I pericoli portati dall'arcobaleno
Nel folklore ainu, l’arcobaleno era pericoloso. Vi avevo già accennato parlando del kamuy yukar in cui Kanna Kamuy, il dio del tuono, scende a visitare il mondo umano, ma questo potrebbe essere un buon momento per riprendere e ampliare il discorso, anche alla luce di certe tradizioni presenti presso altri popoli e che potrebbero aiutarci a trovare una spiegazione per questa curiosa idea, presente in Hokkaidō. Potrebbe essere una somiglianza accidentale, oppure la superstizione ainu potrebbe essere un caso specifico di una superstizione più generale, comune a popoli molto distanti tra loro. Vediamo se ci sarà possibile scoprirlo.
Partiamo dagli ainu. Come dicevo, esistono almeno due formule con cui si raccomanda di evitare l’arcobaleno, in quanto pericoloso. Da un lato, era vietato puntarvi contro il dito: rayoci e=yaka kor, e=tekehe munin; oppure rayoci a=yaka kor, a=tekehe munin. Le due versioni della frase sono identiche come significato: cambia soltanto la persona del verbo, che nel primo caso è un “tu”, mentre nel secondo è un “si” generico. “Se tu additi l’arcobaleno, la tua mano marcirà”: questa è la traduzione della prima formula, dove si fa ricorso per l’appunto al prefisso di seconda persona singolare (e). Nell’altra, si utilizza il prefisso a, che in questo caso possiamo tradurre con un “si” passivante1. Per il resto, il verbo yaka significa “indicare col dito”, mentre munin è “marcire”2.
Con questo ammonimento, gli ainu non ci spiegano la causa del pericolo. Ci dicono soltanto che il pericolo esiste e che l’arcobaleno non deve essere additato, aggiungendo le conseguenze per chi oserà compiere questo gesto tabù. È comunque un punto importante, perché lo rivedremo spesso anche sotto altri cieli.
Qualche informazione extra la troviamo in un’altra frase, sempre legata all’arcobaleno e al suo ruolo nelle superstizioni locali. Rayoci anak kamiasi ne kusu, iteki or un inkar yan: “poiché l’arcobaleno è un mostro, non dovete guardare verso di lui.” Qui non è vietato solo additare l’arcobaleno, ma anche guardarlo. Non bisogna rivolgersi nella sua direzione. Non bisogna interagire in alcun modo con quello spettacolo celeste. L’arcobaleno, rayoci,3 è definito kamiasi, parola che i dizionari ainu-giapponese traducono in genere come bakemono (化け物). Nel suo dizionario, Kubodera aggiunge qualche altro dettaglio sul vocabolo, che lui trascrive come kamiash: oltre a indicare un mostro (化物), è anche definito come 人を罵る言葉, ossia parola per insultare una persona. Unendovi il prefisso rafforzativo ar-, secondo Kubodera significava 妖怪, 化物, 恐ろしいもの, ossia “yōkai, bakemono,4 cosa spaventosa”.
Possiamo aggiungere qualche altro dato. Nel suo dizionario, il Batchelor ci presenta il termine kamiash/kamiyashi, traducendolo così: “A poisonous snake. A dead body. A demon”. Abbiamo dunque di nuovo il demone, ma troviamo in aggiunta anche un sospetto “cadavere” e un curioso “serpente velenoso”. Se la sua traduzione come cadavere può essere considerata un fraintendimento di quello che per i giapponesi era lo spettro di un morto5, mentre il demone si inserisce facilmente nella stessa categoria di yōkai e bakemono, specialmente dalla prospettiva di un missionario di fine Ottocento, più interessante è il suo riferimento al serpente velenoso, considerato anche il ruolo che ha questo rettile nel folklore ainu.
In lingua ainu esistono parecchi termini per indicare un serpente, in molti casi di chiara origine apotropaica o giri di parole per evitare di nominarlo apertamente: nomi come tannekamuy, divinità lunga, oppure tannep, cosa lunga, hanno tutta l’aria di essere nati come allusioni dovute a un qualche tipo di tabù, che proibiva di usare il suo nome autentico. Anche kinasut kamuy, divinità nascosta tra l’erba, può essere tranquillamente inserito in questa categoria. Due nomi più diretti sono okokko e tokkoni, il secondo dei quali indica un serpente velenoso nello specifico6. Che anche kamiasi fosse usato come sinonimo di serpente, dunque, non sarebbe strano: è un animale che possiede già un profluvio di nomi, tra gli ainu. Giusto un altro modo per non nominarlo.
Il serpente aveva sia ruoli positivi che negativi, a seconda del tipo. Esistevano serpenti benefici, che portavano ricchezza alla casa in cui si trovavano: Nusa-kor Kamuy, la divinità che soprintendeva al luogo dove erano allineati gli inaw all’esterno della casa, era spesso visualizzato come un serpente di un qualche genere. Come è vero per molti altri popoli in varie zone del mondo, anche gli ainu consideravano di buon auspicio ospitare in casa propria alcuni tipi di serpente, che potevano essere considerati portatori di fortuna, abbondanza, protettori domestici o altro ancora, a seconda dei casi. In alcuni miti, il serpente primordiale aveva poi un legame molto stretto con Ape Kamuy, la dea del focolare domestico, la figura più importante nel culto ainu e custode della casa.
Accanto a queste creature benefiche, però, esistevano anche serpenti ritenuti pericolosi per gli esseri umani, e non solo a causa del loro veleno. Uno di questi è il serpente di grandi dimensioni che l’ainu Kayano Shigeru chiama catay e che di solito è immaginato abitare nelle paludi e in ambienti simili. Un esempio di questa creatura potrebbe essere il narratore del quinto kamuy yukar nella raccolta Ainu Shin’yōshū a opera di Chiri Yukie. Al catay erano anche attribuite caratteristiche molto più adatte a un mostro che a un animale vero e proprio, in ogni caso, per cui potrebbe essere considerato come un esempio di kamiasi, secondo la definizione che ne dà Batchelor.
A un livello più superstizioso, al serpente era attribuita la capacità di prendere possesso di un essere umano e manovrarlo a proprio piacimento, in certe circostanze. Nel capitolo riservato al cosiddetto “culto dei serpenti”, all’interno del suo The Ainu and their folklore, Batchelor scriveva che per gli ainu i serpenti sembravano provare un particolare astio nei confronti delle donne, che erano le loro prede preferite e che cercavano di fare impazzire a ogni occasione. La possessione da parte di un serpente era considerata la prima causa di problemi durante il parto, per esempio, ma i serpenti potevano anche essere utilizzati in quella che, nella società ainu, contava come “magia nera”. Esistevano particolare rituali per pregare un serpente di mordere una persona ed esistevano in parallelo rituali per scongiurare la morte, se colpiti da un serpente aizzato contro di te, ma questo ci porterebbe troppo lontano dall’argomento della nostra ricerca attuale.
Il punto è che esiste un ricco folklore ainu relativo ai serpenti, spesso negativo, ma non esiste una connessione diretta con l’arcobaleno7. Il serpente è collegato al fulmine in molti miti e gode di un rapporto speciale col fuoco; l’unico possibile legame con l’arcobaleno, però, è dovuto al fatto che la parola kamiasi, come abbiamo visto, poteva significare anche “serpente velenoso”, oltre a essere una etichetta affibbiata all’arcobaleno in quanto “mostruoso”. Questo tra gli ainu, quantomeno. Se guardiamo quanto avveniva presso altri popoli, molto più vicini a noi, il discorso cambia.
L’arcobaleno, rayoci, era considerato un kamiasi. Secondo Batchelor, anche i serpenti velenosi potevano essere chiamati kamiasi. La forma dell’arcobaleno potrebbe anche suggerire quella di un serpente, volendo. Un esempio simile ce lo fornisce appunto il folklore bretone. In Bassa Bretagna, nei dintorni di Lannion, l’arcobaleno era descritto come un grande serpente che scendeva dal cielo per abbeverarsi, quando aveva sete. Abitanti del posto erano anche in grado di indicare presso quale stagno, torrente o fiume si stava dissetando. Sono state registrate anche testimonianze di bretoni che sostenevano di averlo visto di persona: in queste storie, l’arcobaleno era descritto con una grande testa di serpente dagli occhi fiammeggianti. Secondo altri (presunti) testimoni bretoni, avrebbe avuto invece una testa di toro8.
Ricapitolando, per gli ainu l’arcobaleno era un kamiasi. Batchelor ci dice che tra i significati di questa parola c’è anche quello di “serpente velenoso”. L’arcobaleno era dunque un serpente, per gli ainu? Non necessariamente. Una identificazione di questo tipo è possibile, ma non automatica. Abbiamo visto che altri popoli immaginavano l’arcobaleno come un serpente, per cui esistono precedenti in questo senso, ma ciò non significa che anche per gli ainu l’arcobaleno avesse qualche legame col serpente. È una una ipotesi, al massimo, una suggestione più o meno interessante resa possibile dal significato di una singola parola, ma nulla di più.
Era questa possibile associazione a rendere pericoloso l’arcobaleno? Di nuovo, possiamo ipotizzarlo, ma non possediamo alcuna prova vera e propria a supporto. Inoltre, come vedremo più avanti, il divieto di additare fenomeni celesti è presente anche presso altri popoli e non è limitato al solo arcobaleno. Sembrerebbe dunque che il tabù sia legato più che altro al puntare le nostre ditacce contro il cielo, se non vogliamo che ci capiti qualcosa di brutto. Gli ainu potrebbero anche avere scelto l’arcobaleno per una qualche associazione col serpente, forse, ma il divieto di indicare qualcosa in cielo va al di là del semplice arcobaleno. Lo vedremo a breve.
Comunque lo vogliamo tradurre nello specifico, che fosse un mostro o un serpente velenoso, è certo che kamiasi/kamiash indicasse una figura pericolosa, qualcosa che non appartiene allo stesso piano di esistenza degli uomini e dal quale era meglio tenersi a distanza. Per gli ainu era vietato interagirvi in qualunque modo. Non lo potevi additare, perché la tua mano sarebbe marcita, ma non lo potevi neppure guardare direttamente, perché probabilmente te ne sarebbe venuto qualche altro tipo di male, anche se non è specificato quale. Era comunque un mostro, per cui non poteva certo farti qualcosa di piacevole. Questo per gli ainu di Hokkaidō.
In un altro continente, nella seconda metà dell’Ottocento, James Mooney registrava le tradizioni e il folklore dei Cherokee superstiti, a cui sarebbero state dedicate alcune sue pubblicazioni, come Myths of the Cherokee (1902) e The Sacred Formulas of the Cherokees. Nel primo di questi due libri, la frase finale del racconto numero otto intitolato “The Moon and the Thunders” (pag. 256 e seguenti) è questa: “One must not point at the rainbow, or one’s finger will swell at the lower joint” (non bisogna additare l’arcobaleno, altrimenti la nocca inferiore del dito si gonfierà). Come già abbiamo visto per gli ainu, dunque, anche per i Cherokee del Nordamerica era pericoloso puntare un dito verso l’arcobaleno.
Nelle note finali a questo racconto (pag. 441 e seguenti), Mooney aggiunge qualche informazione extra. “Rainbow - The conception of the rainbow as the beautiful dress of the Thunder god occurs also among the South Sea islanders. In Mangaia it is the girdle of the god Tangaroa, which he loosens and allows to hang down until the end reaches to the earth whenever he wishes to descend (Gill, Myths and Songs of the South Pacific, p. 44). For some unexplained reason the dread of pointing at the rainbow, on penalty of having the finger wither or become misshapen, is found among most of the tribes even to the Pacific coast. The author first heard of it from a Puyallup boy of Puget sound, Washington.”
Il discorso sull’arcobaleno come capo d’abbigliamento divino è interessante in termini generali, ma al momento non ci riguarda e possiamo procedere oltre. A riguardarci è invece l’apparente tabù, che proibisce di puntare un dito verso l’arcobaleno. Secondo Mooney, questo tabù sarebbe stato diffuso presso la maggior parte delle tribù nordamericane, da una costa all’altra. Un tabù che Mooney non si sa spiegare, come lui stesso dichiara. Apparentemente, la punizione poteva cambiare da una tribù all’altra, ma c’era sempre qualche conseguenza negativa per il dito che si era macchiato di questo misfatto. Poteva gonfiarsi una nocca, poteva avvizzire l’intero dito o poteva deformarsi in altro modo. Sia come sia, nessuna mano scortese sarebbe rimasta impunita.
Abbiamo così un elemento sicuro: il divieto di additare l’arcobaleno era diffuso sia tra gli ainu della costa asiatica del Pacifico, sia tra le tribù nordamericane in generale, tanto quelle pacifiche quanto quelle più vicine all’Atlantico, come era appunto il caso dei Cherokee. Potremmo fantasticare che il tabù appartenesse originariamente a quei popoli che avrebbero attraversato lo stretto di Bering qualche decina di migliaia di anni fa. Se il grosso di loro ha raggiunto l’America e diffuso ovunque questa superstizione, altri si potrebbero essere fermati prima, nella punta nordorientale della Siberia, e gli ainu che vivevano nei paraggi ne avrebbero raccolta l’eredità. È possibile? Come fantasia forse sì; come realtà, però, è meglio non prenderla troppo sul serio. La suggestione è affascinante, ma non è altro che questo: una suggestione.
Tanto per cominciare, divieti simili esistevano anche nel folklore di popoli molto più vicini a noi. Se torniamo a sfogliare l’opera di Sébillot sul folklore francese, possiamo infatti leggere che “en Auvergne, il faut se guarder de désigner l’arc-en-ciel avec le doigt; en Picardie, celui que l’on étend vers lui peut être coupé; en Wallonie, dans les Vosges, il y vient un panaris”. Abbiamo dunque un divieto generale di additare l’arcobaleno in Auvergne senza specificare le conseguenze; in Picardie tutto ciò che si punta verso l’arcobaleno rischia di essere tranciato; tra i Vosgi, infine, la minaccia è di essere colpiti da un giradito.
Lasciando perdere fantasie su popoli preistorici che avrebbero dato origine a questa superstizione, trovo più opportuno indagare sul tipo di associazione mentale che potrebbe aver suggerito una idea simile presso popoli così diversi e distanti tra loro. A consigliare di muoverci in questa direzione è anche il fatto che in Francia non era pericoloso soltanto additare l’arcobaleno, ma la minaccia si ripeteva in relazione ad altri fenomeni celesti. “Dans le Bocage normand, en montrant l’orage avec le doigt on s’expose à être foudroyé”, per esempio: se indichi col dito un temporale, ti esponi al rischio di essere fulminato, secondo una superstizione registrata in una zona della Normandia. A cambiare è la punizione, non il gesto: punta un dito verso il cielo e ti succederà qualcosa di male.
Se questo sembra essere vero in termini generali, è altrettanto vero che l’arcobaleno godeva di una fama particolare presso diversi popoli ed era associato spesso e volentieri a conseguenze spiacevoli per chiunque si trovasse a interagire con lui. Additarlo ti esponeva a punizioni di vario tipo, come abbiamo visto, ma non era l’unico problema possibile. Gli ainu consigliavano di non guardarlo neppure, perché era un kamiasi, un mostro. Qualcosa del genere è possibile che esistesse anche presso alcune tribù del Nordamerica, anche se Moorey ci parla solo dei rischi derivanti dal puntare un dito. Di certo, i francesi ci forniscono un folklore molto più ricco in questo senso, forse anche perché le loro tradizioni sono state osservate molto più a lungo e più approfonditamente rispetto a quelle di popoli che vivevano in aree per noi più remote.
Abbiamo già visto che anche in diverse regioni francesi l’arcobaleno poteva essere descritto come una creatura vivente, un animale che scendeva dal cielo per dissetarsi: idea non molto lontana da quella che sembra trovarsi dietro la sua definizione ainu di kamiasi, mostro o serpente velenoso che sia. In Corsica, per rimanere in tema di mostri e demoni, alla vista dell’arcobaleno si diceva che il diavolo andava a bere in mare o in un fiume, a seconda dei casi: gli ainu probabilmente non avrebbero avuto obiezioni a paragonarlo a un nitne kamuy, un demone. I poteri assegnati in Francia a questo fenomeno celeste, però, vanno anche in direzioni parecchio diverse.
Citando di nuovo Sébillot, “L’arc-en-ciel qui, ansi qu’on l’a vu, est l’object d’explications nombreuses et variées, passe pour avoir un grande puissance sur les êtres et sur les choses; mais son action est souvent funeste, ou il exerce une attraction redoutable. On croit dans le Mentonnais que si ses bouts touchent un arbre, il le fait mourir; dans le Lot, dans la Haute-Garonne, il le desséche et détruit sa récolte, et celle des champs sur lesquels il se pose; dans le sud du Finistère, c’est lui qui, en pompant sans cesse l’eau, détermines les rafales, les grains et le coup de vent subits. Les marins de la Manche disent qui si un navire passait par un de ses bouts au moment où il aspire l’eau, il pourrait être enlevé avec elle.”
Vediamo dunque che in Francia l’arcobaleno aveva un grande potere, ma era soprattutto negativo: il suo contatto poteva uccidere gli alberi, rovinare il raccolto nei campi su cui si posava e causare bufere con l’acqua che aspirava (beveva) in continuazione. Era anche una minaccia per le navi, perché un vascello che attraversava una delle due estremità dell’arcobaleno poteva essere risucchiato in cielo. Gli ainu, che non erano esattamente un popolo di agricoltori, non avrebbero certo potuto sviluppare un folklore relativo ai danni causati dall’arcobaleno ai raccolti; i francesi, che invece si dedicavano all’agricoltura, non si sono lasciati sfuggire questa opportunità, a quanto pare. A ogni modo, se l’arcobaleno danneggia le dita puntate contro di lui, può rovinare in forma analoga anche gli oggetti e le superfici su cui si posa: il suo contatto diretto o indiretto è nocivo. Ma non è tutto.
Il folklore di alcune regioni francesi gli attribuiva anche un potere parecchio curioso: quello di cambiare sesso alle persone che vi passano sotto. Stando a Sébillot, questa idea era estremamente comune nel XVI secolo, tanto da essere inserita senza alcun problema e senza spiegazioni ulteriori anche in racconti e commedie teatrali, dando in apparenza per scontato che tutti avrebbero capito subito il riferimento. Secondo testimonianze più recenti, “Dans la Haute-Loire, une personne qui passerait dessous changerait de sexe; aux environs de Belfort, si une fille pouvait lancer son bonnet par dessus, elle serait immédiatement transfonrmée en garçon”. Perché? Mancano spiegazioni per questa idea diffusa in Francia, ma così era. L’arcobaleno aveva il potere di cambiare il sesso di una persona, per un qualche motivo.
Esistono poi le solite leggende sui tesori che si potrebbero trovare alla fine dell’arcobaleno, famose e diffuse in almeno mezza Europa, ma qui non ci interessano, perché trovare un tesoro non è certo una disgrazia, per cui non mi dilungherò sul tema. Citerò invece un presagio che si poteva trarre dalla presenza dell’arcobaleno, decisamente più funesto: “A Gras-Avernas, près de Liège, on dit qu’un arc-en-ciel apparaît toujours au-dessus de la maison d’une personne décédée”. Oltre a causare danni, dunque, sembra che possa anche annunciarli, o almeno avvisare che in quel luogo è accaduto qualcosa di brutto. Che un tempo avesse anche un ruolo di psicopompo, in Francia? Difficile dirlo, ma è una suggestione interessante. Iris, dea greca dell’arcobaleno, poteva alla bisogna recarsi nel paese del morti per recuperare l’acqua dello Stige, ma non sembra avere mai svolto il ruolo di psicopompo, che apparteneva invece a Hermes, altro messaggero divino.
Alla luce di tutti questi fatti negativi che si accumulano attorno alla sua figura, non è sorprendente scoprire che esistevano rituali per scongiurare i pericoli portati dall’arcobaleno. È possibile che ainu e Cherokee avessero formule speciali per proteggersi dai suoi effetti nocivi, proprio come possedevano riti per difendersi da altri pericoli più o meno soprannaturali. Se è così, purtroppo non si sono conservate fino a noi. Sappiamo però cosa si facesse in Francia e per il momento ci dovremo accontentare. Servirà comunque a darci una idea di quali cerimonie e quali gesti scaramantici fossero considerati efficaci contro l’arcobaleno e la sua minaccia.
Un gesto molto diffuso in tutta la Francia era quello di “tagliare” l’arcobaleno, per annullare i guai che poteva portare. In molti casi si faceva ricorso allo sputo e a una qualche azione con le mani, accompagnando il tutto con una formula più o meno magica; altre volte, il rito era eseguito “a secco”, senza fare ricorso alla saliva, ma usando oggetti ed eventuali formule magiche. Il simbolo ricorrente della croce è probabilmente una cristianizzazione di un rituale più antico e pagano, ammesso che la superstizione relativa fosse davvero antica a sufficienza. Anche stavolta Sébillot ci fornisce diversi esempi di queste pratiche.
Un rituale molto diffuso consisteva nello sputarsi sul palmo della mano sinistra, colpendo poi lo sputo col taglio della mano destra per tracciarvi una croce. A volte il gesto era accompagnato da una formula, a volte no; quando presente, la formula annunciava all’arcobaleno che lo avevate appena tagliato e che non sarebbe dovuto tornare. Una condizione essenziale era comunque che a praticare questo scongiuro fosse una persona che ancora non aveva visto l’arcobaleno; anche se non ci è spiegato il motivo, questa clausola ci dice che il potere di esorcizzare l’arcobaleno appartenesse soltanto a chi non lo aveva visto direttamente e non era dunque entrato in contatto col fenomeno atmosferico. Che l’ingiunzione ainu a non guardare l’arcobaleno fosse legata a riti analoghi, purtroppo perduti? Non lo sappiamo, ma non è una ipotesi impossibile.
Possiamo notare, di passaggio, che lo sputo è utilizzato spesso e volentieri negli scongiuri e in altri rituali popolari con cui si combattono influssi negativi, come il malocchio e variazioni sul tema. Che vi si ricorra spesso anche per esorcizzare l’arcobaleno, ci suggerisce che l’attività di questo fenomeno celeste fosse equiparata a un maleficio. Allo stesso modo, anche la clausola di non aver guardato l’arcobaleno ci porta nella direzione del malocchio. Sono numerosi gli esempi nel folklore europeo (e non solo), fin dall’epoca classica, in cui il potere di sconfiggere qualcosa dipende proprio dall’avere o non avere visto per primi il nostro avversario. In altre occasioni, si tratta di non incrociare lo sguardo con l’entità che può causare il malocchio.
Un esempio del primo tipo lo troviamo nel folklore relativo al lupo, diffuso già nell’antica Roma. In base a quanto ci hanno conservato autori latini, a livello popolare era diffusa la superstizione secondo la quale un uomo perde la voce, se un lupo lo vede per primo. Questa era considerata da alcuni come l’origine dell’espressione lupus in fabula, cosa che si diceva quando una persona si ammutoliva di colpo. Al contrario, se era l’uomo a vedere per primo il lupo, l’animale perdeva la sua audacia e la sua ferocia, ritirandosi con la coda tra le gambe. Come esempio del secondo tipo è sufficiente menzionare la gorgone Medusa: chiunque incrociasse il suo sguardo era pietrificato e Perseo la poté uccidere soltanto guardando il suo riflesso, quindi in forma indiretta.
In Francia, come abbiamo visto, l’arcobaleno poteva essere “tagliato” soltanto da qualcuno che non lo aveva guardato direttamente. Tra gli ainu, invece, si intimava di non guardare l’arcobaleno, perché era un kamiasi, un mostro. È possibile stabilire legame tra queste due superstizioni? Non sulla base delle nostre attuali conoscenze. Forse anche per gli ainu era importante non guardare l’arcobaleno, perché soltanto così si potevano esorcizzare i mali che provenivano da lui, o forse la somiglianza è puramente casuale. Non siamo in grado di affermare con certezza quale delle due alternative sia corretta, ammesso che una delle due lo sia. È un’altra suggestione affascinante, ma nulla di più, al momento.
Per quanto riguarda gli esorcismo che non ricorrono alla saliva, questi richiedono in generale che due oggetti siano sistemati a formare una croce. Possono essere due fili d’erba, due bastoncini, due spighe di grano o altro ancora, a seconda della regione francese. Fatto questo, si recita di solito una formula che intima all’arcobaleno di andarsene, se non voleva subire danni fisici di qualche genere. A Audierne, per esempio, si diceva: «Kanavedenn, boued ann dour, kerz d’ann aod da derri da c’houg9». Nella zona di Lorient, si diceva invece «Difrèyet, difrèyet, trouet blocht en blèy10», mentre nel Bocage era la coda del gatto che doveva essere tagliata (Petit peta, coupe la queue du chat). Potremmo continuare con gli esempi, ma sono tutti simili a questi: una introduzione di qualche tipo, seguita dall’ordine di tagliare qualcosa. Qualunque fosse l’immagine scelta, l’oggetto del taglio restava l’arcobaleno. Il ricorso alla croce, anche in questo caso, era probabilmente la cristianizzazione di un rito più antico, almeno secondo Sébillot; come potesse essere stato in origine, però, non ci è dato saperlo.
Sia come sia, possiamo riassumere quanto visto finora. L’arcobaleno era qualcosa che non doveva essere additato, altrimenti il tuo dito se la sarebbe passata male: la pensavano così gli ainu, i francesi, i Cherokee e altre tribù nordamericane. Ainu e francesi lo consideravano anche come una creatura viva: un mostro, un serpente, altro ancora. Ainu e francesi concordavano anche sul fatto che non bisognasse guardare l’arcobaleno: per i francesi, solo chi non lo aveva visto lo poteva esorcizzare, proteggendo gli altri dai pericoli che portava. In diverse zone della Francia si raccomandava di non additare anche altri fenomeni celesti, oppure di non compiere gesti irriguardosi verso di loro; idee simili si possono trovare anche tra i Cherokee e gli ainu, almeno in termini generali, ma il caso dell’arcobaleno appare comunque speciale, per l’attenzione che riceve da popoli molto distanti tra loro.
Come abbiamo visto, l’arcobaleno sembra avere alcuni elementi in comune col malocchio, almeno nel modo in cui è gestito e, nel caso della Francia, contrastato. Il contatto visivo è determinante: non bisogna guardare l’arcobaleno, prima di tutto, e soltanto chi non lo ha ancora visto è in grado di ricorrere a rimedi per annullare il suo potere negativo. In Francia, inoltre, questi rimedi richiedono molto spesso di sputare, un gesto che è associato tradizionalmente all’annullamento del malocchio. L’arcobaleno era in origine una creatura che lanciava il malocchio su chiunque osasse guardarlo o additarlo? È una possibilità, ma di nuovo ci muoviamo soltanto tra ipotesi, senza una prova concreta a supportarle. Possiamo solo dire che il potere dell’arcobaleno sembra avere una origine simile a quella del malocchio, o almeno sembra condividerne diverse caratteristiche. In quale modo si sia creata questa situazione, però, non lo possiamo determinare, al momento.
Una cosa è certa. Quando in cielo si disegna l’arcobaleno, meglio tenersi entrambe le mani in tasca: le superstizioni di tre continenti ci insegnano che additarlo è una pessima mossa, dopotutto, ed è l’unico elemento indiscutibilmente comune ovunque. Ciò che è rivolto verso l’arcobaleno ne riceverà danni: potrà marcire, essere deformato o tranciato, ma non ne uscirà comunque bene. E questa è di fatto l’unica certezza che abbiamo, presente in Europa, in Asia e in America del nord. Per quale motivo ciò avvenga, però, è un altro discorso: abbiamo proposto alcune ipotesi, ma più in là non ci possiamo spingere. Non con una base solida su cui posare, quantomeno. Se vogliamo invece fantasticare, il cielo è il limite.
NOTE
1 - Può anche essere una forma particolare di prima persona, che alcuni linguisti amano etichettare come “quarta persona”, ma qui non ci interessa.
2 - Il verbo munin è usato più o meno per qualunque cosa possa deteriorarsi e non sia cibo. Nel caso di alimenti, si usano invece verbi come nipopke o horse, che corrispondono ad “andare a male”.
3 - Ma può anche essere scritto raoci, dato che la “y” ha valore puramente eufonico. Nel dialetto ainu di Bihoro, poi, è chiamato rawoci.
4 - Yōkai e bakemono sono due parole giapponesi usate per indicare spettri, fantasmi e cose mostruose in generale. Nello specifico, bakemono è letteralmente una cosa (mono) che si trasforma (bakeru), mentre yōkai è un’apparizione (kai) pericolosa o stregata (yō). In entrambi i casi, sono figure soprannaturali minacciose per un normale essere umano, anche se i dettagli possono variare a seconda della storia in cui compaiono. Se avete mai letto qualche manga, avrete incontrato sicuramente entrambe le parole.
5 - E Chiri Mashiho aveva segnalato parecchi errori nelle definizioni di Batchelor, almeno in quelle che aveva scritto in giapponese nel suo dizionario: non possiamo dunque escludere l’ipotesi di un fraintendimento, anche alla luce della relativa vicinanza tra l’idea di cadavere e quella di spettro nel folklore di più popoli.
6 - Il tokkoni era un serpente pericoloso, ma non necessariamente malvagio, almeno nel folklore della zona di Saru. Il suo veleno era temuto, ma esistono anche storie in cui lo usava a fin di bene, più o meno.
7 - Anche se, come abbiamo visto traducendo i kamuy yukar in cui il dio del tuono visita il mondo umano, la parola raoci era utilizzata per descrivere la pioggia di fuoco e pietre che faceva cadere sul villaggio irrispettoso. Kanna Kamuy, dio del tuono, era più spesso visualizzato come drago, ma il serpente non è poi così lontano, specie se pensiamo a come i draghi sono raffigurati in Estremo Oriente.
8 - Secondo alcune leggende estoni, l’arcobaleno avrebbe poi una testa di bue. Queste informazioni sono tutte riportate nel secondo capitolo del primo libro di Croyances, mythes et légendes des pays de France, opera antologica e parecchio voluminosa di Paul Sébillot, in cui raccoglie e ordina il folklore francese, suddiviso per varie categorie, attingendo a pubblicazioni regionali più antiche, tutte elencate in bibliografia.
9 - Arcobaleno, alimento dell’acqua, vattene al fiume a romperti il collo.
10 - Sbrigati, sbrigati, taglia la coda del lupo.