Adriano - racconti e altro

Orizzonti di plastica

Capitolo quinto

La Rinascita sorgeva a nord della città, in una zona che un tempo era stata coltivata, ma che adesso si inselvatichiva a poco a poco, tra erbacce stentate, rifiuti abbandonati e resti di cemento. Un tempo c’era stata anche una pista ciclabile che la collegava alla città, ma da qualche anno la strada se l’era mangiata, come aveva mangiato ogni altro spazio libero. Le biciclette non erano le benvenute.

Distava circa dieci chilometri dagli ultimi relitti di periferia, dieci chilometri di strada larga, con un manto dissestato dodici mesi all’anno e poche luci a rischiararla, nelle ore notturne. Non ci arrivava l’autobus, il tram non ci pensava neppure. Chi la voleva raggiungere poteva farlo solo in automobile. Oppure a piedi, camminando sul ciglio della strada, anche se era opportuno lasciare un testamento a un notaio di fiducia, prima di lanciarsi in quella pazzia. Nella zona, pedoni e podisti avevano il tasso di sopravvivenza di un riccio al buio. Spesso ne condividevano la sorte, e non solo al buio.

Per chi riusciva a raggiungerla, la ricompensa non era delle migliori. Parcheggiando nello spiazzo deserto e ghiaioso, la prima cosa che si vedeva era un cancello di metallo, abbastanza solido e con un lucchetto nuovo. La strada bianca proseguiva oltre, allungandosi tra due file di pioppi rachitici, il cui aspetto faceva pensare a documentari sulla fame in Africa. Dopo i pioppi, la strada si allargava in un nuovo spiazzo, dove la ghiaia era rastrellata con cura. Al centro dello spiazzo, c’era una casa.

Quella era la sede della onlus Rinascita.

La casa era una vecchia fattoria, che aveva visto giorni migliori ma anche giorni peggiori. Un tempo doveva essere stata il centro di un grande spazio coltivato, come il vicino fienile faceva intuire, ma i suoi tempi di gloria erano più che passati. Erano trapassati. L’intonaco si era staccato in più punti, lasciando a nudo i mattoni, e i restauri recenti non erano bastati a restituire all’edificio una patina di rispettabilità. Più in là, dopo la fattoria e il fienile rabberciato, luccicava l’ampia serra, forse la sola parte nuova della costruzione, assieme al lucchetto sul cancello. Più avanti ancora, campi coltivati, o almeno arati, di colore giallo e marroncino. Non è che ci crescesse molto.

La storia di quella fattoria la si capiva con uno sguardo. Un tempo, quando la Lombardia era più giovane e l’aria meno solida, doveva essere stata il centro di un mondo agricolo sano e in forma, la casa di un possidente terriero che non aveva mai patito la fame. Poi il possidente doveva aver deciso che la città rendeva più della campagna e la fattoria era stata abbandonata, assieme ai campi attorno. Dopo anni di abbandono e vandali, e probabilmente dopo essere stata utilizzata per attività notturne di vario tipo, gratuite e non, negli ultimi tempi qualcuno l’aveva comprata e raddrizzata, cercando di riportarla agli antichi splendori. Finora, non c’era riuscito.

Il risultato di questo processo è la Rinascita, una onlus che si è posta come obbiettivo la riscoperta della terra e la rinascita della campagna attorno alla grande città. Siccome però la vecchia formula dello “alzati e cammina” non funziona per tutti, e siccome la campagna dei paraggi era decisamente più stecchita di un qualsiasi Lazzaro, gli scopi della Rinascita rimanevano al momento poco più di un manifesto o di una utopia: bella da pensare e da raccontare, ma di poco effetto pratico.

Verso le dieci del mattino di sabato ventuno giugno, sotto un sole da microonde, un’auto si fermò nello spiazzo ghiaioso davanti al cancello, dove già altri tre veicoli si allineavano. Si aprirono le portiere e ne scesero tre persone, due uomini e una donna, accomunati da un abbigliamento che si poteva definire “collezione pezzente, primavera/estate 2025”: pantaloni di una tuta, sformati e lisi, e maglietta larga a mezze maniche. Un abbigliamento alla Tarca, insomma. Due persone si diressero subito al cancello, la terza si fermò a guardarsi attorno, come faceva quasi sempre.

Era un uomo abbastanza alto, ben rasato, con qualche ciuffo di capelli rossicci che spuntava da sotto un largo cappello di paglia, di quelli che spesso portano il marchio di un concime e ti fanno pensare a vecchi contadini addormentati in veranda, con una bianca canottiera macchiata. Gli abiti da lavoro gli ricadevano su un fisico asciutto, da trentacinque-quarantenne in forma, come in effetti sembrava essere, e si concludevano con un paio di pesanti scarponi da lavoro, sporchi di terra. Una faticosa abbronzatura gli copriva una pelle che, a vederla, non pareva aver voglia di abbronzarsi.

Mentre i compagni aprivano il cancello, lui si era fermato a guardare il paesaggio lì attorno, col suo solito broncio di delusione. La strada larga e asfaltata proseguiva all’infinito da un estremo all’altro del mondo, a pochi passi da lui. Verso la città, che incombeva come un temporale, case e capannoni ormai abbandonati e in rovina, in attesa della prossima speculazione edilizia; in direzione opposta, i campi brulli, altri capannoni in disuso, resti di cemento ammuffito e qualche cavalcavia, a spezzare la monotonia del panorama. Cavi della luce, sospesi qui e là. Un cantiere aperto da almeno tre anni e mai concluso. E auto, auto che luccicavano avanti e indietro, con un suono da calabroni extralarge. L’asfalto tremolava l’orizzonte, sotto un caldo grigio che era solido e toglieva il fiato. E silenzio.

«Ettore, vieni?» lo chiamò la donna. Ferma accanto al cancello, si sistemava i capelli castano sotto il cappello di paglia, oggetto di ordinanza per chi lavorava all’aperto e nei campi.

Ettore Manovali si girò verso di lei, ancora imbronciato. «Andate pure avanti, poi chiudo io.»

«Ok, ma non dimenticarti, come l’altra volta.»

«Non mi dimenticherò, vai tranquilla» rispose, mentre il broncio si cambiava in un vago sorriso.

Andarono. Ettore Manovali rimase ancora un poco nello spiazzo, aggiustandosi il cappello in testa. Sì, c’era molto da fare quel giorno e non aveva tempo per starsene lì a fissare il vuoto. Eppure lo fissava lo stesso. Era sempre utile guardare in faccia il nemico, prima di una battaglia, e il loro nemico era il mondo. Quel mondo, per la precisione. Il mondo di auto, capannoni, case e campagna abbandonata, in cui scaricare gli scarti della città. Non avevano speranze, ma lottavano lo stesso.

Sospirò di malinconia, ripensando alla sua infanzia spesa a giocare in collina, in un’altra epoca. Suo figlio non l’avrebbe mai potuto fare: c’era da prendersi malattie molto brutte a star troppo tempo lì all’aperto, adesso. E poi, la collina che aveva amato lui, ormai, non esisteva più. Troppi condomini e troppe villette l’avevano mangiata. Scuotendo la testa, si sistemò la mascherina sul volto, attento a coprire bene naso e bocca, quindi si diresse anche lui al cancello. Ora di lavorare.

Marco Mari, invece, al lavoro c’era già da un pezzo. Il suo turno era cominciato alle sei del mattino, su un tratto particolarmente dissestato della A8, a sputare sudore mentre spalava e spargeva asfalto sulla carreggiata. Erano in pochi, quel giorno, e dovevano finire entro la sera: i limiti imposti al loro capo, quando la ditta titolare gli aveva subappaltato l’incarico. Così spalavano e spargevano, quattro operai sudati e a torso nudo, neri di peli e abbronzatura, mentre le auto dei vacanzieri sfrecciavano accanto a loro, per un fine settimana di riposo ai laghi o in montagna.

Marco non ne era contento. Prima di tutto, ormai faceva un caldo da schiantarti in sette pezzi, con il sole che picchiava sopra e l’asfalto che bolliva sotto. Più di una volta si era fermato, credendo che in lontananza, sospese sui vapori della strada, ci fossero le renne di Babbo Natale in arrivo, con un carico di gratificanti offerte lavorative per lui. Purtroppo non era che un miraggio, una fata morgana data da misteriosi fenomeni di rifrazione e dai quarantatre gradi che gli lessavano il cervello. Il suo secondo motivo di scontento era appunto il lavoro. Quel lavoro.

Tanto per cominciare, era in nero. Ma su questo avrebbe chiuso un occhio, niente di grave. Solo che spalare asfalto in un cantiere stradale non era proprio la professione che aveva sognato, né quella per cui aveva studiato. A trentatré anni, con una laurea in lettere moderne che lo fissava ogni giorno dal muro accanto al letto, Marco si sentiva in diritto di sperare in qualcosa di più. Per esempio, una cattedra da qualche parte; anche in uno sperduto paesino di montagna, a seicento chilometri da casa sua. Invece, niente da fare. Dopo aver discusso la tesi e dopo i festeggiamenti di rito, conclusi con uno sgradevole tuffo nei Navigli, ubriaco come una puzzola, si era trovato a dover guardare in volto l’amaro fato di molto suoi predecessori letterati: l’assoluto nulla della disoccupazione.

Il primo anno ci aveva creduto; il secondo ci aveva creduto di meno: il terzo si era arreso. Sul fronte occidentale nessuna cattedra, neppure uno sgabello. Ma era giovane, era robusto e confidava che, un giorno, le cose sarebbero cambiate. Nell’attesa di quel giorno, si era adattato a mangiare quello che passava il convento. Il convento gli aveva passato un impiego come operaio in una oscura e un po’ sospetta ditta di servizi stradali e autostradali: aveva accettato. Così, da cinque anni girava l’Italia a spalare e spargere asfalto, cuocendosi mani, scarpe e cervello, assieme a tre immigrati di pelle scura e folta peluria sul corpo. Per restare in allenamento, ogni tanto insegnava loro un po’ di italiano, tra una spalata e l’altra; vago modo per mantenere in vita con le macchine i resti dei suoi sogni, persi negli anni. E la polvere regnava sulla laurea, come su tutto il resto.

Quel sabato ventuno giugno, poco dopo mezzogiorno, la svolta che Marco Mari aveva atteso tanto a lungo, fin quasi a perderci la speranza, finalmente arrivò. Purtroppo per lui, la svolta fu abbastanza diversa da quella che sognava. Fu però netta e definitiva.

Uscendo dalla breve ombra di un cavalcavia e tornando nella fornace stradale, Marco si era fermato per un momento, ad asciugarsi il sudore dagli occhi e tirare il fiato, prima di fare di nuovo il pieno di asfalto. Forse abbagliato, forse cotto dal sole, forse inseguendo un miraggio, si era fermato in un punto poco sicuro: accanto ai coni che delimitavano l’area del cantiere itinerante. In altre occasioni, forse non gli sarebbe successo niente e avrebbe potuto riprendere il lavoro come sempre. In quella occasione, invece, qualcosa successe. La svolta. Un tir, spostandosi di lato per lasciarsi sorpassare, si era spostato troppo di lato e troppo vicino alla loro piccola area ambulante di lavoro. Con le ruote del lato destro, aveva schiacciato alcuni coni, prima di riportarsi in carreggiata con una sgommata e un colpo di clacson e forse un paio di bestemmie, tanto per gradire.

Uno di quei coni era Marco Mari.

Il suo capo brontolò parecchio, quando dovettero interrompere il lavoro per soccorrerlo. Brontolò ancora di più, quando fu chiaro che si sarebbe dovuto cercare un nuovo operaio: il corpo di Marco, dopo l’incontro ravvicinato col tir, aveva l’aspetto di qualcosa che non avrebbe più spalato asfalto. Aveva anche poche probabilità di ottenere una cattedra, almeno su questa sponda dell’Acheronte. E quale impiego lo attenderà sull’altra sponda, invece, non ci è dato saperlo.

Mentre il tir si allontanava col suo carico di gabinetti di ceramica, dopo che l’autista aveva espresso la propria opinione con qualche insulto urlato al cantiere, gli altri operai ripresero il lavoro, in attesa che venissero a rimuovere i resti dell’ormai ex collega. C’era ancora molto da fare, entro sera.

Alla Rinascita, i lavori del mattino erano conclusi. La serra stava dando buoni frutti, come previsto, anche se era sempre necessario tenere sotto controllo le temperature, per evitare che i loro vegetali si bollissero prima ancora di essere raccolti. I campi all’aperto, invece, erano un’altra storia.

«Non ci crescerà mai niente di sano» aveva detto Diego Zorro, uno dei botanici del gruppo. Aveva il cappello di paglia sempre storto, una curiosa salopette sporca di terra, un pancione notevole e un nome che incarnava la tristezza e la miseria della sua infanzia. Non era mai riuscito a liberarsi dal sospetto che i genitori lo odiassero: perché altrimenti gli avrebbero rifilato proprio il nome Diego, quando aveva già Zorro come cognome? Era un abuso di minore, puro e semplice. Adesso sfogava decenni di frustrazioni, in un perpetuo maledire le terre avvelenate di Lombardia.

«Affari suoi. Noi continueremo a provare» aveva risposto Manovali, fissando i campi brulli e i resti agonizzanti della loro precedente semina. Morta molto male, a giudicare dalle spoglie.

Diego Zorro si strinse nelle spalle. «Ma sì che continuiamo, ovvio. Dicevo solo per avvertirvi, così non vi fate troppe idee. C’è troppa porcheria nel terreno, ormai. Non basterà una vita a ripulirlo.»

«Allora ce ne metteremo due, di vite.»

Zorro lasciò perdere. Era impossibile discutere con Manovali, su certe cose: aveva la testa di marmo di un architetto e l’elasticità mentale di un ciellino. Un cocktail letale per ogni argomento. Scalciò una zolla secca, sospirando dietro la mascherina. «Vedremo dopo pranzo, se ci arriverà la roba.»

«Arriverà.»

Manovali si chinò a raccogliere la zolla appena scalciata dal compagno. La sollevò, rigirandosela tra le dita, come una pietra preziosa. Non aveva la consistenza della terra dell’infanzia, né ne aveva il tanto amato odore. Ma era terra e loro l’avevano ridotta così. L’avrebbe fatta rinascere, a ogni costo, perché un giorno anche suo figlio potesse tornare all’aperto. Suo figlio, oppure il figlio di suo figlio, come sembrava più probabile. Ma ce l’avrebbe fatta, prima o poi.

Diego Zorro lo fissava in silenzio. A cinquantasei anni, e dopo averne viste di tutti i colori, ormai aveva perso l’ottimismo e le speranze del compagno. Ma lo poteva capire. Probabilmente anche lui si sarebbe comportato così, se avesse avuto una famiglia a cui consegnare il futuro. Invece era solo uno zitellone stagionato, che non aveva mai voluto sposarsi per non dover rifilare anche ai suoi figli il cognome che odiava tanto. Non che avesse mai ricevuto proposte, ma in ogni caso non le avrebbe accettate, per una questione di principio. Si aggiustò la pancia da cocomero, sotto la salopette.

«Sarà meglio rientrare, adesso. A star qui fuori, con questo caldo, ci becchiamo un’insolazione.»

Manovali lasciò cadere la zolla e si rialzò. «Già, avremo già abbastanza da lavorare dopo pranzo, è meglio che per adesso facciamo la scorta di fresco.» Abbozzò un sorriso. Sotto l’abbronzatura, c’era chiara la traccia di lentiggini della sua pelle pallida, tra una spelacchiatura e l’altra. Non si sarebbe mai abituato al sole, ma insisteva, con un piglio da zanzara. Almeno per questo, era da ammirare. In ogni cosa, però, era sempre eccessivo e anche questo lo dimostrava. Non sarebbe morto vecchio, si disse Zorro, spazzando un po’ di terra dalla salopette.

Erano in dieci, nella cucina riadattata della fattoria. Manovali sedeva accanto a Samuele Rainieri, l’altro botanico, e parlottavano fitto fitto di qualcosa, probabilmente della consegna pomeridiana. In disparte, al capo opposto della tavolata, Zorro discuteva con Paolo Esposito, il guardiano del posto; gli altri facevano gruppo tra loro, mentre pranzavano. Era un ambiente rustico ma tranquillo, come è logico attendersi in una cascina riciclata alla meglio. C’era soprattutto attesa nell’aria, mista a vaga delusione per il risultato della semina. Non aveva attecchito nulla. Se tutto andava bene, però, già da quel pomeriggio le cose sarebbero cambiate. Forse. Con un po’ di fortuna. In prospettiva.

E la consegna tanto attesa arrivò puntuale alle quattordici e trenta, in un clima così mite da lessare una gallina ancora viva, se ci fossero state galline nell’aia. Non c’erano. Avevano già abbastanza da lavorare coi vegetali; agli animali avrebbero pensato più avanti, in caso di successo. Sollevando una nube tossica di polvere e detriti, nello spiazzo ghiaioso parcheggiò il furgone di Tiziano Bortolin, commercialista cravattato nella vita normale e contadino autodidatta nella vita della Rinascita. Al cancello, come per magia, apparvero di colpo i visi dei compagni, nell’ombra dei cappelli di paglia, col sorriso del bambino che aspetta Babbo Natale.

«E ciò, dateme una mano a tirar zù la roba» disse Tiziano, scendendo dal furgone. L’aria lo baciò con dolcezza, ricoprendogli il volto di uno strato istantaneo di sudore. Boccheggiò, mentre il corpo si adattava al passaggio dal climatizzatore alla realtà, poi scosse la testa e guardò di nuovo gli altri, sconcertato. «Oh, ma se sciòpa qui!»

«Allora tiriamoli fuori, prima che sciòpino anche loro» rispose Manovali, ridendo. Esposito aprì il cancello e tutti ne uscirono quasi di corsa, per raccogliersi attorno al nuovo arrivato. Finalmente ce l’avevano fatta, dopo tanta attesa! Adesso si trattava solo di vedere se avrebbero funzionato.

Svuotarono il furgone nel tempo di uno scatto telefonico, quando paghi tu. Uno scatolone a testa per gli uomini, uno in due per le donne: non pesavano mica poco, quegli affari! Ma ogni stilla di sudore era benedetta, in quel caso. Portavano la speranza alla terra, o almeno ne erano convinti. Quale poi fosse l’opinione della terra in proposito, purtroppo, non ci è dato saperlo.

Sedettero a parlare attorno a un tavolo, solo dopo che anche l’ultimo degli scatoloni fu sistemato in un ripostiglio fresco, nella fattoria. Erano quattro: Samuele Rainieri e Diego Zorro, i due botanici, più Ettore Manovali e Tiziano Bortolin, che ancora si asciugava la faccia tirando porchi. Gli altri si erano divisi il compito di sistemare, catalogare e cominciare ad aprire gli scatoloni, per prepararsi al momento glorioso in cui li avrebbero usati. Silvia Carli, una delle donne, era di sopra, al computer.

«Quali hai trovato?» chiese subito Rainieri, riempiendosi un bicchiere.

«Lo sai anche te, quelli dell’Unione Europea. Sono fatti in Germania e sono buoni, fidati.»

«Mi fido, mi fido» rispose Rainieri, pensieroso. «Per quelli americani niente da fare, eh?» aggiunse un attimo dopo. «Proprio impossibile, credo...»

«E ciò! È tanto che son riuscito a fare entrare questi, col blocco...»

«Lo so, lo so. Era giusto per chiedere.»

«Quanto ti dobbiamo, allora?» intervenne Ettore Manovali, dopo una pausa di silenzio.

Bortolin agitò una mano in aria. «Oh beh, poi vediamo. Faccio conti tutto il giorno, figurati se g’ho voglia di fare i conti anca per questo. Ho le fatture, poi ci pensiamo. Non è un problema.»

«Già, prima bisogna vedere se funzionano» disse Zorro.

Ci fu una nuova pausa di silenzio, mentre tutti e quattro ripensavano ai fallimenti del passato. Non testimoniavano proprio a favore delle loro abilità di contadini, ma in fondo nessuno era contadino, lì in mezzo! Erano persone normali, che si arrangiavano alla meglio e cercavano di fare la cosa giusta. E che questa fosse la cosa giusta, era ancora tutto da dimostrare.

«Sicuro che non li hanno identificati, in dogana?» chiese Diego Zorro.

«Neanche l’hanno vista la dogana, stella! Son commercialista, ma non sono mona» rispose Bortolin, con una bozza di sorriso. Vuotò il bicchiere e lo riempì di nuovo.

«Speriamo. Se no finiamo come il gruppo di Novara, tutti in galera per ecoterrorismo.»

Manovali sbuffò. «Ci arrestino pure! Quello che fanno loro è mille volte peggio. Guarda fuori!»

Non guardarono fuori, non ce n’era bisogno. Giallo e bianco erano le tinte dominati: il giallo della terra e dei campi e il bianco del cielo. Innaffiatori automatici disegnavano arcobaleni di acqua sulle rovine del loro ultimo tentativo agricolo. Il sole bruciava ogni cosa, senza fare prigionieri, e i pioppi che avevano piantato con tanta cura, per costeggiare il viale di accesso, erano attaccapanni secchi e malati. Plastica, ferraglie e altri oggetti non ben definibili spuntavano dal terreno ogni volta che loro aravano. Pareva un paesaggio postatomico e invece era solo il retrobottega della grande città.

Samuele Rainieri si alzò, distendendo tutto il suo metro e novantacinque, corredato da centoventi chili di ex muscoli. Era una visione imponente, per chi lo osservava dal basso, ed era per molti versi il loro totem tribale, la guida che adoravano e seguivano, senza proteste.

«I lombrichi naturali non vivono più, in questa terra» disse, sfregandosi la barba. «Muoiono subito, lo avete visto anche voi. E senza lombrichi, muore anche tutto il resto. Quindi, ci siamo procurati da fuori una partita di lombrichi modificati, per sopravvivere anche in questa merda. Volevamo quelli americani, ma ci possiamo accontentare di quelli tedeschi. Basta che non muoiano. Punto. Adesso li proveremo, inserendoli nei nostri campi, e vedremo se saranno abbastanza forti. Il resto non conta.»

Chiaro, come sempre. Diego Zorro chinò la testa, vergognandosi un poco della sua prudenza. Ma in fondo non aveva torto neppure lui, il rischio c’era ed era grosso. Quei lombrichi erano vietati dalla legge e sarebbero finiti male tutti quanti, se li avessero beccati. Però, le alternative...

«Ok, li proveremo» rispose. «Volevo solo che fosse chiaro a tutti il rischio. Finora potevamo anche farlo passare per un gioco, ma d’ora in poi diventa una cosa seria. Per me non c’è problema, ma è giusto che tutti se ne rendano conto e sappiano cosa si rischia. Specie chi ha una famiglia, ecco.»

«Lo sanno, lo sanno» disse Rainieri, sorridendo. «E siamo tutti pronti a rischiare. Giusto?»

Ettore Manovali pensò a quella mattina, uguale a ogni altra mattina festiva. Si era svegliato presto, in una nuvola di aria condizionata. Aveva seguito la messa assieme a moglie e figlio, come sempre il sabato e la domenica, nella chiesa climatizzata, con panche di finto legno e finti marmi alle pareti. Avevano viaggiato in metropolitana, in comodi sedili con aria condizionata e schermi televisivi. E tutto senza vedere il cielo. Senza sentire sulla pelle neanche un atomo di aria vera.

Era comodo, certo, ed era più salutare: poco poetico, ok, ma non rischiavi un tumore a ogni respiro. Però non era una vita reale, non la riusciva a concepire come una vita reale. Era la vita di un criceto in gabbia, che corre su una ruota, oppure di un pesce rosso nella boccia di plastica. Ecco la vita che stavano vivendo, ormai. Criceti, chiusi nella plastica.

Sarebbe mai cambiato qualcosa?

Forse sì e forse no. Agendo, almeno avrebbero avuto una possibilità, per quanto piccola. Lo doveva a suo figlio, che a sei anni non sapeva ancora che esistesse un mondo fuori dalla città, a parte forse la spiaggia dove lo portavano una settimana in estate. Gli sarebbe piaciuto poter camminare con lui per mano, sotto un cielo che non brucia soltanto e sopra un’erba che non sia un mutante avvelenato. Era il sogno che faceva più spesso, e come tutti i sogni più belli non si sarebbe mai realizzato, non in questa vita. Trent’anni non sarebbero bastati, per riavere un paese decente, e questo neppure se ci si fossero impegnati tutti. Invece erano quattro gatti, a lottare con le zappe contro colate di cemento impoverito e nuove centrali nucleari. Battaglia persa in partenza. Era pronto a rischiare?

«Io ci sono» rispose Manovali, alzandosi in piedi come Rainieri. «E prima cominciamo, prima forse avremo qualche risultato. Andiamo a piantare i lombrichi, invece di star qui a chiacchierare.»

Diego Zorro lo guardò perplesso, Samuele Rainieri sorrise dietro la barba, Tiziano Bortolin vuotò il terzo bicchiere di vino e si asciugò la fronte. «E andiamo, ciò» disse, alzandosi a sua volta.

Uscirono nell’aria rovente del pomeriggio, le mascherine in volto e il cappello in testa. C’era un bel lavoro che li aspettava, lungo a sufficienza da riempire il resto del sabato e la domenica seguente. E forse non sarebbe servito a nulla, ma forse sì, ed era proprio su quel forse sì che puntavano tutto. In particolare Ettore Manovali, ma lui ancora non lo sapeva.

Mentre nei campi della Rinascita undici schiene si chinavano regolari a trafficare nella terra, per motivi che a lui sfuggivano, all’ombra di un capannone in rovina Fedele Innocenti si asciugava la fronte e sospirava nella mascherina. Che schifo di un incarico gli aveva rifilato, l’amministratore! Il peggio che potesse capitargli. Ma ormai finalmente vedeva la luce in fondo al tunnel e tutto grazie a Luca Tarca, il suo vicino. Un po’ gli spiaceva avere un debito con quella persona, non certo una tra le più rispettabili al mondo, ma sapeva che senza Tarca non sarebbe mai sopravvissuto.

Chiudendo gli occhi, poteva immaginarsi entrare nell’ufficio gelido dell’amministratore, abbassare la testa e confessare il suo fallimento. L’amministratore probabilmente non avrebbe risposto nulla, non subito, ma lo avrebbe liquidato con un cenno infastidito. Più che sufficiente, per segnare il suo destino. Un cenno, un «se ne vada», in terza persona.

E come l’avrebbe spiegato poi al suocero, l’esimio avvocato Bianchi? Lui sarebbe spuntato subito, un avvoltoio in giacca, cravatta e denti finti, per pasteggiare con le spoglie del genero fallito. In un attimo, tutta la sua impalcatura di maturità, la vita da persona adulta che Fedele si era affannato per anni a costruire, gli sarebbe crollata addosso. La sua fine, professionale e privata.

Ecco cosa si giocava, lui. Da una parte la testa dell’architetto Manovali, dall’altra la sua. In mezzo, come improbabile salvatore era arrivata la mano tesa di Tarca, la soffiata che gli aveva riaperto una speranza, un mondo di luce. Sabato ventuno ci sarà una consegna alla Rinascita. Là troverà anche il suo collega, Ettore Manovali.

Non era stato facile per Fedele scoprire cosa fosse quella Rinascita, di cui parlava il messaggio di Tarca, ma un paio di caute domande e una mappa satellitare avevano fatto il resto del lavoro. Ecco la Rinascita, una baracca fuori città, dove un gruppo di dipendenti e impiegati come lui giocavano a fare i contadini. Senza molto successo, a giudicare dai campi nei dintorni. Si era appostato lì fin dal primo mattino e non aveva visto una sola macchia di verde. Solo giallo, grigio e marrone. E quella vecchia lastra di alluminio, su cui per poco non si affettava un piede.

A dirla tutta, più che la Brianza, gli ricordava un documentario sull’agricoltura nei paesi del terzo mondo, tipo il Mali o il Gambia. Togliendo naturalmente le auto luccicanti e i vestiti consumati, ma pur sempre di ottima marca, comprati nelle boutiques del centro: quelli, i contadini del Mali e del Gambia non li avevano di sicuro.

Chissà come si sentono migliori, perché zappano la terra invece di guardare la tv, pensò. Non che avesse qualcosa contro di loro, sia chiaro: ognuno aveva pur diritto al passatempo che voleva. Solo, gli sembrava piuttosto stupido. Quella terra era morta e sepolta, non serviva a niente perderci tempo, energie e magari anche soldi. Persino la gramigna faticava a crescere! Dopo anni e anni a vomitarci veleni, nulla di sano poteva spuntare da quella zona. Si strinse nelle spalle. Contenti loro...

Era giunto lì in auto, nonostante guidare gli piacesse come farsi un clistere; si era fatto il solito giro in ottovolante, tra rotonde, rotonde e ancora rotonde, intasate di traffico stitico, e aveva posteggiato con cura nel capannone abbandonato, lì dietro. Poi si era accucciato in un angolo d’ombra, accanto ai resti di una recinzione di plastica, e aveva puntato il binocolo sulla fattoria. Aspettando.

Non era stato bello. La mascherina lo soffocava, il caldo lo rimbecilliva, il sudore lo disgustava e gli insetti, unica forma di vita spontanea nei dintorni, gli ronzavano su ogni centimetro scoperto. Aveva maledetto mille volte il nome di Fabrizio Storti, ma solo col pensiero, e aveva maledetto gli uomini della Rinascita, che volevano fare i contadini e si alzavano tardi, a differenza dei contadini veri. Nei campi attorno, il silenzio era orribile, neanche una cicala a cantare inni all’estate. Erano morte tutte? Possibile. Forse erano solo ricordi del passato, ormai, come molte altre cose.

Alla fine, erano arrivati. L’architetto Ettore Manovali era tra loro. Fedele non aveva neanche fatto caso agli altri, per lui esisteva una persona sola: Manovali, il suo bersaglio. Lo aveva seguito come un innamorato o uno stalker, inquadrando nelle lenti tonde del binocolo ogni suo movimento, ogni espressione del suo volto. Aveva fotografato e filmato, per documentare quella sua nobile attività di volontariato presso una onlus. Aveva infine ripreso con maniacalità l’arrivo del furgone e lo scarico degli scatoloni sospetti. Da quella distanza non si potevano leggere le scritte, ma a quello avrebbero pensato altri: lui ci metteva la materia prima, i tirapiedi appositi dell’amministratore avrebbero poi lavorato di zoom, per capire cosa ci fosse dentro.

Asciugandosi la fronte e spazzando via una decina di moscerini che vi si erano accampati, Fedele si sentì in debito verso Tarca. Aveva avuto ragione, il vicino: gli aveva spedito un messaggio, giovedì, per dirgli che quel sabato pomeriggio sarebbe arrivata una consegna alla Rinascita e la consegna era arrivata davvero. Con tanto di Manovali a riceverla. Sì, Tarca gli aveva salvato la vita.

Penserò a qualcosa per ricambiarlo, magari un regalo o un bonifico. Gli farà certo comodo. Con la testa piena di quei nobili propositi, Fedele Innocenti aveva continuato a spiare fino al momento in cui erano usciti di nuovo, sempre con gli scatoloni sottobraccio. Aveva seguito con netto disgusto la scena della posa del primo verme, che allo stesso tempo aveva chiarito il contenuto degli scatoloni e sollevato forti dubbi sulla sanità mentale di quei tizi. Aveva infine riposto il binocolo nella custodia, quando era stato evidente che per quel giorno non avrebbero più lavorato. Il sole era al tramonto e di lì a poco il mondo sarebbe stato un incubo di zanzare mutanti. Restare all’aperto era da pazzi.

Quando si alzò adagio per raggiungere l’auto, stendendo le gambe rattrappite e in parte insensibili, i primi vampiri malefici gli ronzavano già attorno, per nulla intimoriti dai repellenti e gli insetticidi di cui si era ricoperto. Peggioravano di continuo, quegli insetti. Il cielo sopra di lui cambiava colore, in un tramonto che da anni non vedeva più: il bianchiccio da candeggina sporca si tingeva di rosso e di uno strano arancione, da carota di serra, con striature che si facevano spazio a gomitate nell’umidità dell’atmosfera. In quella luce incerta, nei giochi di ombre allungate e di sagome indefinite, anche la campagna attorno a lui pareva quasi bella, tra i capannoni diroccati e monoliti di cemento.

Fedele si fermò, le mani sui fianchi. Quasi senza volere, la memoria gli tornò a quel tramonto che aveva visto nella sua infanzia, dalla finestra di un bagno al secondo piano. Un’esplosione di colori pastello, che eruttava dal confine della collina in fondo e si spandeva sui tetti arancioni di tegole. Sì, era stato quel giorno: per la prima e unica volta in vita sua, aveva desiderato saper dipingere, perché quello spettacolo potesse vivere in eterno davanti a lui. Ma non sapeva dipingere, né disegnare: non erano tra le sue scarse doti. Così quel tramonto si era perso e restava solo nella memoria.

Lo rivisse in quell’istante, mentre tornava al capannone in cui aveva nascosto l’auto. Rivide l’epoca in cui tutto doveva ancora cominciare, in cui solo i sogni di un bambino esistevano. L’epoca in cui anche lui amava correre in collina e giocare nell’erba, macchiarsi di terra, col canto delle cicale ad avvolgere tutto. Che fine aveva fatto poi la collina? Inghiottita dai condomini, come ogni altra cosa? Probabile. Si voltò verso la Rinascita, sfiorata dal sole moribondo. Li poteva capire, dopotutto. Non condivideva, ma capiva. In un altro tempo o in un’altra vita, forse li avrebbe aiutati anche lui.

Stringendosi nelle spalle, ripartì verso l’auto. Le zanzare ronzavano, l’aria bruciava di umidità e la gola cominciava a prudere, nonostante la mascherina. Gli anni dei giochi all’aperto erano finiti. Ora era adulto, aveva altre responsabilità. E anche se quel lavoro non gli piaceva, era il suo lavoro.

Neanche a Luca Tarca piaceva quello che aveva fatto. Anzi, non sapeva neppure lui perché l’avesse fatto. Il suo vicino, Innocenti, gli aveva chiesto aiuto per cercare informazioni su una persona, su un collega. Non ci voleva Sherlock Holmes a capire cosa volesse farci con quelle informazioni e in una circostanza diversa, forse, lui lo avrebbe ignorato, lasciando che si arrangiasse da solo. Quella volta no. Aveva cercato le informazioni, gli aveva passato una notizia che probabilmente avrebbe causato la fine per quel collega e in più, come aggravante, aveva taciuto tutto a Eva, che pure si era rivolta a lui, preoccupata per il marito e il lavoro che le stava nascondendo.

Avrebbe potuto spiegarle il problema di Fedele, invece aveva taciuto. «Non ne so nulla, con me non viene certo a parlare» le aveva risposto. Mentendo. Perché, proprio quella volta, Fedele Innocenti sì che era venuto a parlare con lui. Ma perché le aveva mentito?

Non riusciva a liberarsi dalla domanda e non riusciva a concentrarsi sul lavoro al computer. Quindi, era meglio staccare per un poco la spina e pensare ad altro, fino a che la sua testa non si fosse messa in regola. Di solito non ci voleva molto.

Stiracchiandosi, uscì dall’appartamento, cogliendo giusto uno scorcio dei suoi genitori in poltrona, gli occhi persi negli abissi dello schermo della tv. C’era un programma che parlava di qualcosa e di qualcos’altro, e lo faceva a voce alta, in un profluvio di suoni strani. Quella che probabilmente ora chiamano musica, si disse, chiudendosi alle spalle la porta di ingresso. Il crocifisso appeso gli diede la solita fitta di fastidio, ma lo ignorò. Se qualcuno non sapeva a chi appartenesse quel condominio, crocifissi e quadri sui pianerottoli lo chiarivano ben bene. Meglio procedere oltre.

Alla scala, guardò prima verso il basso, poi verso l’alto. La gravità lo portava verso l’atrio, l’istinto o il capriccio lo spinsero invece verso l’alto, il terrazzo. Raggiunse arrancando col fiatone l’ultimo piano, poi si diresse al solo, misero ascensore che fosse concesso anche a quelli col suo reddito, cioè l’ascensore per il tetto: un viaggio di una manciata di secondi, niente di più. Quando si aprì la porta automatica, all’arrivo, la luce lo accecò come sempre.

Oltre la tettoia si spalancava il cielo grigio e bianco della città, dove la luce non aveva un punto di origine definito, ma si spandeva ovunque, a prescindere dalla posizione effettiva del sole. Prodigi del progresso e dell’inquinamento, che cancellavano l’azzurro e davano in cambio un meraviglioso colore brillante, che a Tarca ricordava sempre il secchio di candeggina sporca della madre. Il cielo di Lombardia, così bello quando è bello, e cioè mai, almeno negli ultimi decenni. Un attimo dopo, lo artigliava l’afa, non appena gli occhi si furono abituati al chiarore.

Pessimo giorno per stare all’aperto. Chissà come se la sarebbero cavata, quelli della Rinascita? E chissà come se la sarebbe cavata un animale da interni come Fedele Innocenti. Quel giorno avrebbe portato molte novità di sicuro, forse cambiamenti radicali, e in fondo il colpevole era proprio lui, lui aveva messo in moto tutto quanto. Il suo vicino era andato a spiare alla Rinascita, ma cosa e quanto avrebbe scoperto? Tarca si accorse con stupore di essere più preoccupato di questo, che non degli ultimi sviluppi sul fronte cinese, ben più gravi in un’ottica mondiale.

Sospirò. Dopotutto, per quanto enormemente più importanti nel macrocosmo, quegli eventi erano lontani, impersonali; non potevano competere con un problema in cui erano coinvolte persone a lui note e a cui, in almeno un caso, voleva bene. Triste legge dell’umanità, ma inevitabile.

Chissà come l’avrebbe presa, Eva?

Davanti a Tarca, il muro di condomini e palazzi dormiva nella pigrizia del sabato pomeriggio. Più in alto, da qualche parte, il sole si avviava forse verso il tramonto, ma soltanto una vaga differenza nella luminosità diffusa lo faceva ipotizzare. Da quanto tempo non lo vedeva più? Quando era stata l’ultima volta che aveva alzato gli occhi al cielo, vedendo il sole? Non lo ricordava. Una decina di anni, probabilmente: la vita all’aria aperta non faceva per lui e la evitava quando poteva.

Tra le brume dell’orizzonte, con un po’ di fantasia poteva immaginare il profilo vago della piramide di Lambrate, opera inutile come poche altre al mondo. Sorrise. Era un po’ il simbolo di tutto ciò che nel mondo, e soprattutto in quel paese, funzionava con le parti meno nobili del corpo umano. O, per lo meno, lui la vedeva così. Ogni tanto, saliva in terrazzo con un binocolo, per guardare e ricordare; quel giorno no, quel giorno voleva solo lasciar vagare la mente, prima di tornare al lavoro.

Non ci riuscì molto. Mentre il sole incendiava di un colore sospetto lo spazio tra due condomini di cemento armato, il telefono lo riportò sulla terra. Era Fedele Innocenti, il suo vicino.

«Buongiorno» rispose Tarca, simulando interesse ed entusiasmo. Sapeva di cosa gli avrebbe parlato e sapeva anche di non aver voglia di sentirlo, al momento. Ma spesso ciò che si vuole deve cedere il passo a ciò che si deve, o a ciò da cui non si può sfuggire. Sospirò.

«Buongiorno Tarca. Sono qui nei pressi della Rinascita, e...» Fedele si interruppe.

«E?» Non sapeva decifrare il tono del suo vicino. C’era una parte di agitazione, ma c’era soprattutto una dose notevole di qualcosa per cui Tarca non aveva pronto un nome. Il che lo infastidiva.

«La devo ringraziare. È andato proprio come mi aveva detto lei, nel suo messaggio.»

«Mi fa piacere. Allora ha risolto il suo problema con il collega? Ha saputo ciò che voleva sapere?»

«Sì, l’ho saputo.» Adesso il tono di Fedele era sicuramente deluso. Perché? Aveva visto anche più di quanto volesse vedere, per caso? Tarca ascoltò, dimenticandosi il caldo e l’aria che gli irritava la trachea, a ogni respiro soffocante.

«Non mi pare che ne sia molto soddisfatto, però...» gli disse.

«Beh, non è stato proprio come pensavo, però» e quasi lo si poté sentire alzare le spalle, «lo saprà anche lei, il lavoro è lavoro. Non è che me lo sono scelto io.»

«Già.» Tarca pensava a Eva, a quello che gli aveva raccontato sul mistero del viaggio che suo padre e Fedele avevano fatto assieme, prima dell’assunzione di quest’ultimo. Erano già dodici anni.

«A ogni modo... credo che la dovrò ricompensare per questo. Mi è stato di grande aiuto e senza di lei non so proprio come ne sarei uscito. Il capo mi aveva scaricato addosso una brutta storia, senza uno straccio di indizio...»

«Non c’è bisogno di ricompense, si figuri.»

«No, la prego, sono in debito con lei e la devo ringraziare. Mi dica lei cosa preferisce, semmai.»

«Siamo a posto così, non c’è bisogno di ringraziamenti speciali o altro.» E poi non credo che avrai voglia di ringraziarmi, tra non molto, aggiunse Tarca tra sé. Sentiva sempre più che doveva essere stato il demone della perversione a guidarlo, quando aveva aiutato Fedele. O quello, oppure...

«Beh, se la mette così... ma per qualsiasi cosa, mi consideri a sua disposizione, d’accordo? Perché mi è stato davvero di aiuto e io mi sento in debito con lei.»

«Non si preoccupi, nel caso mi rivolgerò a lei.»

Durarono ancora qualche frase, oscillando tra il vago e il luogo comune, poi la conversazione finì. Luca Tarca spense il telefono, con un sospiro di sollievo. Anche questa era andata. Probabilmente non nel migliore dei modi possibili, con buona pace di Leibniz, ma era andata lo stesso e questa era la cosa più importante. Si passò la mano sul volto, trovandolo fradicio.

«Vorrei che aprisse gli occhi alla realtà» gli aveva detto Eva, un giorno, parlando del marito. «Una volta non era così, non pensava solo al lavoro. Adesso invece... sembra che cammini in un tunnel, non vede niente di quello che c’è intorno.»

«E tu vorresti che uscisse da quel tunnel, per tornare nel mondo?» le aveva chiesto lui.

«Già. Vorrei che si togliesse il paraocchi e cominciasse a guardarsi attorno. Come faceva prima.»

Prima. Tarca riemerse alla realtà, con la gola che prudeva per l’aria pessima. Diede l’ultimo sguardo al piatto orizzonte di condomini, poi gli voltò le spalle, per puntare all’ascensore.

Credo che abbia cominciato ad accorgersi di nuovo del mondo, pensò, mentre la porta automatica lo sigillava nel palazzo. Ma dubito che andrà come volevi tu, Eva.

Con un gemito rassegnato, si avviò lungo le scale, verso il suo appartamento tanto più in basso.

Mentre tutto questo si svolgeva dietro e al di sopra di lei, Eva Bianchi era assente da casa. Tornò nel tardo pomeriggio di domenica ventidue giugno, in un clima che prima ti toglieva il fiato e poi te lo risputava in faccia a una temperatura vicina alla fusione del ferro. Rientrò, parcheggiò in un angolo la borsa, salutò la poltrona contenente il marito che guardava la tv e sedette sul divano, stanca e con un accenno di fiatone in gola. Sorrideva.

«Hai fatto di nuovo le scale» disse Fedele, girandosi verso di lei. Sullo schermo passava un qualche programma, che ancora non aveva riconosciuto. Alternava documentari sui rettili dei Balcani, balli, le canzoni dell’estate, pubblicità e notiziari sul prossimo disegno di legge regionale, che di lì a poco sarebbe stato spedito al pubblico per l’approvazione col televoto.

«Per sgranchirmi un po’ le gambe, se no finisco come te.»

Fedele si strinse nelle spalle. «Tutto bene, dai tuoi?»

Eva sorrise. Giovedì gli aveva raccontato che i suoi genitori, i coniugi Bianchi, li avevano invitati a casa loro per il fine settimana. Lei sarebbe andata, perché aveva voglia di passare un po’ di tempo con loro, e lui cosa avrebbe fatto? Lui aveva guardato in tutte le direzioni in cui non c’era la moglie, si era schiarito la gola e aveva bofonchiato di un impegno di lavoro, che non poteva rinviare.

«Mi spiace, ma è proprio una cosa urgente» le aveva detto. «Siamo indietro e, beh... penso che tuo padre capirà. Salutameli e porgi le mie scuse, mi raccomando. Sarà per la prossima volta.»

Sì certo, la prossima volta che l’uomo camminerà su Urano in infradito, non gli aveva risposto Eva. Sapeva che il marito non amava molto incontrare i suoceri, giusto per usare un eufemismo, così era diventato un pro forma, ormai, estendere anche a lui l’invito. Non lo avrebbe mai accettato. Era anche un’ottima scusa, per quando lei aveva qualcosa da fare e non voleva raccontarglielo. Oggi vengono a trovarmi i miei, e Fedele si volatilizzata come etere. Oggi passo dai miei, e Fedele quasi le metteva in mano la valigia, prima che cambiasse idea e invitasse pure lui. Era un jolly ed Eva ne aveva sempre fatto buon uso, per ogni evenienza particolare. Come quel fine settimana.

«Mio padre avrebbe voluto vederti, chissà perché...» aggiunse con noncuranza, sapendo bene che effetto avrebbe avuto sul marito. Serviva a ingrassare un po’ la bugia.

Fedele non la deluse. Sfoderò la sua migliore faccia da morto di peste, sorrise come un pesce e poi si girò di nuovo verso lo schermo. «Spero nulla di importante» riuscì a dire, alla fine.

«Ma no, ma no. Saranno state le solite chiacchiere tra uomini, sai com’è...»

«Uhm...»

Liquidato anche il fine settimana in famiglia. Adesso Fedele non avrebbe più chiesto nulla, neppure con un mitra nella schiena. Erano stati due giorni di lavoro intenso, per Eva, e adesso contava solo di potersi fare una bella doccia fresca, cenare e poi sdraiarsi con un libro in mano. Poteva sentire la schiena che le implorava misericordia, in ginocchio. Meglio riposarsi, già, meglio riposarsi.

«E il tuo impegno di lavoro, invece?» gli chiese, sapendo che non avrebbe ricevuto risposte. «Avete finito in tempo quella cosa urgente che dicevi?»

«Uhm, sì, direi che è risolto. Tutto bene, insomma.»

L’aveva guardata solo per un momento, prima di tornare a fissarsi nello schermo della tv. Eva aveva capito fin troppo. L’impegno così urgente era sempre la porcheria che gli aveva rifilato il suo capo e di cui non le voleva proprio parlare. Chissà cosa poteva essere... ma era troppo stanca per pensarci e sapeva anche che non sarebbe servito insistere.

«Ci pensi tu a preparare per la cena?» chiese a Fedele. «Il viaggio non è stato un granché e adesso mi vorrei fare una doccia. Con questo clima, poi...»

«Non preoccuparti, ci penso io» le rispose lui. «Tu vai pure.»

Eva sorrise. Aveva tanti difetti, suo marito, e tanti altri probabilmente li nascondeva con cura, ma se non altro la aiutava in casa, quando era pungolato. E forse anche questo ricadeva nella sua perdita di personalità, dopo il matrimonio, ma almeno non era una conseguenza negativa. Prima di pensarci troppo, si alzò e si diresse verso il bagno, scrocchiandosi la schiena.

Fedele la guardò, guardò la borsa che aveva abbandonato in un angolo e notò le tracce di terra, che la moglie aveva lasciato con le scarpe, entrando. Erano giallastre e secche, quasi polvere, con l’aria di un malato grave. Non disse nulla.

Anche quella l’aveva raccolta in casa del padre?

Fedele pensava, mentre la tv riempiva la stanza con la sua voce, raccontando cose che per nessuno erano interessanti, ma facendolo a tutto volume.