Adriano - racconti e altro

La galassia di Madre - 38

La vacanza a Nuova Kalighat durò più di quanto Matteo avesse immaginato, ma non più di quanto Chakra avesse previsto. Erano ancora lì, ad alternarsi tra giardini, locali e saltuarie aule di tribunale, quando ormai mancavano solo pochi giorni alla fine dell’estate e alla ripresa delle lezioni, ma il caldo non calava e Chakra non dava segno di volersi preparare al ritorno. «Sono indietro col lavoro, perché abbiamo incontrato la tua amica e l’hai voluta salutare alla partenza,» diceva, ogni volta che Matteo gli chiedeva quando sarebbero tornati a Varshi. Affermazione che sembrava contraddire due minuti dopo, quando si trovava qualche nuova attività da svolgere, di solito priva di alcun legame con studio o altro, almeno in apparenza.

Sta preparando qualcosa, pensava Matteo. Anzi, sta complottando qualcosa. E io ci sono in mezzo. Il che gli sembrava poco probabile, da una prospettiva puramente logica, ma Lakshmi era un mondo progettato apposta per risvegliare la paranoia latente di ogni essere umano, tra contorti sistemi di autospionaggio incrociato, ideologie di responsabilità inculcate fin dalla nascita e altri fantasiose strategie con cui i lakshmiti si rovinavano a vicenda la vita su quello che, di fatto, era un pianeta da sogno. Anche se a volte era uno di quei sogni da cui ti svegli urlando.

«Piantala di farti seghe mentali,» gli aveva risposto Chakra, un pomeriggio in cui aveva cercato di esporgli la propria posizione in materia. «Non stiamo complottando niente contro di te. È solo che un processo che mi interessa molto comincerà più tardi del previsto, io lo voglio seguire e così si tornerà a casa dopo. Niente drammi e niente paranoie, grazie.»

«Sì, ma dopo quando? Dopo l’inizio delle lezioni?»

«Se così deve essere, così sarà. Non è che cambi molto. Intanto divertiti pure con la tua amica, se ti annoi. Almeno farai qualcosa di diverso dal lagnarmi nelle orecchie.»

Matteo aveva anche trascorso un poco di tempo con Kemala, mentre lei stava attendendo il proprio processo e subito dopo, quando invece stava attendendo la partenza per Agni, dove la mandavano a studiare, ma soprattutto in esilio (esilio! Ancora trovava incredibilmente ridicola quella condanna, in un’epoca di viaggi interstellari, ma i lakshmiti sembravano prenderla davvero sul serio), ma... Beh, non è che lo si potesse proprio descrivere come un divertimento, a meno che alla tua idea di divertimento non fosse successo qualcosa di molto brutto, nel corso della vita. Perché Kemala era vivace e divertente come qualcosa attaccato alla suola delle tue scarpe, in quel periodo.

Era stato un piacere salutarla, quando infine era partita per Agni. Matteo Kori non aveva niente di personale contro di lei, soprattutto perché alla fine non gli aveva causato problemi seri, a parte un paio di esami andati male, ma saperla a distanza di sicurezza era pur sempre meglio che saperla nelle tue vicinanze. Gli anni luce che separavano Lakshmi da Agni non erano ancora una distanza sufficiente, ma potevano bastare, per un poco. E poi vedersela intorno così depressa era stato molto deprimente. Almeno avrà imparato un poco di buonsenso, si disse, mentre la nave per Agni partiva.

Andata anche Kemala, però, per lui non è che fosse rimasto molto da fare a Nuova Kalighat, a parte vagare nelle vicinanze di Chakra, che adesso di tanto in tanto pareva realmente interessato a studio e processi, e annoiarsi in qualche parco locale. No, non una gran vita, e non una gran vacanza. Se la paragonava al viaggio a Bishapur dell’anno precedente, poi...

Era sceso verso la spiaggia, una volta, in un pomeriggio particolarmente caldo, lungo e noioso, in cui Chakra si era tappato in un tribunale a seguire una udienza su qualcosa che Matteo non aveva neppure tentato di capire. Roba che riguardava un lakshmita di mezza età, che aveva collaborato con un tizio di Rudra per fare qualcosa che, secondo le leggi di Rudra, era solo un reato civile e non penale, ma secondo le leggi di Lakshmi era una grave violazione del principio di responsabilità.

«Sarà un processo fantastico, vedrai,» aveva detto Chakra, prima di uscire. «Uno scontro frontale tra le leggi di due pianeti abitate da caproni umani. Spettacolo da non perdersi!»

Matteo se l’era perso più che volentieri. Era sceso nella parte meridionale della città, affacciata sugli stretti che separavano quel continente dal continente a sud, e si era fermato per un poco su una specie di spiaggia decisamente non balneabile (o almeno lui non ci avrebbe fatto il bagno neppure sotto minaccia di morte lenta e dolorosa), mani in tasca e piedi nella sabbia, a riflettere su come la sua concezione di stretti fosse diversa da quella lakshmita. Molto diversa.

Si era immaginato qualcosa come Gibilterra, quando Chakra gli aveva parlato dello stretto che separava i due continenti. Un braccio di mare profondo, d’accordo, ma non troppo ampio, e che ti permetteva di intravedere la sponda opposta, almeno nelle giornate più serene. Quel particolare stretto non lo era. Decisamente non lo era. Tutto ciò che potevi vedere, guardando verso il mare, era solo una serie continua di spruzzi, gli stessi spruzzi che lo avevano preoccupato parecchio, quando erano andati a Bishapur. Doveva essere un passatempo molto di moda, tra i pesci del pianeta.

Si era poi fermato in un locale nella zona, quando annusare salsedine e riempirsi le scarpe di sabbia avevano perduto tutto il loro fascino già nullo in partenza, e due domande, con relative risposte, gli avevano confermato che la parola “stretti” aveva un significato piuttosto diverso, in lakshmita, e non corrispondeva molto a ciò che pensava lui. Il continente meridionale era sì dall’altro lato del mare, ma era anche distante almeno un centinaio di chilometri, più o meno. Decisamente fuori dalla portata di un normale occhio umano. Oh beh. Matteo si era stretto nelle spalle ed era uscito.

La vacanza a Nuova Kalighat, famigerata capitale amministrativa del pianeta, aveva ormai assunto per Matteo il volto di una noia mortale e spietata, quasi esistenziale, quando Chakra gli portò una buona notizia. O una notizia, almeno. Una notizia che riaccese subito tutta la sua paranoia, con un entusiasmo gioioso da lanciafiamme puntato su uno scaffale colmo di vecchi libri polverosi.

«Domani verranno a trovarci due tizi da Gayat. Vogliono parlare con te.»

Matteo lo fissò, decidendo da quale domanda partire. Optò per quella in apparenza più innocua, non sapendo che era innocua come una vespa sotto amfetamine. «Gayat? Cosa sarebbe?»

«Una città. Mai sentita? Non ne dubitavo. Non è molto lontana da qui, verso ovest, ed è il luogo dove si concentra la maggior parte delle ambasciate. I tizi che ti vogliono parlare lavorano alla tua ambasciata. L’ambasciata terrestre,» specificò, conoscendo l’amico.

«L’ambasciata terrestre? E cosa vuole da me?» Da paranoia a panico il passo poteva essere breve e Matteo era pronto a trasformarlo in un balzo, per arrivare prima a destinazione e non pensarci più.

«Non so. Io ho ricevuto la comunicazione, in quanto tua balia legale, ma non hanno specificato il motivo. Vogliono parlare con te, lo diranno a te, no? Non hanno alcun dovere legale di dirlo a me.»

«Ma...»

«Probabilmente sarà qualche palla amministrativa, un documento scaduto o non firmato, cose così. E no, non chiedermi di spiarli, per saperlo in anticipo. Non ne ho voglia e non me ne frega niente.»

Matteo non gli avrebbe chiesto di spiarli, o almeno non ci aveva ancora pensato. Ok, qualche giorno prima gli aveva chiesto di spiare la vacanza a Bishapur dei loro colleghi, giusto per sapere se si stavano divertendo, se tutto andava bene, se parlavano male di lui, e sì, anche un poco perché era curioso di vedere come funzionasse quel famigerato spionaggio lakshmita. Chakra aveva accettato brontolando, ma alla fine avrebbe anche potuto rifiutare, per quel che era servito: a Bishapur non c’erano più ed erano già indietro a Varshi. Fallimento su tutta la linea.

«Beh, non è che mi interessi molto spiarli,» cominciò Matteo.

«No. E poi saranno qui domattina, per cui lo scoprirai subito cosa vogliono da te.»

Non molto incoraggiante e decisamente non di aiuto, per trascorrere una serena notte di sonno. Che cosa poteva aver fatto, per attirare due tizi dell’ambasciata terrestre? E cosa significava poi due tizi? Due funzionati? Kemala fu il primo pensiero, ma no, quella era una storia già conclusa e risolta, no? Già rimpatriata, processata, condannata e spedita via, in esilio (esilio, che cosa ridicola). Quindi non poteva essere ancora quella storia, no? Era finita. E poi fra Terra e Lakshmi non c’erano più tutti quei problemi di quarantena e palle varie, giusto?

Giusto. Infatti i due funzionari dell’ambasciata non erano venuti a parlargli di Kemala. Erano venuti a parlargli di Davide Kori, suo fratello minore. Di lui, e di quello che era successo sulla Terra.

I due funzionari dell’ambasciata terrestre su Lakshmi arrivarono di prima mattina, proprio come gli aveva detto Chakra. Così di prima mattina che Chakra stesso era ancora a letto e non sembrava così deciso ad alzarsi. Anzi, sembrava proprio deciso a non alzarsi. E neanche a svegliarsi, se possibile.

«Vacci tu e non rompere,» borbottò appallottolato nel letto, muovendosi solo quel poco che bastava per sporgere una mano e agitarla a casaccio. «Roba tua, cazzi tuoi. Io ho sonno.»

«Hai sonno perché sei stato fuori tutta notte, altro che balle. E io che non sono neanche riuscito a dormire, preoccupato com’ero per questa storia dell’ambasciata. E adesso cosa faccio, eh?»

La risposta di Chakra fu un qualche tipo di mugugno, che forse conteneva anche tracce di parole, ma non di una varietà comprensibile a Matteo. «Cosa hai detto?» gli chiese.

«Portateli fuori da qualche parte e non rompere. Io dormo,» rispose Chakra, a volume più alto e un poco più chiaro, anche se decisamente meno amichevole.

«Ma non sei tu la mia balia legale? Non dovresti esserci anche tu.»

«No. Arrangiati.» E sottolineò l’affermazione girandosi dall’altra parte e tirandosi le lenzuola sopra la testa, figura retorica ben nota nel mondo dell’oratoria e che indica un forte rifiuto di continuare la discussione, di qualunque cosa si tratti.

Matteo sbuffò, brontolò un poco e infine si rassegnò, uscendo incontro al proprio fato col coraggio e la determinazione di uno scarafaggio sorpreso dalla luce. E la luce non mancava, sebbene fosse così presto, proprio come non mancava il caldo: l’atrio del loro alloggio era una specie di fornace, o una variante sul tema serra, dove due forme di vita antropomorfe, ben vestite e ben sudate, attendevano il suo arrivo. I famosi funzionari dell’ambasciata. O i tizi, se si preferiva.

Se erano stati selezionati per rassicurare Matteo, allora il selezionatore aveva fatto decisamente un pessimo lavoro; se invece erano stati selezionati per intimidirlo, allora il successo era completo. Il primo dei funzionari era alto e grassoccio, più morbido che paffuto, e fin lì aveva la stessa capacità di intimidire che può possedere una meringa. Rimediava però il resto della figura, con una pelle così pallida da scottarsi anche davanti a una foto del sole, capelli a spazzola che potevano essere biondi o bianchi, e guance butterate da cattivo generico di un film d’azione. Il secondo era semplicemente un armadio a più ante, o forse una cassapanca umanoide e con occhiali da sole, e anche lui avrebbe ben figurato come cattivo generico in un film d’azione, magari lo stesso del collega. No, non il tipo di funzionari che si sarebbe aspettato lui. Doveva preoccuparsi? O poteva passare subito al panico?

«Sono il segretario Clofent,» si presentò il primo, tendendo una mano. Mano calda e sudata, non poté non notare Matteo, mentre la stringeva fingendo di sorridere. «E lui è il mio aiutante, Sally. Spero di non averla disturbata a quest’ora, ma gradiremmo concludere al più presto questa pratica.»

Matteo non trovò molto incoraggiante quel commento, ma sapeva di non avere scelta e si arrese col più rassegnato degli sguardi da agnello, quando si avvicina il giorno di Pasqua. I due funzionari lo accompagnarono in un locale lì vicino, una specie di caffè semideserto, il che migliorò di un poco le sue aspettative: se rimanevano in un luogo pubblico, non sarebbe successo niente di male, giusto? Non gli avrebbero fatto niente di male, almeno. Poi si ricordò di essere alloggiato in un quartiere per persone in attesa di processo, dove la sorveglianza era ancora più alta rispetto alla già elevata media lakshmita, e questo sembrò meno incoraggiante. Forse...

Ma qualunque cosa potesse esserci dopo quel forse, di sicuro non era ciò che il segretario Clofent disse, una volta che si furono sistemati con quel poco di riservatezza che Lakshmi offriva. Perché no, non aveva mai previsto di sentire il nome del fratello in quelle circostanze.

«Lei è il signor Matteo Kori, giusto? Fratello maggiore di Davide Kori?»

«Sì, sono io, ma cosa c’entra...» Un orribile pensiero lo colpì, poi lo colpì di nuovo, ma più forte. «Che cosa ha combinato mio fratello?»

Il segretario Clofent sorrise, mossa che non ne migliorò l’aspetto generale. «Sa, trovo interessante la sua reazione, molto interessante. Invece di chiederci cosa è successo a Davide Kori, ci ha chiesto subito cosa ha combinato Davide Kori. È segno che lo conosce molto bene, giusto?»

«Ma ha combinato qualcosa, vero?»

«Beh, dipende da cosa vogliamo intendere per “combinato”. Al momento, a quanto ci risulta Davide Kori è partito per Madre. Come colono. Curioso, vero?»

Pur essendo estate e pur essendo praticamente ai tropici di un pianeta tropicale, Matteo cominciò ad avere freddo. Molto freddo. Era uno scherzo, vero? Doveva essere uno scherzo. Cosa stava dicendo quel tipo dalla faccia butterata? «Come sarebbe a dire che è andato su Madre da colono?»

«Esattamente quanto le ho appena detto. Suo fratello Davide Kori è partito per Madre, assieme ad altri aspiranti coloni. In effetti dovrebbe anche essere già arrivato da un pezzo, a questo punto, ma il suo arrivo non rientra fra le informazioni che ci hanno consegnato.»

Matteo li fissava, in silenzio, mentre il criceto nel suo cranio correva da una parte all’altra, in cerca di un senso o, in alternativa, di semi da masticare. Davide era partito per Madre. Come colono. Ok, questo lo avrebbe anche potuto accettare, in una circostanza completamente diversa e inserito in un contesto completamente diverso. Aveva visto l’interesse con cui guardava quella roba del Teatro di Oklahoma, sulla stazione terrestre, e in parte ci aveva anche scherzato, tempo dopo, quando si era informato sul Teatro per conto di Kemala. Mio fratello pensa di partire come colono, haha, pensa un po’ che buffo! E adesso quel tizio gli veniva a dire che era partito davvero.

«Mi scusi, ma credo di non seguirla. Sono qui su Lakshmi ormai da un anno e mezzo e non ho più avuto notizie da casa, dalla Terra. È successo qualcosa, mentre io non c’ero?» Di sfuggita, notò che il tizio grande e grosso, presentato come Sally (ma doveva essere il cognome, ovvio: quel coso non poteva avere un nome da donna. Non poteva essere una donna), aveva estratto da chissà dove una specie di cilindro nero, piuttosto piccolo, e ci giocherellava con la mano destra. Sembrava che la conversazione attorno a lui non lo riguardasse, o che fosse molto annoiato.

Il segretario Clofent sorrise di nuovo. «Sì, credo anch’io che lei non abbia ricevuto molte notizie da casa, di recente. È proprio per questo che siamo venuti qui, dopotutto. Informarla sui recenti eventi era il minimo che si potesse fare, tutto considerato.»

«Che cosa significa, scusi? Cosa è successo a casa?»

«È successo che suo fratello minore ha lasciato casa ed è partito per Madre. Sotto falso nome, mi spiace di doverla informare: non una scelta che io considero particolarmente gradevole, ma ahimè non del tutto rara, quando si tratta di coloni. Sono in molti che, per un motivo o per l’altro, scelgono di abbandonare sulla Terra il proprio vero nome, quando partono col Teatro. Chissà perché.»

«È partito sotto falso nome? Ma... perché? Cosa è successo? E ha lasciato da sola la mamma?»

Altro sorriso. «Purtroppo non so dirle perché suo fratello abbia deciso di comportarsi così. Posso solo informarla su cosa ha fatto, non sui suoi moventi. A ogni modo, sembra proprio che lei non riceva notizie da casa da parecchio tempo. Vostra madre è Larisa Elfridi, giusto?»

«Sì, ma... Cosa è successo alla mamma?»

»Sua madre è morta. Mi creda, sono davvero desolato di doverle dare questa notizia.» Il sorrisino che il segretario Clofent si portava stampato in faccia rendeva piuttosto improbabile l’affermazione precedente, ma Matteo non era nel giusto stato mentale per apprezzare quei dettagli. Non era in uno stato mentale e basta, giusto o sbagliato che fosse. Era oltre lo stato mentale. Era anarchia mentale al suo stadio più puro e selvaggio.

«La mamma è morta.»

«L’estate scorsa, sì. Arresto cardiaco, per quanto ne sappiamo. Davvero nessuno ha mai provveduto a informarla? Lo trovo davvero strano. Nessun parente, nessun amico... niente?»

«No, ma... come sarebbe morta?»

I due funzionari dell’ambasciata si guardarono, il segretario con un sorrisino, il presunto aiutante alzando le spalle e continuando a ruotare il piccolo cilindro nero nella mano destra. «Capisco che la notizia possa averla sconvolta, più che comprensibile, ma è proprio così. Sua madre, Larisa Elfridi, è morta. Mi spiace di doverle trasmettere la notizia in questo modo, davvero.»

«E Davide se n’è andato su Madre?»

«E suo fratello minore, Davide Kori, se n’è andato su Madre. Sotto falso nome, non dimentichiamo. Per questo abbiamo ricevuto l’ordine di contattarla, vede: al momento, lei è rimasto l’unico membro della sua famiglia a essere ancora facilmente contrattabile. Suo fratello minore si trova su un pianeta promettente, senza dubbio, ma ancora piuttosto arretrato, mentre sua madre è deceduta. Come vede, ci resta una sola persona, cioè lei.»

«E il padre,» disse il presunto Sally, calmo e quasi piatto.

«E il padre, giusto, come il mio collega ci fa notare. Ma, ahimè, il padre è al momento irreperibile, se non sbaglio. Giusto, signor Kori?»

«Eh? Ah, sì, giusto. Non so dove sia finito mio padre. Ero ancora piccolo, quando è sparito.»

«Probabilmente su qualche altro pianeta e probabilmente sotto falso nome, già. Succede spesso, sa, molto spesso. Del resto è la stessa cosa che ha fatto anche suo fratello, Davide Kori.»

Punzecchiata che Matteo non apprezzò, ma non era in condizioni psicologiche per reagire, in nessun modo. Poteva soltanto incassare, per adesso, mentre il suo cervello continuava a rielaborare tutte le novità. La mamma morta. Davide partito. Lui rimasto solo. Unico membro della famiglia. Ogni suo progetto per il futuro dissolto in un attimo, come un fiocco di neve in un altoforno. Sulla Terra, la sua Terra, non c’era più nessuno ad attenderlo. E adesso? Che senso aveva tutto?

«Signor Kori, è ancora presente? Riesce a sentirmi?»

Matteo alzò gli occhi. Il segretario Clofent lo fissava, più che mai simile al cattivo di un qualche film di azione a basso costo. Anzi, no, non al cattivo di un film d’azione. Assomigliava a un qualche predatore marino. Quel sorriso, quegli occhi... Le guance butterate rovinavano un poco il quadro, è vero, ma nel complesso lo potevi immaginare abbastanza bene come un predatore marino. O anche come uno di quei pesci lakshmiti, che dragavano il mare e sputavano in cielo l’acqua. Non ne aveva ancora visto uno da vicino, ma neanche da lontano, e non desiderava vederne; se mai ne avesse visto uno, però, era sicuro che avrebbe avuto quella faccia. La faccia del funzionario di ambasciata.

«Mi scusi, non la stavo seguendo. Pensavo ad altro.»

«Ma certo, ma certo, posso immaginare che avesse altro per la testa, dopo tutte queste novità che le sono appena arrivate. Sono davvero desolato per questo ruolo di portatore di cattive notizie, che mi è stato necessario assumere, ma davvero, lei è l’unico rimasto della sua famiglia.»

«C’è mio fratello...»

«Su un pianeta arretrato, scarsamente popolato e con mezzi di comunicazione che, mi duole dirlo, sono a dir poco pietosi. No, no, contattare un residente su Madre non è mai un compito semplice per noi, anche se di tanto in tanto si rende necessario. Contattare invece una persona che vive su pianeti avanzati come questo... Beh, è uno scherzo, mi creda. La cosa più facile dell’universo.»

Matteo poteva anche credergli, per quello che gliene fregava. Ma c’era altro a cui pensare, qualcosa che un frammento della sua mente gli stava suggerendo già da un poco, ma che lui ancora doveva ascoltare ed elaborare. Lo fece adesso, a fatica. Perché quei funzionari dell’ambasciata stavano cercando lui? Perché era l’unico membro della famiglia rimasto accessibile, ok, ma il punto era un altro. Cosa volevano dalla sua famiglia? Informarlo della partenza di Davide? Troppo poco, almeno per far muovere due funzionari di ambasciata. E dunque?

E dunque non era molto sicuro di volerlo chiedere, mentre era molto sicuro di non volerlo sapere. Perché non poteva essere qualcosa di bello. Paranoia? Probabile, ma che cavolo! Come si fa a non essere paranoici, quando due tizi spuntati dal nulla ti piombano sotto casa, di mattina presto, dietro le divise da dipendenti di ambasciata, e ti cominciano a raccontare che la tua famiglia è morta o dispersa sotto falso nome su questo o quel pianeta? C’è un limite anche alla razionalità!

Matteo lottò a lungo con se stesso, sotto lo sguardo predatorio di quel segretario, e alla fine perse. O vinse, a seconda dei punti di vista. Dal suo, fu una sconfitta su tutta la linea, perché si strofinò più volte la faccia, si schiarì tre volte la gola e alla fine chiese quello che non voleva chiedere e che le sue orecchie non volevano sentire.

«Perché dovete proprio contattare un membro della mia famiglia? Perché c’è qualcosa, vero? Non siete venuti fin qui solo per aggiornarmi sullo stato della mia famiglia.»

Il segretario Clofent sorrise, mentre la cassapanca Sally continuava a piroettare il suo cilindro. «No, non siamo venuti qui solo per aggiornarla sullo stato della sua famiglia, anche se, mi creda, è una questione che ha una importanza maggiore di quanto lei sembra intenzionato ad attribuirle. Ha mai sentito parlare degli Isolazionisti? Immagino di sì, perché anche qui su Lakshmi le saranno arrivati i notiziari della Terra, almeno di tanto in tanto.»

«Sì, ne ho sentito parlare,» rispose cauto, ripensando alle serate al centro culturale terrestre, nella specie di bar in cui si radunavano ad aspettare novità da casa, quando arrivavano. Ripensando alle noiose e interminabili discussioni e diatribe tra la sempre simpatica Maelle Prsic e quegli altri due, i soliti tizi del bar, i più o meno scienziati. Cosa c’entravano gli Isolazionisti?

«Bene, questo renderà più semplice la fase successiva del nostro colloquio. Sapeva che suo fratello Davide Kori, secondo alcune fonti, ne ha fatto parte, almeno per un certo periodo?»

Ah. che strana la vita: proprio quando pensi che tutto stia andando a rotoli, ecco che spunta sempre qualcosa di peggiore. Davvero, cosa aveva combinato quel cretino di Davide? Cosa si era riuscito a inventare, quella volta? «No, non lo sapevo ancora. Potrebbe dirmi cosa ha fatto?»

Il segretario Clofent glielo disse. In dettaglio. Con un amabile sorriso da murena.

Era primo pomeriggio, ormai, quando Chakra decise finalmente di rotolare fuori dal letto e aprirsi a una nuova, rutilante giornata di vacanza. O di studio, come preferiva sostenere lui, anche quando in mano aveva un bicchiere e attorno non si vedeva nulla di didattico fino al più remoto orizzonte. Ma non ha rilevanza, al momento. Ha rilevanza semmai che, alla sua uscita dalla stanza, i funzionari di ambasciata erano già ripartiti, lasciandosi dietro una specie di relitto umano, raggrumato sopra una poltrona, che rispondeva al nome di Matteo Kori. Ma solo quando lo sentiva.

«Allora, ti hanno mangiato vivo? Non mi pare, visto che sei ancora qui,» disse Chakra, sorridente.

Matteo non era decisamente sorridente, quando alzò la testa a fissare il compagno. «Potevi restare a letto ancora un po’, già che c’eri. Tanto non ti sei perso niente di interessante.»

«Strano. Il tuo aspetto da muffa scaduta e la tua squillante voce da cadavere mi avevano suggerito per un attimo che ti fosse successo qualcosa di interessante. Mi sbagliavo, a quanto pare.»

«Ero ironico.»

«Davvero? La prossima volta esponi un cartello, allora, perché la tua ironia tende a passare ancora più inosservata della tua nulla personalità.»

«Grazie mille.»

«Allora? Cosa volevano alla fine? Non arrestarti, visto che sei ancora qui a piede libero, anche se un poco maleodorante. No,» si corresse, «togliamo il poco. Parecchio maleodorante.»

Matteo sospirò. «Non è il momento per quelle spiritosate, grazie.»

«Perché? Successo qualcosa di molto grave?»

Matteo glielo spiegò, riassumendo nel più breve spazio possibile la favolosa mattinata di notizie una più negativa dell’altra, che i due tizi dell’ambasciata gli avevano portato. E il perché gli avevano portato tutta quella sfilza di pessime notizie. Alla fine, Chakra si massaggiò più volte la pelle tra le sopracciglia, forse per raccogliere le idee, forse perché aveva mal di testa o forse, semplicemente, perché gli prudeva. Con lui non potevi mai essere certo di niente.

«Dunque, ricapitoliamo e vediamo se ho capito bene,» disse poi. «Arrivano questi due tizi, Stanlio e Ollio, Crick e Crock o come cavolo si chiamano, e ti dicono che tua mamma è morta, tuo fratello è fuggito su un altro pianeta sotto falso nome e palle varie. Ok? E tu non ne sapevi niente. Mica male il servizio di comunicazioni terrestre, eh? Mi sorprende che siate ancora vivi.»

«Lascia perdere, grazie.»

«Ok, ok, lasciamo perdere e tiriamo avanti. Tuo fratello non solo è fuggito su un altro pianeta sotto falso nome, che già quella sarebbe una bella scena da film, ma prima di partire, quando era ancora sulla Terra, avrebbe collaborato con una bieca organizzazione terroristica, che voleva destabilizzare il governo, conquistare il mondo e palle varie, giusta?»

«È una cosa seria, dai...»

«Ok, se lo dici tu. A me sembra una scemenza da fumetto scritto male, ma diciamo pure che è una cosa seria. Siete terrestri, in fondo. Comunque, il tuo fratellino collabora con loro, poi tua mamma muore, lui molla la scuola, si fa una nuova identità e poi fugge su un altro pianeta, mentre questa organizzazione malvagia, che trama per conquistare il mondo, fa esplodere giusto due petardi e poi tutti in galera. Beh, pur essendo tuo fratello, bisogna ammettere che lui ha avuto una buona idea a cambiare aria: a stare con un gruppo di beoti come quelli, c’era solo da rimetterci.»

«Ti ho detto che è una cosa seria, dai.»

«Ma io sono serio. Sono sempre serio, non lo sai? Comunque, questi tizi dell’ambasciata sanno già dove sia tuo fratello, ma per qualche motivo sono venuti da te, invece di andare da lui. Che poi, non capisco perché si muova l’ambasciata, a meno che quei tizi non fossero funzionari dell’ambasciata solo di nome, ma non di fatto. Cosa possibile, in effetti, ma lasciamo stare.»

«Cosa intendi?»

«Lasciamo stare, troppo difficile per te. Comunque, dicevo, sono venuti qui per informarti e perché pensano che il tuo funambolico fratello possa mettersi in contatto con te, cosa che è una scemenza completa, ma sono funzionari terrestri, per cui lasciamo perdere anche questo. Di fatto, significa che ti sorveglieranno anche loro, o magari ti stavano già sorvegliando da prima, cosa molto probabile, visto che il nostro caro pianeta si premura di facilitare la sorveglianza in ogni modo immaginabile e in molti di quelli che non vorresti immaginare.»

«Pure loro...»

«Diventerai una star. Mai pensato alla carriera di attore? Ti vedrei benissimo nel ruolo di decimo albero da destra, è fatto su misura per te. O anche quinto vaso di fiori, in effetti, anche se per quello dovresti ingrassare di qualche chilo, ma si può rimediare con un poco di effetti speciali.»

«Ascolta...»

«No, ascolta tu, che ti fa bene. Condoglianze per tua mamma e palle varie, ma la situazione per te si è semplificata parecchio, adesso. Sulla Terra non hai più nessuno che ti aspetta. Non hai più nessuno e basta, anzi. Quindi, zero legami. C’è tuo fratello, ok, ma quello ha fatto le sue scemenze e poi è fuggito all’estero sotto falso nome. Un classico. Banale, ma classico. Lascialo perdere.»

«Ma...»

«Lascialo perdere. Ha fatto quello che voleva fare e adesso sono cazzi suoi. La cara, vecchia morale di Lakshmi, hai presente? Bene. Se la caverà, non se la caverà, cazzi suoi. È anche finito su un altro pianeta, una colonia appena fondata, più selvaggia di quello che ne hai voglia, per cui non puoi più farci niente. È andato e si arrangerà da solo. Ma, e sottolinea bene questo ma, prima di andarsene ha fatto almeno qualcosa di buono per te.»

«Qualcosa di buono?»

«Ti ha liberato. Adesso anche tu puoi fare quel cavolo che ne hai voglia, senza stare a pensare alla famiglia a casa, a questo, a quello o a quell’altro ancora. Puoi pensare solo a te stesso. Il che è poi inevitabile, se ci rifletti un poco. Ti sei rimasto soltanto tu, no? Tutto il resto è esploso.»

«E ti pare una bella cosa?»

«Mi pare una fantastica cosa. Adesso, ok, finché resterai qui e finché tuo fratello farà il latitante, i tizi dell’ambasciata ti terranno probabilmente sotto controllo, ma un po’ alla lontana. Col binocolo, per così dire. Potrebbe succederti qualcosa di interessante, potresti fare tu qualcosa di interessante, e così via. Capiranno in fretta che sei la persona più noiosa del mondo, ma lascia che lo scoprano da soli. Comunque, il punto è che adesso puoi buttare nel cesso quel tuo orribile progetto di laurearti qui e poi tornare sulla Terra a insegnare in una qualche fogna di scuola ammuffita di provincia, dove vivrai una vita inutile e dimenticabile, fino a che i vermi non banchetteranno con te, ballando il limbo sulla tua fetida carcassa.»

«Chakra, sei veramente un...»

«Un genio, un genio, lo so. E anche poeta. Davvero. Comunque, non hai più motivi per tornare sulla Terra, giusto? Non hai più niente a cui tornare.»

Vero. Matteo non ci aveva ancora pensato, non era ancora arrivato abbastanza avanti nella catena di ragionamenti per raggiungere quel punto. Adesso che Chakra lo spingeva a calci nel sedere, però, il punto di arrivo diventava chiaro. Aveva voluto tornare sulla Terra e trovarsi un lavoro tranquillo, per potersi occupare della propria famiglia. Ma non aveva più una famiglia. Non aveva più nessuno, sulla Terra, a parte forse due o tre amici del liceo, che forse si erano già dimenticati di lui, o almeno lo avrebbero fatto prima della laurea. E dunque?

«Beh, in effetti dovrò ripensare al mio futuro,» mugugnò. «Ma mio fratello...»

«Dimenticati di tuo fratello. Se ha bisogno, si farà sentire lui. Se non si fa sentire, vuol dire che non ha bisogno e si sta arrangiando da solo.»

«O forse vuol dire che non può farsi sentire.»

«Uguale. Tu comunque sei una nullità, che non ha in mano niente e non sa fare niente. Non potresti aiutarlo comunque, anche volendo. Quindi, non pensarci. Pensa piuttosto a cosa fare di te, da adesso in poi. Capito? Non pensare a cosa fare per Tizio, Caio o Sempronio. Pensa a quello che tu vuoi fare e a quello che puoi fare per te. Pensa a vivere la tua vita, invece di vivere quella degli altri per procura, solo perché non sai cosa fare con la tua.»

«Io non vivo la...»

«Invece sì e lo sai, ma non lo vuoi ammettere, quindi taglia corto, grazie. Allora? Cosa farai?»

Cosa avrebbe fatto? Matteo non lo sapeva. Non era neppure preparato mentalmente ad affrontare una domanda come quella, non adesso, non in un alloggio afoso di Nuova Kalighat, su un pianeta di cui sapeva poco e quel poco non era sempre piacevole. Sapeva però che, nel peggiore dei casi, lì ci poteva stare. Poteva sopravvivere, almeno. Una vita da pesce rosso, d’accordo, ma una vita da pesce rosso era sempre meglio di una morte da qualsiasi altra forma di vita. Perché, e quello era il punto, come avrebbe detto Chakra, finché sei vivo puoi sempre cambiare, ma quando sei morto ti puoi solo putrefare. Che era anche come avrebbe detto Chakra, in effetti.

«Non lo so,» rispose infine.

«Quando lo sarai, fammi un fischio. Io oggi sarò al solito tribunale, c’è un caso molto interessante.»

«E alla sera sarai al solito locale, c’è un cocktail molto interessante.»

«Bravo, vedo che cominci a capire. A ogni modo, non pensarci troppo o ti si fonderà la testa.»

Rimasto solo, Matteo si guardò attorno. Era passato come un tornado, Chakra, e come al solito gli aveva anche scompaginato pensieri e ragionamenti, oltre a disseminare capi di abbigliamento un po’ ovunque nella stanza. Non aveva mai imparato l’arte di utilizzare armadi e cassetti, Chakra, e forse non l’avrebbe imparata mai. Qualcosa di buono l’aveva fatto, però: gli aveva spostato l’asse delle meditazioni, una sorta di precessione dei ragionamenti, se così la si vuole chiamare, che aveva fatto slittare il fulcro dall’incontro coi funzionari al possibile “dopo”.

E al dopo non aveva mai pensato davvero, Matteo.

Ci pensò quel pomeriggio, vagando per le strade di Nuova Kalighat, o almeno tra quella manciata di strade che conosceva e riconosceva. Davide su Madre. Come colono. E dopo aver fatto il terrorista. Ok, non proprio fatto fatto, almeno secondo quel Clofent dell’ambasciata terrestre, ma collaborato si, trascorso molto tempo nel gruppo sì. Cosa diavolo aveva in testa quell’idiota? Soltanto l’aria, di sicuro. E come al solito. Ma Chakra diceva che ormai era andata così e per Davide non poteva fare niente, il che era probabilmente vero, anche se non molto bello.

Cosa fare invece con se stesso? I piedi lo portarono di nuovo nella zona meridionale della città, in vista del mare, in vista soprattutto degli spruzzi che si disegnavano tenui verso l’orizzonte, sotto un cielo bianchiccio di umidità. Cosa fare di se stesso? Al momento avrebbe trascorso volentieri un’ora o due a lanciare sassi sull’acqua e vederli saltellare, che era anche una scena molto letteraria, da una certa prospettiva, ma sulla spiaggia non c’erano sassi, solo sabbia, e lui comunque non sarebbe stato capace di farli rimbalzare, se anche ci avesse provato. Non ne era mai stato capace. Precipitavano tutti, come... come sassi, sì. Haha. Che spiritoso.

Il che lo riportava a un altro pensiero. Cosa sapeva fare lui, di preciso? Dico, in generale? Niente, e il problema era quello. Era anche quello, ma al momento era soprattutto quello. Non sapeva fare niente. Non aveva abilità speciali, non aveva competenze pratiche, non sapeva neppure prepararsi un piatto di pasta senza che fosse troppo cotta, o troppo cruda. Aveva puntato tutto sullo studio, cioè sull’unico campo in cui si sentiva minimamente fiducioso di poter combinare qualcosa, ma poi?

Tornare sulla Terra e cercare di farsi prendere come insegnante, da qualche parte. Poteva ancora farlo? Ma soprattutto, aveva ancora senso farlo, adesso che sulla Terra non aveva più nessuno? Non era proprio una grande motivazione, in effetti. D’altra parte, poteva sempre restare lì su Lakshmi e passare la vita a non fare niente, studiacchiare qualcosa ogni tanto, magari trovarsi un passatempo o due, con un pianeta intero che lo manteneva. E che lo spiava in ogni momento. Per il suo bene.

Tornava sempre lì. Per quanto girasse, alla fine tornava sempre lì. E non era bello. Avesse imparato qualcosa di pratico, qualcosa che fosse davvero un fare e non un puro sapere, magari avrebbe anche avuto un obiettivo più preciso, uno spunto, una idea. Ma non lo aveva fatto e adesso non aveva un piano B. Non aveva neanche un piano A, in effetti. Aveva solo il mare, aperto davanti a lui, un mare non addomesticato di un pianeta su cui gli umani erano ancora ospiti, non necessariamente graditi.

Il messaggio di Bogdan lo raggiunse in quella fase di pessimismo individuale, o di carenza cronica di scopi, o di quello che ne avete voglia. Era il primo messaggio che ricevesse da un po’ di tempo e gli avrebbe dovuto sollevare il morale. In teoria. Ma non lo fece. Perché Bogdan, a differenza sua, aveva un lavoro, aveva uno scopo e aveva qualcosa da inseguire. E proprio di questo gli parlava.

Dopo un primo resoconto sulla frustrazione di lavorare nell’Ufficio, con un capo che non capiva niente e non vedeva più in là del proprio naso (anche se Bogdan la metteva in termini più coloriti), il messaggio procedeva su toni molto più entusiastici, raccontando di come sarebbe a breve partito per Svarga, dove gli era stata offerta una occasione per studiare assieme al professor Chen, o per lo meno nelle sue vicinanze (e giù con una spiegazione di chi fosse quello Hu Chen, spiegazione che volò allegramente sopra la testa di Matteo, senza neppure sfiorarla). Il messaggio si chiudeva con le classiche frasi di circostanza, auguri, saluti e palle varie. Bene. Ottimo. Matteo tornò a fissare il mare, più vuoto di prima. Sia lui che il mare. Anzi, più vuoto lui che il mare: il mare aveva quegli spruzzi sull’orizzonte, almeno. Lui, neppure quelli.

Sì, forse la vita del pesce rosso era l’unica possibile, per uno come lui. Non aveva i mezzi per fare qualcosa in un mondo reale, in un mondo che non fosse quell’asilo nido perenne che era Lakshmi. Tanto valeva adattarsi, dunque, adattarsi e arrangiarsi alla meno peggio. Mangiare la minestra, che era sempre ottima e abbondante, invece di affacciarsi alla finestra, col rischio di dover saltare.

E pazienza per tutto il resto. Era andata così.

In quello stato d’animo di estremo entusiasmo e voglia di vivere, Matteo ripartì per Varshi tre giorni dopo, assieme al sempre entusiasta e sempre sorridente (e spesso irridente) Chakra. Nuove lezioni li aspettavano e nuove cose sarebbero forse successe. Non sapendo cosa fare di se stesso, era l’unica possibilità che gli restasse. Aspettare. E vedere.

Sperando che qualcuno avrebbe risolto per lui anche quel problema.