Adriano - racconti e altro

La galassia di Madre - 8

Per Matteo Kori, studente su Lakshmi, i giorni della primavera trascorrevano lentamente, scanditi dal ritmo della sua nuova vita. Dopo la prima ondata di sorpresa e spaesamento, in una società cosi diversa da quella che aveva conosciuto sulla Terra, era subentrata la regolarità fatta di ritmi fissi e di abitudini, che compone gran parte dell’esistenza umana. Sveglia alla solita ora, solita colazione con Sharma, solita mattinata all’università, a seguire le solite lezioni, solito pranzo in mensa, lezioni o studio nel solito pomeriggio, solita cena in mensa, spesso con altri amici, o quantomeno conoscenti, che aveva raccolto a Varshi, serata che poteva essere di studio, di riposo, oppure in qualche locale cittadino, assieme a Sharma, Indira, spesso Bogdan, eccetera. Una esistenza regolare, da orologio.

C’era ancora spazio per parecchie sorprese, in mezzo al suo ritmo abitudinario, ed erano soprattutto sorprese legate all’ambiente in cui viveva e a nuove stranezze sociali lakshmite, che di tanto in tanto emergevano e lo costringevano a chiedere spiegazioni agli altri, ma anche queste ormai si facevano assimilare nella regolarità della sua esistenza. Perché si comportano in questo modo? Chiediamo a Sharma. Che razza di insetto o animale è quello? Chiediamo a Sharma, oppure a Indira. Che cosa fa un terrestre in questi casi? Chiediamo a Bogdan. Regolare, abituale, normale. Non c’era situazione strana a sufficienza, che Matteo non riuscisse a rendere banale, con la sua semplice presenza.

Non era una bella cosa, e lo sapeva. Prima di partire per Lakshmi, aveva sperato e si era ripromesso che la sua vita sul nuovo pianeta sarebbe stata diversa, rivoluzionata, che avrebbe abbandonato tutte le sue abitudini, per diventare un’altra persona. Era successo esattamente il contrario: le abitudini le aveva portate con sé e parevano generare un campo di forza attorno a lui, che alterava la realtà e la rendeva piana, comune, abituale. La nuova vita non stava cambiando Matteo, perché non era nuova. Era una vecchia vita, vissuta in un posto nuovo. Come accade quasi sempre, peraltro.

Chakra era l’unica variante. Quello studente di diritto, di un anno più vecchio, si era infilato a forza tra le sue abitudini, che Matteo lo volesse o meno, e adesso se lo ritrovava tra i piedi spesso e non volentieri. Lo trascinava in discussioni sulle leggi terrestri e i fenomeni sociali che avevano portato alla loro formulazione, cosa che a Matteo non interessava; gli insegnava parolacce lakshmite, cosa che lo metteva in imbarazzo (ma le memorizzava lo stesso, perché non si sa mai); provocava in più occasioni l’imperturbabile Sharma, cercando di coglierlo in contraddizione (e una sfida a parole tra un aspirante avvocato e un aspirante filosofo era qualcosa di rabbrividente, almeno per Matteo); e così via. Una persona sconcertante, distante anni luce dalle abitudini di Matteo. Soltanto Bogdan non si era ancora lamentato di Chakra, sorridendo invece a ogni sua sparata.

Ci pensava a mezzo cervello anche quel pomeriggio, mentre lavorava all’allestimento di un nuovo e fantastico spettacolo, al centro culturale terrestre. Fra qualche giorno ci sarebbe stato l’anniversario di qualcosa e il centro culturale lo avrebbe celebrato con uno dei suoi spettacoli più imbarazzanti, almeno dal punto di vista di Matteo, soprattutto considerato il ruolo che lui avrebbe dovuto rivestire e il modo in cui si sarebbe dovuto vestire. Come potevano esistere menti capaci di progettare roba simile? Perché le aveva incontrate proprio lui? Ma soprattutto, perché gli rifilavano lavori simili, al centro culturale? Era un centro culturale in una città universitaria: si era aspettato di dover aiutare con lezioni di lingua, ad esempio, o allestire mostre, o altre cose che fossero culturali. Invece...

Sospirò. Sì, colpa sua che non si era informato per tempo. A conoscere prima e meglio il modo in cui funzionava la società lakshmita, avrebbe evitato di presentare richiesta per lavorare presso quel centro. Troppo tardi. Adesso gli toccava tirar avanti alla meno peggio, almeno per quel primo anno, ma poi avrebbe salutato tutti. Poco ma sicuro. Con quello che gli chiedevano di fare...

«Buongiorno, grande lavoratore!»

Matteo sospirò di nuovo, appoggiando la cassa che stava trasportando. Era favoloso verificare come potesse sempre contare sulla propria fortuna, per peggiorare anche le situazioni peggiori. Almeno, non si sarebbe annoiato, adesso, ma molto probabilmente si sarebbe vergognato di qualcosa.

«Buongiorno, Chakra» rispose, senza sforzarsi troppo di nascondere un certo fastidio.

Chakra si avvicinò sogghignando, guardandosi attorno. «Spostate anche casse e scatoloni a mano? Bizzarre abitudini avete, sulla Terra.»

Il che era innegabile. Come aveva verificato nel corso delle settimane, anche se le settimane non esistevano nel calendario di Lakshmi, il centro culturale sembrava trarre un inspiegabile godimento nel presentare la Terra come un posto vecchio, antiquato, pieno di cose che nessun pianeta coloniale avrebbe mai mantenuto. L’arredamento dei locali era vecchio di qualche secolo, e con un’aria da “assemblato a mano”; le pareti dell’ingresso erano coperte di avvisi di carta, attaccati a una bacheca con antiquate puntine; lo spettacolo che stavano allestendo al momento era l’apoteosi del vecchio, così come lo erano state le mostre a cui Matteo aveva collaborato in precedenza. Perché volevano dare quella immagine della Terra? Non ne aveva idea e non aveva ancora osato domandarlo a uno dei suoi superiori. In parte, temeva la risposta.

«È una scelta del centro culturale» rispose a Chakra. «Più o meno tutto quello che trovi e che fanno qui è vecchio stile. Non so perché.»

«Quindi anche gli affascinanti manifesti all’ingresso rientrano in questa pittoresca rievocazione di epoche passate ed eroiche, capisco. Ha senso, sì. Soprattutto le macchie di umidità. Dopotutto, c’è da dire che anche nelle vostre leggi continuate a conservare rottami ormai inutili da secoli. Molto istruttivo, in effetti.»

Matteo sospirò di nuovo, recuperando lo scatolone. «Hai altro da fare qui, a parte deridermi? Dovrei finire il lavoro, se non ti dispiace troppo.»

«Fai pure, io sono solo qui in ricognizione. Volevo vedere cosa stavate preparando, per questa tua famosa manifestazione, che portava via tanto tempo ai tuoi studi. O a qualunque altra cosa fai nei pomeriggi» aggiunse, sorridendo.

Per la famosa manifestazione, in programma di lì a qualche giorno, avrebbero dovuto allestire uno scenario da opera, nella sala principale del centro. C’erano poi bancarelle all’ingresso, buffet per il ricevimento, una conferenza su chissà cosa e altra roba pseudoculturale, da corollario all’evento. A Matteo non poteva interessare di meno, ma gli toccava aiutare coi preparativi. Fastidioso, certo, ma non era la parte peggiore. La parte peggiore era ciò che gli sarebbe toccato fare il giorno stesso della manifestazione. Rabbrividiva al pensiero, ma rabbrividiva ancora di più perché non sarebbe stato solo un pensiero. Sperava che nessuno dei suoi amici sarebbe venuto a vederlo: ne aveva parlato a Sharma, confidando nella sua riservatezza, ma per tutti gli altri sarebbe rimasto un segreto. Doveva rimanere un segreto. Quindi...

«Manca poco allo spettacolo, eh?» disse Chakra, sempre col suo ghigno malefico. «Non temere, ci saremo tutti ad ammirarti sul lavoro.»

Ecco, appunto. Il morale di Matteo scese ancora un poco, sorpreso che ci fosse altro spazio per scendere. «Come hai fatto a saperlo? Non l’ho detto a nessuno» chiese, senza energia.

«Ragazzo mio, so leggere i manifesti, nonostante tutto! Anche se nessuno passa mai da queste parti, perché non è proprio un luogo che sprizza vita, una passeggiata per vedere come se la stia cavando al lavoro il nostro caro Matteo si può sempre fare, no?»

Giusto, i manifesti. Il centro culturale era in una zona piuttosto defilata della città, non proprio sul percorso dove lui e i suoi amici transitavano abitualmente. Matteo aveva scelto di tenere un basso profilo, parlare del proprio lavoro di volontario come di qualcosa di noioso (era vero), scocciante, niente a cui valesse la pena di interessarsi, proprio per tenere lontano da quel posto gli amici. Con la presentazione che ne aveva dato, era sicuro che nessuno sarebbe mai passato di lì, neppure per una vaga forma di curiosità masochistica. Nessuno tranne Chakra, ovvio.

«Hai già raccontato a tutti dello spettacolo?»

«Certo! Tutti i tuoi amici e vari altri conoscenti. Ti dirò, erano parecchio sorpresi che tu non avessi detto nulla. Ma come, parteciperà a uno spettacolo e neppure ci invita? Eh sì, li hai proprio delusi, lascia che te lo dica...»

«Era per risparmiare loro un trauma.»

«Spettacolo così orrendo?»

«No. Più noioso, semmai, ma non è questo il punto.»

«Capisco, avrai un ruolo imbarazzante.»

Matteo sospirò. Prima o poi i suoi polmoni avrebbero esaurito l’aria per sospirare, ma il momento pareva ancora a una certa distanza. Distante tanto quanto la partenza di Chakra, probabilmente.

«Senti, adesso dovrei finire di sistemare questa roba» gli disse, nella vana speranza di liberarsene, ma con scarsa convinzione. «Non ho molto tempo per restare qui a parlare con te. Siamo tutti molto presi e...»

«Sì, sì, lo vedo» rispose Chakra, guardandosi attorno. «Beh, darò ancora una occhiata qui, giusto per non farmi scappare altri eventi interessanti, e poi me ne andrò, non ti preoccupare. Aspetteremo di vedere quale ruolo imbarazzante ti avranno assegnato, allora!»

Aspetta e spera. Ma non c’erano modi per evitarlo. Poteva sempre sperare che gli altri avrebbero cambiato idea, magari trovando qualcosa di meglio da fare per la serata, ma Chakra ci sarebbe stato di sicuro: era in piena modalità “massimo fastidio” e nulla lo avrebbe più fermato. Certo, se Indira e Bogdan se ne fossero rimasti a casa, almeno avrebbe potuto limitare i danni morali...

Salutò con un cenno della testa Steve Dingledine, suo compagno di sventura, che passava con uno scatolone e la faccia di chi ormai non aspetta più nulla, a parte la fine. Dingledine guardò con un certo sospetto Chakra, palesemente un intruso nella confusione dei preparativi, poi sparì in un’altra stanza, scuotendo la testa. L’idea di non essere l’unico studente terrestre a lavorare come volontario presso il centro era un lieve incoraggiamento, per Matteo. C’erano altri disperati, con cui dividere il disonore e la vergogna. Mal comune era sempre male e non c’era alcunché che lo potesse rendere gaudio, ma doverlo affrontare da solo sarebbe stato peggio. Più o meno.

Così, quando il calendario locale segnava il sessantesimo giorno di Primavera, Matteo si alzò con la rassegnazione del condannato. Il sole splendeva, come aveva fatto per la maggior parte dell’ultimo mese (ma non esistevano i mesi, non lì) e il caldo virava già verso quella viscosità umida da piena estate. Piena estate terrestre, perlomeno, ma gli avevano assicurato che lì, a Varshi, sarebbe stato peggio. E Varshi non era neppure nella fascia più calda del pianeta...

«Pronto per stasera, dunque?» lo accolse Sharma a colazione, sorridendo come sua abitudine.

«Per la festa, dici?» gli rispose il diversamente sorridente Matteo, scacciando un paio di insetti e sedendosi con la cautela di un artritico.

«La festa di stasera al centro culturale terrestre, esatto. Quella che hai cercato di tenere nascosta a tutti i tuoi conoscenti, perché ti vergognavi. Peccato che il tuo amico Chakra fosse di altro parere.»

«Non è proprio mio amico» brontolò in risposta. «Verrete tutti, dunque?»

«Mai e poi mai ci perderemmo questo spettacolo.»

Ottimo. Sarebbe stata una serata molto lunga, con sentiti ringraziamenti a Chakra. Se solo non fosse stato per natura contrario alla violenza, soprattutto perché tendeva a risolversi con lui come vittima, Matteo avrebbe preso in seria considerazione la prospettiva di linciare quel maledetto studente di diritto, o dirittista come lo chiamava Indira.

«Potete anche trovare locali più interessanti, lo sai. Non mi offendo. È una così bella giornata, non vale la pena di sprecarla al centro culturale...» tentò invano Matteo, sapendo già che non li avrebbe tenuti lontani neppure con un bastone.

«Splendida giornata, senza dubbio, infatti ti verremo a trovare verso sera, all’inizio dello spettacolo che avete in programma. Così non ti disturberemo durante i preparativi.»

Grazie tante. Ancora non aveva scoperto che razza di anniversario fosse, ma per quella sera il centro culturale terrestre, una incantevole catapecchia incastrata tra due edifici veri e moderni (almeno per quanto lui aveva capito dell’architettura locale), aveva organizzato uno spettacolo tradizionale terrestre. Qualunque cosa intendesse per “spettacolo” e per “tradizionale”. Lui aveva solo lavorato all’allestimento del palco per un qualche tipo di opera o roba simile, ma altri poveri disperati come lui avevano aiutato ad allestire altri spettacoli, che preferiva non conoscere. Ci sarebbe stata musica, gente avrebbe cantato, altra gente probabilmente avrebbero recitato, buffet avrebbero allietato gli spettatori prima e dopo gli eventi, eccetera eccetera.

E non era la parte peggiore.

La parte peggiore, almeno per Matteo, era il modo in cui si sarebbero dovuti conciare loro, semplici e fessi aiutanti esterni. Che un attore o un cantante dovesse vestirsi da babbeo, in fondo, era parte del suo ruolo: non c’era nulla di strano o inusuale. Che normali studenti dovessero fare altrettanto, per aiutare come camerieri e inservienti di vario tipo, era qualcosa che offendeva in profondo la visione che Matteo aveva della realtà e dell’universo. Certe cose non si dovrebbero fare, e basta.

Scuotendo la testa e sentendosi la persona più sfortunata del mondo, o quantomeno il terrestre più sfortunato di quella residenza per studenti (era l’unico), Matteo abbandonò l’amico ai suoi sorrisi e si preparò per raggiungere il centro culturale. Era soltanto per qualche ora, in fondo, e bastava solo sopportare stoicamente il martirio: qualche giorno dopo, poi, ci avrebbero riso sopra tutti assieme. Avrebbero riso anche sopra di lui, con ogni probabilità, ma quel dettaglio poteva essere trascurato, almeno per il momento. Un duro lavoro lo attendeva.

Quando arrivarono le prime persone, al centro culturale, il tramonto era appena cominciato, tavoli e banchi degli sponsor erano pronti, il palcoscenico pure, una musica di violini (alquanto stucchevole, ma molto terrestre) si diffondeva nell’aria e ogni cosa sembrava al proprio posto. Incluso il ragazzo all’ingresso, nascosto dietro un sorriso da cameriere, che accoglieva con un benvenuto gli ospiti in arrivo, uno dopo l’altro, e a ognuno di loro consegnava un foglio col programma della serata. Anche il foglio era molto terrestre, stampato su carta come si usava secoli prima, ma agli ospiti piaceva. Era anacronistico proprio come lo era la Terra, per i discendenti di chi l’aveva abbandonata senza troppi rimpianti, in un passato sempre più remoto.

Matteo Kori aveva dato uno sguardo a uno di quei fogli, con l’interesse che una mosca può provare verso il calcolo differenziale. La scrittura usata su Lakshmi era un incrocio di caratteri cinesi molto semplificati e di una forma altrettanto semplificata di devanagari, come aveva dovuto apprendere nel funambolico corso di Filologia Lakshmita: il risultato era una successione di simboli strani, uniti da una sequenza di segni che sembravano la traccia di un serpente ubriaco. Una scrittura che gli fece rimpiangere il caro, vecchio alfabeto latino, così semplice e sintetico, oltre che così terrestre, almeno per i lakshmiti. L’unica consolazione era che la scrittura non si usava quasi più, su Lakshmi: dominava la voce, ormai, e presto anche gli ultimi residui testuali si sarebbero persi nel tempo, se si voleva credere al docente di filologia. Matteo era agnostico, in merito.

Più che di come si sarebbe evoluta, o estinta, la scrittura nella società lakshmita, al momento lui si preoccupava semmai di chi sarebbe potuto entrare, come prossimo ospite. Ogni volta che la porta si apriva, la fissava con un vago panico, che poi si distendeva in un sorriso professionale, mentre la mano volava a prendere e consegnare un foglio col programma e la testa si abbassava in un breve inchino. Altri sconosciuti che entravano, ma sapeva che non sarebbe stato sempre così. Prima o poi sarebbero stati i suoi amici a entrare e, sebbene il suo ruolo non fosse così imbarazzante, il suo abbigliamento lo era. Molto imbarazzante, nonché molto diverso dal costume che gli avevano fatto provare solo due giorni prima.

Quale genialoide della moda aveva mai deciso che gli inservienti, qualunque fosse il lor ruolo, si dovessero vestire in abiti medievali, o quantomeno in abiti che facevano pensare al medioevo e dintorni? Doveva essere stato un sadico da paura, o uno psicolabile di altro genere. Non era pronto ad accettare l’idea che una persona normale, sana e nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, avesse potuto compiere quella scelta. No, era inaccettabile.

Così, adesso, Matteo Kori accoglieva gli ospiti con un costume da paggetto, che era estremamente imbarazzante al di sotto della vita, in particolare nel modo in cui tendeva ad aderire ad alcune parti della sua anatomia, e la gola gli si stringeva dolorosamente, ogni volta che captava i commenti divertiti delle persone che entravano. Proprio uno scherzo simpatico, quello dei costumisti. Non era il momento migliore per vedere Sharma e gli altri, ma soprattutto non era il momento migliore per essere visti da Sharma e gli altri. Quanto avrebbe riso Indira? E quanto lo avrebbe deriso, nei giorni a seguire? C’era da piangere.

«Dunque sarebbe questo il tuo centro culturale?»

Matteo si paralizzò col foglio in mano. Sulla soglia c’era Bogdan Stratos, suo compagno di viaggio all’arrivo e, in seguito, amico con cui si era tenuto in contatto lì a Varshi. Negli ultimi tempi aveva dovuto rinunciare ad alcune uscite di gruppo, nelle sere che precedevano i giorni festivi, sostenendo che gli impegni per completare la specializzazione non gli lasciavano molto tempo libero. Lo aveva trovato quella sera, in apparenza. Ottima scelta, niente da dire.

Senza aspettare una risposta, che forse non sarebbe mai arrivata, a giudicare dalla faccia di Matteo, Bogdan lo raggiunse e gli scardinò una spalla con quella che, certamente, l’aspirante planetologo riteneva essere una pacca amichevole. La spalla di Matteo la giudicò una badilata, ma erano dettagli. Il dolore più grande, in fondo, lo provava nell’amor proprio, per essere di fronte all’amico in quei pantaloni. O così scelse di pensarla Matteo, fuggendo dalla realtà verso un comodo rifugio da giovane Werther addolorato.

«Vedo che i tuoi gusti in fatto di vestiti non sono migliorati, eh? Ma si sa, Lakshmi non fa ancora miracoli. Dicono che ci stiano lavorando, però, per cui qualche possibilità ce l’hai ancora.»

Matteo abbassò gli occhi sul suo abito da paggetto e sospirò. «Lasciamo stare» disse. «Ordini dei superiori, per ricreare un clima terrestre.»

«E, te lo chiedo giusto a titolo di pura curiosità, sia chiaro, non perché io voglia mettere in dubbio le competenze dei tuoi capi, ma... che genere di Terra avrebbero in mente di ricreare? O almeno di che epoca? Perché quando ci sono stato l’ultima volta non ho visto gente vestita come te. O almeno, non nei posti che frequentavo io,» aggiunse. «Non posso esprimermi sui tuoi, certo...»

La serata era appena agli inizi e già Matteo si sentiva stanco. A scoprirlo prima, che su Lakshmi non avrebbe avuto bisogno di lavorare...

«Lasciamo perdere, per favore» rispose infine. «Hanno deciso così e basta. A proposito, sei venuto qui per lo spettacolo, oppure per deridermi? Perché, nel secondo caso, penso proprio che ti dovrai mettere in fila: gli altri saranno qui tra poco, o così hanno minacciato.»

«Indira e Sharma?»

«E Chakra, presumibilmente, e anche altri dell’alloggio e dell’università, se sono proprio sfortunato. Staremo a vedere.»

«Oh, ottimo, allora li aspetterò qui in disparte. Avrò qualcuno con cui chiacchierare, durante quella divertentissima esibizione che ci attende. Hai detto musica operatica, giusto?»

«E altre cose. Tutto scritto nel programma, divertiti pure. E non sparlate troppo di me, grazie.»

«Non sparleremo troppo, sparleremo eccessivamente.»

E con quella sua ultima perla di saggezza, Bogdan si allontanò dall’ingresso, fermandosi un poco più avanti. Gravitò per qualche minuto attorno ai banchetti degli sponsor, ossia le varie industrie e altri gruppi che avevano creato il centro culturale, e poi Matteo lo perse di vista, impegnato com’era a consegnare programmi e accogliere i nuovi arrivi. Prima o poi sarebbe stato il resto della comitiva e a quel punto...

Quel punto arrivò, neanche un quarto d’ora più tardi. Matteo vide dapprima Sharma, poi Indira, poi altre persone che conosceva dal loro alloggio, dalla mensa e soprattutto dai suoi corsi. Studenti che sapeva identificare, grossomodo, ma di cui non avrebbe saputo dire molto. Li vedeva spesso, spesso di sfuggita; scambiavano qualche parola ogni tanto, soliti convenevoli da studenti; erano persone, che occupavano gli spazi attorno a lui e agli amici che aveva. E adesso si presentavano tutti alla sua umiliazione pubblica. Grazie di nuovo, Chakra. Spargi ancora un poco la voce, la prossima volta.

«Eccoci qui, dunque, come preannunciato» disse Sharma, col suo solito sorriso. «Serata piacevole, a quanto pare. Sono già arrivati in molti ad ammirare lo spettacolo, a cui vi siete dedicati con tanta attenzione?»

«Bogdan è dentro che vi aspetta, di altri non ce ne sono. Per adesso.»

«Mi riferivo al pubblico normale, a dire il vero, non alle nostre conoscenze» disse Sharma. «Ma ti ringrazio ugualmente per l’informazione.»

«Di gente ce n’è, sì, più di quanto volessi. Vi lascio anche una copia del programma della serata, o non ve ne può fregare di meno?»

«Uno spettacolo molto interessante e divertente lo stiamo già ammirando qui, all’ingresso, ma un programma tornerà sempre utile, grazie» disse Indira, facendosi avanti e trattenendosi senza troppa convinzione dal ridere. Indossava una specie di camicetta senza maniche, qualunque fosse il nome ufficiale di quel capo di abbigliamento: aveva colori vivaci, e magari era pure qualcosa di elegante, per la moda del pianeta, per quanto ne sapeva Matteo. A guardarli bene, anche gli altri sembravano più eleganti del solito, se di eleganza si trattava. E lui era vestito da paggetto. Da paggetto! E coi pantaloni che...

«Una copia anche per me, grazie» disse Sharma, per una volta simulando una espressione seria, che non gli riuscì molto bene. Matteo lo consegnò.

«Uno anche a me, grazie.» Stavolta era il famoso Lin Yutang, compagno di corso di Chakra, nonché loro compagno di alloggio. Matteo aveva imparato a riconoscerlo, adesso, ma restava una faccia che passava facilmente inosservata: doveva impegnarsi, per notarlo e ricordarlo. La sua era una figura bassa e sottile, dai tratti molti cinesi, e con un prematuro accenno di disboscamento tra quei capelli neri che, constatò Matteo con una punta di sadismo, non sarebbero durati ancora a lungo.

«Anche a me, grazie.» E così via, uno dopo l’altro, a ritirare il foglio col programma e a guardare il loro collega, sempre più rosso nel suo abito ridicolo. Tutti fingevano serietà, per nascondere le risa, ma senza impegnarsi troppo.

Quando anche l’ultimo di loro fu passato oltre, Matteo poté finalmente rilassarsi, almeno in parte. La fase peggiore della serata era probabilmente alle spalle; adesso gli rimaneva soltanto di fare la figura del pagliaccio davanti a perfetti sconosciuti, che non aveva mai visto e che non avrebbe mai più rivisto. Niente di troppo difficile, insomma. Nei giorni successivi, il paggetto avrebbe ricevuto altre risate, quasi di sicuro, ma in fondo... beh, in fondo non era poi tutto negativo. Rispetto al ruolo di carta da parati umana, che aveva avuto al liceo, ritrovarsi con amici e conoscenti che potessero ridere di lui non era male. Lo faceva sentire parte di qualcosa.

E quando ormai si era rilassato, perso nei suoi pensieri, arrivò anche il pezzo mancante. Chakra.

Si accarezzava il pizzetto e si guardava attorno, perplesso, come chi è finito in un posto sconosciuto e non sa bene come ci sia arrivato, ma era lui. Alto e magro, capelli mossi che per l’occasione erano pettinati all’indietro, con una camicia a fiori e una cravatta color vinaccia, un abbinamento che sulla Terra avrebbe fatto rabbrividire parecchi, ma che su Lakshmi sembrava accettato. Chakra, quello che si era caldamente premurato di spargere il più possibile la notizia di quella serata. Che forse non era stata una colpa ma un merito. Forse. Mettendoci molto ottimismo.

«Tutto bene, dunque? I tuoi ammiratori sono già arrivati?»

«Se per ammiratori intendi Sharma e gli altri, allora sì, sono già dentro. A quanto pare sei l’ultimo. Fai pure le battute che devi fare, così ci togliamo il pensiero e passiamo oltre» gli rispose Matteo.

«Nessuna battuta, per il momento: mi riserverò di guardare prima lo spettacolo, qualunque cosa sia, così probabilmente avrò maggior materiale per ridere.»

«Copia del programma, dunque?»

«Perché no? Un foglio di carta può sempre tornare utile, in molte occasioni. A ogni modo, non c’è bisogno di fare quella faccia, suvvia! Sono certo che mi ringrazierai, per aver chiamato tutti.»

Il che probabilmente non era del tutto falso, ma Matteo non lo avrebbe mai ammesso, non davanti a lui. Se non proprio piacevole, almeno la presenza degli amici contribuiva ad alleggerire il senso di spleen infinito, che quella serata al centro culturale gli riversava in tensa a secchiate.

«Oh beh, non voglio disturbarti troppo sul lavoro. Ci vedremo più tardi, dunque, tutti assieme. E poi chissà, magari questo pseudospettacolo potrebbe anche essere istruttivo. O distruttivo.»

Matteo lo guardò allontanarsi con sollievo, in direzione della sala. E anche l’ultima prova era stata superata. Gli rimaneva soltanto di concludere la distribuzione dei programmi, accogliendo gli ospiti normali, e poi rilassarsi per tutta la durata dello spettacolo. Poteva davvero credere che il peggio fosse alle spalle. Quanto a ciò che sarebbe successo poi... ci avrebbe pensato poi.

Altre persone arrivavano, da sole o in gruppo, e tutte sorridevano, accettavano il programma offerto da Matteo e ringraziavano. A poco a poco, ne arrivarono sempre di meno, il rubinetto dei visitatori era stato chiuso e oramai rimanevano solo gli ultimi sgocciolii. Ancora qualche goccia di pubblico, poi le tende all’ingresso della sala si chiusero e una voce al microfono cominciò a parlare, per dare a tutti il benvenuto e presentare la serata.

Con un sospiro, Matteo sedette accanto al banco e chiuse gli occhi. Il lavoro era finito, cominciava l’attesa. Che era un lavoro a propria volta, ma di tipo assai diverso.

A quasi un’ora dall’inizio dello spettacolo, l’atrio era deserto e nessun ritardatario era arrivato. Gli altri inservienti erano spariti chissà dove, alcuni al bar e altri forse sgusciati all’interno della sala, ad ammirare ciò che si svolgeva oltre le tende. Nessuna delle due prospettive attirava Matteo, che era il solo ad attardarsi all’ingresso, in un punto spazio-temporale sospeso tra l’inutile e il superfluo. Sul suo banchetto abbandonato giacevano ancora poche copie non consegnate del programma e qualche altro dépliant di importanza nulla, ma pregevolmente antiquato, come pareva essere la moda. Come aveva detto un poeta secoli prima, un circo prima e dopo lo spettacolo: ecco cos’era l’atrio.

Matteo sospirò, alzandosi dalla sedia. Dall’interno della sala, chiusa da una tenda, gli arrivavano le note di una musica vecchissima, che risaliva a prima dell’era spaziale, prima delle guerre, prima di tutto. Preistoria, insomma. Qualcosa che sembrava un’opera lirica, nel complesso, oppure una scena di un’opera lirica: non credeva che avessero tempo a sufficienza per un’opera intera, ma vari estratti sì, era più probabile. Le scene più famose e più vecchie. Lo spettacolo terrestre consisteva soltanto di materiale stagionato, per non dire ammuffito, come se da allora non fosse stato prodotto altro. Ma forse era proprio ciò che i lakshmiti pensavano.

«Che tristezza!» brontolò. L’aria era ferma e pesante, lì nell’atrio, e faceva caldo, anche se non si vedevano molti insetti, nonostante la porta spalancata. Strano, ma meglio così. Forse non amavano quell’edificio, perché puzzava di Terra, o più probabilmente erano tenuti lontani da un qualche tipo di repellente, come quello al profumo di vino rancido, che tanto piaceva a Sharma. Diede un ultimo sguardo alle tende che chiudevano la sala, un ultimo ascolto alle note che ne filtravano, e poi uscì.

Dal caldo dell’atrio passò all’umido della notte lakshmita, di qualche grado più fresca. La strada era vuota, al momento, e la percorreva soltanto una leggera brezza, dal profumo insolito ma piacevole. Matteo la respirò a fondo, fermo sui gradini dell’edificio. La notte era già scesa ed era buia, per quanto può esserlo una notte in una città abitata. Molto poco, dunque. Lampioni, finestre, l’insegna del ristorante più avanti lungo la via, che probabilmente non si chiamava “ristorante”, ma pazienza: dappertutto erano luci, che spingevano il buio un poco più in là, ospite non gradito.

Cancellando dalla mente la diversa architettura, e cancellando dalle narici i diversi odori, Matteo poteva quasi fingere di essere sulla Terra; non nella sua città, d’accordo, ma in un’altra, magari più a sud. La musica dietro di lui rovinava un poco la finzione, ma dettagli come quello potevano essere trascurati senza problemi, quando si fantasticava per sfuggire alla noia. Gli bastava la pace, la pace di quella notte. Aveva qualcosa di affascinante, come le notti in qualunque epoca e luogo, almeno dal punto di vista di chi è al caldo, ha la pancia piena e non rischia di essere aggredito da qualcuno o qualcosa.

Il cielo era sbiadito dalle luci, ma nel mezzo riusciva lo stesso a cogliere qui e là qualche stella, o se non altro qualcosa che luccicava nel buio: poteva essere una stella, un satellite o una centrale solare, ma restava comunque qualcosa che luccicava. Per un ignorante totale in astronomia, come Matteo, era più che sufficiente; non sarebbero state comunque le costellazioni che vedeva dalla Terra, anche se alcune stelle sarebbero state le stesse. Erano già qualcosa, un cartello puntato verso casa.

C’era anche il suo sole, lì in mezzo? Il sole della Terra, per essere più precisi. Bogdan forse avrebbe saputo dirglielo. Magari glielo chiederò, più tardi, si disse, mentre uno di quei veicoli automatici, chiamati risciò, passava nella strada. Aveva un suono sottile, un ronzio da zanzara terrestre, di per sé non piacevole, ma utile alla sua momentanea fantasticheria.

Un rumore di tacchi dietro di lui lo riportò alla realtà. Tacchi sul marmo, piuttosto acuti, tacchi da donna ma non troppo alti, almeno per quanto ne capivano le sue orecchie. Il genere di scarpe che, su quel pianeta, era considerato molto elegante e raffinato. Si girò, verso la fonte del suono. Una donna, in effetti: una donna di mezza età, che camminava piano, testa bassa e mano a trafficare nella borsetta. Una donna terrestre, dall’aspetto, e una donna...

«Il presidente Jarkovska» la riconobbe Matteo.

Proprio lei, Ana Jarkovska, presidente del centro culturale. Non una persona importante, in un’ottica planetaria, ma rilevante per Matteo, perché era di fatto il suo capo, quando lavorava presso il centro. Non si erano mai visti di persona, dopo il primo colloquio, ma era pur sempre il capo. Mentre lei gli si avvicinava, Matteo si raddrizzò, cercando di rendersi più presentabile, per quanto potesse farlo con quel vergognoso vestito da paggetto.

«Buonasera, signora Jarkovska» disse, spostandosi da parte.

Ana Jarkovska alzò la testa, lo guardò sorpresa e un poco incerta, strinse gli occhi a fiocinare nella memoria e ne pescò il nome. «Buonasera, Matteo.»

Gli passò davanti e si fermò sul primo gradino dell’ingresso, a due di distanza dalla strada e un paio di metri circa dal ragazzo col buffo vestito da paggetto. Indossava un abito normale, ma vecchio stampo, simile a un tailleur, e si era raccolta i capelli in una crocchia dietro la nuca, pettinatura che Matteo non aveva mai visto dal vivo, ma solo nelle vecchie immagini di qualche secolo prima. Una pettinatura da nonna, che non le si adattava molto, ma che contribuiva all’atmosfera da anticaglie di quella serata. Dalla borsetta estrasse una sigaretta e l’accese, ferma davanti alla strada e alla notte, tranquille entrambe.

Matteo non sapeva cosa fare. Si sentiva in imbarazzo, ma soprattutto si sentiva un intruso. Certo, lui era lì da prima, ma in effetti non stava facendo nulla, a parte guardarsi attorno. La sua presidente Jarkovska, invece, era uscita per fumare e aveva quindi una ragione vera per starsene lì. E poi era il suo superiore, almeno nel microcosmo del centro culturale.

Forse è meglio che me ne vada io, pensò. Sempre controllando la figura di Ana Jarkovska, Matteo cominciò lentamente a indietreggiare, in silenzio, quasi in punta di piedi. Un filo di fumo si alzava dalla sigaretta e fu su quello che si concentrò, mentre i passi lo portavano a poco a poco verso l’area sicura della porta e dell’atrio. Era anche possibile che il presidente non si accorgesse neppure della sua scomparsa, in fondo lui era solo un paggetto, un elemento ornamentale della serata, poco più di un appendiabiti umano. Inoltre, c’era anche la musica dalla sala a coprire il suono della sua ritirata; non che osasse fare qualche rumore, ovvio, ma era una protezione in più, una polizza contro...

«Non c’è bisogno che te ne vada» disse Ana Jarkovska, senza girarsi. «Sono uscita solo per fumare una sigaretta, tra un minuto tornerò in sala. Gli ospiti mi attendono, sai come sono queste serate.»

Matteo non lo sapeva, ma era disposto a crederle sulla parola. Bloccato lì, a due passi dalla porta, si chiedeva se fosse meglio indietreggiare o avanzare, riprendere il posto all’esterno, oppure presso il banco all’ingresso. Nel dubbio esistenziale, non si mosse.

«Sta procedendo bene la serata, dentro?» chiese, perché sentiva di dover dire qualcosa, ma figurarsi se sapeva cosa dire. Era pur sempre meglio che parlare del tempo, forse.

Ana Jarkovska alzò le spalle. «Procede. È lo spettacolo che si aspettavano e va bene così.» Pausa di silenzio, mentre prendeva una, due boccate dalla sigaretta. Continuava a fissare la strada, quasi ci fosse qualcosa di interessante, e questo non serviva a rilassare Matteo. «Immagino vorresti sapere perché vi abbiamo fatto vestire da paggetti o da damigelle di corte, giusto?» disse poi, come per un secondo pensiero. «Lo chiedono spesso, i nuovi.»

«Beh, ecco... per adattarci all’ambiente, no?» rispose Matteo, sicuro di aver sbagliato. «È una serata un po’, come dire... all’antica, credo.»

«No.» La temperatura corporea di Matteo scese di qualche grado. Il presidente scuoteva la testa e sembrava fumare con un certo nervosismo: boccate brevi, rapide. «Non è la serata, è il centro che è all’antica.»

«Ah.»

«Perché è così che vogliono, capisci?» continuò. «A loro non interessa la Terra di oggi,» e accennò alla sala, con la mano che teneva la sigaretta. «La Terra di oggi è una brutta copia del loro pianeta e una copia è sempre meno interessante dell’originale, capisci? Una copia malriuscita, anzi.»

Matteo capiva, fino a lì, ma non capiva dove volesse arrivare.

«Loro vogliono la Terra di una volta, quella da cui i nonni dei loro nonni sono partiti. Vogliono la Terra di cui hanno sentito parlare a scuola, nelle lezioni di storia, prima delle guerre e prima che i loro antenati se ne andassero. Non chiedermi perché, ma è questo che vogliono. Il passato è l’unica nostra merce che abbia valore, da queste parti, e noi di passato ne abbiamo in abbondanza.»

Matteo non chiese nulla.

«Vogliono il mondo di una volta, per poter dire “Ecco cosa abbiamo lasciato, ecco da cosa ci siamo separati”, e poi continuare la loro vita tranquilli, sapendo di non essersi persi nulla. È come quando guardi le foto di quando eri piccolo, giusto per nostalgia, o per vedere quanto sei cambiato. È questo che vogliono dai nostri spettacoli ed è questo che noi gli diamo. Contenti loro, contenti tutti.»

Matteo scoprì un mondo affascinante, nella punta delle proprie scarpe. Poteva capire la frustrazione del presidente, ma perché la scaricava su di lui? Non gli interessavano le motivazioni sociologiche dietro la scelta dei suoi abiti! Lui era uscito per una boccata d’aria, per riposarsi un poco da quel banco all’ingresso, che tanto ormai non serviva più a nulla. Non era uscito per ascoltare le lamentele di una donna di mezza età, che gli faceva da capo in quel luogo! Per prudenza, mantenne il silenzio.

«Sarà meglio tornare, adesso» disse Ana Jarkovska, alzando le spalle. Tirò ancora una boccata dalla sigaretta, poi gettò il mozzicone in strada. Matteo ne seguì affascinato la traiettoria, lucciola rossa che si posò sul liscio e curato manto stradale di Varshi. Era il primo mozzicone che vedesse, dal suo arrivo su quel pianeta, ed era terrestre. Bruciava ancora, con un fumo sempre più tenue..

Si fece da parte, quando il presidente gli passò di fianco in silenzio, per rientrare. Doveva aver finito la scorta di lamentele, per adesso, o forse era stata la sigaretta ad accenderla. Finita quella, finito il monologo su Lakshmi. Matteo la guardò allontanarsi, verso le tende che coprivano l’entrata della sala. Sospirò, quando inghiottirono il presidente, rigurgitando una raffica più forte di note. Pareva un jazz, o forse anche un blues: non li aveva mai saputi distinguere molto bene e in fondo non aveva importanza, visto che da un paio di secoli nessuno li suonava più, sulla Terra. Un paio di secoli, che era quasi l’età di Lakshmi.

Scuotendo la testa, Matteo tornò ad attendere la fine della serata, su una sedia presso l’entrata del centro. Che lavoro divertente gli avevano rifilato...

Non fu una lunga attesa, o forse sì: giudicare il passaggio del tempo è difficile, quando lo si valuta su un piano esistenziale, invece di limitarsi al mero accumulo degli intervalli scanditi dall’orologio. Fu un’attesa lunga a sufficienza da sbadigliare e cambiare più volte posizione sulla sedia, ma non al punto da trasformarsi in lamentele e piedi pestati sul pavimento. A ogni modo, finì.

Le tende che chiudevano l’ingresso alla sala si aprirono e un fiotto di pubblico ne uscì, a passo lento e parlottando tra loro, non sempre con un tono di voce moderato. Strilli più acuti, e di chiara origine femminile, punteggiavano qui e là il brusio generale, forse entusiasta o forse no: Matteo non aveva ancora l’esperienza necessaria, per giudicare il gradimento di uno spettacolo, sulla base del rumore prodotto dal pubblica uscente. In assenza di conati di vomito, però, giudicò che non fosse stato poi così terribile.

Fra tutti, spiccava la figura di Bogdan Stratos, una buona testa più alto della folla: apriva la strada con l’incedere di una nave rompighiaccio e si portava dietro il resto della comitiva, vagoni attaccati alla sua locomotiva.

«Ecco il nostro paggetto, che ci aspetta!» esclamò, quando ebbe avvistato Matteo, ancora fermo nei pressi del banco dove ricordava di averlo lasciato. Matteo agitò la mano, in segno di saluto e anche per segnalare a tutti la propria presenza. Arrivarono, quando il fluire della gente lo permise.

«Divertiti?» chiese, con scarso entusiasmo e ancora più scarso interesse.

«Direi che non hanno reso un grande servizio alla Terra, nel complesso, ma poteva andare peggio» gli rispose Bogdan, asciugandosi la fronte.

«Voglio sperare che non le abbiano reso un gran servizio!» disse Indira, faccia arrossata e un poco sconvolta. «Altrimenti capisco perché siate fuggiti qui.»

«Sozzeria, senza dubbio, ma almeno abbiamo potuto ammirarti in questo splendido costume» fu il contributo di Chakra alla critica, che gli valse uno sguardo stanco da parte di Matteo.

Di lì a poco, la discussione abbandonò il tema dello spettacolo, per concentrarsi sui costumi scelti dagli organizzatori della serata. Quello di Matteo fu esaminato da ogni angolo, con grande gioia del diretto interessato, che attraversò tutti i colori della vergogna, per stabilizzarsi poi su un violetto di imbarazzo terminale.

«Mi raccomando, fammi sapere dove li avete trovati, così me ne terrò ad almeno un chilometro di distanza!» fu l’affondo finale di Indira, che almeno ebbe il pregio di concludere il dibattito.

«Che si fa adesso? Andiamo a chiudere in un locale? Non è ancora tardi a sufficienza, per andarsene a letto,» disse Chakra, guardandosi attorno e sogghignando.

«Credo proprio che me ne tornerò subito all’alloggio» disse Sharma. «Non sono proprio amante dei festeggiamenti, come forse saprete.»

«Nonno Sharma è fuori, dunque. E gli altri?»

Gli altri accettarono la proposta di Chakra, almeno in maggioranza. Matte chiese tempo per potersi cambiare, tempo che gli fu accordato, non prima del previsto «Perché non vieni così?» con risate di accompagnamento, commento che venne però da una persona imprevista, ossia Bogdan. Sembrava alquanto allegro quella sera, certo molto diverso dalla persona seria e seriosa con cui Matteo aveva viaggiato dalla Terra a Lakshmi.

«Sbrigati, mi raccomando, che conosco io il posto giusto per te!» disse Chakra, mentre guidava il resto del gruppo fuori dal centro culturale. «Lascia fare a me, per organizzare i festeggiamenti.»

Lasciarono fare a lui. E fu una nottata che Matteo non avrebbe mai ricordato del tutto.