Adriano - racconti e altro

La galassia di Madre - 34

Trascorsero circa sette giorni, prima che Davide Kori riuscisse ad alzarsi da letto e tornare al lavoro. O prima che Bruno Kitzis riuscisse ad alzarsi dal letto e tornare al lavoro. La differenza era solo una questione di punti di vista, ma anche di pianeti: sulla Terra era stato Davide Kori, fin dal momento della nascita, o almeno fin da quando lo avevano registrato all’Ufficio anagrafe; lì su Madre, invece, era arrivato come Bruno Kitzis e ancora era noto con quel nome. In teoria e per quanto lui potesse ricordare. Non poteva però escludere di avere detto qualche scemenza, da malato, e questo era uno dei problemi che lo tormentavano tornando al lavoro.

Un altro problema, che non riguardava solo e tanto lui, ma coinvolgeva tutta la loro squadra, era il ritardo nei lavori. L’orribile ritardo nei lavori. Il sospetto ritardo nei lavori, se preferivi un approccio paranoico alla vita. Perché Davide/Bruno era sì stato il primo a crollare, ma non certo il solo. E se a stendere lui era stata una qualche combinazione di intossicazione alimentare, stanchezza e magari un virus raccolto strada facendo (in tutti i sensi), a stendere gli altri erano stati i problemi più strani e disparati, ma tutti connessi alla salute. Quasi fosse una epidemia, o una maledizione.

Dopo Davide era stata Tunde Bohr ad ammalarsi, febbriciattola non seria ma che l’aveva comunque debilitata per tre giorni. Contagiata? Possibile, almeno in parte. O almeno era stata la prima ipotesi, formulata da quanto di più vicino a un medico potesse vantare la squadra. Poi se n’era ammalato un altro, in apparenza per problemi gastrointestinali. Una ragazza che lavorava nei campi era stata stesa da una irritazione alla pelle, che l’aveva ricoperta di chiazze color melanzana acerba. Poi Sebastian Hahn era stato punto da un qualche insetto, che gli aveva causato una curiosa reazione allergica. E così via, nei secoli dei secoli, in un effetto domino che aveva coinvolto quasi ogni nuovo colono.

«Così, capisci, siamo rimasti parecchio indietro col lavoro e adesso se la prenderanno con me,» gli spiegò Olaf quella sera, nel modulo che occupavano. «Proprio una brutta roba. Appena arrivati...»

Olaf Selke, bestione a svariate ante, era probabilmente l’unico a essere uscito illeso da quella specie di pestilenza, maledizione o raffica di sfortune che li aveva decimati e paralizzati. Non uno starnuto, un livido, uno strappo muscolare, niente! A guardarlo così, sano e pieno di energia anche se un poco depresso, ti faceva venire voglia di prenderlo a calci, a prescindere.

«Credevo di essere stato l’unico,» rispose Davide, tutto mogio. Sedeva sul suo letto scomodo, non del tutto sicuro di dove si trovasse o di cosa stesse facendo, ma ben più presente al mondo di quanto lo fosse stato durante l’ultima settimana, passata in buona parte a sbavare e delirare, nonché a farsi cuocere a fuoco non proprio lento dalla febbre. O così gli avevano detto.

«Unico no, non ti preoccupare. Il peggiore sì, ma non l’unico, purtroppo. Non per dire, ma c’è stato un momento in cui ti abbiamo visto parecchio male, sai com’è...»

«Non so proprio com’è, ma non lo voglio sapere, grazie.» Aveva ricordi molto vaghi e confusi della malattia, ma erano più che sufficienti: preferiva non approfondire i dettagli, anche se sapeva che gli sarebbe toccato chiedere almeno qualcosa. Qualcosa a proposito dei suddetti deliri, per esempio. Di cosa aveva delirato? E con chi? Alla fine lo chiese, preparandosi al peggio.

«Mah, un po’ hai delirato con Tunde, lì per terra, prima che ti portassimo via, hai presente? E poi un po’ col medico, i primi due giorni. O almeno ha detto così, poi non so di preciso: avevamo già fin troppo lavoro da fare, noialtri, e non è che ho avuto molto tempo per seguirti. Specie quando poi è crollata pure Tunde. Eravamo sotto di due e sotto di due è parecchio, lo sai anche tu.»

Sì, Davide lo poteva immaginare. O almeno lo avrebbe potuto immaginare, se solo la testa si fosse schiarita un poco. Aveva speso la maggior parte del tempo a dormire, in quella settimana, o quanto meno in uno stato che poteva essere definito sonno, a grandi linee. E ne aveva bisogno, altroché. Il giorno, lì su Madre, durava all’incirca trenta ore terrestri e il primo assaggio di pianeta non lo aveva abituato al cambiamento. Poteva solo sperare che la malattia, e il tanto tempo a letto, avessero dato una mano al suo organismo, sotto quell’aspetto. Ne dubitava, ma sperare era sempre lecito.

«E poi Sebastian è stato punto,» commentò.

«Da un insetto,» annuì Olaf. «Zac! Proprio qui, sul collo. Dovevi vedere che gonfio! E tutto rosso, poi. Ma rosso rosso, eh, bello forte, mica una di quelle robette tutte spente.»

«Un insetto.»

«Non so che bestia fosse, ma il medico ha detto che deve avergli fatto una reazione allergica, o una cosa del genere, sai com’è. Ha pure vomitato, un paio di volte. Poi gli è passata e adesso sta bene, anche se è meglio che non gli parli di insetti, sai. Gli girano in fretta.»

Un insetto. Sebastian punto da un insetto. Sul collo. Proprio come era successo a suo padre, nella storia che Zeke gli aveva raccontato, quel giorno in ospedale. Che fosse lo stesso insetto? No, beh, non proprio lo stesso, ok: non aveva idea di quanto vivesse un insetto, ma una ventina di anni o più gli sembrava un tempo eccessivo. Ma un insetto dello stesso tipo, eh? Possibile?

Davide non lo credeva. L’insetto della storia di Zeke era spuntato da un pozzo, ma lì di pozzi non se ne vedevano. Non nelle vicinanze, almeno. Non c’erano neppure basi militari, nelle vicinanze, per cui era ovvio che non potessero esserci pozzi. Ovvio per Davide, almeno. Un altro insetto, dunque. Ma perché era successo proprio mentre lui era malato? Sarebbe stato curioso di vederlo, di vedere come fosse fatto. Invece niente da fare.

«Ma è stato l’unico a essere punto?» chiese poi.

«Ma va’! C’è pieno di insetti da queste parti e hanno tutti fame! Hanno punto anche me, più di una volta, ma non mi hanno fatto niente. Solo lui è stato male. Deve essere stata un’allergia o una roba simile, come ha detto il dottore.» Olaf scosse la testa, davanti alle ingiustizie del mondo.

«Pieno di insetti... E ne hai visto qualcuno?»

«No. Ma sono dei cancheri, eh!» Olaf agitò la sua salsiccia di dito. «Tu neanche te ne accorgi, loro arrivano e tac! Punto. Silenziosi come, guarda, non lo so. Hai presente quelle scoregge, quelle tutte carogne, che puzzano di più? Ecco, silenziosi così. Ti pungono e neanche te ne sei accorto. Prude un po’, come le zanzare, sai, ma poi passa quasi subito. A parte Sebastian.»

«Insetti...»

Olaf sorrise. «Ehi, certo che sei proprio fissato tu, con gli insetti. Ti piacciono davvero così tanto? Non so cosa ci trovi di interessante, ma oh, tutti i gusti sono gusti, no?»

Davide si bloccò. «Cosa intendi che sono fissato con gli insetti?»

«Tunde ha detto che ne parlavi anche prima di partire, sai, prima di andare fuori di testa. O forse eri già fuori di testa, in effetti. Boh, non lo so. Comunque ha detto che parlavi di insetti, che uscivano da un pozzo, e poi c’era di mezzo anche tuo papà, che era stato qui per primo ma poi era andato via e ci era tornato ancora, roba del genere. Un delirio, sai. Fuori di testa.»

«Fuori di testa, già,» confermò Davide, contento che la malattia fosse una buona scusa per il colore malsano che sentiva di avere in faccia. «Chissà cosa avevo in mente, eh...»

«Ah, non chiederlo a me. Comunque domani si ricomincia, ok? Mi raccomando eh, non crollarmi di nuovo, che poi non sappiamo più dove metterti. Ma stavolta non ti mandi dietro i mezzi, davvero. Tunde mi ha fatto una testa che non ti immagini, la volta scorsa. Ho sbagliato io, scusa. Era meglio un lavoro più tranquillo, per te. Avevi già una brutta faccia al mattino, dovevo immaginare che c’era qualcosa di sbagliato, che stavi covando qualcosa. Non ci ho pensato, che stupido.»

Davide concordava sulla stupidità di Olaf, ma non era il caso di andarglielo a dire in faccia. Non era mai il caso di andare a dire certe cose in faccia a qualcuno grosso il triplo di te, per quando buono e pacioccone fosse, nella maggior parte dei casi. Perché la maggior parte dei casi è diversa da sempre. Molto diversa. Un solo ceffone da quelle bistecche di mani gli avrebbe fatto partire la testa. Quindi, nessun commento. Guardare e annuire, ma annuire leggermente.

E intanto avrebbe continuato a pensare agli insetti. Ma senza parlarne: aveva già parlato pure troppo negli ultimi tempi. Chissà cosa ne avrebbe pensato Zeke...

Il mattino seguente, i lavori ripresero. C’erano facce, in giro, che raccontavano di tempi non felici e soprattutto non sani, facce che probabilmente erano parecchio simili alla sua: Davide le osservava di sfuggita, chiedendosi se ci fosse stata davvero una qualche sorta di epidemia, oppure se capitava a tutti i gruppi appena arrivati su Madre, o anche se quei famosi insetti avessero qualcosa a che fare con la dubbia salute dei suoi colleghi. Non ne parlò. Erano davvero in ritardo sulla tabella e Olaf era parecchio agitato: avevano affidato a lui la responsabilità del gruppo e voleva farci una bella figura. Ci teneva. Era il suo primo incarico su un mondo nuovo, in fondo, e forse il primo incarico con una qualche responsabilità in generale. E quando Olaf era agitato, russava molto di più: Davide lo aveva verificato di persona anche la notte precedente e se il volume del concerto era in proporzione diretta col livello di agitazione del concertista, allora era molto più saggio stare zitti e lavorare. E lasciare che Olaf se la sbollisse in pace.

Il cielo era sereno, l’aria non troppo calda e di insetti non se ne vedevano né sentivano. Non era una zona che brulicasse di vita di qualsiasi tipo, quella, almeno per quanto Davide potesse giudicare. A parte gli umani che ci lavoravano, d’accordo, e i vegetali. Ma uccelli? Non pervenuti. Cose non viste, che fuggono dai loro rumori? Niente. Cose curiose, che li osservano da lontano? Neppure a parlarne. Il che pareva strano, a Davide. Ok, la sua esperienza di vita su altri mondi poteva più o meno essere incisa sulla famigerata capocchia di uno spillo, lasciando ancora spazio in abbondanza per far danzare quegli angeli, ma i mondi erano vivi, no? Cioè, erano abitati. C’erano forme di vita animale, non solo vegetale. Giusto?

Su Madre non se ne vedevano. Ok, in città ne aveva visti di animali, in gran parte importati dalla Terra, ma lì fuori, in mezzo al niente? In una zona come gli umani non si erano ancora ben radicati, una zona in buona parte selvaggia e selvatica, di animali ce ne sarebbero dovuti essere di più, no? Animali nativi, magari. Così la pensava lui, giusto o sbagliato che fosse. Così aveva immaginato lui la vita su un altro pianeta, quando di altri pianeti ne aveva solo fantasticati da lontano, ma mai visti.

Madre invece era un deserto. Cieli vuoti, terra vuota: le sole cose che potesse vedere erano quelle che gli uomini avevano aggiunto. E l’erba, ok, e i vegetali in genere, altrimenti non ci sarebbe stato molto da respirare, da quelle parti. Ma animali? Zero. Il che era strano, secondo lui. Soprattutto, gli sarebbe piaciuto vedere qualche esemplare di forma di vita indigena. Un alieno, da un certo punto di vista. Animale alieno, d’accordo, non proprio un alieno pensante e parlante, ma pur sempre alieno, a modo suo. Se non ne vedeva su Madre, dove dicevano che si fosse già sviluppata un’altra civiltà, milioni di anni prima, dove mai li avrebbe dovuti trovare? Al supermercato?

Fu più o meno a quel punto delle riflessioni, mentre il corpo lavorava in automatico, che una voce non subito identificabile lo riportò alla realtà. Una voce da dietro.

«Oi, Bruno, bello vederti di nuovo in giro. Bene adesso? Andato com’eri, preoccupati noi.»

Davide si girò, ricordando che il suo nome attuale era Bruno. A parlare era stato un tizio di media altezza, spalle larghe e piene, volto un poco butterato, occhi che sembravano due frittate. Ricordava di averlo già visto in giro, nel gruppo, ma non avrebbe saputo dire il suo nome, o almeno non un nome che fosse anche corretto. Luis, forse, o qualcosa del genere. Non credeva di aver mai parlato con lui, prima. Non mentre era coscio, quantomeno.

«Ciao,» lo salutò, tenendosi precauzionalmente sul vago. «Ricomincio oggi, vediamo come va. Mi spiace di avervi fatto preoccupare.»

«Oh, non pensarci. Normale. Andati parecchi, questa settimana. Uno dopo l’altro. Birilli, haha!» E rise. Davide non capiva cosa ci fosse di così divertente, ma inserì un sorriso di accompagnamento, tanto per stare sul sicuro. Strano tizio, quel Luis (se davvero si chiamava Luis), ma in fondo i coloni erano tutti strani, a modo proprio: un gruppo raccattato e rappezzato alla meglio, in cui trovavi casi umani di ogni genere. Solitamente non pericolosi, per fortuna.

«Ci sono state un po’ di malattie, ho sentito,» rispose Davide, incerto. «Tutto bene, tu?»

Luis sorrise a piena dentatura. «Bene bene, tutto bene. Forte!» E si batté un pugno sul petto, con un tonfo che preoccupò un poco Davide. «Anche il tuo amico grosso tutto bene. Altri, invece...» Scosse la testa. «Deliravi, eh, mentre andavi via. Della roba...»

Ecco, un altro che lo aveva sentito. O ascoltato, peggio ancora. Chissà cosa ne avrebbe detto Zeke, che si era fidato di lui. Vero, non aveva parlato di propria spontanea volontà, ma sotto l’effetto della febbre, ma parlato aveva parlato e poteva essere pericoloso. Soprattutto perché non sapeva bene cosa avesse detto. O quanto avesse detto. O a chi.

«Sì, me lo hanno detto che deliravo, ma non mi ricordo niente. Ho detto cose tanto strane?»

Luis agitò una mano nell’aria. «Insomma. Cose di insetti, pozzi. Capito niente, io. E poi un certo Zaka, o Zuko. Lo chiamavi, non so. Parole a caso, secondo me.» Scrollò le spalle, poco interessato.

«Parole a caso, sì. Non so cosa mia sia successo, ma si sa, la stanchezza, la febbre. Avrò sognato qualcosa, può darsi. Si sa cosa succede, quando si sta male.»

«Sì, sì. Punto un insetto, secondo me.»

«Già, probabile.» Probabile per niente, in realtà, ma qualcosa doveva pur dire. Qualunque cosa, pur di far dimenticare a quel tizio i suoi deliri su Zeke. Ma come aveva potuto fare persino il suo nome? Non era più semplice febbre, a quel punto: era pazzia bella e buona. Tanto valeva stamparsi sulla fronte una scritta “Sono Isolazionista, sparatemi pure”. Stupido, stupido. E tutto per una ancora più stupida malattia, che gli era venuta così, di punto in bianco, come un bambino con l’influenza, che se la prende un giorno e due giorni dopo gli è passata, magari a suon di vomitate.

«Bisogno? Chiedi pure, eh! Ci aiutiamo, qui. Solo noi ci siamo,» gli spiegava intanto Luis, offrendo il proprio aiuto in caso di bisogno. Almeno per quanto potesse capire Davide: parlava in un modo piuttosto strano, quel ragazzo. Perché era un ragazzo: sarà stato più o meno coetaneo di Olaf, o giù di lì. Grossomodo verso la metà dei venti, insomma. A occhio. Non portati benissimo, ok, ma non poteva averne di più. Non ne dimostrava di più, quantomeno.

«Ah, grazie per l’offerta, ehm...» Esitò, incerto sul nome da usare. Ma era davvero Luis?

Chiunque fosse, doveva aver capito. «Dimenticato, eh?» Sorrise. «Succede. Tanti, qui, tutti nuovi. Luis Morago. Ma basta Luis, non c’è problema.»

Basta Luis, allora. Si salutarono e tornarono a pensare solo al lavoro. O almeno a svolgere solo il lavoro, mentre i cervelli potevano essere in tutt’altre faccende affaccendati. Quello di Davide, per esempio, si mantenne nelle vicinanze degli insetti. Non perché amasse particolarmente l’argomento o il tipo di creatura, ma perché erano l’unico collegamento con la storia di Zeke che avesse a portata di mano. Per adesso, almeno. Fino a che non fosse riuscito a trovare uno di quei famosi pozzi, che poi tanto famosi non dovevano essere, se nessuno li aveva mai sentiti nominare.

Ovvio, visto che sono nelle basi militari e i militari hanno coperto tutto. Obiezione valida, eppure un dubbio rimaneva. O forse anche più di uno, in effetti. Perché adesso che si trovava lì, sul pianeta, e poteva vedere coi propri occhi come fosse fatto il mondo, l’idea di pozzi enormi, profondi mille o più chilometri e larghi almeno un chilometro, sembrava molto meno plausibile. Molto meno reale, se mai lo era stata davvero. Sembrava una fiaba della buonanotte. Potevano esistere cosi del genere?

Un passo alla volta. E un pensiero alla volta, per non perdersi. Lasciamo da parte i pozzi, che per adesso non hanno alcuna rilevanza. Pensiamo invece agli insetti. E siccome nel suo gruppo c’era chi aveva avuto un incontro ravvicinato con un insetto, chiedere informazioni direttamente a lui poteva essere un buon punto di partenza. Di sicuro, meglio di niente. Ma avrebbe lasciato che l’argomento emergesse in modo naturale, quasi casuale, invece di lanciarsi in una domanda esplicita: aveva già chiacchierato fin troppo e non voleva peggiorare ulteriormente la propria posizione, ammesso che ci fosse ancora spazio per peggiorare. Cominciava a dubitarne.

Alla fine del turno, quando si riunirono stanchi per cenare, Davide cominciò così ad accennare in modo per nulla velato al proprio stato di forma, come il suo corpo avesse risposto all’attività, dopo un lungo periodo fermo a letto, quante facce poco sane si vedevano in giro, ma chissà che periodo era stato, quante malattie, cause misteriose, perepè, pappapà.

«Misteriosa mica tanto,» gli rispose Tunde. «Qualunque cosa mi sia presa, me l’avrai attaccata tu di sicuro. Dovresti spiegarci semmai come te la sei presa tu, la tua influenza o quello che era. I vaccini prima della partenza ti avrebbero dovuto preparare ai virus noti, o almeno a quelli noti per attaccare anche gli esseri umani. Quelli che si sono già adattati a noi, insomma.»

«Magari lui non è umano. Con la faccia che ha, potrebbe essere upiede,» commentò Sebastian, col suo miglior sorriso da schiaffi.

«Questa te la potevi risparmiare, davvero. Era brutta persino per il tuo miserabile livello.»

«Lo so che sei follemente innamorata di me, Tunde: inutile che fai la timida.»

Come già altre volte era successo, la discussione minacciava di degenerare in una sfida a battute di pessimo gusto. Minacciava quasi sempre di degenerare, quando Sebastian decideva di fare lo scemo o comunque la persona diversamente seria. Il che accadeva fin troppo spesso, purtroppo. «Ma non è detto che sia stato proprio io,» intervenne Davide. «Magari è qualcosa che hai mangiato, non so...»

«Anche qui stiamo parlando di te, caro mio. Sei riuscito nella fantastica impresa di prenderti un bel virus, stancarti a morte e mangiare qualcosa che ti ha fatto male. In una volta sola. Non potevi fare a turni? Chessò, oggi l’influenza e domani l’intossicazione alimentare? Troppo facile, vero?»

«Beh, non è che l’ho fatto apposta. Magari è solo che il mio organismo non va molto d’accordo con questo pianeta, non so. Anche la lunghezza del giorno, direi. Non so se capita anche a voi, ma a me sembra di avere sempre sonno, da quando sono qui.»

«Io avevo sempre sonno anche sulla Terra, per cui non credo di fare testo,» disse Sebastian. «E il nostro mister muscolo, qui, non sembra avere molti problemi a dormire, coi concerti che ci dedica ogni notte. Secondo me sei proprio tu che sei una ciofeca, ragazzo.»

«Io non russo così forte, dai,» disse Olaf.

«Io non sono una ciofeca!»

«Sei il più giovane e il più gracile, questo lo dovrai ammettere,» disse Tunde. «Ma avrai tempo per rafforzarsi e migliorare, non preoccuparti. Se non ci ammazza prima qualcuno o qualcosa, staremo qui per il resto della nostra vita.»

«Staremo qui per il resto della nostra vita soprattutto se qualcuno o qualcosa ci ammazza, direi.»

«Non fare il pignolo, Sebastian. Lo sai cosa intendo.»

«Comunque io sarò debole perché mi sono ammalato, ok, ma tu ti sei fatto stendere da un insetto. Non mi sembra un gran ben segno di forza,» disse Davide, finalmente capace di agganciarsi a ciò che più lo interessava, in quel discorso che pareva ormai destinato a una deriva delirante.

«Steso da un insetto è più dignitoso che steso da un germe. Comunque è stata una qualche reazione allergica, se proprio lo vuoi sapere. Io e le punture non siamo mai andati d’accordo, neppure a casa. Non sai cosa mi è successo, quella volta che sono stato punto da un’ape, a cinque anni.»

Non lo so e non mi interessa, pensò Davide. «Ma quindi era una specie di ape anche stavolta? No, perché io di insetti non ne ho ancora visti, sai com’è.»

«Però ne hai parlato parecchio, quando stavi delirando,» disse Tunde. «Insetti che escono dai pozzi e altre cose, non mi ricordo bene. Non era neanche facile capirti, a dire il vero.»

«Non me lo ricordo neanche io, ma non è questo l’importante. Che insetto ti ha punto, Sebastian? Te lo chiedo così, giusto per saperlo. Metti che succeda anche a me, almeno saprò cosa aspettarmi.»

«Non so che razza di insetto fosse. So che ho sentito qualcosa posarsi sul mio collo, poi una puntura da urlare e... boh, non ricordo più niente. Ciccio qui dice che sono crollato per terra.»

«Giù come un sacco di letame,» confermò Olaf, sputacchiando un poco di cibo. «Si è raddrizzato di colpo, è diventato tutto bianco e poi giù, senza dire bau. Come se gli fosse venuto un colpo.»

«E magari mi è venuto davvero, per quello che ne so. Lo shock anafilattico non è proprio la cosa più piacevole del mondo, nel caso tu non lo sapessi, bello mio.»

«Mai avuto!»

«Buon per te! Prima un’ape sulla Terra e adesso un non so cosa qui su Madre. Io e gli insetti non andiamo proprio d’accordo, ve lo dico io. Io e gli insetti che pungono, soprattutto. Non che gli altri mi piacciano di più, ma almeno non mi causano problemi fisici.»

«Poi ti era venuto tutto un coso, lì sul collo. Piuttosto divertente, direi. Era una palla da golf, più o meno, tutta rossa e con dei puntini bianchi. Neanche ti fosse cresciuto un fungo velenoso.»

«La tua eloquenza nelle descrizioni e la tua profonda capacità di osservare mi lasciano senza parole, caro Olaf. Dovresti fare il poeta, invece del manzo ambulante.»

«Ma come mai si era gonfiata così tanto? Era velenoso?» chiese Davide.

Sebastian alzò le spalle. «Velenoso per me, forse, ma non in generale. Anche altri sono stati punti, o così dicono, ma soltanto a me è successo. Come ti ho già detto, però, io e le punture non andiamo d’accordo: non mi pare strano che la puntura di un insetto alieno, peraltro, mi abbia fatto stare così male. Se poi ti piace tanto fantasticare sugli insetti e farti seghe mentali guardandoli, o anche mentre stai delirando, allora è un altro paio di maniche e sono affari tuoi. Ti prego solo di lasciarmi fuori da queste tue fantasticherie più scabrose. Sono molto impressionabile, sai.»

Interessante, ma ancora no ne aveva ricavato nulla di utile. Era lo stesso insetto che era comparso nel racconto di Zeke e che avrebbe punto suo padre? O era un altro tipo di insetto? Probabilmente un altro, se l’insetto di Zeke viveva solo nei pozzi, ma l’insetto di Zeke viveva solo nei pozzi? Non lo sapeva. Come avrebbe potuto fare per scoprirlo? Senza scoprirsi troppo, se possibile.

«Comunque tu sei molto interessato agli insetti,» disse Tunde. «È una qualche tua passione?»

Ed ecco che si era scoperto troppo, appunto. «No, beh, non proprio una passione, ecco. È solo che, vedi, pensavo... non ho ancora visto animali o altre forme di vita, da quando siamo su Madre? A voi non sembra strano? Cioè, è un pianeta nuovo, alieno, e mi piacerebbe vederne uno, insomma.»

«A Oklahoma City c’erano animali,» osservò Olaf.

«Sì, ok, vero, ma intendevo animali indigeni. Animali di Madre, non portati dalla Terra. Non ne ho ancora visti e qualcuno ci dovrà pur essere, no? O sono tutti quanti così timidi, che non si vogliono far vedere dagli uomini? Mi sembra strano.»

«Mah. Animali ce ne sono, per quel che ne so io,» disse Tunde. «Però è vero, non ricordo di averne visti, finora. Non ci ho neanche fatto molto caso, in realtà. Non mi interessano molto, gli animali»

«Il mare è popolato,» disse Sebastian. «Ok, non c’erano molti pesci, quando sono arrivate le prime spedizioni, ma era comunque popolato. Ricordo che avevano fatto anche una specie di mostra, dove abitavo io, con le creature aliene di Madre. Delle specie di lumache deformi e roba simile, niente di molto interessante, però le avevo viste. Ci sono anche animali terrestri, di questo ne sono sicuro, ma non hanno mai fatto mostre, almeno non dalle mie parti. Non saprei proprio come siano fatti, ma più o meno come gli animali trovati su altri pianeti, direi. Alla fine l’evoluzione produce sempre cose che si assomigliano, grossomodo. Non nei dettagli, ok, ma come ruoli sì. Come funzionamento.»

«Davvero?» chiese Olaf. «In che senso?»

«Nel senso che, bene o male, ci sono le stesse cose di base su ogni pianeta: terra, acqua, cielo. Roba così, capisci? E quando si sviluppa, quando si evolve, se preferisci, la vita produce sempre cose che siano capaci di vivere in quegli elementi di base. Ci saranno esseri viventi adatti al terreno, altri che sono adatti a vivere in acqua, altri che volano, e così via. Il numero di forme è limitato, alla fin fine, e bene o male si assomigliano un poco tutte. Per questo parliamo di uccelli per indicare tutte quelle cose che volano, meglio ancora se piumate, mentre usiamo la parola pesci per le cose che vivono e respirano in acqua, e così via. È un modo per semplificare, altrimenti ci dovremmo inventare nuove parole di continuo e sarebbe solo un casino, te lo dico io.»

Tunde lo guardava sorpresa. «Non pensavo che ti intendessi di zoologia, o exologia.»

«Infatti non me ne intendo: ripeto solo cose che ho letto e sentito, nel corso delle mie mille, inutili esperienze di vita. Sono molto figo, eh?»

«Come un catetere usato.»

«Comunque, dicevo: ancora non ho visto esseri viventi su Madre, e a quanto pare non li avete visti neppure voi. Per questo sono interessato a quell’insetto che ti ha punto: è il primo essere vivente che incrociamo, giusto? Il primo di Madre, non importato,» spiegò Davide.

Sebastian alzò di nuovo le spalle. «Sì, diciamo pure di sì, anche se io avrei fatto molto volentieri a meno di incrociarlo. O almeno, avrei preferito che lui non incrociasse me. Finché incrocia gli altri, invece, io non ho problemi. E dunque?»

«Sempre altruista tu, eh?»

«Come ben sai, è la mia caratteristica fondamentale, cara.»

«Dunque, come dicevo, ero curioso di sapere come fosse fatto,» disse Davide. «È il primo alieno, per me. Ok, animale alieno, ma è la stessa cosa. Mi piacerebbe molto incontrare una forma di vita non terrestre, una vera, adesso che siamo su Madre. Capite? Per questo mi guardo intorno, chiedo.»

«Beh, di punture di insetti ce ne son state parecchie, i primi giorni, ma Sebastian qui è l’unico che si è fatto venire un colpo,» disse Olaf. «Però sì, vero, di animali non se ne vedono. Insetti a parte, che poi pure quelli non si vedono. Si sentono, ma vedere no. Non so perché.»

«Oh beh, prima o poi ne incontreremo, non ti preoccupare. Intanto goditi il privilegio di costruire un nuovo mondo con le tue mani, come dicevano quelli del Teatro. Non ne sei contento? Anche se non è che tu abbia costruito molto, finora, » disse Tunde.

Davide non obiettò. Non sapeva come obiettare, in un modo che non fosse troppo dannoso per i suoi progetti. Ammesso e non concesso che fosse ancora possibile danneggiare quei progetti, con le botte che avevano già incassato. Meglio non chiederselo, meglio non indagare. Avrebbe avuto tutto il tempo che voleva, quindi perché correre? Avrebbe continuato a guardarsi attorno e cercare, certo, ma poteva anche godersi un poco la vita del colono. Era sempre saggio godere quello che potevi godere, finché potevi: rimpiangerlo dopo, quando ormai lo avevi perso, era semplicemente stupido. Davide non lo avrebbe fatto. Era la specialità di Matteo, quella.

Che ci fosse qualcosa di godibile, in quella vita spaccaschiena, era ancora tutto da dimostrare, ma di quello si sarebbe preoccupato poi. Col tempo. Senza fretta. Magari dopo una bella dormita. Prima della dormita, però, ci fu ancora spazio per Olaf, e la domanda che gli rivolse a bruciapelo, nel loro modulo, mentre si preparavano per la notte.

«Ma è vero che tuo padre è già stato qui? O era un delirio anche quello?»

Davide si bloccò. Si stava infilando una maglietta pulita, dopo la doccia, osservando quanto il suo torace apparisse smunto, soprattutto a confronto di quello del compagno di abitazione. Niente che non fosse giustificabile, data la recente malattia, ma non era comunque uno spettacolo gradito. Ok, lui e lo sport, ma anche lui e l’attività fisica in generale, non erano mai stati grandi amici: anche se non era mai sceso ai livelli di quell’ameba di Matteo, era comunque comprensibile che non fosse in perfetta forma. Teoricamente. In pratica, però, aveva sempre confidato di possedere, per motivi non collegati alla logica, un fisico preternaturalmente in forma: anche senza averlo mai esercitato, si era beato della convinzione che il suo corpo funzionasse in modo fantastico, impeccabile.

Il primo assaggio di vita su Madre aveva annientato quella stupida convinzione, con la potenza di un lanciafiamme puntato contro un cubetto di ghiaccio. Ne doveva prendere atto. Doveva accettare la realtà. Doveva anche pensare a fare qualcosa per recuperare un barlume di forma, se non voleva essere schiantato e sminuzzato dal ritmo di lavoro. Ci pensava, preparandosi per dormire, stanco di lavoro e di giornate troppo lunghe per i suoi ritmi. Smise di pensarci, quando Olaf parlò.

«Mio padre?» Davide ricordava di aver parlato con Tunde, poco prima che la febbre spazzolasse via la sua coscienza, e in termini molto generali ricordava anche di cosa avessero parlato. O almeno di cosa avesse cominciato a parlare. Della sua famiglia. Del perché avesse deciso di venire su Madre. E di qualcos’altro? Probabile, sì. Quasi sicuro, in effetti. Ma di cosa? No, non lo ricordava proprio. «Cosa c’entra mio padre, scusa?»

«Lo hai detto a Tunde, no? O almeno glielo stavi dicendo, prima di... sai... quando sei stato male.»

«Le stavo parlando di mio padre.»

«Sì, dicevi qualcosa sul fatto che era già stato qui, uno dei primi, ma poi era tornato indietro.»

Davide scosse le spalle. «Delirio, suppongo. Non l’ho mai neanche incontrato, mio padre. Quando sono nato io, lui non c’era già più. Chissà cosa avevo in testa, in quel momento.»

La faccia di Olaf si afflosciò. «Oh, mi dispiace. Non sapevo che...»

«No, calma! Ho detto che se n’era già andato. Ma letteralmente, eh! Non nel senso che è morto: è proprio andato via. Sparito. Ha preso su e tanti saluti a tutti. Non so perché e non so dove, però... se n’è andato, più o meno nel periodo in cui io nascevo. Non è morto. O almeno non che io sappia, poi potrebbe anche essere morto, in questi anni, ma questo è un altro discorso. Non so niente di lui, non l’ho neanche mai visto.»

«Ah... Chissà perché parlavi di lui, allora. Hai detto proprio che era stato qui su Madre.»

«Potrebbe anche essere finito qui, per quello che ne so. Io so solo che è sparito, punto. Cosa gli sia successo dopo essere sparito è un mistero, almeno per me. Anche mia mamma non mi ha mai detto niente e penso che non ne sappia niente neppure lei. Non è che ne parlasse molto, comunque.»

«Beh, posso capire. Deve essere stato brutto.»

«Non è certo stato molto divertente, te lo assicuro,» concluse Davide, adesso molto più tranquillo. No, non aveva ancora tappato tutte le falle causate dalla febbre, ma almeno stava sistemando un po’ di cose, qui e là. Dando spiegazioni quasi vere, giustificando le cose su cui aveva delirato, qualche racconto sulla propria vita, tanto per farla sembrare sensata, normale. Sì, si poteva quasi sentire soddisfatto. Chiudere con la storia del padre, poi, sarebbe stato ottimo.

E la chiusero lì, almeno con Olaf. Parlarono ancora un poco, tra uno sbadiglio e l’altro, poi decisero che era meglio dormire: erano stanchi, domani li attendeva un’altra giornata pesante, eccetera. Così dormirono, a lungo e rumorosamente, soprattutto nel caso di Olaf, e dal mattino dopo del padre di Davide, o di Bruno Kitzis, come lo conoscevano gli altri, non si parlò più. Caso chiuso, incidente da dimenticare, povero ragazzo, bisogna capirlo, meglio non discuterne ancora.

Dopo quella prima ondata di malanni vari e assortiti, nel gruppo non ci furono altri problemi, né di salute né di altro. Madre li aveva battezzati, a modo proprio, come aveva battezzato nel corso degli anni tutti i nuovi arrivati, tanto i coloni della Terra quanto gli studiosi di altri pianeti. C’erano anche studi e statistiche che ne parlavano, ma non in forma troppo approfondita, non troppo. Chiacchiere sul fenomeno, proposte sulle cause, analisi incrociate sugli effetti. Colpa del clima, colpa dei pollini e delle acque, colpa forse di microorganismi non ancora individuati, ma niente di troppo strano, infondo, niente che non fosse successo anche su altri pianeti.

Succedeva ovunque, insomma. Era successo anche sulla terra, giusto? Coi coloni che arrivavano sul continente americano ed erano colpiti dalla famosa ira di Montezuma, o come cavolo si chiamasse. E dunque, perché preoccuparsi? Le vaccinazioni servivano proprio a quello, a ridurre i danni, e nel maggior numero dei casi funzionavano. Il resto lo faceva poi l’organismo dei singoli nuovi arrivati, adattandosi all’ambiente. Lo avrebbe fatto anche con l’ultimo gruppo di coloni.

Così sembrava. Il pianeta li aveva assaggiati, li aveva battezzati, e alla fine li aveva accettati, in un modo o nell’altro. Ci furono altri casi di brevi malattie, ma nessuno grave o preoccupante. Animali e insetti continuavano a non vedersi, ma nessuno vi pensò più, se mai vi aveva pensato davvero. Le punture finirono, senza altri incidenti come quello di Sebastian, il tempo perso fu recuperato a poco a poco e la vita poté continuare, tranquilla, pacifica, faticosa. La vita di coloni, che lavorano ogni giorno alla costruzione di un mondo nuovo.

Una vita che a Davide piaceva. Tutto sommato. Più avanti gli sarebbe piaciuta di meno, ma quello era un discorso per dopo. Dopo lo scavo, e il ritorno in città, e tutto quello che ne seguì.