Adriano - racconti e altro

La galassia di Madre - 21

Bogdan Stratos era partito e nulla, su Lakshmi, sarebbe più stato come prima. O così amava pensare Matteo Kori, poeticamente, anche se la realtà lo contraddiceva a ogni passo. Il che non era insolito: la realtà aveva sempre avuto il brutto vizio di contraddire ogni sua fantasticheria, ancora e ancora e ancora, ma questo non gli aveva mai impedito di abbellire arbitrariamente la realtà, con sfumature di colore visibili a lui soltanto. Cocciuto, ostinato o semplicemente stupido che fosse. Così, anche se non era vero, la partenza di Bogdan aveva lasciato il proprio segno su ogni cosa, secondo il parziale parere di Matteo.

Era rimasto un buco nel tessuto delle relazioni sociali, questo era vero. Lo si era percepito già al momento di scendere con l’ascensore (che, a seconda di come lo percorrevi, poteva anche essere un discensore, come aveva sostenuto Chakra; Indira gli aveva mostrato il proprio apprezzamento con un calcio nello stinco destro), quando si erano guardati attorno e qualcuno mancava all’appello. Due qualcuno, in effetti, perché Matteo si era attardato per motivi tutti suoi, ma il secondo assente era secondario. Mancava Bogdan, che per struttura fisica era stato una specie di pilastro del gruppo, pur non essendo presente con assiduità ai loro incontri, causa studio. Quando c’era, però, si sentiva eccome. E anche quando non c’era, come scoprivano adesso.

Ne avevano parlato durante il viaggio di ritorno a Varshi, ne avevano parlato nei giorni successivi, in attesa che il nuovo anno scolastico cominciasse, con la primavera. Poi, a poco a poco, non ne avevano parlato più: il rubinetto aveva smesso lentamente di gocciolare e il lavandino sociale era tornato alla normalità. Qualunque cosa si intendesse con quella parola. Nel caso specifico, l’assenza era stata digerita, assimilata e metabolizzata. Adesso non si notava più.

Era un fattore che Matteo non aveva considerato, come molti altri fattori prima e dopo. Il tessuto di un gruppo, piccolo o grande che sia, è dotato di una notevole elasticità e non è poi così dissimile dal tessuto organico di un corpo. Se asporti chirurgicamente qualcosa, all’inizio resterà un buco, è vero, ma presto il materiale circostante si ridistribuirà, per riempire quel buco e annullarlo. Il risultato che otterrai, dunque, sarà un tessuto un poco più piccolo, nel complesso, ma omogeneo, proprio come lo era prima dell’asportazione. Nuove relazioni bypassano il nodo eliminato, a volte modificando le relazioni già esistenti e a volte introducendone di nuove; alla fine, ecco che sorge un nuovo gruppo, sulla base del precedente. Nuovo gruppo che, anche se non proprio del tutto, è quasi completamente uguale al vecchio. A grandi linee.

Così era successo anche a loro. Partito Bogdan, c’era stata una breve fase di riorganizzazione, in cui alcuni rapporti erano stati un poco elastici, dove la sua assenza si era fatta più sentire, ma alla fine il nuovo equilibrio era stato raggiunto. Matteo non poteva evitare di sentirsi un poco deluso da questo. Niente lacrime, niente fuochi d’artificio, niente di niente: solo normalità, che cola a riempire i buchi e appiana i fossi. All’inizio della primavera era come se nulla fosse successo.

Se nel macrocosmo del suo piccolo gruppo di conoscenti nulla era cambiato, nel microcosmo di se stesso c’era stato un cambiamento notevole, al ritorno dal viaggio a Mathurnath, base dell’ascensore spaziale: il Baffo era sparito. Non lo aveva visto neppure durante il viaggio, né a Mathurnath, ma si aspettava di ritrovarlo al ritorno, come il cane fedele che scodinzola, quando scendi dall’auto dopo le lunghe vacanze al mare. Era stato sempre nei dintorni, dopotutto, almeno nelle ultime decine di giorni (avrebbe detto mesi, sulla terra, ma si stava abituando all’idea che su Lakshmi non ci fossero i mesi), ed era logico aspettarsi di ritrovarlo, a Varshi.

Invece non c’era.

«È da qualche giorno che non vedo più quel Baffo,» disse a Sharma, una sera di fine inverno, al ritorno dalla mensa. Non avevano trovato nessuno, là, e si sentiva un poco depresso, abbandonato, anche se non avrebbe saputo spiegare il perché.

«Meglio così, no? Non ti eri lamentato, perché pensavi che ti stesse pedinando?»

«Mi stava pedinando davvero, non dirla come se fossi un paranoico,» obiettò, agitando un dito. «È per questo che è strano, capisci?»

«Se ti stava pedinando davvero, si sarà stancato di farlo.» Sharma scrollò le spalle. «Non puoi certo pretendere che continui a pedinarti per il resto della sua vita, no? Avrà anche altro da fare.»

Obiezione che avrebbe avuto un peso sulla Terra, o un qualsiasi altro mondo, ma non su Lakshmi, dove la maggior parte degli abitanti avevano solo il problema di trovare un modo per far passare il tempo, tra un pasto e una dormita. E una spiata dei vicini, aggiunse tra sé. Per quanto ne sapeva lui, e per quanto sospettava lui, lo stalking poteva essere il passatempo nazionale, lì.

«Comunque è sparito,» concluse Matteo, cercando con poco successo di suonare severo.

«Buon per te,» rispose Sharma. «E adesso, come hai voglia di passare la serata? Studiando ancora per filologia? O ti rassegnerai, spostando il corso a un anno successivo?»

La discussione si era conclusa così. Non si era aspettato molto da Sharma, che era già stato evasivo e distratto quando gli aveva parlato per la prima volta del Baffo, ma aveva comunque voluto tentare. Poteva sempre succedere qualcosa di buono, no? No, apparentemente. Così trasferì tutta la propria attenzione su Chakra, che era invece loquace ed espansivo (pure troppo) e che, ne era certo, avrebbe reagito in modo molto diverso alla notizia. Non ne fu deluso. Non del tutto, almeno, anche se, come ogni conversazione con Chakra, si concluse con più notizie di quante ne avrebbe volute ricevere.

«Il Baffo non mi segue più,» gli annunciò Matteo, con quella che poteva passare per confidenza.

«Il Tricheco? Ah, bene,» rispose Chakra. «Si vede che hai smesso di fare quella cosa che, a parere di qualcuno, era decisamente irresponsabile.»

«A parere di qualcuno?»

«Sì, a parere di qualcuno. È possibile mettere un tricheco a pedinare qualcuno, se sei testimone di un suo comportamento irresponsabile e ritieni che, da solo, non sia in grado di correggersi e abbia bisogno di una certa pressione sociale per raddrizzarsi. Uno poco incline alla vita lakshmita, come uno straniero. Come te, insomma,» concluse Chakra, col suo solito sorrisetto.

«Non lo sapevo...»

«Ottimo, adesso lo sai. A ogni modo, se è finita, non hai nulla di cui preoccuparti, giusto? Quindi è una informazione che ti potrebbe servire per il futuro, semmai, ma per il presente è inutile.»

«Mica tanto inutile! Significa che qualcuno mi spiava davvero!»

«Forse, o forse no. Potrebbe anche essere stato un caso: qualcuno ha visto che stai facendo qualcosa di poco responsabile e ti ha segnalato. Tutto qui. Non è necessario sorvegliarti tutto il giorno e per un anno intero. Bastano cinque minuti, se mirati bene.»

«Ma comunque qualcuno mi ha spiato,» obiettò Matteo, rifiutandosi di abbandonare la posizione che si era scelto. Trovava particolarmente fastidiosa questa idea della boccia di vetro, dove ognuno viveva su Lakshmi, almeno secondo le parole di Chakra, ed era bello trovare qualcosa su cui poter polemizzare un poco, riaffermando così la propria superiorità morale e la civiltà della Terra. Più o meno. Se si guardava la situazione dal giusto angolo.

«Come vuoi, non me ne può fregare di meno. A ogni modo, il tricheco se n’è andato e il capitolo è chiuso, giusto? Anche in questo caso, è possibile che qualcuno abbia visto la soluzione della tua faccenda, qualunque essa fosse, e lo abbia di conseguenza segnalato ai trichechi.»

«Sei stato tu, vero?»

Chakr sospirò, allargando le braccia. Altro gesto molto chakresco, agli occhi di Matteo. «Come ti ho già spiegato, caro mio, non me ne può fregare di meno di quello che ti fai. Non sei interessante. Non sei una persona che possa scacciare la noia. Anzi, sei la noia personificata. Perché mai, secondo te, dovrei sprecare il mio tempo a spiarti? Spiare un sasso sarebbe molto più emozionante.»

«Non sono poi così noioso, dai...»

«Hai ragione, scusa, lo sei molto di più. La vita sociale di un sasso è almeno ventisei volte superiore alla tua, anche in pieno inverno. Spiarti tutto il giorno è una penitenza, che non augurerei a nessuno, neppure a quell’abatino di Sharma.»

Il locale in cui si trovavano, quella sera, non era molto affollato. Fino a qualche giorno prima, o fino a prima del viaggio all’ascensore, molto probabilmente Matteo avrebbe potuto vedere il suo amico Baffo, seduto in un tavolino d’angolo, a sorseggiare qualcosa o leggere un qualche testo. Adesso no, adesso c’erano solo studenti normali e altri cittadini normali. Nessun baffo, o tricheco, o quello che ti pareva. Sì, evidentemente dovevano essere proprio collegati a Kemala: adesso che lei se n’era andata, pure il Baffo se n’era andato, forse per molestare qualche nuovo straniero.

«Mi confermi che è finita, dunque?» chiese a Chakra, giocherellando col contenitore dei salatini, o ciò che su Lakshmi fungeva da salatino, in quelle occasioni.

«Sei veramente una pustola umana... No, non te lo posso confermare, perché non so cosa fosse in corso e, di conseguenza, non posso neppure sapere se sia finito o se sia ancora in corso. Il tricheco se n’è andato? Ottimo! Può darsi che abbia finito il lavoro. Ne arriveranno altri? E che ne so! Non è neppure impossibile che si sia ritirato, perché ormai ha visto abbastanza ed è pronto a processarti.»

«Processarmi?»

«Sto scherzando, risparmiati le mutande. Una volta funzionava davvero così: i trichechi servivano anche a raccogliere prove e altre informazioni, in caso si dovesse giungere a un processo, ma non mi risulta che qualcosa di simile sia accaduto di recente. L’ultimo caso, andando a pura memoria, è stato trentaquattro anni fa o giù di lì: da allora, sono diventati semplici spaventapasseri, giusto per dare forma fisica ai tuoi scrupoli di coscienza, se ti piace come immagine.»

A Matteo non piaceva molto come espressione, ma l’accettò, almeno in via provvisoria. Era finita, dunque. Era davvero finita. Non doveva più preoccuparsi di girare un angolo e trovarsi di fronte la faccia di un lakshmita, con baffoni lunghi che scendevano ai lati della bocca. Finita! E a quella pazza di Kemala non avrebbe mai più dovuto pensare, con un poco di fortuna. Ormai doveva anche essere arrivata sulla Tera, dove si sarebbe messa in chissà quale guaio, ma lui ne era fuori. Haha!

Che ci potessero essere strascichi giudiziari contro di lui era un’idea che non lo avrebbe sfiorato. Sì, Chakra lo aveva suggerito, velatamente, ma Chakra era Chakra e pure lui, in fondo, diceva che oggi non c’erano più casi del genere. Quindi, era a posto. Era tranquillo. Era pulito. Ottimo!

Dopo quell’ultimo colloquio con Chakra, Matteo si preparò a entrare nel secondo anno di università a Varshi, con meno esami superati di quanti ne avrebbe desiderati superare, ma un grosso, enorme peso in meno sulla coscienza. Adesso sarebbe potuto tornare a concentrarsi soltanto sullo studio e ignorare il resto della galassia. O così credeva. La realtà sarebbe poi arrivata a distruggere tutte le sue illusioni, come è solita fare, ma quel momento era ancora lontano.

Per adesso, Matteo guardava fiducioso al futuro e alla propria carriera universitaria. Avrebbe certo passato gli esami che ancora gli mancavano, trascorso tre anni fantastici e, alla fine, sarebbe tornato sulla Terra, a realizzare il proprio piccolo, umile sogno di insegnamento. In fondo, che cosa mai gli sarebbe potuto andare storto, dopo essersi liberato di Kemala? Niente! Il futuro gli sorrideva.

Sorridendogli in risposta, Matteo cominciò la seconda primavera su Lakshmi.

Mei Saddhatissa, meglio nota alla memoria di Matteo come Mei qualcosa, era una persona che non amava dare nell’occhio. Il che, in condizioni normali, era per lei una operazione alquanto semplice: con un’amica e compagna di corso come Indira, che invece dava molto nell’occhio e talvolta anche sui nervi, mimetizzarsi nella sua ombra era facile. Se poi, proprio come era il caso di Mei, possiedi un aspetto generale che può essere definito come “un tipo”, l’obiettivo di non attirare l’attenzione può essere raggiunto senza sforzi eccessivi, almeno in condizioni normali.

La condizione in cui lei si trovava al momento, però, non era normale. Non lo era, fin da quando era tornata da quel viaggio a Mathurnath, per salutare il terrestre che lei conosceva a malapena, e con cui aveva scambiato giusto due parole (entrambe erano state un “ciao”), ma che era amico di Indira. Per un dato valore di amicizia, almeno. Non era in condizioni normali, perché da quel viaggio era rientrata con qualcosa di inatteso, nonché indesiderato. Una conoscenza sgradevole. E adesso non sapeva cosa farci, con quella conoscenza. Ammesso che ci fosse qualcosa da fare.

E tutto perché si era attardata in uno di quei locali, che distribuiscono souvenir e chincaglieria varia. Locali che, in altri pianeti, chiamavano negozi, ma pochi su Lakshmi avrebbero usato quella parola. Era una parola fatta di vendite, di prezzi, di denaro: cose che su Lakshmi non c’erano. Chiamalo come vuoi, lei si era attardata in uno di quei locali, mentre il resto del gruppo si incamminava verso l’ascensore. Il resto del gruppo tranne Matteo, quell’altro terrestre amico di Indira, che non doveva essere molto intelligente, almeno dalla faccia e dal modo in cui parlava.

Perché non si era unito agli altri, lui? Perché aveva qualcosa da fare. Spiegazione plausibile, per Mei: era un lungo viaggio, da Varshi a Mathurnath, ed era meglio approfittarne e fare tutto ciò che dovevi, già che eri arrivato fin lì. Dimenticarsi qualcosa e perdere un altro paio di giorni sarebbe stato un notevole fastidio. Così Mei lo aveva ignorato, era entrata nel suo locale per souvenir, aveva preso quello che le interessava e infine era uscita di nuovo, per raggiungere gli altri, dall’ascensore.

E aveva visto Matteo. E aveva visto cosa lo avesse trattenuto.

A un certo livello di coscienza, Mei sapeva che non era bello spiare gli altri. La società lakshmita, però, aveva sospinto quel livello di coscienza molto in basso, praticamente murandolo vivo negli scantinati del cervello, forse dopo averlo attirato laggiù con una botte di Amontillado, per questo Mei aveva badato solo a non farsi notare, osservando per un poco la scena. Senza capirci molto.

C’era Matteo, ok, e parlava con una ragazza. Una ragazza più grande di lui, senza dubbio. Di cosa parlassero, non ne aveva idea, ma dal loro atteggiamento era chiaro che lui ne era succube. La tipa lo comandava e dava l’impressione di essere autoritaria. Peggio per lui, aveva pensato Mei, per poi correggersi: forse era meglio per lui, se serviva a fornirgli un poco di spina dorsale. Non conosceva molto a fondo Matteo, Mei, ma quel terrestre le era sempre sembrato un mollusco parlante, almeno per come si comportava in mensa, oppure a lezione.

Siccome quei due non facevano altro che parlare, in modo più o meno agitato, Mei aveva perso in fretta ogni vago interesse e se n’era andata. Gli altri stavano ancora aspettando presso l’ascensore, o almeno stavano ancora aspettando l’ascensore, anche se non necessariamente lei. Si era aggregata, aveva scambiato qualche chiacchiera, mostrato il ricordo che si era procurata nel locale e tutto si era inserito nella normalità della sua vita, senza scossoni. Erano scesi, avevano fatto ritorno all’alloggio in cui si erano fermati la sera precedente, si erano distribuiti nelle stanze libere eccetera eccetera. Niente di anomalo. Niente di anormale.

Mei si era ritrovata a pensare altre volte alla scena di Matteo e quella sconosciuta. Non era niente che la riguardasse, è vero, ma il suo dovere di brava cittadina lakshmita sarebbe stato di controllare che non vi fosse nulla di sbagliato o irresponsabile in ciò che trovava sulla propria strada. Se Matteo aveva deciso di tenere segreto quell’incontro, era almeno possibile che vi fosse di mezzo un’attività irregolare. E poi era curiosa, lo doveva ammettere. Non molto, ma un poco sì. Per questo motivo, una volta tornati a Varshi, si era collegata agli archivi, in cerca di tutto ciò che fosse registrato a proposito di quei due.

Non fu breve e non fu semplice, soprattutto perché non aveva idea di chi fosse la donna, e questo la aveva costretta ad attraversare ore interminabili della noiosissima vita di Matteo, ma alla fine aveva trovato ciò che stava cercando. E non ne era stata contenta. Non ne era stata per nulla contenta. Irresponsabilità? Ce n’era a sufficienza per riempire una città di piccole dimensioni. D’altra parte, erano già sorvegliati, o per lo meno avvisati, quindi...

«Quindi se la strigheranno loro due,» aveva concluso, chiudendo il collegamento con l’archivio. Avrebbe fatto meglio a non essere curiosa, lo sapeva, perché adesso aveva anche lei una minuscola parte di responsabilità. Aveva visto ed era suo dovere avvisare. Ma era tardi, perché il fatto era ormai stato compiuto, e i trichechi erano già allertati: non ne aveva visto uno attorno a Matteo, in vari momenti delle registrazioni? Dunque, nuove segnalazioni non sarebbero servite. Nel peggiore dei casi, lei avrebbe potuto ricevere un lieve rimprovero, per non aver detto nulla, ma niente altro.

«Non ci sono obblighi di avvisare, se qualcun altro lo ha già fatto e l’azione si è ormai conclusa,» si era detta allora, ed era vero. Continuava a pensarlo anche adesso, a qualche giorno di distanza, ma per precauzione si rivolse comunque a Lin Yutang e gli sottopose il problema in via del ipotetica, giusto per sapere, visto che studi diritto, proprio per chiarire alcuni aspetti un poco confusi della normativa, sai com’è, eccetera eccetera.

«Sì, è vero,» confermò Lin Yutang, risistemandosi nervosamente i capelli sulle aree più spopolate del proprio cranio. Non gli era così frequente che una ragazza gli parlasse e ci teneva a fare bella figura, nei limiti del possibile. «Se è già stata inoltrata una segnalazione, sufficiente ad allertare il sistema di controllo, ulteriori segnalazioni sono superflue. Nessuno si lamenterà, nel caso ne siano inoltrate altre, ma non è obbligatorio.»

«Quindi, se qualcuno dovesse essere testimone di un’azione irresponsabile, su cui però un tricheco è già attivo, non avrebbe l’obbligo di inoltrare nuove segnalazioni, giusto?»

«Giusto. Se un tricheco è sul caso, anche se non sarebbe corretto chiamarli trichechi, dovresti sapere anche tu che questa espressione gergale non è ben vista in campo legale, allora l’azione in corso è considerata già sotto controllo. Ulteriori segnalazioni sono facoltative e nessuno ti verrebbe mai a rimproverare, per non aver provveduto.»

«Non stavo parlando di me,» mentì Mei.

«Era un tu generico, ovviamente, non un tu interlocutore. Tu... tu persona, insomma. Senza offese o riferimenti, sia chiaro. Tu che vedi non hai l’obbligo, chiunque sia il tu in questione.»

«Nessun problema, grazie. Mi bastava sapere come regolarsi in questi casi limite, dato che non è molto chiaro nelle indicazioni generali.»

Nessun obbligo, dunque. Meglio così. Denunciare un amico di Indira non le pareva bello, anche se sarebbe stata la scelta corretta. Siccome però qualcuno aveva già provveduto, lei poteva fare finta di niente e ignorare il tutto. Mantenendosi però a una certa distanza da Matteo, giusto per sicurezza: se mai il fulmine avesse colpito, era opportuno non farsi sorprendere troppi vicini al bersaglio. Nel mentre, sarebbe stato saggio anche mantenere una condotta impeccabile, giusto per non indurre in tentazione gli dei del fulmine.

Il giorno successivo, dunque, quando lei e Indira entrarono in mensa, trovando ad attenderle Matteo e Sharma, al solito tavolo, Mei si premurò di sedere nel punto libero più distante da Matteo e non gli rivolse la parola, oltre ai semplici saluti di rito e a mugugnare qualche assenso senza impegno a ciò che diceva. In altri termini, nessuno dei presenti notò la differenza, rispetto al solito. E ogni cosa tornò ad assestarsi, nella placida normalità quotidiana.

Il primo messaggio di Bogdan arrivò ventuno giorni dopo la sua partenza. Ventuno giorni lakshmiti, per la precisione. Era un messaggio inviato dalla Terra, che aveva già raggiunto, e più precisamente dall’ufficio che gli era stato assegnato, al lavoro. Ancora doveva cominciare, in realtà, ma l’ufficio gli era già stato assegnato e lui ne aveva preso possesso fin dal primo giorno, per procedere con la consueta opera di personalizzazione, che sempre avviene nei nuovi posti.

Era un messaggio lungo, più di quanto si sarebbero aspettati, ma meno forse di quanto avrebbero voluto sperare. “I messaggi sono gratuiti,” spiegava Bogdan, “inclusi quelli agli altri pianeti: tutto a carico dell’Ufficio, se così è più chiaro a chi non è abituato ai soldi. È vivamente consigliato, però, di usare moderazione, per cui non aspettatevi messaggi frequenti: sono l’ultimo arrivato e non ho in programma di rischiare subito il licenziamento.”

«Pidocchio,» fu li commento di Indira, e Matteo ne fu in parte sorpreso. Conoscevano i pidocchi anche su Lakshmi? Non erano solo insetti terrestri? Ma forse era soltanto una espressione, capace di sopravvivere anche ai viaggi interstellari: la ripetevano, magari senza neppure sapere che tipo di creatura fosse il pidocchio, o che caratteristiche possedesse.

«Mi sembra perfettamente sensato,» le rispose Sharma. «Il suo nuovo lavoro gli garantisce indubbi benefici ed è un comportamento responsabile non abusarne, soprattutto quando si è agli inizi. Se lui cominciasse subito a dissipare le risorse a sua disposizione, i suoi superiori avrebbero ogni diritto di licenziarlo.»

Indira sbuffò soltanto, in risposta, e Matteo chinò la testa. Il messaggio, in realtà, era indirizzato a lui, ma aveva accettato senza esitazioni di leggerlo assieme agli altri due, considerato che Bogdan era anche amico loro. Se n’era già pentito. Tra spiegazioni di usanze terrestri e brontolamenti a cui dare risposte, la lettura minacciava di proseguire fino all’ora di cena.

Continuando, Bogdan spiegava che, al suo arrivo, lui e gli altri viaggiatori proveniente da Lakshmi erano stati presi in custodia da una squadra del Ministero della Salute, accompagnati in una stanza isolata della stazione e “sterilizzati come bagni pubblici”, secondo le sue parole. Indira non aveva saputo trattenere altri brontolamenti, di fronte a quel comportamento, commentandolo con un «Ci trattate pure come animali infetti, voi terrestri? Grazie tante, eh!»

Matteo cercò di virare verso la razionalità. «È soltanto la storia della quarantena, per chi arriva da Lakshmi. Bogdan me lo aveva spiegato, prima di partire. Pare che ci siano stati alcuni problemi di tipo ambientale, su Madre, causati da un qualche tipo di infezione, portata dagli studiosi lakshmiti. È per questo che hanno dovuto intensificare i controlli e imporre una quarantena.»

«E la Terra cosa c’entra, se il problema è stato su Madre?»

A questa domanda non conosceva la risposta, così Matteo inventò. «Sarà per stare sul sicuro, no? Visto che la Terra è il pianeta che ha più contatti con Madre, preferiranno evitare che sia raggiunta da qualche contaminazione, che poi potrebbe essere diffusa anche tra i coloni in partenza.»

«Anche in questo caso, mi pare una motivazione sensata, anche se forse è un poco eccessiva,» disse Sharma. «Probabilmente hanno esagerato un poco, ma è sempre meglio prendere una precauzione in più che una in meno, quando ci sono di mezzo infezioni.»

Indira sbuffò. «Perdita di tempo. Cercano solo di sentirsi superiori. Ma continuiamo pure.»

Continuarono. Il messaggio si perdeva nei fatti di Bogdan, descrivendo il resto del viaggio, il tipo di alloggio che gli era stato assegnato, nelle vicinanze del palazzo dell’Ufficio, alcuni dettagli su vari cambiamenti, che soltanto Matteo avrebbe potuto capire, essendo terrestre, e così via. Niente di particolare, niente di speciale, niente di straordinario. Quotidianità, né più né meno.

Fino alle ultime righe, dove si nascondeva la bomba. La vera bomba, che zitti Matteo e gli tolse quel poco di colore che aveva in faccia. Gli incidenti, la serie di incidenti nella zona nordamericana (e chissenefrega) e nella zona mediterranea (brutto!). Attentati, quasi di sicuro, e quasi di sicuro da attribuire a un gruppo di terroristi, che si facevano chiamare Isolazionisti. Bogdan non sapeva altro, ma aveva ritenuto opportuno avvisare Matteo, dato che alcuni di quegli attentati si erano verificati nella zona in cui lui viveva.

Indira non brontolò e non aggiunse commenti sarcastici, per una volta, ma fissò l’amico con una certa preoccupazione, proprio come fece Sharma. Matteo non li notò neppure. I suoi occhi non si staccavano da quelle ultime righe e dal messaggio che portavano con sé. Incidenti. Forse attentati. Forse a opera di un gruppo di terroristi. Nella zona in cui lui viveva, la zona in cui suo fratello e sua madre ancora vivevano. Casa sua, sulla Terra.

Che cosa c’era da colpire, in quella topaia di città? Che cosa c’era di utile da colpire, in una zona così appisolata e tranquilla? Niente. Era come far esplodere un fienile in aperta campagna, in segno di protesta contro l’aumento dei prezzi dei farmaci. O bruciare l’automobile di un pensionato, per protestare contro le politiche urbanistiche di una città all’altro capo del mondo. Non aveva senso. Non aveva la minima spiegazione, neppure uno straccio, nulla! Si accorse a malapena di avere cominciato a scuotere lentamente la testa, come a negare qualcosa.

«Non è detto che sia successo qualcosa di grave,» cercò di consolarlo Sharma. «Bogdan dice solo che ci sono stati questi attentati nella zona in cui tu hai detto di abitare, ma non significa che debba essere stato coinvolto anche qualcuno che tu conosci, giusto?»

«Probabilmente ti avrebbe avvertito, se fosse successo qualcosa a uno dei tuoi famigliari. È normale in questi casi,» spiegò Indira. «Anche se sei su un altro pianeta, di solito ti arriverà un messaggio, se è morto un membro della tua famiglia. Almeno se è morto in un attentato o cose simili. In caso di morte per cause naturali non so, ma questo non c’entra. Adesso.»

«Non mi pare una buona idea parlare subito di morte...» osservò Sharma.

«Se un membro della tua famiglia ha subito qualche danno, volevo dire.»

Matteo continuava a fissare il vuoto, in silenzio. «Di solito,» disse alla fine. «Quindi non sempre ti avvertono, giusto? Lo hai detto tu: di solito.»

«Sì, è vero, non sempre. Dipende. Ci sono molte circostanze da considerare. Quando succede in un attentato, però, ti avvertono di sicuro! Morire in un attentato non è come morire nel proprio letto, di vecchiaia! Per una cosa simile è ovvio che ti avvertano. È una questione pubblica, non privata, se un membro della tua famiglia è coinvolto in un attentato, no?»

Matteo non le rispose. Pensava. Da un lato, si stava preoccupando parecchio per la sua famiglia. Sì, Bogdan lo avrebbe presumibilmente avvisato, se uno di quegli attentati avesse colpito (o ucciso, ok, diciamo pure quella parola) sua madre o suo fratello. Matteo gli aveva raccontato dove vivesse, gli aveva detto anche i nomi dei suoi due famigliari. Se non aveva sentito nulla, era chiaro che stavano bene entrambi. Ma attentati? Terroristi dalle sue parti? Coinvolta o meno che fosse la sua famiglia, non si sarebbe mai potuto sentire tranquillo, non con quel genere di notizie.

Da un altro lato, un lato di cui andava molto poco orgoglioso, si sentiva contento. No, non contento: sollevato. Sollevato perché tutto il casino succedeva ad anni luce da lui, mentre lui poteva vivere su un altro pianeta, tranquillo, quasi in mezzo al lusso. Qualunque cosa succedesse, non lo toccava, non direttamente. Lui era salvo, al sicuro, pulito, lontano. Qualunque cosa stesse succedendo laggiù, stava succedendo laggiù: Matteo Kori non ne sarebbe stato sfiorato.

Brutta cosa, l’istinto di sopravvivenza... almeno su un piano strettamente morale, ovvio.

«Non hai più niente da ribattere?» chiese Indira. Il silenzio dell’amico la metteva a disagio.

«No, al momento no,» rispose Matteo, rialzando la testa. «Se arriveranno altre notizie, magari sì.»

«Mi sorprende che ti sia calmato così in fretta...»

Matteo alzò le spalle. «Non posso farci niente, no? Come hai detto tu, se succederà qualcosa a uno dei miei familiari, qualcuno dalla Terra mi avvertirà, giusto? Almeno, se succederà in un attentato,» aggiunse con una smorfia. «Intanto, meglio non pensarci troppo.»

«Concordo con la tua decisione,» disse Sharma, «ma la trovo piuttosto insolita da parte tua. È molto più composta e ragionata, rispetto al comportamento che mostri abitualmente.»

«In pratica gli stai dicendo che, di solito, si comporta come un povero fesso, perdendo la testa alla prima difficoltà,» osservò Indira, con un mezzo sorriso.

«Non la metterei in questi termini. Mi limitavo a notare come, rispetto al passato, stavolta Matteo si stia dimostrando molto più posato e razionale. Non si può negare che, molto spesso, tenda invece a lasciarsi prendere la mano e reagire seguendo impulsi emotivi, invece che riflessioni pacate.»

Matteo alzò una mano. «Se dovete psicanalizzarmi, fatelo almeno quando non ci sono. Ho ricevuto notizie strane e inaspettate da casa, avrò bisogno di un po’ di tempo per metabolizzarle. Fermiamoci qui, non c’è bisogno di strane analisi.»

Si fermarono lì. Lessero un’altra volta il messaggio di Bogdan, ne discussero ancora un poco, senza toccare gli incidenti sulla Terra, poi uscirono, concludendo con la tappa in mensa. C’erano altri loro conoscenti, là, e parlarono nuovamente di Bogdan, riferendo anche a loro il grosso del messaggio. Il tempo passò, la giornata finì e il discorso non fu più sollevato, almeno non in gruppo, non davanti a Matteo. Rispettarono il suo silenzio e a lui andava bene così.

Silenzio esterno, perché nella propria testa continuava a scorrere lo stesso messaggio. Attentati. A casa sua. Attentati. A casa sua. Terrorismo nella zona mediterranea. A casa sua. Che cosa stava combinando Davide? Perché era di lui che si preoccupava. La mamma non sarebbe certo finita in mezzo a un qualche attentato, a meno che non avessero fatto esplodere il suo posto di lavoro o il suo supermercato preferito, ma Davide? Per quanto ne sapeva lui, suo fratello minore era una specie di mina inesplosa: poteva finire dappertutto, poteva fare di tutto. Era un tipo strano e lui non lo aveva mai capito davvero. Non ci aveva mai neppure provato, in effetti, ma quello era un dato secondario.

Come diceva Indira, però, lui non poteva farci niente. In caso di problemi, di veri problemi, di certo qualcuno lo avrebbe avvisato. Anche se sei su un altro pianeta, è impensabile che nessuno decida di avvertirti, se un tuo familiare è ucciso in un attentato. Giusto? Giusto. E se Davide si fosse messo nei guai, in un qualunque modo, lui non ci avrebbe potuto fare nulla. Era sempre su un altro pianeta, no? Poteva solo aver fiducia nel fratello e sperare che tutto andasse bene. E intanto fare la propria parte, lì su Lakshmi. Che almeno era un pianeta tranquillo, sicuro. Paranoico, d’accordo, ma sicuro.

La Terra, invece...

Così, quando la preoccupazione per il Baffo era appena svanita, un’altra preoccupazione entrò nella vita di Matteo: la preoccupazione per casa. Ma era più distante, più fioca, meno diretta. Era una preoccupazione lontana anni luce, proprio come la Terra stessa, e non aveva la forza di gettare una vera ombra sulla primavera, che gli iniziava attorno. La gettava a volte sui sogni, però, ma all’alba (in senso metaforico, almeno, dato che si svegliava decisamente più tardi) svaniva, si disperdeva.

Qualunque cosa stesse succedendo sulla Terra, succedeva lontano da lui. E a Matteo, al momento, andava benissimo così.