Adriano - racconti e altro

Il wani che risale la montagna

Una figura che ha un ruolo di un certo rilievo nella mitologia e nelle storie del Giappone arcaico è il wani, personaggio dalla natura e dalla identità non ben precisate. Marino o almeno collegato all’acqua, può essere una divinità o un mostro, una creatura reale o immaginaria, un animale o altro ancora, a seconda dei casi. Ne avevamo già parlato a proposito della storia del coniglio bianco di Inaba, dove i wani compaiono come gli antagonisti (più o meno) del coniglio, ma il suo ruolo va ben al di là di questo. Nei Fudoki dell’ottavo secolo, infatti, possiamo leggere più versioni di un mito alquanto curioso, dove un wani risale una montagna per scopi variabili. Ne parleremo a breve, dopo un riassunto di quanto già detto sul conto del wani in generale.

Prima di tutto, il significato della parola. In giapponese moderno, wani è il termine con cui si indica il coccodrillo: il carattere con cui è scritto, ossia 鰐, ha il significato di coccodrillo anche in lingua cinese, per cui è fuori di dubbio che oggi la parola indichi questo animale. Molti più dubbi, invece, esistono a proposito di cosa potesse indicare nell’ottavo secolo e dintorni, quando i miti e le storie in cui il wani compare furono messe per iscritto per la prima volta. Ad accrescere i dubbi, poi, c’è il fatto che i dizionari giapponesi ci riferiscono anche un secondo possibile significato per il termine wani: in alcune zone del Giappone, nello specifico nell’antica provincia di Izumo1 e dintorni, questo nome sarebbe stato utilizzato per indicare lo squalo. O almeno un qualche tipo di squalo, perché anche su questo punto non mancano le incertezze.

In giapponese, lo squalo è normalmente chiamato same. Nello Izumo fudoki, una descrizione della provincia di Izumo completata nel 732, fra la fauna ittica del territorio è infatti indicato anche lo squalo, col nome di same. Allo stesso tempo, però, quel Fudoki ci dice che nel mare attorno a Izumo si potevano trovare pure i wani, che erano dunque animali diversi dal same. Animali reali, in ogni caso, perché i wani sono elencati proprio accanto ai delfini tra gli abitanti delle acque meridionali del mare interno, mentre i same vivevano nel mare settentrionale della provincia, assieme a pesci palla e tonni. Parimenti, troviamo i wani nel ruolo di normali creature acquatiche anche nella storia del coniglio di Inaba, tanto nella versione raccontata nel Kojiki, quanto in quella conservata in un frammento dello Inaba fudoki, entrambi testi dell’ottavo secolo. Come se non bastasse, il frammento dello Inaba fudoki2 si prende anche la briga di specificare che il wani è un pesce3.

Il modo in cui la parola era scritta nell’ottavo secolo non ci aiuta, perché nella maggior parte dei casi i caratteri utilizzati avevano valore puramente fonetico: 和迩, dove il primo carattere si legge “wa” e il secondo si legge “ni”. Così sono indicati nel Kojiki, il più antico testo giapponese che sia sopravvissuto fino a noi, e così sono indicati di solito nei Fudoki, solo qualche anno più tardi4. Il Nihonshoki (720) parla di 鰐, questo è vero, ma il Nihonshoki è scritto in cinese e il suo primo obiettivo era di presentare il Giappone alla società cinese, per dimostrare che anche loro potevano produrre storiografia alla pari della Cina. Niente di strano se una creatura del folklore giapponese sia stata tradotta con qualcosa di più comprensibile per i cinesi. Il punto è che né il nome, né il modo in cui era scritto all’epoca ci dicono qualcosa di definitivo sulla natura di un wani per i giapponesi dell’antichità. Viveva in acqua, questo sì. Il resto è aperto al dibattito e ognuno può dire la sua.

Qualunque aspetto avesse poi assunto il wani nell’immaginario giapponese, il punto di partenza era qualcosa di marino. Un animale vero e proprio, apparentemente, così come alla base del Kraken scandinavo sembra esserci stato un polpo, poi deformato a volontà nelle storie e nelle leggende, per renderlo più impressionante. In base ai dizionari giapponesi, come abbiamo visto, il punto da cui è partito il wani sembra essere stato un qualche tipo di squalo, almeno a Izumo e dintorni, dove sono frequenti le storie che lo riguardano e dove sono state trovate immagini e incisioni di squali piuttosto realistiche risalenti alla preistoria. Se la sua presenza nella lista della fauna marina lo può fare apparire come un animale normale, diventa molto più difficile rimanere di questa opinione quando si leggono certe storie che lo riguardano, dove non si comporta decisamente in modo naturale, qualunque animale potesse essere stato.

Partiamo proprio dallo Izumo fudoki, dunque. Un aneddoto di notevole interesse, per quanto ci riguarda, è la storiella di un wani innamorato, che risale un fiume per raggiungere la divinità di cui si è invaghito. Non è forse la più antica testimonianza del mito del wani che risale la montagna, anche perché la datazione dei frammenti di altri Fudoki è parecchio incerta, ma è un punto di partenza buono come un altro, soprattutto perché ci viene da un testo che, in un’altra sezione, ci aveva presentato il fantomatico wani come una normale creatura marina, che si poteva incontrare e (volendo) pescare lungo la costa. Trovare un animale proveniente dal mare che risale un fiume è invece qualcosa di un po’ più insolito in natura, a meno che non si tratti di un salmone o simili. Vediamo intanto l’aneddoto.

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Izumo fudoki

Monte Shitahi. Ventitré ri5 a sud dell’ufficio del distretto. A quanto dice una storia degli anziani, un wani, innamorato di Tamahime6, la dea che viveva nel sobborgo di Ai, andò risalendo [il fiume]. Poiché Tamahime prese delle pietre e bloccò il fiume, non potendola incontrare, [il wani] continuò a desiderarla. Per questo si chiama monte Shitahi7.

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Una storiellina curiosa, come le tante che troviamo nei Fudoki e che servono a spiegarci l’origine di un qualche toponimo locale. In questo caso, si tratta del monte Shitahi, un nome che è bene ricordare, perché lo incontreremo in un’altra storia dove un wani risale una montagna, da un certo punto di vista: è un frammento del Settsu fudoki, di cui ci occuperemo in seguito. Pensiamo intanto al monte nella provincia di Izumo.

Il Fudoki ci dice che nell’ottavo secolo si chiamava Shitahi. In base alle indicazioni geografiche fornite dal testo, potrebbe trattarsi del monte noto in seguito come “Oni no shitaburi”8. Un nome piuttosto curioso, che solo vagamente ricorderebbe il vecchio Shitahi. Ancora più curioso se poi consideriamo il significato di questo nome, che ci richiederà una piccola incursione nel magico mondo della filologia giapponese. Partiamo dal nome antico del monte in questione.

Shitahi deriva dal verbo shitahu, che in antico giapponese significava grossomodo “inseguire una cosa o una persona che teniamo nascosta all’interno del cuore”. Una etimologia proposta lo vedrebbe composto da shita, “sotto”, e ohu, “inseguire”: da qui il senso di un inseguimento di nascosto. Sia come sia, di solito lo si può tradurre in modo molto più semplice con “amare, bramare, desiderare” o variazioni sul tema, tutti sentimenti rivolti verso qualcosa che al momento è al di fuori della nostra portata. Un significato che si adatta alla storiella del wani bloccato dalle pietre: il monte presso cui era fermo prenderebbe il nome proprio dal suo desiderio impossibile da realizzare, cioè raggiungere la dea di cui era innamorato.

Il sostantivo shitaburi significava invece “modo di parlare”, oppure “tremito di una lingua spaventata”. Il primo significato non ha bisogno di molte spiegazioni, ma qualche parola in più si potrebbe spendere sul secondo. La parola shita significa “lingua”9, mentre furi viene dal verbo furu, ossia “tremare”: shitaburi è dunque il tremito della lingua, di per sé. Per i giapponesi che usavano ai tempi questa parola, la lingua poteva tremare per due motivi: per una intensa paura, oppure per la sorpresa. Una forte emozione che ci può far balbettare o farfugliare, insomma. Il nome completo è però Oni no Shitaburi, dove oni significa “demone, orco”. Nel complesso, il significato sarebbe dunque “modo di parlare del demone”, oppure “tremito della lingua del demone”, letteralmente. Nessuno dei due suona molto bene, messo così, neppure se proviamo a rigirare il secondo in un “tremito demoniaco della lingua”. Dà comunque l’idea di una persona che balbetta per la paura.

Non è detto che sia lo stesso monte menzionato nel Fudoki dell’ottavo secolo, sia chiaro. È solo una possibilità, perché questo Oni no Shitaburi si troverebbe più o meno nella zona giusta, se sono corrette le indicazioni date dal testo antico. Non è detto che lo siano, o almeno non è detto che i riferimenti geografici validi nell’ottavo secolo siano stati riportati accuratamente sul territorio del Giappone contemporaneo. È però interessante che un monte associato un tempo a un wani sia stato poi associato a un demone: potrebbe suggerirci qualcosa su come fosse percepito un wani nell’area di Izumo. Qualcosa di poco positivo, a grandi linee, da cui era meglio tenersi a una certa distanza, giusto per sicurezza.

Il nome della dea amata dal wani non ci dice molto, preso così com’è. Tamahime è composto dalla parola tama, che in giapponese indica sia un gioiello, sia lo spirito10, a cui si aggiunge il suffisso hime, parola che di per sé significa “principessa”, ma che è usata molto spesso nei nomi propri per indicare il genere femminile, così come hiko, “principe”, era usato spesso come terminazione dei nomi maschili, almeno in epoca antica. Tamahime può dunque essere la donna-gioiello o spirito. Se però consideriamo che lo spirito di una persona era spesso visualizzato come una sorta di gioiello sferico all’interno del suo corpo11, i due significati tendono a coincidere.

Potremmo forse domandarci se non esista un qualche collegamento tra Tamahime e un’altra figura ricorrente nelle storie giapponesi dell’ottavo secolo, ossia Tamayorihime. Questo nome è infatti usato in più di un racconto, sia nei frammenti superstiti dello Yamashiro fudoki che in altri documenti antichi, per indicare una figura femminile più o meno soprannaturale, spesso ma non necessariamente accompagnata da un fratello di nome Tamayorihiko. Nella sua opera Imouto no chikara, Yanagita Kunio proponeva una interpretazione piuttosto interessante del nome. A suo parere, infatti, Tamayorihime sarebbe un termine per descrivere una medium, specializzata nell’accogliere in sé lo spirito di un kami: il suo nome significherebbe per l’appunto “donna (hime) che è posseduta (yoru) dallo spirito di una divinità (tama)”. Anche la Tamahime dello Izumo fudoki era qualcosa di simile? Potremmo ipotizzarlo, volendo, ma non mi pare necessario in questo caso.

La Tamayorihime che compare in diverse storie dell’ottavo secolo, come ad esempio in un frammento dello Yamashiro fudoki, era ingravidata da una divinità mentre si trovava in un fiume. Nel suddetto Fudoki, ad esempio, rimaneva incinta dopo aver raccolto una misteriosa freccia colorata di rosso, che scendeva trasportata dalla corrente di un fiume. La freccia le scivola di mano, la punge al basso ventre e partorirà poi un figlio; in seguito, si scoprirà che il padre era un dio del tuono, ma questa è un’altra storia. Trovo poco probabile che esista in collegamento diretto tra la Tamahime dello Izumo fudoki e la Tamayorihime sua contemporanea, a parte la somiglianza dei nomi, ma mi pare comunque opportuno segnalarne l’esistenza, anche solo a sottolineare il legame tra la parola “tama” e il piano divino, almeno nel Giappone dell’epoca.

Altre informazioni non ci sono date in questa sede. C’era un wani, innamorato di una divinità della montagna. Il wani risalì il fiume per raggiungere la dea. La dea bloccò il fiume con una diga fatta di sassi, per tenere lontano lo spasimate da lei non gradito. Rattristato dalla separazione forzata, il wani pianse: da questo deriva il nome del monte. Fin qui, l’aneddoto si presenta come una storiella curiosa, ma niente di particolare. È un racconto un poco buffo, per spiegare il nome di un monte in quella zona: uno dei tanti esempi che possiamo trovare nei Fudoki. Solo che non si conclude qui. La storia di un wani che risale una montagna compare anche in altre province del Giappone dell’ottavo secolo. Cambiano i dettagli, cambia il finale, ma l’idea generale resta quella: una creatura marina, divina o meno che sia, risale una montagna. Con conseguenze varie.

Nello Hizen fudoki12, uno dei quattro Fudoki ad essere sopravvissuti in forma parziale, troviamo infatti una storia che è molto, molto simile a quella contenuta nello Izumo fudoki e che, da un certo punto di vista, potrebbe fornirci qualche spiegazione su quanto accade nell’aneddoto che abbiamo appena letto. Oppure no: la somiglianza esiste ed è indiscutibile, ma potrebbe anche essere una pura casualità. Non tutti i miti simili sono necessariamente collegati tra loro, anche se spesso accade così. Vediamo intanto la storia.

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Hizen fudoki

Inoltre, nell’alto corso di questo fiume c’è un ishigami. Si dice che il suo nome sia Yotahime. Un dio marino (si dice sia un wani), ogni anno, lo risale nuotando sott’acqua controcorrente, fino ad arrivare al luogo di questa divinità. Molti piccoli pesci dal profondo del mare lo accompagnano. Da un lato, se gli uomini trattano con rispetto questi pesci, non succederà alcunché di terribile; dall’altro, se qualcuno li dovesse pescare e mangiare, morirebbe di certo. In tutto, questi pesci si fermano per due o tre giorni, poi se ne tornano al mare.

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Abbiamo un fiume e abbiamo un ishigami che si trova nel suo alto corso, ossia verso la sorgente. Che cos’è un ishigami? Letteralmente è un dio (kami) pietra (ishi), ossia una pietra che incarnava un qualche tipo di divinità, oppure la rappresentava. Di pietre sacre come gli ishigami giapponesi ne troviamo di tutti i tipi nelle tradizioni di svariati popoli in giro per il mondo, dai betili semitici alla pietra conservata nel tempio di Delfi, passando per la Grande Madre trasportata a Roma sotto forma di pietra nera nel corso della seconda guerra punica, la pietra nera a La Mecca, le erme lungo le strade greche e tanti altri esempi che al momento non avrebbe senso elencare. Un ishigami è la versione giapponese della “pietra sacra”, motivo comune a molte culture, anche vicine a noi.

Gli ishigami potevano avere poteri diversi, a seconda della divinità a cui erano associati. Alcuni portavano la pioggia, se ricevevano le appropriate libagioni, ma in generale erano quasi tutti anche capaci di facilitare il parto e non era certo insolito, in passato, che il parente di una donna incinta si recasse a rivolgere qualche preghiera e una offerta al più vicino ishigami, se ne aveva la possibilità. Se non ne aveva la possibilità, c’era probabilmente un santuario nelle vicinanze pronto a offrire lo stesso tipo di servizio, ma questo è un altro discorso. Il punto è il legame tra ishigami e fertilità, nello specifico la nascita di una nuova vita13.

Qui c’è una divinità marina, in apparenza un wani, che ogni anno risale la corrente di un fiume, per raggiungere lo ishigami in questione. Il wani è maschio e lo ishigami è femmina. È la dea Yotahime. Questo già ci suggerisce uno scenario simile a quello della storia letta nello Izumo fudoki, ossia un corteggiatore marino che si reca in montagna dalla sua bella. Nella storia contenuta nello Hizen fudoki, in apparenza la dea non ha obiezioni nei confronti del wani. Molto più rilevante, il wani è accompagnato da un corteo di pesci. Pesci che, ogni anno, risalgono la corrente di un fiume, si fermano per qualche giorno in una località a monte, poi tornano al mare. Durante questo tempo, agli umani è vietato danneggiarli in un qualsiasi modo, pena la morte. Non è specificato se ciò avvenisse ogni anno nello stesso periodo, ma possiamo ipotizzare che fosse così.

Possiamo anche spingerci oltre con le nostre ipotesi. L’ishigami favorisce la riproduzione, in quanto facilita il parto. Ogni anno, il wani risale il fiume per raggiungere l’ishigami, accompagnato da un corteo di numerosi pesci. Mentre i pesci si trovano nel fiume, è vietato ucciderli o recare loro un qualunque danno. Siamo davanti a una migrazione simile a quella dei salmoni, che periodicamente abbandonano il mare per risalire i fiumi e deporre le uova? L’ishigami era stato collocato nella zona in cui i pesci si fermavano a deporre le uova e serviva sia a indicare il tratto di fiume da cui tenersi alla larga, sia ad augurare un parto tranquillo ai pesci? Se era vietato pescarli e mangiarli in quel periodo, significa forse che in altri periodi era normale pescarli e mangiarli: sarebbe strano vietare qualcosa che a nessuno passerebbe mai per la testa di fare. Il divieto sarebbe legato così alla volontà di assicurarsi che i pesci fossero sempre abbondanti, lasciandoli in pace nel momento critico in cui si riproducevano.

Non sappiamo che pesci fossero, per cui tutto il discorso è solo ipotetico. Ha però una sua logica interna e il mito del wani e dello ishigami potrebbe servire proprio come spiegazione per questo divieto: ci sono di mezzo divinità, quindi voi tenetevi alla larga e non fatele arrabbiare. Non sarebbe certo la prima volta nella storia dell’umanità che si ricorre a un sistema di questo tipo per rafforzare una regola che, in origine, aveva motivazioni molto più concrete e pratiche. Di certo nessuno sano di mente avrebbe voluto far arrabbiare un ishigami, col rischio di una vendetta che avrebbe potuto poi colpire moglie e figlie, rendendole sterili o facendole morire di parto.

Il mito del wani che risale la montagna è dunque una sorta di storia di copertura per proteggere una migrazione periodica dei pesci? Non necessariamente. Nello Hizen fudoki l’impressione è questa, ma è possibile che in origine fossero due motivi distinti, che in questo caso specifico sono stati fusi assieme. È certo però che esistano somiglianze notevoli tra la storia raccontata in questo Fudoki e quella che abbiamo trovato nello Izumo fudoki. Per un motivo o per l’altro, in entrambi i casi abbiamo un wani che risale un fiume, diretto verso una divinità femminile, e in entrambi i casi si ferma di fronte a una pietra. In entrambi i casi, è presente un elemento amoroso: corrisposto nella storia dello Hizen fudoki, non corrisposto in quella dello Izumo fudoki. Ci sono differenze nei moventi, oltre che nel risultato, ma l’azione compiuta è identica in entrambi i casi. È una pura coincidenza?

Yotahime ci è presentata come un ishigami, ossia una dea-pietra, e sembra essere favorevole a incontrare il wani. Il loro appuntamento si ripete ogni anno, dopotutto, e in apparenza tutto procede per il meglio. Tamahime, invece, non voleva incontrare il wani e ammassa pietre per bloccare il suo cammino. Il wani raggiunge le pietre e si ferma davanti a loro. Sappiamo che Yotahime era senza dubbio un ishigami; lo era forse anche Tamahime? Non lo sappiamo. Sappiamo però che viveva nel villaggio di Ai, o almeno si trovava lì. Non abbiamo certezze sul significato del nome del villaggio, dato che i caratteri usati per scriverlo hanno solo valore fonetico. In giapponese moderno, però, la parola ai significa “amore” e poteva essere usata con significato affine anche in epoca più antica.

Anche Tamahime, come Yotahime, era dunque un ishigami e come tale presiedeva alla fertilità e alle nascite? Porre una o più pietre nel fiume era forse in origine un modo per incontrare il wani e per portare a termine la migrazione stagionale di un qualche tipo di pesce? Potremmo ipotizzarlo, se il mito originale indicava davvero una migrazione stagionale: in questo caso, lo Hizen fudoki ne avrebbe conservato la versione più completa, mentre lo Izumo fudoki ne presenterebbe solo una deformazione. È però possibile anche il contrario, ossia che il mito originario avesse un significato diverso e che lo Hizen fudoki lo abbia mescolato con un evento locale, una migrazione periodica. Ancora non ne sappiamo abbastanza per prendere posizione in merito.

Restando nello Hizen fudoki, un passaggio precedente ci informava che in quel fiume si trovavano molte trote, ma nel testo non compare alcun collegamento diretto col mito che noi abbiamo preso in esame qui, a parte il fatto che si svolgeva lungo lo stesso fiume. I pesci che migrano non sono per forza le trote che il testo menziona in precedenza. È però curioso che le trote in questione siano chiamate ayu in giapponese e che questa parola potesse anche essere deformata in ai, ossia lo stesso nome del villaggio in cui si trovava Tamahime nello Izumo fudoki. Solo una coincidenza, quasi di sicuro, ma non fa che complicare l’apparenza delle cose.

Non è però impossibile che un collegamento esistesse davvero, anche se forse alla lontana. Il nome del fiume in cui si svolge questa migrazione di pesci è Saka. La storia che nello Hizen fudoki precede il racconto del wani, ambientata sempre nell’alto corso dello stesso fiume, riguarda un kami selvaggio, che uccideva la metà dei passanti, risparmiando l’altra metà. Non è un wani, ma ritengo che valga comunque la pena di riportarla qui di seguito, perché ci tornerà utile analizzando un terzo mito di un wani che risale una montagna. Potrebbe essere ancora una pura coincidenza, ma non si sa mai. Vediamo dunque la storia del kami selvaggio, tratta sempre dallo Hizen fudoki.

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Hizen fudoki II

A ovest della sede del distretto c’è un fiume. Il suo nome è fiume Saka. Ci sono trote14. La sua sorgente sgorga da un monte a nord del distretto e sfocia in mare scorrendo verso sud. Nell’alto corso di questo fiume c’era un kami selvaggio: di tutti gli uomini che passavano di lì, la metà sopravviveva, mentre l’altra metà era uccisa. A questo punto Ohoarata, antenato dei governatori della provincia, si rivolse ai divinatori.

A quel tempo, c’erano due donne degli tsuchigumo: Ohoyamadame e Sayamadame. Entrambe le donne parlarono in questi termini: «Prendete la terra del villaggio di Shimoda, modellate figure di uomini e cavalli e organizzate una cerimonia per questa divinità. Sicuramente si placherà.» Così dissero.

Ohoarata, seguendo queste parole, celebrò una cerimonia per quella divinità e il dio, ricevuta questa cerimonia, in seguito si calmò. A questo punto, Ohoarata disse: «Queste donne, in tutta evidenza, sono davvero sagge15. Per questo, prendendo la parola “sakashime”, penso che ne farò il nome del territorio.» Così disse. Per questo motivo fu chiamato distretto di Sakashime. L’attuale nome del distretto di Saka è una corruzione successiva.

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Questa è la storia. Non compaiono wani e non compare un fiume da risalire, ma è la vicenda di un kami selvaggio che viveva presso la sorgente del fiume e uccideva la metà dei passanti. Ha qualche legame coi precedenti miti sui wani che risalgono una montagna? Sì, ma lo potremo capire soltanto dopo avere tradotto un quarto testo. Prima di arrivarci, però, spendiamo qualche parola su questa storia, che è comunque interessante a modo suo, anche se magari non sembra avere molto a che fare col nostro discorso precedente, a parte il fatto che si svolge lungo lo stesso fiume.

Prima di tutto, abbiamo il kami selvaggio. Niente di strano in questo. I kami hanno due spiriti: uno spirito positivo, tranquillo, chiamato nigimitama16, e uno spirito negativo, selvaggio, chiamato aramitama. A seconda di quale dei due spiriti prevale, un kami può essere ben disposto verso gli umani, oppure pericoloso e potenzialmente letale. Una stessa divinità, dunque, può variare il suo comportamento verso gli esseri umani, a seconda di quale lato prevalga in quel momento nella sua natura. Questa era la concezione dei kami nel Giappone dell’epoca antica. Possiamo notare che tra gli ainu troviamo qualcosa di molto simile, dato che anche per loro il comportamento di un kamuy poteva variare a seconda del momento e oscillare tra benevolo e malevolo, ma questo lo diciamo solo come breve inciso.

La divinità che compare in questa storia è definita come selvaggia: significa dunque che a prevalere al momento è il suo aramitama. Diventa perciò necessario compiere riti specifici per placare il suo spirito selvaggio e alterare la bilancia, riportando in alto il suo aspetto pacifico. Succede in molte storie giapponesi: una divinità ha perso il controllo, è diventata pericolosa e bisogna trovare il modo di pacificarla. Nel Kojiki incontriamo anche kami il cui spirito pacifico o selvaggio si è separato dal legittimo proprietario e sembra condurre esistenza autonoma17, ma questo è un altro discorso e qui non ci riguarda. Il punto è che tutti i kami possiedono due anime: una pacifica e una selvaggia. Così funzionava nel Giappone antico.

Come si calma una divinità selvaggia? Esistono cerimonie generali per placare o scacciare gli spiriti malvagi o pericolosi, così come esistono cerimonie specifiche per singoli kami: un esempio del primo caso è il norito chiamato “Tataru kami wo utsushi yaru”18, mentre il secondo caso è esemplificato dal norito recitato in occasione dello Hoshizume no Matsuri19. Nelle varie storie che si possono leggere, però, raramente si ricorre a rituali di questo tipo. Come possiamo vedere anche in questo caso, la soluzione al problema di una divinità selvaggia passa attraverso un qualche esperto di divinazione, che indicherà il modo specifico per calmare quel kami. Qui la soluzione consiste nell’offrire una certa quantità di statuette di argilla, presumibilmente come vittime alternative su cui potrà sfogare il proprio malessere. Statuette antistress, per così dire.

Non è insolito il ricorso a statuette di argilla come offerte. Sia il Kojiki che il Nihonshoki ci raccontano per esempio un curioso aneddoto sulla presunta origine delle statuette haniwa, che nel Giappone arcaico erano sepolte nei tumuli assieme agli aristocratici defunti. Secondo questa storia, un tempo erano sepolte persone vere, che si offrivano più o meno spontaneamente per accompagnare nell’aldilà il proprio signore. Turbato dal pianto delle vittime, l’imperatore Suinin avrebbe vietato la pratica, ordinando che al posto degli esseri umani fossero usate le statuette di terracotta prodotte da artigiani di Izumo. Le statuette esistevano davvero ed erano sepolte attorno al morto20; se il loro uso sia stato realmente preceduto da sacrifici umani, invece, è una questione diversa e ancora dibattuta, ma qui non ci riguarda21. Ci basta sapere che l’uso di statuette di argilla come sostituti di esseri viventi era un atto considerato perfettamente legittimo e accettabile nel Giappone arcaico.

Piuttosto interessante notare che le due donne sagge appartengono al popolo degli tsuchigumo, ossia i “ragni di terra”, che nelle storie dell’epoca avevano di solito il ruolo di nemici da sottomettere o da sterminare, a seconda dei casi. Era per proteggere l’impero di Yamato e diffondere ovunque la luce della sua civiltà, capite. Chi fossero di preciso questi tsuchigumo è dubbio. Popolazioni che non si erano ancora sottomesse al dominio di Yamato e alla sua campagna per unificare il Giappone, di sicuro, ma la loro etnia nello specifico è molto più incerta. Forse erano antenati degli ainu, forse altro ancora. Di certo, i nomi indicati in questo aneddoto non suonano molto ainu, ma potrebbero essere una traduzione in giapponese o una invenzione pura e semplice.

Ohoyamadame è scritto 大山田女, mentre la sua collega Sayamadame è 狭山田女. La sola differenza tra i due nomi è il primo carattere: in un caso significa “grande” (大), nell’altro significa “stretto” (狭). Per il resto abbiamo yamada (山田), “risaia di montagna”, tuttora un cognome molto comune in Giappone, mentre il carattere finale è “donna” (女) e ci informa semplicemente sul loro sesso. Non ci forniscono molti indizi su che tipo di personaggi potessero essere queste due divinatrici22, ma mi sento di escludere che i loro nomi fossero in qualche modo collegate al popolo degli ainu, o almeno a quella che in epoca storica è stata definita come etnia ainu. Erano però donne, divinatrici e avevano a che fare con la montagna: perfettamente normale, dato che la montagna era luogo sacro, dove ci si ritirava per accrescere il proprio potere spirituale e si poteva entrare in diretto contatto con divinità e altri esseri soprannaturali.

Chi potesse essere il kami selvaggio non lo sappiamo. Lo Engishiki ci dice che nell’alto corso del fiume esisteva davvero un santuario dedicato a Yotahime, il Kawakami Jinja (河上神社), noto anche come Yodohime Jinja (淀姫神社), ma non è possibile determinare se ci fosse un qualche legame con la divinità descritta in questo passaggio del Fudoki. Il villaggio di Shimoda, da cui proviene l’argilla usata per le statuette, si trovava nelle vicinanze del fiume Saka, ma non sembra essere legato a qualche evento particolare. Non qualcosa che sia stato registrato, quantomeno: forse aveva un significato speciale nel folklore della provincia, in passato, ma in questo caso nessuno si è preso la briga di scriverlo, in apparenza. Cose che capitano.

In questa storia non sono comparsi i wani, è vero, ma il suo tema ci conduce a un’altra storia in cui non solo troviamo un wani, ma è addirittura indicato come Amatsuwani, ossia wani del cielo. Questo ci causa qualche problema con la tipica caratterizzazione del wani come creatura marina, a prima vista, ma niente che non si possa risolvere con un poco di creatività, volendo: che il cielo sia una specie di mare è una idea ancora viva ai nostri giorni pure dalle nostre parti. Vediamo prima di tutto la storia, un frammento del Settsu fudoki23 che è stato citato da Hayashi Razan (1583-1657) all’interno del suo Honchōjinjakō (本朝神社考).

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Monte Shitahi

Si dice nel Fudoki. C’era una volta una grande divinità. Si chiamava Amatsuwani24. Si trasformò in aquila e volò a posarsi su questo monte. Dieci persone vi salivano, cinque tornavano indietro, cinque rimanevano lì. C’era un uomo chiamato Kuhawo. Raggiunto quel monte, arrivò fino ai piedi della divinità ponendo tubature sotterranee; passando dentro a queste tubature, offrì libagioni e celebrò la divinità. Per questa ragione si chiama monte Shitahi25.

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Questa è la storia. Prima di tutto, notiamo il nome della montagna: Shitahi. È lo stesso nome che aveva anche il monte del primo aneddoto, contenuto nello Izumo fudoki: il monte lungo cui scorreva il fiume che il wani aveva tentato di risalire a nuoto, per raggiungere la divinità di cui era innamorato. Nei due aneddoti sono fornite etimologie popolari differenti per il nome, ma è curioso vedere come il risultato finale sia identico. Nello Izumo fudoki, il nome derivava dall’amore che il wani non poteva soddisfare; nel frammento dello Settsu fudoki, deriva invece dalle percorso sotterraneo scavato nella montagna. Coincidenza? Forse, ma forse no.

Come abbiamo già visto, nel primo caso il nome shitahi indicava un amore nascosto, impossibile da soddisfare. Nel secondo caso, invece, il nome shitahi si riferisce a tubature scavate nel sottosuolo. Non sembrerebbero avere molto in comune, almeno come significato, eppure l’apparenza può essere ingannevole, soprattutto nella poesia giapponese dell’ottavo secolo, dove gli omofoni erano usati spesso e volentieri per giochi di parole e per aggiungere un doppio (o triplo) significato a una frase. Ma partiamo dal testo.

Nello Izumo fudoki, shitahi è scritto come 慕, ossia “bramare”; nello Settsu fudoki, troviamo invece下樋, ossia “tubature sotterranee”. C’era anche un terzo shitahi che poteva essere utilizzato nella letteratura di quel periodo: questa terza parola indicava invece l’arrossarsi delle foglie in autunno. Ancora più interessante, esisteva anche l’espressione shitahiyama, したひ山, ossia una montagna resa rossa in autunno dal colore delle foglie. Nel Man’yōshū, antologia poetica completata verso la metà dell’ottavo secolo, cioè non molto tempo dopo i Fudoki, troviamo ad esempio casi piuttosto interessanti in cui queste parole sono mischiate. Nella poesia numero 1792, contenuta nel nono libro, l’autore ricorre all’immagine dell’acqua che scorre nascosta all’interno di una montagna coperta di foglie rosse autunnali, uno shitahiyama per l’appunto, paragonandola all’amore provato dal narratore, che continua a scorrere nascosto, anche quando non ha la possibilità di sgorgare e mostrarsi alla luce del sole.

Questo è giusto per fare un esempio: una poesia dove lo stesso termine, shitahi, è usato per indicare lo scorrere sotterraneo dell’acqua, la montagna autunnale e l’amore del poeta. Se nel primo Fudoki abbiamo visto un monte Shitahi, perché rappresentava un amore che non poteva andare a buon fine, nel secondo abbiamo un monte Shitahi al cui interno è stata scavata una tubatura per trasportare l’acqua. Entrambi shitahi, in giapponese antico, e in entrambi i casi il monte è connesso nel folklore locale a una divinità marina, ossia il wani. Forse è sempre una pura coincidenza, ma mi pare che sia almeno legittimo ipotizzare che esistano gli estremi per porre in relazione le due storie, anche alla luce della particolare scelta di vocaboli.

Un possibile gioco di parole ci suggerisce già che anche la montagna del Settsu fudoki possa essere posta accanto a quelle viste nei due Fudoki precedenti. Abbiamo inoltre un wani anche qui, un wani che si dirige verso la cima del monte: un wani che, come quello di Izumo, non sembra essere molto contento del risultato, una volta arrivato sul monte. La scalata avviene in una forma assai diversa, questo è vero, perché vola invece di nuotare, ma anche per questa differenza è possibile proporre una spiegazione. Non necessariamente una spiegazione corretta, sia chiaro, ma almeno una spiegazione consistente con mitologia e folklore giapponesi. Vediamo come.

Il wani non risale un fiume per incontrare qualche divinità, ma vola direttamente sulla montagna dopo essersi tramutato in aquila. Niente di strano in un kami che cambia forma, specie se si trasforma in uccello. Ne troviamo un esempio anche nello Izumo fudoki, dove possiamo leggere che Umukahihime26 si trasformò in un hohoki (una specie di usignolo, grossomodo). Umukahihime era una divinità marina, a giudicare dal kahi (貝, conchiglia) che troviamo nel suo nome27 così come lo riporta il Kojiki: le divinità marine potevano dunque trasformarsi in uccelli, per i giapponesi. Se una dea-mollusco può trasformarsi in uccello, anche un wani celeste lo può fare, tanto più che il testo ci informa esplicitamente che si tratta di un grande dio (大神), dunque dotato presumibilmente di grandi poteri.

Oltre a essere un grande dio, si chiamava Amatsuwani, ossia wani del cielo. Niente di strano che una divinità marina si possa trovare in cielo, di per sé. Quella giapponese è soltanto una delle numerose culture in cui, nell’antichità, il cielo era visto come una sorta di mare più rarefatto: basti solo pensare all’inizio della Genesi, per citare un esempio noto a tutti, dove le acque primordiali sono divise in due e poste per metà in cielo. Luciano di Samosata, greco di epoca imperiale, nella sua Storia vera ci mostrava i suoi eroi viaggiare sulla Luna a bordo di una normale nave, navigando in cielo come se niente fosse. Sempre a bordo di una barca sarebbe sceso dal cielo anche Ninigi, il divino nipote di Amaterasu, capostipite mitico della futura dinastia imperiale giapponese. Come il nostro wani, anche Ninigi approdò sulla cima di un monte.

Ancora oggi l’idea non è morta, neppure nel nostro illuminato e scientificissimo Occidente, tanto è vero che parliamo di astronavi e astronauti, paragonando il viaggio nello spazio al viaggio in mare, come se vivessimo ancora nella Storia vera di Luciano, nonostante tutti i secoli trascorsi. Dobbiamo davvero stupirci se un testo giapponese dell’ottavo secolo ci riferisce una storiella popolare, diffusa nelle sue campagne, dove una divinità marina vive in cielo e si trasforma in aquila? Era una idea che si inseriva perfettamente nella visione mitica del mondo diffusa ai tempi in quella zona, dopotutto, e accettabile anche in altri continenti.

Sia come sia, una volta arrivato in cima, il nostro Amatsuwani comincia a comportarsi come il kami selvaggio che abbiamo visto poco sopra, uccidendo la metà delle persone che passano dalle sue parti, per nessuna ragione indicata dalla storia. Come nel caso precedente, anche stavolta si rende necessaria una cerimonia particolare per pacificare il kami. Una cerimonia molto particolare, in effetti, e dall’aria ben poco religiosa. Un uomo sale pian piano sulla montagna, scavando nel terreno e collocando una serie di tubature sotterranee. Sembra più un’opera di ingegneria idraulica che un rituale religioso, ma così è.

Ancora più curioso è il nome di questa persona: Kuhawo in giapponese classico, che diventa Kuwao in giapponese moderno. Il significato non cambia ed è esplicito in entrambe le forme, dato che la sola differenza tra la forma antica e quella moderna è dovuta alla pronuncia, con conseguente adeguamento della trascrizione. La parola kuwa (鍬) significa zappa, mentre il suffisso o (男) significa uomo28; nel giapponese dell’ottavo secolo, le due parole erano invece kuha e wo, ma il loro significato e il loro uso restano identici. L’eroe dell’aneddoto, che scava nella montagna collocando tubature, è dunque un “uomo zappa”, letteralmente. Curioso. Nel Fudoki, o almeno nella citazione di Hayashi Razan, il nome è reso con caratteri dal valore fonetico, ma non mi sembra possibile fraintenderne il significato complessivo. Era solo una battuta, oppure aveva un significato più profondo? Possiamo formulare ipotesi, ma dubito che lo sapremo mai per certo.

Sia come sia, ci troviamo di fronte a un uomo che risale una montagna attraverso tubature per condurre l’acqua. Arrivato in alto, incontra un wani che era volato lassù in precedenza e aveva cominciato a comportarsi come un kami selvaggio, per motivi non specificati nella storia. Sembra una curiosa distorsione del mito da cui siamo partiti, dove era invece il wani a risalire la montagna attraverso un corso d’acqua, per incontrare una divinità che viveva sul monte. Il fatto che, dopo essere arrivato sul monte, il wani diventi una divinità selvaggia, rende questa storia qualcosa di molto simile a una fusione dei tre aneddoti riferiti in precedenza. Abbiamo una via d’acqua con cui risalire il monte; abbiamo un wani su un monte; abbiamo una divinità selvaggia. Cosa significa?

Una possibilità è interpretare questa storia come il modello di base, da cui le altre sarebbero poi derivate. Un’altra possibilità è interpretarla come un miscuglio delle storie precedenti. Nessuna delle due ipotesi sembra molto convincente. Come dobbiamo vedere dunque la storia di questo wani che vola sulla montagna? Più in generale, come dobbiamo vedere le storie di tutti questi wani che risalgono una montagna, a volte per amore e a volte per ragioni non specificate?

La storia che ha più senso in assoluto è la seconda che abbiamo preso in esame, quella che collega il wani alla migrazione periodica dei pesci. È completa in sé, possiede una sua logica evidente ed è perfettamente possibile interpretarla così come ci si presenta, senza bisogno di ricorrere a paralleli più o meno ragionevoli. Ogni anno, una divinità marina risale un fiume e raggiunge una dea-pietra; ogni anno, numerosi pesci risalgono la corrente e si fermano per qualche giorno presso una pietra nell’alto corso, quasi di sicuro per riprodursi, poi tornano in mare. L’incontro periodico tra il dio del mare e la dea della montagna è un riflesso della migrazione periodica dei pesci: i due eventi, quello naturale e quello mitologico, si spiegano e si completano a vicenda.

La seconda storia che lo Hizen fudoki ci racconta a proposito di quel fiume particolare è quella del dio selvaggio, che uccide la metà delle persone che vede. Probabilmente non sapremo mai perché sia stata ambientata proprio lungo il corso dello stesso fiume e se abbia davvero un qualche legame con la storia del wani. Dopotutto, lo Izumo fudoki ci racconta solo di un wani che risale un fiume e non riesce a incontrare la dea di cui è innamorato, mentre il Settsu fudoki ci racconta solo di un wani che vola sulla cima di un monte e diventa una divinità selvaggia, pacificata poi da un uomo che risale la montagna attraverso una tubatura per l’acqua. Che in questi due Fudoki la montagna abbia lo stesso nome sembra suggerire l’esistenza di un legame, così come il fatto che in entrambi i Fudoki troviamo divinità marine che si trasformano in uccelli. Possiamo liquidare il tutto come pura coincidenza, ma la situazione resta comunque piuttosto sospetta.

C’è chi ha provato a spiegare queste storie di wani che risalgono i fiumi prendendo in esame anche alcuni racconti ainu, che presentano una certa somiglianza, ipotizzando così l’esistenza di un motivo comune a entrambe le culture. Possibile, in linea di massima, ma non trovo molto convincenti gli esempi scelti a sostegno di questa proposta. Le storie sarebbero quelle in cui la sorella minore di Okikurmi29, eroe culturale ainu, è presa di mira da una divinità marina, un’orca nello specifico, che risale un fiume per corteggiarla. La ragazza respinge lo spasimante e la storia si conclude così, con qualche vicissitudine nel mezzo. Fin qui, potremmo essere nello stesso campo del mito contenuto nello Izumo fudoki, in effetti. C’è però un problema.

Le storie ainu in cui una ragazza, a volte umana e a volte semidivina, è presa di mira da una divinità di vario genere sono numerose. A volte il corteggiamento si conclude bene, a volte no. A volte l’innamorato è un kamuy di aspetto non precisato, a volte è una volpe, un orso, una lontra e a volte anche un’orca, come nell’unico caso preso in esame da chi propone questa ipotesi. Le storie erano diffuse sia tra gli ainu che vivevano in Hokkaidō, sia tra quelli di Sachalin. A volte sono presenti due ragazze, col kamuy che prima ne punta una e poi passa alla successiva: è quanto accade nella storia contenuta nella raccolta compilata da Chiri Yukie, per esempio, e presentata sotto il titolo di Esaman yayeyukar, Kappa rewrew kappa. In questo caso, la lontra (esaman) scende lungo il fiume, invece di risalirlo, ma si ferma comunque a molestare la sorella di Okikurmi. Alcune storie ainu possono in effetti ricordare la vicenda di Tamahime e del wani, ma sono un caso specifico di un genere molto più vasto, che racconta di amori riusciti o meno tra kamuy e umani30.

Che esistano legami tra la cultura giapponese e quella ainu è certo; che motivi e storie siano passati dall’una all’altra, nel corso dei secoli, è altrettanto certo ed evidente; che il mito del wani che risale la montagna sia uno di questi elementi in comune, però, mi convince poco. Sia come sia, nessuna delle tre versioni incontrate nei Fudoki giapponesi ha un chiaro corrispettivo tra gli ainu. Quella dello Izumo fudoki è forse la più vicina, ma la vicinanza si riduce al vago motivo del dio venuto dal mare e respinto dalla donna che vive in montagna. Come abbiamo detto, nelle storie ainu le donne rifiutavano spesso anche divinità venute da cielo, foresta o montagna, non solo dal mare: non trovo dunque che il legame tra i due racconti sia davvero così forte e solido.

Il dio selvaggio è invece un motivo tipicamente giapponese e molto diffuso: potrebbe essersi aggiunto al mito di base in un qualunque momento e in un qualunque luogo, per un qualunque motivo. Potrebbe anche avere fatto parte del mito di base, anche se mi pare meno probabile. A conti fatti, l’unica cosa sicura che possiamo dire sul wani che risale la montagna è che era una storia presente in più regioni nel Giappone dell’ottavo secolo. Era con tutta probabilità una storia già antica a sufficienza da avere avuto il tempo di diversificarsi parecchio, come abbiamo visto negli esempi presi in esame in questa sede. Sulla sua origine non possiamo dire molto; sul suo significato possiamo proporre ipotesi, ma nessuna definitiva. Non siamo neppure certi di come fosse fatto di preciso un wani, come dicevamo all’inizio. Una cosa la possiamo però dire: esisteva anche una versione opposta di questa storia ed era almeno altrettanto antica.

Come possiamo leggere alla fine del primo libro del Kojiki e del secondo libro del Nihonshoki, uno dei figli di Ninigi era un cacciatore, che viveva in montagna. Un giorno scese al mare, raggiunse il fondo del mare e incontrò una principessa, la cui vera forma era quella di un wani. La loro storia d’amore fallì, seguendo il classico motivo della sposa magica, che se ne va quando lo sposo infrange un particolare tabù che gli era stato imposto. Anche questa storia capovolta potrebbe essere collegata al motivo del wani che risale la montagna? È una ipotesi, ma è anche un’altra storia. In più di un senso.

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NOTE

1 - L’antica provincia di Izumo si trova all’interno dell’attuale prefettura di Shimane, nella parte sudoccidentale dell’isola di Honshū, affacciata sul mare che separa il Giappone dalla penisola coreana.

2 - O forse la persona che lo ha tradotto in giapponese medievale, dato che la lingua utilizzata nella citazione è quella parlata in Giappone in epoca medievale, non certo in epoca arcaica.

3 - 水ノ中ニワニト云フ魚アリケリ, ossia “dentro l’acqua c’erano pesci (魚) chiamati wani”.

4 - Il Kojiki è stato terminato nel 712. Giusto l’anno seguente, il 713, la corte imperiale emanò l’editto che imponeva a tutte le province di redarre una descrizione del proprio territorio, ossia un Fudoki. Non sappiamo di preciso quanto tempo sia stato necessario per completarli, ma senza dubbio sono successivi al Kojiki, anche se solo di poco.

5 - Il ri è un’antica unità di misura giapponese, di lunghezza variabile nel tempo. Se in generale corrisponde a circa 3,9 chilometri, pare che nell’ottavo secolo equivalesse a circa mezzo chilometro.

6 - Nel testo originale è indicata come 玉日目, dove gli ultimi due caratteri hanno valore puramente fonetico.

7 - Il verbo shitahu significava appunto “desiderare intensamente”, grossomodo.

8 - Oppure Shitaburui: entrambe le letture sono possibili. Per noi non fa alcuna differenza concreta, perché shitaburui coincide col secondo significato di shitaburi, ossia “lingua che trema”.

9 - Shita/sotto e shita/lingua sono due parole distinte, che oggi si pronunciano allo stesso modo, ma si scrivono con caratteri diversi e hanno ovviamente un significato diverso. I Fudoki abbondano di giochi di parole basati su ambiguità di questo tipo, per cui non sarebbe strano se il nome del luogo avesse cambiato senso, pur mantenendo la stessa forma. Doppi sensi analoghi erano molto amati anche dalla poesia giapponese dell’epoca, per cui non è normale trovarne ovunque nei testi dell’ottavo secolo e dintorni.

10 - Tama/gioiello è scritto di solito 玉, mentre tama/spirito è 魂. Entrambe le parole condividono la stessa radice ed è probabile che in origine esprimessero uno stesso concetto, che in seguito si è diviso in una versione più materiale e una più astratta.

11 - Era la cosiddetta shirikodama, ossia una pallina luminosa che si trovava più o meno alla base della colonna vertebrale, dove questa si congiunge al bacino. Poco sopra il sedere (shiri, in giapponese), in pratica, e il suo nome significa appunto “gemma (tama) spirituale (ki) del sedere (shiri)”.

12 - L’antica provincia di Hizen si trova grossomodo nelle vicinanze dell’attuale città di Nagasaki. Siamo dunque nell’isola di Kyūshū, non più in quella di Honshū, dove invece si trova Izumo.

13 - E anche il potere di portare la pioggia è collegato alla fertilità, perché era la pioggia, il temporale nello specifico, a fecondare le risaie e far nascere il riso, nel folklore giapponese. Il fulmine era inazuma, “coniuge del riso”, nonché inatama, lo “spirito del riso”, perché faceva germogliare gli spiriti contenuti nelle piantine di riso, e poi inatsurubi, la “fecondazione del riso”, perché ingravidava le piante di riso. Pioggia e fertilità vanno di pari passo, in una società agricola: chi porta la pioggia porta anche la fertilità.

14 - Indicate come ayu (鮎), per l’appunto.

15 - In giapponese sakashime, ossia “donna (me) saggia (sakashi)”. Da qui il gioco di parole su cui si basa il toponimo.

16 - In epoca più antica era nikimitama, ma è sempre la stessa cosa.

17 - Nello Izumo no Kuni no miyatsuko no Kamuyogoto, il norito che il governatore di Izumo doveva recitare alla corte imperiale in due occasioni nel corso del suo incarico, ci è raccontato che il nigimitama di Ōkuninushi/Ōnamuchi è il dio Ōmononushi, residente in un grande specchio in un boschetto sacro sul monte Miwa, dove lo stesso Ōnamuchi lo avrebbe intronato. È il kami che nel Kojiki si manifesta a Ōkuninushi come figura luminosa sospesa sul mare.

18 - Cacciare via una divinità vendicativa (o malefica in generale). Tutti i mali che colpivano cose o persone erano considerati l’opera di una qualche divinità maldisposta, che doveva dunque essere allontanata o pacificata per risolvere il problema. Questo norito sceglie la via dell’allontanamento forzato per la divinità molesta.

19 - La cerimonia per la pacificazione del fuoco, volta a calmare il dio del fuoco Kagutsuchi/Homusubi e allontanare il pericolo di incendi in città. Pericolo molto sentito, in un’epoca in cui gli edifici erano fabbricati in legno, bambù e carta, spesso con tetti di paglia.

20 - La parola haniwa significa appunto “cerchio (wa) di argilla (hani)”, perché gli oggetti di argilla erano sistemati in circolo attorno al diretto interessato o al suo tumulo.

21 - Mezzo mondo racconta storie di antichi sacrifici umani, sostituiti poi da offerte simboliche di statue, fantocci e cose simili, per un motivo o per l’altro. Aneddoti di questo tipo li troviamo già in opere storiografiche del mondo classico e nelle elucubrazioni di autori che descrivevano offerte di bambolotti praticate ai loro tempi, come fa Ovidio nei Fasti. Quanti di questi racconti hanno una base reale? Quanti sono solo leggende ripetute e riciclate, cambiando giusto i nomi? Un verminaio in cui non mi andrò a infilare in questa sede.

22 - Appartenevano con tutta probabilità alla categoria delle miko, donne specializzate nell’accogliere in sé un kami, per parlare a nome suo, fornire profezie, oracoli e informazioni di vario tipo, spesso rispondendo in forma più o meno diretta alle domande poste da un interlocutore o assistente.

23 - La provincia di Settsu, il cui nome più antico era Tsuno, si trovava nei dintorni dell’attuale Ōsaka.

24 - 天津鰐.

25 - Hayashi Razan. 本朝神社考. 6.

26 - Presentata nello Izumo fudoki come figlia o almeno discendente di Kamimusubi, dovrebbe essere la stessa Umukahihime che nel Kojiki collabora con la sorella Kisakahihime per resuscitare Ōnamuchi/Ōkuninushi, dopo che gli ottanta fratelli lo avevano ucciso per la prima volta. Nello Izumo fudoki il suo nome è scritto 宇武加比売, quasi interamente fonetico, mentre nel Kojiki è 蛤貝比売, dove il secondo carattere significa “conchiglia” e si pronuncia “kahi”.

27 - Marija Gimbutas sarebbe di certo contenta di scoprire che in antico giapponese la parola kahi, oltre alla conchiglia, indicava anche l’uovo, sebbene scritta con un carattere diverso. Nel nome della divinità indicato nel Kojiki appare comunque il kahi/conchiglia, ossia 貝.

28 - In giapponese classico wo, in giapponese moderno o: in entrambi i casi è usato come prefisso o come suffisso per indicare che stiamo parlando dell’esemplare maschile di qualcosa, contrapposto a me, che indica invece l’esemplare femminile e abbiamo già visto parlando delle due donne sagge. Per esempio, l’antico wonöko (wo-no-ko) significava “ragazzo”, mentre menöko (me-no-ko) significava “ragazza”.

29 - O una qualunque delle altre varianti locali usate per il suo nome.

30 - Umani come forma, quantomeno. Se è vero che Okikurmi e gli altri eroi culturali ainu hanno spesso poteri divini, è altrettanto vero che nel mondo umano hanno sempre la forma di esseri umani, a differenza dei kamuy che invece si presentano di norma con l’aspetto di animali. I kamuy hanno una forma umana, ma appaiono così soltanto nel loro mondo di origine: per interagire con gli umani, si devono travestire da animali o elementi della natura, anche se di tanto in tanto possono presentarsi illusoriamente con un aspetto umano.