Adriano - racconti e altro

Orizzonti di plastica

Capitolo quattordicesimo

L’alba li colse in un paesaggio da dopobomba con digestione pesante. La luce confermò che quella su cui stavano camminando da qualche tempo era in effetti terra, ricoperta qui e là da ciuffi rachitici di erba, ma il resto ricordava molto il marciapiede fuori dei bar, a fine serata. Riprodotto con pali di cemento, lamiere, reti metalliche e tratti di asfalto. Erano usciti.

Di comune accordo, avevano stabilito di essere fuori dall’area urbana più o meno verso le tre, tre e mezza di notte. Non c’erano condomini attorno, non c’erano palazzi superiori ai quattro piani, non c’erano rotonde odiose, da aggirare alla meglio. C’era invece uno spazio che si apriva davanti a loro, buio ma di un buio diverso, perché non era più decorato da bassorilievi di edifici, né spezzato dalle insegne o dai lampioni. Inoltre, a conferma delle loro ipotesi, potevano portare l’avvistamento di un cartello ai margini della strada, che segnalava la fine della città.

Erano usciti. Senza essere spiaccicati da qualche auto.

«Siamo usciti» aveva detto Tarca, con un tono tra il confuso e il perplesso. Era tentato di accendere il palmare, ma ancora non aveva raccolto coraggio a sufficienza. Così lo lasciava a marcire in tasca.

«Già» aveva confermato Fedele, non meno perplesso. «E adesso che si fa?»

Si erano guardati a lungo, col cartello alle loro spalle e l’area suburbana che si distendeva davanti, forse fino alla prossima città. In mezzo però non c’era niente, o almeno niente di cui avessero una minima conoscenza. Solo cavalcavia. Hic sunt leones, per i due fuggitivi improvvisati.

Il segretario Tombini aveva suggerito di puntare verso la Rinascita, e lì chiedere informazioni: più che accettabile, come suggerimento, ma presentava un piccolo problema. Dove era la Rinascita? La loro mappa ormai non serviva più, perché era una mappa dell’area urbana. Aveva svolto alla grande il suo lavoro, portandoli fuori, ma adesso era carta straccia. Ne avevano parlottato un poco, poi alla guida si era messo Fedele Innocenti, l’unico a esserci già stato. Così, verso le tre e mezza, si erano avventurati nel mondo oltre la città, all’insegna del più glorioso motto di generazioni di avventurieri, esploratori e disperati, il “mah, mi pare che sia da questa parte”.

Da bravi figli della loro epoca, verso le quattro avevano appreso una grande verità, fino ad allora rimasta ai margini del pensiero: senza un navigatore satellitare erano persi. In tutti i sensi. Nel buio di una notte senza lampioni, avevano tentato la traversata della campagna, o meglio del territorio tra una città e l’altra, senza vita e senza proprietario effettivo. Impresa omerica. Avevano attraversato fossi pieni di erbacce e cose che si muovevano sospette, erano strisciati all’ombra di antichi cantieri, dove mattoni stinti dal sole dormivano sonni irrequieti, avevano scavalcato reti malmesse e instabili, forandosi i pantaloni sul filo spinato, erano scivolati sulle loro suole lisce da città, abbracciando con le natiche la Madre Terra, avevano lottato con sciami e sciami di zanzare senza scrupoli, attratte dal sudore e dal sangue. Alla fine, la luce dell’alba li aveva benedetti, persi nel nulla.

Fermi nei pressi di un vecchio fosso agricolo, le mani sui fianchi, Luca Tarca distese la schiena in un concerto di vertebre sfinite. «Tu lo sai dove siamo, vero?» chiese al compagno, senza fissarlo.

Fedele Innocenti ormai sembrava un fattorino caduto in una betoniera. Probabilmente neppure Sala avrebbe riconosciuto in lui il vecchio zerbino dell’amministratore, sempre elegante e preciso. «Mah, dovremmo essere nella direzione giusta, credo» rispose. «Il problema è che qui fuori tutto è uguale a tutto. Non c’è un punto di riferimento preciso, non so, ma secondo me...»

«Ci siamo persi» concluse per lui Tarca. Il compagno sospirò in silenzio, con una smorfia.

La città era alle loro spalle, distante ma sempre presente. Più che mai simile a un temporale, nera e grande nel chiarore dell’alba, sembrava ridere dei due figlioli prodighi, che erano fuggiti da lei ma che adesso, da soli, non sapevano sopravvivere. Tornate indietro e vi tratterò bene, sussurrava. Non vi succederà niente di male, fidatevi. Tratto sempre tutti bene, io.

Ma nella città c’era Sovrani, il loro amato vicino, e Sovrani li cercava ancora. Era semplicemente troppo ottuso per fermarsi, senza un preciso ordine dei superiori. E se non c’era lui in persona, c’erano i suoi colleghi della guardia, il che faceva poca differenza. Sovrani li avrebbe manganellati per una forma di rancore personale, gli altri li avrebbero manganellati per dovere professionale. E alla fine sarebbero spariti entrambi, come molti altri erano già spariti. Come Manovali, per esempio.

Quindi, la strada era una sola e portava lontano dalla città. Peccato che loro non riuscissero ancora a trovarla. Con un’ultima occhiata a ciò che si lasciavano indietro, ripartirono nella direzione che più sembrava promettente. «Se continuiamo a girare intorno, prima o poi incroceremo la strada che va alla Rinascita, no?» aveva osservato Fedele Innocenti. A tutt’ora, era l’unica strategia di viaggio che i due avessero elaborato. Così camminavano, nel caldo in aumento, tra sterpaglie dalla forma strana, cavallette dalla forma ancora più strana, ruderi di cantieri e pile di mattoni abbandonati. Cavalcavia si disegnavano contro il cielo all’orizzonte, come arcobaleni di cemento armato.

Si arresero verso metà mattinata, quando ogni direzione era uguale alle altre, il sonno li spingeva a visioni di allucinante iperrealtà e la fame tornava a mordere lo stomaco. Sorvolando poi sugli strani effetti che l’aria cominciava ad avere nelle loro gole, già irritate da una giornata intera a respirarla.

«Senti, non è che hai un modo per vedere dove siamo?» chiese Fedele, girandosi verso il compagno, con una tristezza quasi infantile sul volto rosso e bianco.

Tarca lo guardò, mordendosi un labbro. «C’è il palmare, ma potrebbero localizzarci...»

«Ma Tombini gli ha fatto qualcosa, no? Non aveva detto che te lo avrebbe sistemato, o qualcosa del genere? E poi» aggiunse, allargando le braccia, «di questo passo finirà comunque molto male.»

Era vero. La città era sempre nello stesso punto e non sembrava cambiata. La campagna era sempre attorno a loro e non sembrava cambiare, per quanto camminassero. Avevano sonno, avevano fame e avevano sete. Anche la prospettiva di finire in un gulag padano cominciava a perdere gran parte del suo orrore, ormai. Era molo più orribile il mondo lì fuori.

«Proverò» disse Tarca. «E speriamo che il tuo amico abbia fatto un buon lavoro.»

Tolse il palmare di tasca, sedette su una specie di muretto in cemento, all’ombra di un capannone in rovina, e cercò su una qualche mappa satellitare di scoprire dove diavolo fossero finiti. Fedele si era seduto lì accanto e si asciugava la fronte con la manica della camicia. In realtà asciugava ben poco, perché ormai anche la camicia era fradicia, ma il gesto aveva sempre un suo valore psicologico.

Trascorse qualche minuto in silenzio, poi Tarca rialzò la testa e lo fissò. «Uhm. Se ho capito bene, il punto in cui ci troviamo è più o meno qui» e indicò un punto sullo schermo, uguale a qualsiasi altro punto. Fedele si allungò a guardarlo. «Mentre la Rinascita dovrebbe essere qui» e indicò un punto a nordest del loro, non troppo lontano ma neanche molto vicino.

«E quanto ci vorrà, più o meno?» chiese Fedele.

«Boh. La modalità “spostamento a piedi in mezzo al nulla” non è prevista sulle mappe delle aree nei dintorni. Dovremo scoprirlo camminando. A ogni modo, è da quella parte.»

Si rialzarono con un sospiro. Le gambe protestarono, ma le gambe avevano perso al momento ogni diritto sindacale allo sciopero o alla protesta. La priorità adesso era salvare il capitale, ovverosia le chiappe dei proprietari delle suddette gambe. Per il resto, semmai, ci sarebbe stato tempo dopo.

Il cielo era bianco e caldo, la terra gialla e calda, l’erba grigiastra e calda. Da lontano, venivano ora i ronzii di auto, attutiti dalla distanza, assieme a odori sospetti di reagenti chimici, su cui nessuno di loro volle indagare. Si arrampicarono oltre una rete arrugginita, saltarono almeno cinque fossi, o li attraversarono calandosi nelle loro profondità secche e brulicanti di insetti, riposarono due volte nei pressi di capannoni o cantieri morti. Alla fine, quando il clima delle undici li rosolava ormai a fuoco lento e produceva in loro mirabili miraggi da spedizione antartica, ecco che apparve all’orizzonte la loro meta temporanea, la Itaca in cui trovare qualche ora di riposo, cibo, acqua e magari un bagno.

La Rinascita. Si disegnava netta, sul lato opposto di una strada parecchio trafficata, con le sue fila di pioppi rachitici, il suo cancello, la sua cascina rimessa a nuovo alla meglio, il vetro luccicante della sua serra, il suo sentiero ghiaioso e i suoi campi, che producevano poco o niente. Era proprio come la ricordava Fedele, da un sabato lontano tredici giorni e mille anni.

«Ci siamo» disse, sorridendo a Tarca. «Basta solo attraversare la strada e poi ci siamo.»

Scoprirono di lì a poco che attraversare la strada poteva essere la parte più pericolosa del viaggio.

Alle nove del venerdì, presto come di rado gli capitava, Carlo Sovrani si era svegliato nel suo letto. Aveva la luna storta. Anzi, era così storta che quasi era ritornata dritta. La ricerca era durata fino a mezzanotte circa, poi gli avevano ordinato di rientrare. Altri avrebbero proseguito al suo posto, ma il turno di Sovrani finiva lì. Non l’aveva presa bene, ma gli ordini erano ordini e l’obbedienza era il principio che più a fondo si era inciso nella sua mente. Così era rientrato borbottando e brontolando, come un pentolone di fagioli. Doccia rapida e poi a letto.

Aveva sognato varie cose, nessuna delle quali piacevole. Un ricordo vago gli parlava di girasoli che oscillavano al vento, in un campo di mattoni e calce, ma non aveva senso; un altro, suggeriva una successione di archi a sesto acuto, che non conducevano da nessuna parte. No, la realtà era di gran lunga più piacevole dei sogni, almeno per lui. E la realtà era la caccia, che ricominciava.

Dalla caserma lo avevano chiamato, per avvisarlo che il suo turno partiva alle undici. Era previsto un nuovo controllo a tappeto dell’area segnalata, mentre una prima pattuglia si sarebbe spostata nei dintorni della città, nel caso fossero fuggiti in campagna. Controlli più rigorosi all’esterno sarebbero cominciati soltanto il giorno dopo, se fino ad allora non avessero trovato nulla in città.

Sovrani non ne fu soddisfatto, ma pazienza. Preparandosi al lavoro, si grattò la testa, chiedendosi di nuovo cosa potesse esserci di tanto terribile nell’Innocenti, il suo vicino. Ok, aveva letto il dossier e ne aveva una copia in casa, ma non gli era sembrato nulla di particolare. Quel vecchio plastificato, quello Storti, doveva proprio avercela a morte con lui... Scrollò le spalle: non erano affari suoi. Suo affare era assicurarsi che Fedele Innocenti fosse catturato, assieme al suo complice. Un compito più comprensibile e chiaro, per lui. I moventi erano filosofia astratta, buona per i segaioli.

Poco prima delle undici, Carlo Sovrani era pronto in caserma. Li avrebbe presi, quei due sorci.

I due sorci, a mezzogiorno, sedevano intanto nella cucina rustica della Rinascita, lavati e vestiti alla meglio con tute da lavoro di una taglia grossomodo simile alla loro. Era stato difficile farsi aprire il cancello, quando avevano suonato, ma alla fine era apparso il tizio grande e grosso, lo stesso che era al funerale di Eva, e li aveva lasciati entrare, guardandoli un po’ storto. Comprensibile, del resto: il loro aspetto li faceva sembrare due prigionieri di un campo di concentramento libico-italiano, non i civili cittadini lombardi che erano per nascita. Puzzavano come discariche abusive.

Il tizio grande e grosso, con una barba imperiale, si era presentato come Samuele Rainieri, ma non aveva offerto la mano. «Tu sei il marito di Eva» aveva detto a Fedele. «Mi spiegherai cosa ci fai qui, ma intanto entra.» Il tizio che stava di guardia al cancello, basso e con la pancetta, aveva borbottato un po’, poi si era fatto da parte. Doveva essere il capo, quel Rainieri.

Li aveva fatti accomodare in una stanzetta fresca, aveva indicato il bagno ed era sparito, lasciandoli lì da soli. Fedele e Tarca si erano guardati, perplessi, poi avevano usato il bagno a turno, per pulirsi. Alla fine, il colorito originario era riemerso dal sudore e dalla polvere, anche se ben più arrossato di quanto fosse solo due o tre giorni prima. Rainieri era riapparso con due tute da lavoro, che avevano indossato. Quella di Fedele era un po’ larga, quella di Tarca un po’ corta, ma erano fresche e pulite e a loro bastava così. Infine, Rainieri li aveva condotti in una cucina, dove c’erano altre persone.

Tarca era sparito quasi subito, assieme a una donna occhialuta sulla quarantina, una certa Silvia o giù di lì. Pareva che fosse l’addetta alle comunicazioni e Tarca le aveva chiesto di poter usare il loro computer, per informarsi. Fedele era rimasto solo, assieme a Rainieri e un altro, presentatosi con un nome improbabile come Diego Zorro. Si erano guardati a lungo, in silenzio.

«Eva mi aveva parlato spesso di te, ma non mi sarei certo aspettato di vederti qui, di persona, specie in queste condizioni» aveva detto infine Rainieri, squadrandolo come un germe al microscopio.

«Beh, sono successe un po’ di cose, in questi giorni» aveva risposto Fedele. «Ma siamo qui soltanto di passaggio, non vogliamo disturbare.»

Rainieri aveva sbuffato, con un sorriso. «Beh, direi che hai già disturbato fin troppo, ultimamente. È difficile immaginare cosa potresti fare di peggio!»

«Le squadre di sicurezza ci inseguono. L’amministratore Storti e l’avvocato Bianchi devono avermi denunciato, anche se non so bene con quale accusa.»

«L’avvocato Bianchi, bella personcina!» era intervenuto Diego Zorro. «Te lo raccomando proprio!»

«Forse è meglio se ci racconti tutto» aveva detto Rainieri, lisciandosi la barba.

Fedele Innocenti aveva raccontato. Aveva cominciato dal funerale di Eva, perché quel giorno erano presenti anche alcuni di loro, come Rainieri: dal funerale di Eva e dalla minaccia di Giulio Bianchi, che era più una promessa di una minaccia. Poteva cominciare da prima, forse, da Manovali e tutto il resto, ma non se la sentiva di parlarne, non lì, non in mezzo ai suoi ex amici. Gli era sembrata una mossa poco saggia, nelle sue condizioni. Probabilmente Rainieri l’aveva capito, perché non aveva detto nulla, anche se sapeva che l’inizio vero si trovava là.

Poteva aver continuato a parlare per ore, o per minuti. Qualcuno gli aveva servito da bere, un piatto di pasta e un po’ di pane. Aveva mangiato, bevuto e tutto senza smettere di parlare, come se si fosse tolto un tappo, oppure la crosta da una ferita. Il dialogo in mensa con Sala, l’auto parcheggiata fuori dal condominio, la fuga dalla finestra delle scale, le gallerie del sottosuolo, il ritorno in superficie, il tentativo di inserire documenti in Rete e le guardie che li localizzavano, li inseguivano. A un certo punto, Tarca si era venuto a sedere accanto a lui, col muso lungo lungo. Fedele lo aveva notato e si era interrotto, come svegliandosi da un incubo.

«Allora? Cosa hai scoperto?» gli aveva chiesto.

Tarca aveva scosso la testa. «Ne parleremo dopo. Intanto, continua.»

Aveva continuato. L’inseguimento, l’atrio del palazzo di periferia e poi il segretario Tombini, che li aveva soccorsi e portati via da una situazione disperata. Il riposo nello scantinato e l’ultima parte di quella fuga, con la notte e la campagna. Infine, erano arrivati lì.

Adesso era mezzogiorno e anche gli altri mangiavano assieme a loro. Gli altri erano Rainieri, Zorro e la donna occhialuta, che a quanto pare si chiamava Silvia Carli. «Arriveranno più tardi, non siamo solo noi» commentò Rainieri, mentre Fedele Innocenti si guardava attorno. Lui si stinse nelle spalle e non disse nulla. Ricordava alcune sagome, dal sabato in cui erano venuto a spiarli, ma non sarebbe stato opportuno parlarne. Così tacque e si riempì la bocca di pane. Era buonissimo.

«Allora, cosa hai scoperto? Puoi dircelo, adesso?» chiese a Tarca, poco dopo.

Luca Tarca sospirò e posò la forchetta. Guardò il compagno, guardò gli altri presenti, concentrati su di lui, raccolse le idee e parlò. Per quel che aveva scoperto.

Silvia Carli era probabilmente l’esperta di computer del gruppo, quella che teneva i contatti con gli altri colleghi italiani, sparsi un po’ ovunque nelle varie regioni. Gestiva anche la pagina ufficiale di quella onlus, che a quanto pareva visitavano soltanto loro. L’aveva mostrata a Tarca con orgoglio e lui non se l’era sentita di farle presente che, dopo quattro anni, avevano appena superato i ventimila visitatori. «Non ci seguono in tanti, purtroppo» aveva commentato lei.

Poi aveva lasciato il computer a Tarca, controllando tutto ciò che faceva, senza parlare. Non c’erano molte novità, nonostante il tempo trascorso. Ancora si discuteva della notizia giunta dalla Chind e ancora non si era arrivati a conclusioni certe. In compenso, sembrava che sul confine sino-russo, ieri, fosse successo qualcosa di grave, ma nessuno sapeva bene cosa. Chi parlava di attentati, chi di una rappresaglia con bombardamento di una città cinese, chi ancora parlava di un assassinio da parte dei servizi segreti, senza specificare di quale paese. Era però successo qualcosa.

Un altro evento certo era che gli Stati Uniti avessero rafforzato la flotta nel Pacifico, sia alla vecchia base di Pearl Harbour, sia in altre isole più vicine all’Asia. Non era difficile capire il perché. Era più difficile capire il perché del silenzio cinese. L’India aveva ammassato truppe sul confine pakistano, anche se il Pakistan non aveva fatto niente, e l’Indocina era ormai un’enorme portaerei indiana, per ogni evenienza. Ma la Cina aspettava. Non una mossa che fosse stata colta dai satelliti.

Chiunque, in Europa e in America, avrebbe venduto i reni della madre, pur di scoprire cosa stessero facendo dall’altra parte, magari sbirciando nella rete Chind, ma era impossibile. Così aumentavano le leggende e le fobie proliferavano, mentre tutti aspettavano la mossa della Cina. Tutti, già, tranne l’Italia. In Italia si discuteva dell’ultimo scandalo sessuale di un presentatore e si decideva a chi far organizzare il grande evento dell’inaugurazione delle centrali nucleari, in Sardegna. Per scrupolo, si era concesso una controllata anche alle notizie locali: nessuno parlava della fuga di due pericolosi e famigerati delinquenti, nessuno parlava della loro fuga. Non c’era mai stata.

Tarca aveva sospirato, lasciando la postazione del computer. Silvia lo aveva riaccompagnato alla cucina, dagli altri, e lì si era seduto, ascoltando la fine del racconto di Innocenti. Di lì a poco, aveva parlato anche lui, riassumendo in breve la situazione internazionale e quella lombarda.

«Dunque nessuno vi cerca?» chiese Zorro alla fine, pulendosi la bocca.

«Nessuno sa che esistiamo e che siamo ricercati dalle guardie» lo corresse Tarca, con un sorriso. «A parte ovviamente le guardie, che ci cercano di sicuro.»

«Bianchi non molla fino a che non mi hanno preso, vedrai» disse Fedele. Gli altri lo guardarono, in silenzio, come una bestia rara allo zoo. Era il marito di Eva, la loro Eva, la loro amica.

Samuele Rainieri spinse da parte la sedia e si alzò. Era sempre uno spettacolo imponente guardarlo alzarsi, quella specie di totem tribale per la comunità della Rinascita. Riempiva la stanza.

«Volete continuare per i campi, allora?» chiese. «Guardate che di campi ne sono rimasti ben pochi, da queste parti. Non so cosa vi raccontino alla tv, perché ormai non la guardo più da un pezzo, ma la realtà è parecchio diversa. Di campagne in fiore non ne troverete, e neanche di grano che splende sotto il sole, uccelli che cinguettano, freschi torrenti da cui bere e balle varie. È tutto come il pezzo che avete percorso voi, se non peggio. E per come siete arrivati fin qui...»

Lasciò la frase sospesa, guardandoli dall’alto. Non c’era bisogno di aggiungere molto, i suoi occhi dicevano già troppo. Soprattutto, dicevano la verità. La palla passava ai due ospiti e tutti fissavano loro, in attesa di una risposta. Fu Fedele a rispondere, precedendo Tarca.

«Lo so che la tv è una cosa e la realtà un’altra. Ci ho messo parecchio a ricordarmelo, ma adesso lo so. Sono anche già stato qui una volta, di recente. Non proprio qui, in effetti, ma appena fuori, per spiarvi da lontano. Era un incarico dell’amministratore delegato, il caro Storti, ma non importa. Più o meno ho un’idea di come potrebbe essere la situazione qui fuori, ma anche questo non importa.»

Silvia Carli lo fissava con un vago orrore, dopo quella confessione. Diego Zorro lo fissava e basta, in una smorfia di disprezzo. Fate tutti schifo, pareva dire, e non mi aspettavo altro, da voi. Soltanto Samuele Rainieri non aveva fatto una piega. O lo sapeva già, oppure si teneva la sua reazione per un altro momento. In effetti erano vere entrambe le cose: Eva gli aveva accennato il suo sospetto, quel venerdì in cui era scomparso Manovali, e la sua reazione sarebbe arrivata in seguito. Prima, voleva ascoltare tutto. Con un cenno lo invitò a proseguire.

Fedele respirò a fondo e proseguì. Non sapeva perché avesse confessato, quando appena un istante prima si era ripromesso di tenere il becco chiuso. Era andata così, punto. Forse aveva a che fare coi silenzi e le troppe cose non dette, che avevano condannato lui ed Eva. O forse chi lo sa.

«Il fatto è che non possiamo restare qui. Vi ho già causato fin troppi danni e non voglio mettervi in pericolo di nuovo. Loro ci continueranno a inseguire e noi dovremo continuare a fuggire. Punto. E il resto è pura accademia. Voglio dire, non abbiamo molta scelta sulla fuga, no? Possiamo fuggire nei campi e basta. In città ci cercheranno tutti, almeno qui in Lombardia. Quindi...»

Rainieri alzò una mano. «Che non possiate restare qui è sicuro» disse. «Vi aiutiamo adesso, perché tu eri il marito di Eva, ma poi stop. È sicuro anche che non avrete speranze, là fuori.»

«Questo è da vedere» rispose Fedele.

«Oh, lo vedrete. Fidati di me, lo vedrete.»

Tarca sembrava parecchio preoccupato e taceva, guardandosi attorno. Forse sarebbe stata una buona idea andarsene altrove: l’aria lì dentro cominciava a non essere più molto accogliente, per loro.

«Seguitemi nei campi» disse Rainieri, accennando alla porta. «Vi spiegherò un paio di cose, giusto per rinfrescarvi la mente. Poi, farete come volete.»

Uscirono in fila indiana, Rainieri davanti, Innocenti e Tarca al centro, Zorro e Carli alla retroguardia. Il caldo li colpì come una bastonata, dopo il fresco della cucina. La gente della Rinascita si aggiustò il cappello di paglia, i due fuggitivi li guardarono con una vaga invidia. Altra cosa che non avevano calcolato: oltre alle mascherine, sarebbero serviti anche i cappelli. Pazienza, ormai era andata così.

La ghiaia scricchiolava sotto i piedi, mentre Rainieri li guidava verso i campi. Passarono accanto ai vetri luccicanti della serra, poi a una montagnola di terreno scuro e ribaltato, che Fedele riconobbe senza riconoscerla, infine i campi si aprirono davanti a loro, distesa di terra arata e marrone, sotto il bianco opaco del cielo di luglio. Rainieri si fermò accanto al fosso, che segnava il confine.

«Ecco, guardate» disse.

Guardarono. Terra arata, appunto, e dall’aspetto poco sano. Rispetto a due settimane prima, Fedele doveva riconoscere che sembrava già più in salute, ma era parecchio diversa dalla campagna che lui aveva conosciuto da bambino. Poteva essere la parente povera del terzo mondo, ma in ascesa verso il secondo mondo. Quattro appezzamenti rettangolari, delimitati da fossi e qualche erbaccia, che al momento mostravano solo terra arata e le speranze di un raccolto, in un lontano futuro. Più avanti, i capannoni e i cantieri ritornavano, assieme a case vuote, pali della luce e cavalcavia. Luccicavano le auto, per quel che potevano luccicare sotto quel cielo senza sole.

«È tutto morto» disse Rainieri, indicando l’orizzonte. «Di alberi da frutto non ne troverete, neanche un cespuglio di more. Per mangiare qualcosa, dovrete andare in un supermercato. Bevete qualcosa che non esca da una fontanella o da una bottiglia e cagherete anche l’anima, se vi va bene.»

Luca Tarca guardava, rimpiangendo la scrivania e il computer, le calde ventole del computer, che lo ricoprivano di aria rovente ma sana. Fedele si girò verso Rainieri. «E allora?» gli chiese.

«Vi sto solo avvisando. Se pensate di poter campare con quello che troverete per strada, allora tanto vale che vi consegniate subito. Soffrirete di meno.» Si accarezzò la barba, fissandolo.

Fedele si strinse nelle spalle. «Grazie dell’avviso. Io andrò avanti. Qui non posso restare e indietro non ci torno. Non gliela darò vinta, in nessun caso.»

«Come vuoi. Su una cosa hai ragione: qui non ci puoi restare. E non perché non ti vogliamo noi, sia chiaro, anche se la maggioranza voterebbe comunque per cacciarti. È solo che non puoi restare qui. Sarebbe antigienico per noi come per voi.»

Fedele Innocenti si guardò attorno, le mani sui fianchi. Stava arrivando altra gente, due o tre che si avvicinavano dal vialetto di ingresso. Una donna alta, che ricordava di aver già visto al funerale, lo fissava con una faccia non proprio amichevole. Cercò di ignorarla.

«Vi porterei altri guai, vero?» disse, tornando a guardare Rainieri.

«Guai da aggiungere a quelli che già abbiamo. Non siamo molto simpatici in città, sai com’è. Se poi ci mettiamo pure ad aiutare evasi o fuggitivi, allora avranno la scusa buona per spazzarci.»

«Perché non siete simpatici? Voglio dire, non fate nulla di illegale, no? A meno che quegli scatoloni, due settimane fa...» e lasciò la frase in sospeso, mentre Samuele Rainieri si scuriva dietro la barba.

«Gli scatoloni sono fatti nostri. E sì, non facciamo niente di illegale, ma dovresti capire anche tu il problema. Loro dicono che il mondo è sano, che gli ambientalisti sono esagerati, che tutto va bene e l’inquinamento non esiste. Noi diciamo che la terra muore. Loro si chiudono nelle belle scatolette di plastica, vedono e raccontano solo quello che vogliono e fa piacere. Noi stiamo fuori e tocchiamo la realtà con le nostre mani. Siamo pubblicità negativa. Siamo negativi, disfattisti. Portiamo pericoloso pessimismo e minacciamo la stabilità sociale. Cerchiamo soprattutto di cambiare le cose e cambiare le cose è il peccato originale, per loro» disse Rainieri, indicando ogni volta la città, col pollice.

Sì, capiva. Fedele si rivide nell’appartamento dell’amministratore, nel suo primo giorno da vedovo, e di nuovo sentì il discorso di Storti. Nascondere, coprire, guardare altrove. Così tutto si risolve. Col sano ottimismo dei pensieri positivi, certo. Sorrise amaro. Notò che la donna alta si avvicinava, ora, e puntava su di loro. La ignorò, troppo impegnato ad ascoltare.

«Finché traffichiamo per terra, senza ottenere nulla, loro ci lasciano giocare. Non facciamo danni e ce ne stiamo fuori dalle palle» continuava Rainieri, sempre più acceso. «E hanno ragione. Qui fuori è tutto morto, non potremmo mai ottenere nulla, con le zappe e le vanghe. Siamo innocui, bambini che giocano. Ma adesso qualcosa potrebbe cambiare. Sono anni che lavoriamo questa terra in ogni modo, sono anni che ci spacchiamo la schiena in mezzo ai veleni, sotto il sole, a respirare schifezze, e al massimo abbiamo ottenuto quei pioppi rachitici, quelli in fila all’ingresso. Ma guarda adesso la terra!» Indicò il campo di fronte. «Non è più così gialla e malata. Fa ancora schifo, ma forse adesso abbiamo trovato un sistema per seminarci qualcosa. Forse funzionerà, forse no, ma è una possibilità. Ci lavoravamo con Ettore e con Eva, adesso continueremo a lavorarci senza di loro. E se funzionerà, cambierà qualcosa. Allora sì che saremo un pericolo e smetteranno di guardarci come bambini.»

Fedele osservò la terra, dubbioso. Riteneva improbabile che potesse crescerci qualcosa, ma in fondo perché no? Avevano diritto di sognare, anche loro. E poi, se erano tutti come Eva, la testaccia dura l’avevano di sicuro, e anche i mezzi per usarla. Potevano farcela davvero, un giorno.

«Che ne pensi?» chiese a Tarca, che si era avvicinato. «C’è qualche speranza per il futuro?»

Tarca fissò i campi, gli edifici in rovina più avanti e l’orizzonte. Si strinse nelle spalle. «C’è sempre almeno una possibilità, finché siamo vivi.» Alzò la testa al cielo, guardandolo preoccupato.

«Capite perché non vi possiamo tenere qui, proprio adesso» concluse Rainieri. Sembrava un poco a disagio, dopo le parole di Tarca, ma le liquidò con un cenno della testa. «Se funzionerà, passeremo il sistema anche ai nostri colleghi di altre città. Creeremo ovunque aree come questa. Cambieremo le cose e li costringeremo a uscire dalle loro scatole di plastica. Questa è la nostra sfida, era il sogno di Ettore ed è il sogno di tutti noi. E ce la faremo.»

Fedele sorrise. Glielo augurava, ma ci contava poco. Se davvero avessero ottenuto risultati, quella sarebbe stata la loro fine. Nessuno Storti avrebbe mai permesso che cambiassero le cose. E nessuno avrebbe mai accettato di uscire dalla scatola. Pensava a come dirlo in modo diplomatico, quando la voce lo richiamò al presente. Una voce di donna, alle sue spalle. Si girò.

A poca distanza da lui, c’era la donna alta e secca che aveva già notato prima, la stessa che era stata presente al funerale di Eva, guardandolo storto mentre gli faceva le condoglianze. A rivederla ora, in abiti da lavoro e con un cappello di paglia, Fedele notò una certa somiglianza con la fidanzata di Braccio di Ferro, Olivia. Nel fisico, ma anche nella pettinatura, per quello che se ne scorgeva.

«Buongiorno» la salutò, un poco a disagio. Cosa aveva da fissarlo tanto?

«Il marito di Eva, dunque. È venuto a completare il lavoro, per caso? Se è così, è arrivato tardi, mi spiace per lei. La famiglia di Ettore se n’è andata due giorni fa, moglie e figlio. Sa com’è, dopo che lui è magicamente sparito nel nulla, hanno pensato bene che fosse meglio cambiare aria per un po’, giusto nel caso fosse una cosa contagiosa. L’altroieri li è venuti a prendere un parente, in auto, e li ha portati da un’altra parte» disse la donna, guardandolo come un pluriomicida.

«Meglio così» rispose Fedele. «Ma come potranno spiegarle anche i suoi colleghi, sono qui soltanto di passaggio e non sono venuto a cercare nessuno. Anzi, anche io adesso sto scappando dagli stessi che hanno preso Manovali. Per cui...» e allargò le braccia.

«Oh, ma come mi dispiace! Sono affranta, davvero! A vederla così, da vicino, lei è ancora peggio di quanto mi dicesse Eva. Ne sono davvero sorpresa.»

«Anna, dai, lascia stare...» intervenne Rainieri, senza troppo impegno. Guardava i campi, adesso, e forse sognava il giorno in cui finalmente sarebbero rinati, dando un senso al nome del loro gruppo. Di sfuggita, Fedele colse un altro dei nuovi arrivati, un ometto con gli occhiali spessi e capelli neri, che salutava Tarca e si fermava a parlare con lui. Molto più amichevole di quella Anna.

«Senta, non sono qui per litigare» le disse, cercando di calmarla. «Non mi è piaciuta per niente tutta la faccenda di Manovali. Avrei voluto evitarla, ma non c’era niente da fare. E quello che è successo a Eva, invece, mi dispiace ancora di più. Neanche se lo immagina cosa ha significato, per me. Ma se questo la consola, adesso anch’io ne sto pagando le conseguenze.»

Anna Bruno si fermò di fronte a Fedele, guardandolo negli occhi. Era alta, alta davvero: non quanto Tarca, certo, ma quasi quanto lui. Fedele ricambiò lo sguardo, senza cedere. Un minuto dopo, non lo ricambiava più: era troppo impegnato ad accartocciarsi al suolo con le mani sul basso ventre e un gemito di agonia. Per quanto magro e fuori allenamento, il ginocchio di Anna non aveva perso nulla della sua antica ferocia, che otto anni prima aveva messo in fuga il marito. Lo aveva steso così, alla fine di un litigio, e il giorno dopo lui era sparito. A otto anni di distanza, lei attendeva ancora che la chiesa le desse il permesso di divorziare legalmente.

«Adesso mi sento meglio» disse Anna, allontanandosi verso i compagni. Sorrideva, certo non felice, ma abbastanza soddisfatta. Diego Zorro soffocò una risata, guardando Innocenti che si rattrappiva a terra, come un ragno schiacciato. Silvia Carli sorrise e basta, un po’ imbarazzata.

«Dovresti cercare di controllarti» la rimproverò Samuele Rainieri, molto blando. «Dopotutto resta un nostro ospite.» Anna alzò le spalle e proseguì verso il campo.

Lo aiutò a rialzarsi Tarca, rosso in volto non soltanto per il sole. A fatica, tornarono nella cascina, a riposare. Fedele zoppicava e aveva la tinta di un pomodoro transgenico, maturo al punto giusto. Lo scortarono le risatine, mentre si rifugiava all’interno.

«Non devi farci caso, è ancora scossa per quello che è successo» disse Rainieri quando li raggiunse, mezz’ora dopo. Aveva terriccio sulle scarpe e sulle mani, che si lavò distratto al rubinetto. «Anna è una brava ragazza ed era molto amica di Eva. Le passerà.»

Fedele mugugnò qualcosa in risposta, che per fortuna di tutti fu incomprensibile. Non ci voleva una grande fantasia a immaginarlo, ma Rainieri preferì lasciar correre. Con lui c’era anche Diego Zorro: la sua salopette, il pancione tondo che si intravedeva e la sua andatura, così rigida, suggerirono per un attimo a Tarca l’immagine di un pinguino. La cancellò, per non ridere.

«Capisco che qui non siamo proprio bene accetti» disse, «per cui sarà meglio andarcene subito. Non è il caso di fermarci troppo, anche perché ci inseguono ancora.»

Rainieri alzò le spalle. «Come volete. O prima, o dopo, dovete comunque partire. Avete già studiato la direzione da prendere? O viaggerete a caso, come avete fatto finora?»

Tarca osservò Innocenti. Aveva recuperato un po’ di colore, ma non ancora la sua dignità. Taceva, quasi rinsecchito sulla sedia, e studiava con interesse la superficie del tavolo.

«Credo che dovremo andare verso nord, verso le montagne» rispose, togliendo il palmare di tasca e posandolo davanti a sé, «ma in effetti non ne abbiamo ancora discusso.»

«Le montagne» intervenne Zorro. «Se andate da qualche altra parte, vi prendono subito. È tutta una città, qui in pianura... puntate alle montagne e magari a passare il confine. È una strada piuttosto ben battuta,d i questi tempi.»

«Passare il confine? Ma ci lasceranno?»

«E chi vi vede, in mezzo alle montagne? Una volta che ci siete dentro, è fatta. Basta evitare le strade asfaltate. No, magari potreste avere qualche problema più avanti, in città, ma quello si risolve» disse Zorro. «Abbiamo alcuni contatti, dall’altra parte, gente che è andata prima di voi, e vi lasceremo un messaggio per loro. Una specie di presentazione, insomma. Se vuoi, li puoi anche contattare prima e avvisare che state arrivando. Vi lasceremo anche l’indirizzo, per scrivergli.»

«Ah... beh, grazie» rispose Tarca, un po’ confuso. Sperava che Fedele intervenisse e si incaricasse lui di pensare a quelle cose, ma sembrava ancora al tappeto. Moralmente, se non fisicamente. «Non sono mai stato in Svizzera, ma penso che in un qualche modo ce la caveremo, se arriveremo là.»

«O ci arrivate, oppure siete finiti, mettila pure così. Dovrebbe essere un buono stimolo.» Sorrideva, Zorro, mentre vedeva una vaga paura sul volto di Tarca. Gente di città, appunto. «Allontanatevi di qui, andate verso le montagne e poi semmai ci farete sapere. Tanto non siete i primi.»

«Sì, è l’unica strada» disse Rainieri. «Ma senza una mappa, non uscirete neanche dalla provincia. Ti conviene fartene stampare una da Silvia, se non ce l’hai già su quel tuo affare portatile.»

Non ce l’aveva, così Diego Zorro lo accompagnò di nuovo fuori, nei campi, per chiedere alla loro collega una copia stampata. Fedele rimase dentro, assieme a Rainieri. Tacquero per un poco, attorno al tavolo, ognuno perso nei propri pensieri. Per Fedele, i suddetti pensieri erano concentrati su come si era conclusa, mezz’ora prima, la sua permanenza all’aperto. Annotò mentalmente di tenersi alla larga da quella Anna, ma soprattutto dalle sue ginocchia. Ancora se ne vergognava.

«Non camperete là fuori, lo sai?» ripeté Rainieri, fissandolo.

Fedele alzò la testa e assieme le spalle. «Ce lo avete già detto, ma tanto non abbiamo alternative.»

«Anche questo è vero. E poi una possibilità c’è sempre, finché si è vivi, giusto? Lo diceva proprio il tuo amico, poco fa.» Sorrise. «Chissà, magari un giorno ci rivedremo davvero.»

Fedele Innocenti aveva i suoi dubbi su quanto gli convenisse tornare lì, alla Rinascita, ma li tenne per sé. «Vorrei solo che Eva me ne avesse parlato, di questa sua attività» disse. «Forse non sarebbe andata a finire così, per nessuno. Ma ormai...»

Samuele Rainieri sbatté i pugni sul tavolo, con un tonfo come di carne pestata. Fedele sentì tremare il legno sotto i gomiti. «Ettore è andato ed Eva è andata. Punto. Anna non l’ha ancora accettato, ma alla fine lo dovrà fare anche lei. Magari la prossima volta si accontenterà di darti un calcio nel culo, se tornerete qui. Ma voi ci siete ancora e adesso tocca a voi andare. Non andarvene: andare. È una cosa diversa. Mi dicono che hai fatto qualcosa di buono pure tu, con quei documenti che hai portato via. Non lo so, non è il mio campo: io mi occupo di piante e di far crescere qualcosa nella merda qui fuori e ne ho già abbastanza così.»

«Sì, ma...»

«Taci! Adesso parlo io. Non vuoi dargliela vinta? Vuoi sputare in faccia a quelli che ti hanno fatto scappare da casa tua? Allora vedi di arrivare alle montagne. Vedi di passarle. Non siete i primi e non sarete gli ultimi a farlo. Dall’altra parte, tu non sarai più un ricercato, ma una persona normale. Allora potrai fare altre cose buone per rimediare, se davvero ti senti tanto in colpa. Adesso, smettila di pensare al passato. Pensa a quello che hai davanti, piuttosto.»

Fedele lo guardò in volto, quegli occhi così accesi sopra la barba da montanaro o da frate. Sì, capiva perché quella piccola comunità lo avesse eletto a capo, a totem tribale. Lo avrebbe fatto anche lui, al loro posto. Soprattutto, capiva che aveva ragione, quel Rainieri. Perché era la stessa voce che aveva sentito dentro di sé fin dall’inizio, fin da quando era fuggito da una finestra sulle scale.

«Potrebbero chiedere l’estradizione, quando saremo all’estero. In fondo, il nostro crimine rimane, in base alla legge italiana. O lombarda, magari» disse, con un mezzo sorriso.

Il sorriso di Rainieri fu ben più largo, sotto la barba. «Come se gliene fregasse qualcosa, delle leggi e delle richieste lombarde! L’Italia non esiste più e con lei non esiste più il suo peso internazionale. Esiste solo un’accozzaglia di tribù barbare, che si litigano gli ultimi ossi e le ultime banche, dentro il comodo abbraccio della tv, aspettando di estinguersi come dinosauri. Non avranno neanche il coraggio di farsi sentire, quando sarete fuori, all’estero. Sanno che tutti gli riderebbero dietro. Non hanno mai detto nulla, in questi casi. La sfida è prendervi prima che fuggiate.»

Fedele rimase zitto. Quella descrizione del suo paese lo sconvolgeva un poco, ma in fondo sentiva che era la verità. Per quanto accecato, lo aveva visto in tutti gli anni all’azienda, nei contatti di cui si occupava, nelle comunicazioni a quei pochi paesi che ancora trafficavano con loro. Ripensò a Storti, che lo invitava all’inaugurazione del PalaGheddafi. Bei collaboratori che avevano.

«Già, immagino che sia così» disse. «Prepareremo le ultime cose e partiremo, allora. Anche se non è che abbiamo molto da preparare. E poi, una bella gita attraverso la pianura, fino alle montagne. E chi lo sa, magari ce la faremo davvero.»

«Non si può mai dire. Ho visto cose anche più assurde di questa. Non punterò su di voi, ma chissà.»

«Un’ultima cosa» disse Fedele guardando Rainieri negli occhi. «Ha detto più di una volta che non saremo i primi, che è una strada battuta... ma cosa significa? Ne avete già aiutati altri a fuggire, qui alla Rinascita? Oppure...»

Samuele Rainieri sorrise dentro la barba. «Ne vanno di continuo. Li vediamo passare, ma nessuno si ferma da noi. Non ci conoscono e per noi è più sicuro così.»

«Ma... chi passa? E chi se ne va? È questo che non capisco» disse Fedele, confuso. «Ne ricercano davvero così tanti, con le squadre di sicurezza? Credevo che...»

Rainieri alzò la mano, a interromperlo. «Non sono ricercati, che passano di qui. È gente comune, gli abitanti della periferia. Quando possono e quando trovano il coraggio, partono e lasciano il paese. E tanti saluti a tutti. Alcuni arrivano alle città di confine in treno, o in auto; altri si devono arrangiare come possono. Potreste anche trovare compagnia, strada facendo.»

«Gli abitanti della periferia? Ma perché?»

«Ci siete pur passati, per arrivare fin qui. Prova a ripensarci e avrai la tua risposta.»

Fedele Innocenti ci ripensò. Pensò al caldo solido, alla puzza, alla spazzatura negli angoli dei vicoli. Pensò alle case enormi e vuote, tutte uguali e tutte inquietanti, con quelle finestre chiuse. Pensò alla poca gente che avevano intravisto di lontano e alle tante auto che avevano sfiorato da vicino. Aveva pensato che era strano, la periferia doveva essere una zona molto più affollata. Invece sembrava di attraversare un deserto di cemento. Come un quadro di Eva, insomma.

«Quelli che possono, scappano, vero?» chiese infine a Rainieri.

L’omaccione si strinse nelle spalle. «Non scappano, se ne vanno. Cercano un posto in cui saranno trattati meglio, come esseri umani normali. Quelli che possono andare, ovvio; molti restano e basta, per adesso. Cederanno anche loro, alla fine. La vita dello schiavo non piace a nessuno.»

«Sì, posso capire. E ovviamente, nessuno ne parla.»

«Ovviamente. Anzi, cercano di impedirla in ogni modo, ma la frontiera è troppo grande e le guardie troppo poche. Così, i loro schiavi se ne vanno. Non sono furbi, sai, i tuoi amici dei piani alti? Hanno anche dimenticato la regola fondamentale di ogni parassita: mantieni in vita il corpo di cui ti nutri, o alla fine resterai senza mangiare. Succederà. Gli iloti lasceranno Sparta e resterà solo la minoranza degli spartani, i privilegiati. Ma senza manodopera a mantenere quei privilegi, crolleranno pure loro. Sarà interessante vederli, quel giorno. Si mangeranno a vicenda, oppure cercheranno di mangiare altra gente oltre confine? Sarà in ogni caso la fine e magari l’aria si ripulirà un poco, senza tutti quei porci a respirarla» concluse Rainieri, accarezzandosi la barba.

Fedele non rispose. In quella settimana aveva ricevuti più notizie e novità che in tutti gli ultimi dieci o dodici anni. E sembravano vere. Suonavano vere. Aveva parecchio da meditare e rielaborare, ma il tempo non gli sarebbe mancato. E chissà, magari un po’ di attività cerebrale lo avrebbe distratto dalla fatica del viaggio e delle camminate. Vedeva la fine del tunnel, il tunnel di plastica in cui gli avevano fatto spendere la sua vita adulta. La via non era facile, ma vedeva l’uscita.

Troppo tardi per Eva, ma forse non troppo tardi per lui.

Quando Luca Tarca fu di ritorno, con un foglio piegato sotto braccio, Fedele Innocenti si alzò, non del tutto stabile sulle gambe, ma decisamente più in forma rispetto a mezz’ora prima.

«Andate subito?» chiese Diego Zorro.

«Sì, penso che sia meglio» rispose Fedele. Tarca non sembrava molto convinto, ma non commentò. Guardò però con rimpianto verso la scala, e la postazione del computer, al piano di sopra. Quello sì che era l’ambiente per lui, la sua casa, ma per un po’ ne avrebbe dovuto fare senza. Sospirò.

«Quando tornerete qui, vedrete che ci sarà un bel manto verde ad accogliervi. È una promessa che vi faccio» disse Samuele Rainieri, sorridendo.

Uno dopo l’altro, uscirono dalla cascina. Il mondo esterno li attendeva.