suo omologo greco fallirà miseramente, ma niente di tutto questo compare nel norito. Qui Izanami se ne va per conto proprio, torna indietro per partorire qualche ultima divinità e poi scompare in forma definitiva, senza altre scene drammatiche col marito. Una ulteriore differenza la troviamo nei sette giorni di divieto, che Izanami impone a Izanagi: niente di tutto questo è raccontato nei testi canonici, dove il divieto di guardarla c’è, ma avviene in tutt’altra occasione e non ha una data di scadenza precisa.
Prendiamo prima di tutto il modo curioso usato dal norito per indicare la “morte” di Izanami. Izanami non muore, ma “si nasconde tra le rocce”. Nel testo originale, il verbo è ihagakuru (石隠る), che significa esattamente questo: è composto dal verbo kakuru (隠る), ossia “nascondersi”, e dal sostantivo “pietra” (石), la cui pronuncia moderna è ishi, mentre la parola iwa indica rocce di più grandi dimensioni ed è scritta oggi con un carattere diverso, 岩. Il significato complessivo del verbo è comunque chiaro a sufficienza. Come si passa però dal nascondersi tra le rocce al morire? Che legame c’è tra queste due attività?
Il collegamento tra il nascondersi tra le rocce e il morire è dovuto al tipo di sepoltura utilizzato per l’aristocrazia giapponese soprattutto durante il periodo Kofun7: la tumulazione. Il cadavere era “nascosto tra le rocce” in quanto era inserito in un tumulo, poi sigillato per toglierlo alla vista dei viventi. Il periodo Kofun prende il nome proprio dal diffuso ricorso ai tumuli (kofun) come forma di sepoltura, almeno per quanto riguarda i capi dei vari territori in cui era diviso il Giappone. Per descrivere con un eufemismo la morte di un aristocratico, si utilizzava proprio il verbo ihagakuru ed è ragionevole ipotizzare che l’espressione sia stata coniata in quei secoli. È comunque attestata nel Man’yōshū, l’antologia poetica compilata a metà dell’Ottavo secolo, dove si possono trovare anche poesie di epoche più antiche: si prenda ad esempio il componimento numero 199 di quella raccolta.
Di contro, possiamo vedere che il Kojiki ricorre a una formula altrettanto eufemistica ma ancora più indiretta per descrivere la morte di Izanami. Il testo infatti ci dice 故伊耶那美神者因生火神遂神避坐也, che significa “così la dea Izanami, per avere partorito il dio del fuoco, se ne andò divinamente”. Non si parla dunque di nascondersi tra le rocce, ma semplicemente di andare via, ricorrendo al verbo saru (避る). Questo verbo può comunque essere usato anche come eufemismo per indicare la morte di una persona e un esempio lo troviamo nel Genji monogatari, ma in fondo anche in italiano possiamo dire che una persona “se n’è andata”, per indicare la sua morte: nulla di strano.
Più strano è semmai il fatto che Izanami muoia a rate, nel norito. Si nasconde tra le rocce una prima volta dopo il parto, poi il marito la va a guardare e lei si nasconde di nuovo tra le rocce, ma questa volta in maniera definitiva. O così sembra, dato che poi tornerà indietro per generare altre quattro figlie, ma per adesso preoccupiamoci solo del fatto che si nasconde due volte tra le rocce.
Kojiki e Nihonshoki non lasciano dubbi: partorire il dio del fuoco ferisce a morte Izanami e lei se ne va direttamente all’altro mondo. Per interpretare la prima sparizione per sette giorni, che troviamo solo in questo norito, c’è chi ha proposto il periodo di “quarantena” che segue il parto, pratica esistente in molte culture. Per un certo tempo, la donna doveva rimanere isolata, spesso in una capanna provvisoria, e non poteva entrare in contatto col marito e altre categorie di persone, in quanto il parto l’aveva resa impura. Plausibile, di per sé, se non fosse che questo problema si verifica soltanto alla nascita del dio del fuoco, mentre nei numerosi parti precedenti non si era mai fatto accenno a periodi di isolamento per la puerpera.
Se invece lo osserviamo tenendo conto di cosa accade nella versione canonica di questo mito, il suo significato assume un altro aspetto. Il Kojiki, ad esempio, ci propone sì un episodio in cui Izanagi non può guardare Izanami per un certo tempo, ma questo avviene nel paese dei morti, quando la moglie è già ufficialmente morta. Lo stesso è vero per il Nihonshoki. Quando Izanagi infrange il divieto, non spingerà la moglie a scendere nel paese dei morti, perché si trova già lì: ciò che accadrà è che la loro separazione diventerà definitiva in forma ufficiale, perché i due si scambieranno anche la formula di divorzio al termine di un inseguimento. Il primo nascondersi tra le rocce di Izanami, dunque, è già presentata come una morte, ma forse una morte temporanea. La morte definitiva e irreversibile arriverà con la violazione del divieto. Questo ci fa pensare al mogari.
Il mogari era una pratica funebre in uso nel Giappone più arcaico. Per quanto ne sappiamo, sembra essere terminata definitivamente prima dell’inizio del periodo Nara, quando la riforma Taika vietò in città le veglie funebri superiori a un certo numero di giorni, per ovvi motivi igienici8, ma è meglio procedere col condizionale. Sia come sia, il mogari era grossomodo una forma di doppia sepoltura usata in Giappone: il cadavere riceveva una sistemazione temporanea in un apposito edificio di qualche tipo, fino a che la decomposizione non avesse provveduto a rimuovere il grosso della carne. Le ossa, a quel punto, ricevevano una sepoltura definitiva. A volte il tutto avveniva nello stesso tumulo, ma in due stanze diverse; a volte no. I dati che abbiamo a disposizione per il periodo più antico sono solo archeologici, per cui è difficile ricavarne regole sufficientemente precise. L’esistenza di una espressione come mogari no miya, ossia “palazzo del mogari”, suggerisce però che di solito la decomposizione avvenisse in un apposito edificio. Altri termini con cui era indicato questo luogo sono araki no miya e moya, a titolo informativo.
Mogari è una parola composta da mo e agari. Con mo (喪) si indicava la pratica di conservare in casa, o almeno in un apposito spazio, il cadavere di un parente mentre si decomponeva. In quel periodo si svolgevano anche tutti i necessari riti di purificazione per il defunto. La parola agari (上) indicava quella che noi potremmo definire come “ascesa al cielo” del defunto, che per i giapponesi dell’epoca consisteva nel passaggio dalla condizione umana a quella di kami. Nel caso di un aristocratico, si parlava anche di kamuagari, ossia di “divinizzazione”. Come avvenisse di preciso questa divinizzazione è incerto. Per le persone comuni, forse si trattava solo di unirsi ai Mani, per usare il termine romano, ossia agli spiriti degli antenati che proteggevano la famiglia. Per gli aristocratici, o forse solo per i più meritevoli, poteva anche trattarsi di diventare davvero un kami. Dopotutto, un’altra espressione usata per indicare la morte di un aristocratico era ameshirusu, ossia “ritornare al cielo”, perché molte famiglie dichiaravano un qualche kami come capostipite.
Il mogari poteva anche essere indicato con un altro termine, ossia araki, ma la sostanza non cambia, anche se araki era riservato soprattutto ai nobili. In entrambi i casi, però, si trattava sempre della stessa cosa, ossia l’esposizione del cadavere prima di procedere con la tumulazione. I cadaveri dovevano avere il tempo di decomporsi e “liberarsi” dal corpo, prima che i resti potessero essere messi a riposare in pace: è una delle tante forme di doppia sepoltura, che troviamo presso popoli di ogni tipo e che era diffusa fin dal paleolitico, almeno a giudicare da quanto si può ricavare dai resti trovati soprattutto in Europa e dintorni. Il punto è che, nel periodo più antico della storia giapponese, la sepoltura di un cadavere era preceduta dalla sua decomposizione all’aria aperta, o almeno in uno spazio apposito. Ritrovamenti archeologici ci autorizzano a pensare che pratiche di doppia sepoltura fossero in uso anche durante il periodo Jōmon9, cioè molto prima del ricorso alla costruzione di tumuli, sebbene forse avvenisse in forme diverse rispetto al mogari a noi noto.
L’episodio di Izanami si riferisce al mogari, o è almeno liberamente ispirato a questa pratica? Così come ci è descritto nel Kojiki e nel Nihonshoki, l’affinità è chiara: in entrambi i casi, infatti, Izanagi si troverà davanti il corpo di Izanami in avanzato stato di decomposizione, dopo avere infranto il divieto di guardarla10. Una scena di questo tipo potrebbe effettivamente essere stata ispirata dalla necessità di recarsi regolarmente a controllare le condizioni del cadavere, durante il periodo in cui era lasciato a “prendere aria”. Diverso è il discorso per il norito, dove non si fa alcun riferimento alla decomposizione, ma solo alla ferita ai genitali, causata dal parto.
Un altro particolare. Le divinità che nel norito Izanami partorisce dopo la morte, per sottomettere e placare il dio del fuoco, corrispondono almeno in parte alle divinità che negli altri due testi nascono durante l’agonia della demiurga, in genere dagli scarti organici che perde rotolandosi a terra prima di morire. Mizunokami corrisponde a quella che nel Kojiki è chiamata Mizuhanome no kami, ossia una divinità femminile dell’acqua (mizu), mentre Haniyamahime è la Haniyasuhime no kami del Kojiki, una divinità femminile legata all’argilla (hani) e alla terra in generale.
Il Nihonshoki, tra le varianti di questo episodio, ce ne presenta una che potrebbe essere legata proprio al norito. A pagina 21 della traduzione inglese di Aston possiamo infatti leggere “In one writing it is said: «When Izanami no Mikoto gave birth to Ho-no-musubi, she was burnt by the child, and died. When she was about to die, she brought forth the Water-Goddess, Midzu-ha-no-me, and the Earth-Goddess, Hani-yama-hime. She also brought forth the gourd of Heaven.»”. Mizuhanome e Haniyamahime le troviamo anche nel norito, proprio come troviamo la “gourd of Heaven”, perché Hisako indica proprio questo, un recipiente per liquidi ricavato da una specie di zucca svuotata11. Mancano però accenni a Kahana, che invece rappresenta le erbe acquatiche che crescono lungo fiumi e laghi, almeno a giudicare dal nome.
Come ultimi figli di Izanami abbiamo dunque acqua, argilla, una zucca e piante acquatiche. La loro funzione era di collaborare per sottomettere il dio del fuoco, nel caso fosse diventato selvaggio. In quale modo? Non è spiegato, anche se non è difficile immaginare in quale modo una dea dell’acqua potrebbe contribuire alla sottomissione di un dio del fuoco. Qualche problema in più ce lo danno le altre tre divinità coinvolte, ma si può comunque ipotizzare un rituale in cui acqua e terra potrebbero cooperare per fermare il fuoco, usando un contenitore per l’acqua e piante acquatiche. È pur sempre un mito, dopotutto, e non deve necessariamente descrivere per filo e per segno il rituale che sarà compiuto nel mondo reale: basta solo che dia una spiegazione al tipo di oggetti utilizzati, almeno a grandi linee e sul piano simbolico.
In fatto di nomi, possiamo esaminare anche quello del dio del fuoco. In questo norito ci è presentato come Homusubi, ma è un nome che troviamo soltanto in una variante secondaria del Nihonshoki. Altrove, invece, il dio del fuoco è chiamato Kagutsuchi: è così che compare nel Kojiki e nelle altre varianti del Nihonshoki, oltre che in un frammento superstite del Mino fudoki, dove si parla anche del parto difficile di Izanami12. Ritroveremo il nome Homusubi in un altro norito, quello recitato in occasione del Kamado no kami no Matsuri, ossia una cerimonia in onore del focolare domestico: qui è invocato assieme a Okitsuhiko e Okitsuhime, una coppia di divinità più propriamente legate alla casa e al suo “cuore”, ossia il focolare. Homusubi sembra presente più che altro in quanto incarnazione del fuoco in generale, ma è un altro discorso e un altro norito.
Sia come sia, il nome Homusubi rimanda in modo molto diretto al fuoco. Scritto 火結, il primo carattere è quello usato abitualmente per il fuoco, hi, che possiamo trascrivere come hï se vogliamo mantenere la fonetica del giapponese più arcaico; quando è il primo elemento di un composto, diventa hö, come appunto nel nostro caso. Musubi in giapponese moderno è usato soprattutto per indicare nodi, legami e unioni di vario tipo, ma in giapponese classico lo troviamo usato anche con una idea di dare forma o accrescere. Homusubi può suggerire quindi l’immagine di un fuoco che si diffonde come una rete, autoalimentandosi: un fuoco piuttosto selvaggio e incontrollato.
Kagutsuchi è il nome generalmente più usato per indicare il dio del fuoco, come già abbiamo detto. Il suo significato è quello di “spirito che illumina sfavillando”, composto da chi, che significa spirito, dal connettivo tsu e da kagu, che significa produrre scintille luminose. Più che un nome, appare come una descrizione, ma è in linea con molti altri casi analoghi sia in giapponese che in ainu: per chiamare qualcosa, non si usa un nome proprio, ma si descrive la sua essenza13. Non che per noi faccia poi molta differenza. Qualunque sia il nome usato per indicarlo, resta comunque il dio che, nascendo, ha ustionato a morte Izanami, causando tutto il resto. È anche il dio che deve essere pacificato ricorrendo a questo norito.
Per certi versi, e azzardando un confronto un poco ardito, possiamo paragonare Homusubi all’antico dio romano Volcanus, prima che l’interpretatio graeca lo assimilasse a Efesto, trasformandolo in un fabbro. Il Volcanus di epoca arcaica incarnava il fuoco che divora e distrugge, tanto nel bene quanto nel male. A differenza del fuoco di Vesta, alleato degli esseri umani e racchiuso nel focolare, dove aiutava a gestire la casa e la vita quotidiana, Volcanus era il fuoco selvaggio, sempre affamato e mai sazio. Da un lato poteva essere benefico, perché la sua fiamma consumava gli spiriti nocivi e proteggeva a modo suo la città; dall’altro lato, però, poteva distruggere in qualsiasi momento quella stessa città che contribuiva a proteggere, quando la sua fiamma si scatenava e correva tra le strade, divorando gli edifici.
Come lo Hoshizume no Matsuri giapponese, anche i romani conoscevano una cerimonia periodica per pacificare il proprio fuoco selvaggio: erano i Volcanalia, che si svolgevano il ventitré di agosto. Data non casuale, visto che in piena estate il pericolo degli incendi era massimo a Roma e dintorni, dove il fuoco metteva a rischio non solo le case, ma anche il raccolto e i granai. Una descrizione dettagliata della cerimonia non ci è nota, ma avrà incluso offerte sacrificali a Volcanus stesso e ad altre divinità che erano considerate capaci di placarlo. Da Varrone sappiamo anche che un sacrificio a Volcanus consisteva nel gettare sulla sua fiamma sacra, il Vulcanale, dei piccoli pesci vivi, come sostituti di anime umane14. Acqua ed elementi acquatici usati per placare il fuoco, di nuovo.
Il punto è che anche la Roma del periodo arcaico conosceva un dio del fuoco selvaggio e celebrava riti periodici per placarlo e ingraziarselo, riducendo la minaccia costituita dalla sua furia. Non ci troviamo poi così distanti da quanto accadeva nel Giappone antico, dove due volte l’anno si celebrava un rito per placare il fuoco e tenerlo lontano dal palazzo imperiale. Homusubi era un kami, dopotutto, e come tutti i kami aveva due nature, una selvaggia (aramitama) e una pacifica (nigimitama). Il rituale in cui si recitava questo norito serviva a placare il suo aramitama, così come mille altri rituali per placare una divinità selvaggia ci sono raccontati in svariate storie giapponesi: è Izanami stessa a specificarlo, raccomandando di prendere Mizunokami e Hisako, Haniyamahime e Kahana, se il cuore di Homusubi si farà selvaggio (ara, 荒).
La distinzione tra nigimitama e aramitama è basilare nella concezione arcaica dei kami in Giappone. Ogni kami, ogni divinità, possedeva due anime: un’anima tranquilla, chiamata nigimitama15, e un’anima selvaggia, chiamata aramitama. Quando a prevalere era la sua componente nigi (和), il kami era benevolo e guardava con favore agli umani; quando a prevalere era la sua componente ara (荒), invece, il kami era malevolo e pronto a causare danni a chiunque gli capitasse a tiro. Sono molte le storie in cui compaiono kami selvaggi, che aggrediscono e uccidono tutti i passanti in una determinata zona16, senza alcuna ragione apparente. In tutti questi casi, diventerà necessario trovare il giusto rituale per calmare il kami ed eliminare così il pericolo. Lo Hoshizume no Matsuri è il rituale utilizzato nel caso specifico di Homusubi/Kagutsuchi.
Relativamente alla mitologia in generale, nel norito possiamo trovare una indicazione geografica sul percorso da seguire per raggiungere il paese dei morti: bisogna percorrere Yomotsuhirasaka (黄泉平坂). Nella cosmologia del Kojiki e del Nihonshoki, Yomotsuhirasaka è il pendio che segna il confine tra il paese dei vivi e il paese dei morti: si può vedere già dalla parola, dove la prima parte “Yömï” è il nome con cui era indicato l’aldilà nell’Ottavo secolo. I caratteri usati per scrivere il nome di questo luogo (黄泉) rimandano indubbiamente alla visione cinese dell’altro mondo, contraddistinto dalla presenza di sorgenti (泉) gialle (黄), mentre la parola giapponese yomi suggerisce l’oscurità ed è in genere collegata a yo, forma arcaica del moderno yoru (notte).
Nessuna delle due forme descrive molto bene il modo in cui il mondo ctonio è rappresentato sulla scena nelle storie del periodo, in realtà, ma neppure i giapponesi dell’epoca sembravano avere idee molto chiare su come fosse il loro aldilà. Come minimo, non avevano idee uniformi sul luogo in cui le anime si sarebbero recate dopo la morte: a volte sembra trovarsi sottoterra, a volte al di là del mare, a volte sotto il mare, a volte su una montagna e così via. La classica spiegazione per questi tipi differenti di aldilà è che siano stati introdotti nell’arcipelago giapponese da popolazioni diverse, arrivate sul luogo in più ondate. La cosmologia orizzontale, con aldilà oltre il mare, è in genere imputata a popoli delle isole del Pacifico, mentre quella verticale, con aldilà sotterraneo, sarebbe arrivata dall’Asia continentale. E così via.
Niente di tutto ciò è strettamente rilevante per noi, almeno in questo caso specifico. Per quanto riguarda il norito, ci basta sapere che esisteva una linea di separazione tra il paese dei vivi e quello dei morti. Il paese dei vivi era indicato come “sopra”, mentre quello dei morti era “sotto”; per passare dall’uno all’altro bisognava percorrere un pendio, scendendo o salendo a seconda del tipo di viaggio che si stava facendo. Lo Izumo fudoki si spinge un poco più in là, indicandoci che nel distretto di Izumo della provincia di Izumo, presso il villaggio di Uka, esisteva una grotta chiamata Yomi no ana (caverna di Yomi), al cui interno si trovava un pendio chiamato Yomi no saka (pendio di Yomi). Continua poi alludendo al fatto che la morte attendeva chiunque sognasse quel luogo, ma è un altro discorso e qui non ci interessa.
Izumo era la regione giapponese che i testi dell’Ottavo secolo indicavano più spesso come il punto di accesso all’aldilà, o almeno come un paese collegato all’aldilà. Niente di strano se una qualche porzione del territorio, magari dall’aspetto bizzarro o insolito, fosse stata identificata nel folklore locale con l’entrata agli inferi. Succedeva anche tra gli ainu, dove una particolare grotta nei dintorni di Nibutani era indicata come Ahunrupar, ossia l’accesso all’aldilà, dagli abitanti della zona: lo riferisce anche Kayano Shigeru nel suo dizionario della lingua ainu. Allo stesso modo, i greci del mondo classico avevano varie zone che gli abitanti delle rispettive regioni indicavano come accesso all’Ade e Pausania ce ne presenta diverse nella sua periegesi: uno dei più famosi punti di accesso erano le acque di Lerna, sede della celebre Idra uccisa da Eracle.
Sebbene nel Kojiki sia indicato proprio il paese di Izumo come luogo di sepoltura per Izanami, nel norito non troviamo alcun riferimento geografico, per cui non avrebbe senso cercare di imporvene uno. È un episodio avvenuto nel tempo mitico, in un luogo mitico, e il resto è irrilevante. Dopo essersi “nascosta tra le rocce” per la seconda volta, Izanami è scesa nel paese di sotto, presumibilmente l’aldilà, lasciando al marito il governo del paese di sopra. Questo è quanto. Da questo episodio mitico deriva il norito, assieme alla cerimonia relativa per pacificare il fuoco, da ripetere due volte l’anno per proteggere il palazzo imperiale dagli incendi. Ricordandone l’origine, con la recitazione del testo, si rinnova periodicamente la sacralità della cerimonia, assicurandosi che abbia sempre la forza necessaria per funzionare e difendere l’imperatore.
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NOTE
1 - Takamagahara, detta anche Takamanohara, è l’alta pianura del cielo, ossia il paese celeste dove vivono gli amatsugami, le divinità del cielo. Lì sembrano condurre una vita simile a quella degli umani, coltivando i campi, tessendo i vestiti e così via, almeno in base alle descrizioni del Kojiki e del Nihonshoki.
2 - Ninigi, figlio di Masakatsu Akatsukachi Hayahi Ame no Hoshihomimi no mikoto, uno dei cinque figli generati da Susanoo nel corso della sua sfida con Amaterasu; quest’ultima li aveva poi adottati, in quanto Susanoo aveva usato le gemme di Amaterasu come materia prima per produrli, quindi secondo lei i figli le appartenevano. Da Ninigi discenderà poi la stirpe degli imperatori giapponesi, secondo il mito.
3 - Il Giappone, in breve.
4 - Il pendio che separa il paese di sopra dal paese di sotto, cioè il mondo dei vivi dal mondo dei morti.
5 - Una tecnica divinatoria che in Giappone si è affermata in epoca un poco meno remota è quella di bruciare nel fuoco il guscio di una tartaruga, pratica quasi sicuramente importata dalla Cina, dove era molto diffusa. Le scapole di cervo rimandano invece alla tradizione delle steppe e della Siberia orientale.
6 - Un altro esempio di clan sacerdotale è quello degli Imibe, specializzato nei rituali di astensione.
7 - Il periodo Kofun, che va indicativamente dal III al VI secolo d.C., è l’ultima fase di quella che possiamo considerare la “preistoria giapponese”. Subito dopo emergerà il regno di Yamato come prima forza nel paese e fonderà l’impero giapponese; anche la scrittura farà la sua comparsa.
8 - Una legge presentata a corollario della riforma Taika vietava nello specifico la costruzione di “capanni funebri” per chiunque non appartenesse alla famiglia reale, limitando severamente sia il tempo concesso per i rituali funebri, sia lo sfarzo accettato nelle manifestazioni di lutto. Fino al 694 circa, l’intervallo tra la morte e la sepoltura poteva durare mesi o anche anni, apparentemente, almeno per chi era ricco e potente a sufficienza da poterselo permettere. In seguito, il tempo massimo fu ridotto a otto o dieci giorni.
9 - Non sono molto numerosi, ma sono stati trovati esempi di doppia sepoltura risalenti al tardo periodo Jōmon anche in alcune zone del Kantō. A Nakazuma, per esempio, è stata trovata una fossa circolare, che conteneva scheletri di oltre cento individui, coi teschi accumulati tutti assieme da una parte e il resto delle ossa accatastato altrove, segno che quella sepoltura di gruppo era avvenuta a cadaveri già decomposti. Anche l’assenza di terra dentro i teschi suggeriva lo stesso procedimento.
10 - E ovviamente sarà così sconvolto da quello spettacolo che fuggirà urlando, inseguito dai demoni usciti dal cadavere in dissoluzione della moglie.
11 - Hisako, oppure hisago: la parola indicava un contenitore ricavato dal frutto svuotato di una cucurbitacea e usato per raccogliere acqua e altri liquidi. La sua versione attuale è chiamata hishaku, non necessariamente ricavata da un qualche tipo di vegetale.
12 - In quel testo, il protagonista è il dio Kanayamahiko, nato dal vomito di Izanami e divenuto poi la divinità del santuario principale nella provincia di Mino. Il nome, letteralmente “monte (yama) di ferro (kanë)”, ci suggerisce che fosse una divinità collegata ai metalli e forse un patrono dell’attività mineraria in generale, o almeno che in quella zona fosse venerato con un titolo di questo tipo.
13 - Pratica da collegare a un qualche antico tabù, che vietava di nominare la cosa per non evocarla? Lo possiamo anche ipotizzare, se proprio desideriamo, e avrebbe dalla sua l’esempio di molti altri popoli in tutti gli angoli del mondo, elencati fino allo sfinimento nel terzo volume di The Golden Bough di Frazer, ma non so se sia davvero il caso di immaginare che anche il nome di questo kami segua lo stesso tipo di regola.
14 - O almeno Varrone pensava che quei pesci fossero sostituti delle anime umane, ma lui scriveva secoli dopo la nascita del rituale, per cui non è detto che quello fosse davvero il suo significato originario.
15 - Oppure nikimitama, nel periodo Nara, ma è sempre la stessa cosa e lo stesso carattere: 和.
16 - O più spesso la metà dei passanti, come accadeva per ragioni mai chiarite nelle storie.